Il Parco e le “dame”

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vvistati due esemplari di daino (Dama dama) nel settore nord del Parco Nazionale dell’Alta Murgia. Forse due femmine. L’area protetta si arricchisce di nuovi ospiti che, però, non si sa da dove siano venuti. Se dall’azienda Papparicotta di proprietà della Provincia Barletta-Andria-Trani e scampati all’abbattimento selettivo deciso alcuni anni fa, oppure sfuggiti da qualche altra azienda. Sta di fatto che potrebbero rappresentare un ulteriore elemento di arricchimento della biodiversità anche perché è una specie che a buon diritto può essere considerata coerente con la Regione biogeografica mediterranea e con alcuni ecosistemi forestali. Inoltre, si arricchisce il possibile carniere dei nuclei di lupi presenti nel Parco che preferiscono questi mammiferi ed i cinghiali alle pecore. Certo, l’assenza di un maschio e la scarsità di acqua potrebbero compromettere molto presto la presenza di questi due esemplari femminili di una delle specie più graziose ed eleganti tra i mammiferi. Ed il nome scientifico lo dimostra. Bisognerà monitorarli e seguirli per capire l’evoluzione di questa micro-popolazione e valutare anche il loro impatto sull’ecosistema boschivo.

Difesa Grande, bosco dimenticato – #1

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È il più grande ed importante bosco naturale della provincia di Bari, in attesa di divenire area protetta regionale da 23 anni. Il terribile incendio del 2012 e la gestione che non c’è

Lago d’Olmo nel Bosco Difesa Grande (Foto Vito Lombardi)

ifesa Grande è il più vasto bosco naturale in provincia di Bari. Un insieme di microhabitat forestali di straordinaria importanza conservazionistica. Piccole zone umide si alternano a garighe e a lembi di boschi d’alto fusto. È stato, non sapremmo dire se lo è ancora, il fiore della dignità civica di Gravina in Puglia fin dal medioevo. Nelle “Notizie storiche sulla città di Gravina” di Domenico Nardone, si dice che al tempo di Federico II di Svevia, Gravina venne definita dall’Imperatore “Giardino di letizie” perché «Gravina si distingueva più che mai dalle altre terre di Puglia […] per i numerosi e vasti boschi tutti popolati di armenti e ricchi di selvaggina […]». A tre chilometri dal centro abitato c’era e non c’è più, la “Foresta o Selva Orsini”. In un documento del 1309, racconta padre D’Amico nella sua “Fitostoria della provincia di Bari” del 1955, è definita patrimonio feudale. Alla sua tutela e gestione era demandato un magister forestarum e la selva era riserva di caccia dell’Imperatore.

L’acquisto del bosco

Nel XVI secolo l’Università (l’attuale Comune) di Gravina acquistò dal Viceré il Bosco Difesa attiguo alla Selva di cui abbiamo detto e la chiesa che ne faceva da confine era dedicata a S. Donato della Selva. D’Amico racconta che il più antico documento che attesta esistenza e proprietà di Difesa Grande è datato 1084 d.C. Racconta anche che il bosco fu salvato dalla furia disboscatrice del XIX secolo grazie all’accortezza dei dirigenti del Comune che dimostrarono come il bosco non appartenesse al Demanio ma fosse proprietà patrimoniale acquisita nel XVI secolo e che, quindi, non poteva essere assoggettato alle quotizzazioni per il taglio. Racconta lo storico Nardone: «Tutto il fondo è diviso in 6 sezioni. In ognuna vi è un fabbricato rurale con ricetti per gli animali e ricoveri per il personale. Il Comune poi, oltre al reddito che può ricavare dal taglio della legna, ne fitta annualmente il pascolo per sezione, ricavando un utile che oscilla secondo le annate. Nel sessennio 1925-1930 si ebbe un reddito di Lire 150.000 annue». In quel periodo l’estensione di Difesa Grande era di oltre 1.898 ettari. Oggi quel bosco continua a svolgere il proprio “lavoro ecologico”, non ha subito gravi mutilazioni nell’estensione che resta tutt’oggi di circa 1.890 ettari, ma ha subìto il più grande degli affronti per molto tempo: l’oblío. Non dei cittadini che al bosco comunale si sono sempre rivolti per le più svariate attività (dagli usi civici – anche se il bosco di difesa ne dovrebbe essere salvaguardato – alla raccolta di erbe spontanee e di funghi; dall’attività sportiva alla caccia  – che pure dovrebbe essere bandita -), ma delle amministrazioni che si sono succedute. Il Bosco Difesa Grande e  la gravina di Gravina in Puglia sono tra le aree protette da istituire ai sensi della legge regionale n. 19/1997. Anche in questo caso, dopo 23 anni si sta ancora aspettando la tutela effettiva. Nel frattempo si è fatto in modo che il bosco fosse protetto dalle norme comunitarie della direttiva “Habitat” come Zona Speciale di Conservazione (ZSC) e che si spendessero un bel po’ di quattrini per un piano di gestione approvato dalla Giunta regionale nel 2009.

Radura con ceduo di roverella nel Bosco Difesa Grande (Foto Chiara Mattia)

Il grande incendio del 2012

Ma di gestione, finora, Difesa Grande non ne ha vista. Il parco nazionale dell’Alta Murgia, pur non avendo competenza sull’area, ha aiutato il comune di Gravina tentando di far rivivere uno dei più importanti vivai forestali della Puglia abbandonato da tempo e situato proprio nel bosco. 70.000 Euro che il parco nazionale stanziò nel 2011 e che furono come manna dal cielo per Gravina dopo che un incendio disastroso mandò in fumo oltre 700 ettari di Difesa Grande. Con grandi difficoltà quelle risorse hanno consentito di assumere fino a quattro unità di personale e produrre migliaia di piante forestali autoctone in parte utilizzate anche per opere pubbliche. Oggi il vivaio continua a produrre sia pure con una sola persona. Ma su Difesa Grande il racconto non finisce qui.

Fabio Modesti

Il pasticciaccio brutto dell'”astronave”

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Doveva essere il più grande impianto di compostaggio d’Europa. È stato costruito ma non completato. In realtà non sarebbe mai dovuto sorgere lì, in un Sito Natura 2000 ed ai piedi del Parco Nazionale dell’Alta Murgia. Ora una sentenza del TAR Puglia può rimettere tutto in discussione (Villaggio Globale 14 maggio 2020)

L'immagine può contenere: cielo, spazio all'aperto e natura
L’impianto di compostaggio Prometeo 2000 mai completato e mai entrato in funzione (Foto Mario Conca)

È un “pasticciaccio brutto” quello dell’impianto di compostaggio “Prometeo 2000” della famiglia Delle Foglie, sulla statale 96 in territorio di Grumo Appula mai entrato in funzione perché mai completato. Doveva essere il più grande impianto per il trattamento di rifiuti organici d’Europa ed, invece, la cosiddetta “astronave” – per l’architettura che rimanda al modulo spaziale LEM e la cui storia risale addirittura al 1995 – non è stata mai completata e mai entrata in funzione. Il progetto ebbe, nel 1996, addirittura il parere favorevole della Commissione Europea per un finanziamento LIFE e la strada spianata dal cosiddetto “decreto Ronchi” del 1997 (dal nome dell’allora Ministro dell’Ambiente Edo Ronchi) con cui si tentò di spingere la realizzazione di impianti per il trattamento dei rifiuti contro l’emergenza “monnezza”. Ma il settore urbanistico della Regione Puglia ne dichiarò l’incompatibilità urbanistica perché l’area era destinata a zona agricola. Nonostante questo, a fine anni ’90 l’avveniristico impianto, da realizzare in un sito Natura 2000 tutelato dalle Direttive UE ed a poche centinaia di metri da quello che si sarebbe diventato nel 2004 il parco nazionale dell’Alta Murgia, ottenne il via libera dalla Regione Puglia. E lo ottenne grazie ad un procedimento di valutazione di impatto ambientale che definire superficiale è un eufemismo.

Il ruolo della provincia

Nel 2000 l’allora giunta provinciale di Bari autorizzò definitivamente ed a spron battuto l’impianto in deroga alle previsioni del PRG di Grumo Appula. Nel 2004 la magistratura penale barese sequestrò l’impianto per violazione delle tutele naturalistiche poste dalle norme comunitarie, per violazioni paesaggistiche e per lottizzazione abusiva. Il processo di primo grado si concluse nel 2009 con la dichiarazione di intervenuta prescrizione per tutti gli imputati (i Delle Foglie, il progettista e dirigenti provinciali e regionali) ma ritenendo sussistenti i reati e quindi confiscando in favore del comune di Grumo l’area e l’impianto realizzato. La confisca venne confermata in Cassazione. Quell’impianto non sarebbe mai dovuto sorgere lì perché quell’area era tutelata a livello comunitario e perché violava la normativa urbanistica. I Delle Foglie rinunciarono alla prescrizione sostenendo la propria innocenza e chiedendo la riconsegna dell’impianto. Dopo l’andirivieni tra Corte d’Appello e Cassazione, si giunse nell’aprile 2017 alla loro assoluzione in Corte d’Appello “perché il fatto non sussiste”. L’impianto venne loro riconsegnato sulla scorta della famosa sentenza della CEDU su Punta Perotti a Bari che aveva sancito il principio secondo il quale non può esservi confisca di beni senza colpevoli di reati.

L’impianto di compostaggio Prometeo 2000 nell’area contigua del Parco Nazionale dell’Alta Murgia e la sua vicinanza alla zona 2 del Parco (Fonte WebGis Parco Nazionale dell’Alta Murgia)

La nuova VIA regionale

Ma l’impianto non era completato e nel 2015 la società chiese alla Regione di poter procedere al suo completamento attivando un nuovo procedimento VIA e di Autorizzazione Integrata Ambientale. Il parco nazionale dell’Alta Murgia, numerosi comuni del territorio ed il Comitato contro l’ecomostro, nel frattempo costituitosi, sostennero che l’autorizzazione rilasciata dalla provincia di Bari nel 2000 non era più valida e che, quindi, l’impianto dovesse affrontare una procedura autorizzativa ex novo. La Regione non intese ragioni e a gennaio 2018 rilasciò il via libera al completamento. Ma il comune di Grumo, nel 2015, aveva adottato il nuovo piano urbanistico generale confermando quell’area come zona agricola e l’impianto esistente incompatibile con essa.

L’ultima sentenza del TAR

La società di Delle Foglie ricorse nel 2017 al TAR il quale, con la sentenza del 4 maggio scorso, sembra aver rimesso tutto in discussione. Intanto stabilisce che l’autorizzazione rilasciata nel 2000 dalla provincia di Bari non è più valida perché scaduta nel 2010 e che il diniego opposto dal comune di Grumo alla richiesta di compatibilità urbanistica del completamento dell’impianto è legittimo «poiché il fatto che l’impianto sia già esistente non comporta, ex se, la compatibilità urbanistica dell’intervento di ampliamento proposto». I Delle Foglie non ci stanno ed annunciano ricorso al Consiglio di Stato. Ora, intanto, tocca nuovamente alla Regione dire la sua approvando o meno il nuovo piano urbanistico di Grumo che sancisce l’incompatibilità dell’”astronave” con l’assetto urbanistico. Inoltre, quell’impianto non è più presente nel vigente piano regionale di gestione dei rifiuti urbani. Si vedrà come andrà a finire. Quel che si può sicuramente dire è che quell’impianto non doveva essere realizzato lì dov’è ora per evitare di violare norme ambientali e paesaggistiche e per garantire la riuscita dell’investimento privato.

Fabio Modesti