L’aria che respirano gli uccelli

Una ricerca statunitense passa in rassegna gli studi scientifici relativi al rapporto tra specie di uccelli selvatici ed inquinamento atmosferico. Ne vien fuori un quadro preoccupante ma che ha bisogno di ulteriori approfondimenti (Villaggio Globale, 06 marzo 2020)

 

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Fenicotteri rosa (Phoenicopterus roseus) nel Parco Naturale Regionale “Saline di Punta della Contessa” nella zona industriale di Brindisi-Sito di Interesse Nazionale per le bonifiche – Foto da SenzaColonneNEWS.it

 

Personalmente l’ho sempre immaginato che sarebbe stato utile approfondire le relazioni tra uccelli selvatici e qualità dell’aria. Soprattutto nelle grandi aree industriali (in Puglia, ad esempio, Brindisi e Taranto) cui, molte volte, sono contigue aree naturali protette e zone umide che ospitano decine di migliaia di migratori. Su Environmental Research Letters è disponibile una summa degli studi in materia pubblicata da Olivia V. Sanderfoot e Tracey Holloway, rispettivamente del Center for Sustainability and the Global Environment (SAGE), Nelson Institute for Environmental Studies, dell’Università del Wisconsin e del Department of Atmospheric and Oceanic Sciences, della medesima Università, negli Stati Uniti d’America.

Le due ricercatrici affermano che «nonostante i legami consolidati tra inquinamento atmosferico e salute umana, vegetazione ed ecosistemi acquatici, meno attenzione è stata posta al potenziale impatto dei gas reagenti in atmosfera e dell’aerosol su specie di uccelli selvatici». In questa rassegna della letteratura scientifica relativa all’argomento sono analizzati i risultati pubblicati dal 1950 per quanto riguarda le risposte delle specie di uccelli selvatici all’inquinamento atmosferico ed individuate le lacune di conoscenza che potrebbero essere colmate con studi futuri. Emergono «prove coerenti degli impatti negativi sulla salute degli uccelli attribuibili all’esposizione a inquinanti atmosferici in fase gassosa e particellare, incluso monossido di carbonio (CO), ozono (O3), anidride solforosa (SO2), fumo e metalli pesanti, nonché miscele di emissioni urbane ed industriali. Le risposte all’inquinamento atmosferico da parte degli esemplari di uccelli analizzati – aggiungono le ricercatrici – comprendono difficoltà respiratorie e malattie, aumento dello sforzo di disintossicazione, elevati livelli di stress, immunosoppressione, cambiamenti comportamentali e alterazione del successo riproduttivo. L’esposizione all’inquinamento atmosferico può inoltre ridurre la densità delle popolazioni, la diversità delle specie e la ricchezza delle specie nelle comunità di uccelli.». V’è da dire che nella lista degli studi passati al setaccio, è presente soltanto uno condotto nel 2009 da ricercatori italiani in Italia relativo alla valutare del rischio tossicologico da inquinamento atmosferico nelle zone urbane utilizzando il piccione selvatico (Columba livia). 

Mappa delle localizzazioni dove gli uccelli selvatici sono stati esposti ad inquinamento atmosferico in situ secondo gli studi presi in esame. Mappa creata utilizzando Google Maps.

Sarebbe quindi il caso, qualora non sia già accaduto, di condurre ricerche analoghe anche sulle concentrazioni di metalli pesanti nelle popolazioni di uccelli selvatici, migratori e non, che affollano le nostre zone industriali dove non raro imbattersi in specie che non ci si aspetterebbe mai di trovare lì. Infatti, dicono le ricercatrici, «delle circa 10.000 specie di uccelli conosciute in tutto il mondo, solo poche sono state studiate per caratterizzare le loro risposte all’inquinamento atmosferico e gli animali utilizzati negli esperimenti di laboratorio potrebbero non essere rappresentativi delle specie di uccelli selvatici più a rischio. Studi futuri dovrebbero essere tesi ad identificare quali specie in tutto il mondo potrebbero essere maggiormente sensibili all’inquinamento atmosferico, così come per analizzare qualsiasi potenziali differenze di risposta in relazione all’età ed al sesso. Ricerche future sulle risposte degli uccelli selvatici all’inquinamento atmosferico, soprattutto di specie in via di estinzione, potrebbero indirizzare i programmi di conservazione e migliorare la gestione delle popolazioni di uccelli selvatici».

Fabio Modesti

L’addio a Francesco Macchia, lo scienziato della natura

 

(da la Repubblica – Bari del 15 novembre 2019)

 

Qualche giorno fa ci ha lasciati ad 85 anni Francesco Macchia, il prof. Francesco Macchia. Persona schietta che destava un senso di rispetto immediato nell’interlocutore. Soprattutto, un botanico sistematico di levatura eccellente. Uno dei naturalisti che hanno fatto dell’Università degli Studi di Bari un centro di pensiero e di progettazione ambientale, qual è ancora oggi. Il “suo” Orto Botanico, nel perimetro del Campus universitario barese, resta una delle cose belle che ogni barese dovrebbe conoscere ma che, purtroppo, da svariati anni resta quasi nascosto alla vista. Il Sindaco Metropolitano, Antonio Decaro, dovrebbe agire subito, in onore di Francesco Macchia, per renderlo nuovamente parte della città e dei baresi.

Forse in pochi sanno che l’Università di Bari è stata, tra gli anni ‘70 ed ’80 del secolo scorso, un centro di pensiero scientifico naturalistico all’avanguardia in Italia. Nell’Ateneo barese insegnavano straordinarie figure umane e scientifiche che avevano fatto della conservazione della natura una ragione di vita da trasmettere a quante più persone possibile. Sono nati così, nei primi anni ’70, i “Simposi nazionali sulla conservazione della natura” nei quali specialisti delle varie discipline scientifiche relative all’ambiente naturale riversavano il loro sapere e le loro idee per la protezione della natura. Francesco Macchia, insieme a Pasqua Bianco, Lidia Scalera Liaci e tanti altri docenti e studenti – ma anche assieme a semplici appassionati cittadini -, ne erano gli animatori. Da quei Simposi sono scaturite le prime norme pugliesi per l’istituzione di aree protette (la legge regionale n. 50 del 1975 sui parchi naturali attrezzati e la legge regionale n. 8 del 1977 sulle riserve naturali regionali) e molte indicazioni di siti da proteggere, poi confluite nella vigente legge regionale sulle aree protette del 1997. Francesco Macchia era anche uomo d’istinto. Qualcuno nelle isole Tremiti potrebbe ancora portare sul volto i segni delle sue mani quando, tanti anni fa, agì in difesa di una sua studentessa molestata dalle eccessive attenzioni di un giovane del luogo.

Iran e Puglia, ricercatori e stupidità

(da Villaggio globale 06 dicembre 2019)

 

Otto ricercatori zoologi e biologi della conservazione sono stati condannati da un tribunale in Iran per aver «disseminato la corruzione sulla Terra»: avevano utilizzato fototrappole per monitorare il ghepardo asiatico. In Puglia un Forestale denunciò il direttore di un Parco per aver messo fototrappole in violazione della privacy… ma la denuncia fu archiviata

La notizia fa rabbrividire per il destino delle persone coinvolte ma soprattutto per l’oggetto della questione. La rivista scientifica «Nature», in un editoriale della fine dello scorso mese di novembre ha rivelato che 8 ricercatori zoologi e biologi della conservazione sono stati condannati da un tribunale in Iran a pene da 6 a 10 anni di carcere per aver «disseminato la corruzione sulla Terra». La loro colpa è stata quella di aver utilizzato fototrappole per monitorare il ghepardo asiatico (Acinonyx jubatus venaticus) di cui sono presenti al mondo meno di 100 esemplari, la maggior parte dei quali vive in Iran.

I ricercatori iraniani furono arrestati nel gennaio del 2018 con l’accusa di spionaggio. In realtà lo furono in 9 ma uno di loro, Kavous Seyed Emami, morì per cause sconosciute poco dopo l’arresto. Tutti svolgevano la ricerca per conto della Persian Wildlife Heritage Foundation, un’associazione no profit ben conosciuta che ha stretti legami con le organizzazioni mondiali per la conservazione della natura (come l’Iucn) ed i Programmi Onu per la tutela dell’ambiente.

Ma se dicessimo che un epilogo simile sarebbe potuto accadere in Italia, e precisamente in Puglia? La prima reazione sarebbe dire «non è possibile». E invece lo è, certo non con accuse di stampo religioso ma per «violazione della privacy». Diciamo che sarebbe potuto accadere perché l’esito giudiziario di una storia analoga, realmente accaduta all’allora Direttore di un’importante area protetta, fu l’archiviazione.

L’ufficiale di polizia giudiziaria che denunciò quel Direttore militava e milita nel Corpo Forestale dello Stato (oggi Carabinieri Forestali) ed era alle dipendenze funzionali dello stesso Ente. La denuncia fu deposi

Lupo fototrappolato nel Parco Nazionale dell’Alta Murgia

tata presso la Procura territorialmente competente per violazione di alcuni articoli del Codice della Privacy che tutt’ora prevede, per i reati contestati, pene da 2 a 4 anni di carcere ed una sanzione pecuniaria da 10.000 a 120.000 euro.

La colpa di quel Direttore fu, secondo l’ufficiale forestale, quella di non aver adeguatamente tutelato le immagini acquisite dalle fototrappole installate nel Parco per monitorare alcune specie selvatiche, in particola lupo e cinghiale, rendendole così «disponibili» a chi avesse notato la presenza della fototrappola.

Ora, è bene sapere che una fototrappola null’altro è che una macchina fotografica digitale con scheda elettronica rimovibile nella quale si immagazzinano le immagini. Come per qualsiasi fotocamera digitale è anche possibile scaricare le immagini con un apposito cavetto. Qualsiasi tentativo di blindare fisicamente la fototrappola è vano perché il malfattore che se ne volesse impossessare spacca tutto quel che si frappone tra sé e la macchina e se la porta. Allo stesso modo, qualsiasi tentativo di occultarla ha percentuali di successo alquanto basse. Queste informazioni erano ben note al Forestale così come gli era ben noto il posizionamento delle fototrappole nel territorio del Parco. E ben noto gli era pure che quelle attrezzature avevano immortalato in svariate occasioni bracconieri ed altri trasgressori, puntualmente segnalati all’autorità giudiziaria. Chissà se non sia stato proprio questo il problema.

Comunque, evidentemente anch’egli accecato da una sorta di furore religioso, l’ufficiale Forestale andò dal magistrato e consegnò la denuncia. E se una denuncia proviene direttamente da un ufficiale di polizia giudiziaria, il magistrato di turno si guarda bene dal non tenerne conto. L’esito delle indagini però, come detto, non ha reso onore al Forestale perché dopo circa 18 mesi il pubblico ministero archiviò la vicenda per «infondatezza della notizia di reato».

Anche l’Autorità Garante della Tutela dei Dati Personali, coinvolta nella vicenda per la sanzione pecuniaria, archiviò la pratica ed annullò la sanzione dopo aver audito il Direttore incolpevole, scusandosi anche a nome dell’agente Forestale e dicendo che mai era accaduta una cosa del genere e che mai sarebbe dovuta accadere.

La notizia fece il giro di tutti i Direttori di aree protette che sospesero tutte le attività analoghe fino alla conclusione della vicenda. In questo caso la macchina giudiziaria ha lavorato al meglio, ma l’animo di quell’ufficiale Forestale non era molto distante da quello dei giudici iraniani.