Diritto alla casa oppure diritto ad abitare? Questione antica dove il secondo trova tutela nei Paesi democratici occidentali ed il primo è più un residuo ideologico e demagogico. Quando il Sindaco di Bari, Vito Leccese, ha annunciato durante la giornata celebrativa barese per i 150 anni del Corriere della Sera, un programma straordinario da 78 milioni di euro per «dare una risposta abitativa a chi oggi non può permettersi una casa in affitto o un mutuo», la sensazione è che si sia sul binario corretto. Però non si hanno ulteriori informazioni sul programma che dovrebbe attuare il piano casa del governo Meloni tanto contestato dal centro-sinistra. I fondi dovrebbero provenire dallo stesso piano casa e dal PON Metro (risorse UE e nazionali). Ma mentre il piano del governo Meloni fa riferimento anche a nuove costruzioni, Leccese e l’assessore all’emergenza abitativa Nicola Grasso fanno riferimento al solo «recupero e riuso del vasto patrimonio pubblico inutilizzato, quali immobili di proprietà comunale o anche di altri enti». Ma quanti vani si potrebbero recuperare con le risorse indicate? I 78 milioni di euro potrebbero consentire di recuperare circa 800 appartamenti da circa 70 mq. Sono calcoli un po’ alla buona, intendiamoci, anche perché una parte delle risorse la si vorrebbe utilizzare per mettere sul mercato una quota delle 20mila case vuote. E cosa faranno i privati, pure previsti dal piano casa Meloni come soggetti costruttori di nuove abitazioni e rigeneratori urbani che dovrebbero destinare almeno il 70% degli alloggi a prezzi calmierati (con un taglio di circa il 33% rispetto ai prezzi di mercato) per almeno 30 anni? Sarebbe auspicabile che, al di là del programma citato da Leccese, di cui ancora non si conoscono i dettagli e la sorte finale, già da subito il Comune di Bari intavoli con i privati a cui rilascia permessi di costruire ed approva piani urbanistici esecutivi una negoziazione chiara sui temi del diritto ad abitare. Certo, alcune esperienze baresi non costituiscono buon viatico. È il caso dell’attuazione del piano casa regionale dal 2014 fino a qualche anno fa ed anche quello di Parco Gentile dove i canoni agevolati in social housing concordati tra Comune e società proprietaria, che gestisce un fondo riconducibile a Cassa Depositi e Prestiti, sono stati da quest’ultima unilateralmente modificati violando la convenzione con il Comune e chiedendo ai locatari aumenti stratosferici dei canoni omnicomprensivi di tutte le spese.

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