Quel turismo rurale può far danni…

È il caso della legge regionale pugliese le cui modifiche apportate alla legge sul turismo rurale intervengono direttamente nelle procedure urbanistiche per rendere i fabbricati rurali idonei a svolgere attività turistiche. Lo fanno superando le previsioni eventualmente più restrittive degli strumenti urbanistici comunali e consentendo su immobili vincolati attività previste dalla legge regionale sul turismo rurale oggi sotto il giudizio della Corte Costituzionale a seguito di impugnazione del Governo nazionale (da Villaggio globale del 03 gennaio 2020)

 

Abbiamo approfondito, con l’aiuto di alcuni esperti, la portata dell’articolo 36 della legge regionale di assestamento di bilancio (l. r. n. 52/2019 del 30 novembre scorso), che ha modificato la legge regionale sul turismo rurale (l. r. n. 20/1998). La norma, si ricorderà, fu proposta dal Consigliere regionale Amati (PD) in sede di commissione Bilancio della Regione, da egli stesso presieduta, scatenando le proteste del mondo ambientalista e destando non poche preoccupazioni anche tra chi si occupa di assetto e pianificazione del territorio.

Della questione ci siamo già occupati su «Villaggio Globale» con un articolo apparso il 10 dicembre scorso. Ora riserve e perplessità trovano conferma anche in punto di diritto e si ha notizia che esse costituiscono oggetto di attenzione formale anche del Dipartimento della Regione Puglia competente in materia di Urbanistica, Paesaggio ed Ambiente.

Come già detto nel precedente articolo, norme spot ad uso di questo o di quel portatore di interesse possono depotenziare la tutela ambientale e paesaggistica senza rendere, peraltro, un buon servigio alla possibilità di intraprendere attività economiche in tranquillità da parte dei privati. Così è anche in questo caso.

Interferenze alle procedure urbanistiche

Le modifiche apportate alla legge sul turismo rurale intervengono direttamente nelle procedure urbanistiche per rendere i fabbricati rurali idonei a svolgere attività turistiche. Lo fanno superando le previsioni eventualmente più restrittive degli strumenti urbanistici comunali e consentendo su immobili vincolati attività previste dalla legge regionale sul turismo rurale (compresa la realizzazione di volumetrie aggiuntive fuori terra e la modificazione dei prospetti), oggi sotto il giudizio della Corte Costituzionale a seguito di impugnazione del Governo nazionale.

La norma oggi vigente ha cancellato il controllo regionale su tali interventi, fuorché nei casi in cui il Comune interessato non decida diversamente coinvolgendo il Consiglio comunale. Ha inoltre integrato direttamente negli stessi strumenti urbanistici le previsioni dell’articolo 45 delle norme tecniche di attuazione del Piano paesaggistico territoriale regionale (Pptr). È poi quantomeno discutibile il fatto che la norma sia stata inserita in un provvedimento legislativo avente tutt’altra finalità.

Le criticità

Tra le criticità vi è anche quella per cui l’emendamento, poi approvato dall’Aula, è stato inserito in sede di esame della legge di assestamento di bilancio in sede di esame del testo in Commissione consiliare senza alcuna relazione di accompagnamento. Questa circostanza spinse lo stesso Dipartimento regionale ad esprimere parere sfavorevole alla proposta, evidenziando la pericolosa genericità del testo. D’altra parte, passando ai «raggi X» la norma in esame, si rileva come essa non possa in alcun modo utilizzare le disposizioni del Pptr come varianti agli strumenti urbanistici. Infatti, le disposizioni del Pptr [che nel caso di specie riguardano interventi «ammissibili» (ma non «ammessi») ed «auspicabili» (termine tuttavia da non utilizzare mai in un testo normativo) nei territori costieri ed in quelli contermini ai laghi] sono riferiti a beni tutelati per legge dal Codice del Paesaggio e si applicano in precisi procedimenti amministrativi quali quelli di autorizzazione paesaggistica.

Insomma, quel che è stato definito nel Pptr, compreso l’apparato normativo di attuazione, è il frutto di un percorso giuridico-amministrativo ben definito di intesa tra Stato (ministero dei Beni culturali) e Regione e deriva direttamente dal Codice del Paesaggio. Non sarebbe perciò giuridicamente ammissibile che indicazioni di carattere paesaggistico si trasformino in norme urbanistiche immediatamente valide indistintamente su tutto il territorio regionale, addirittura senza considerare eventuali prescrizioni urbanistiche più restrittive degli strumenti di pianificazione comunali.

Con la norma introdotta la Regione si spoglierebbe dei poteri di pianificazione territoriale affidatile dalla Costituzione in relazione, peraltro, a luoghi ambientalmente e paesaggisticamente rilevanti come i territori costieri.

Infine, se l’applicabilità della norma in questione, ad esempio, al territorio di Costa Ripagnola a Polignano a Mare non è per nulla scontata per una serie di ragioni tecniche e giuridiche e, soprattutto, perché lì si è in presenza di un progetto (il progetto Serim per la realizzazione di un resort turistico-alberghiero) di trasformazione territoriale già approvato definitivamente pur se oggi sotto procedimento penale, lo stesso non può dirsi per altri territori. Tra essi anche quello di Fasano la cui amministrazione comunale aveva proposto alla Regione Puglia una variante al proprio piano regolatore con la quale si volevano introdurre le destinazioni a turismo rurale degli edifici senza attivare alcuna variante urbanistica, come invece previsto dalle norme regionali.

La proposta, così come formulata dal Comune di Fasano, non fu accolta dagli uffici urbanistici della Regione ma è rientrata dalla finestra, questa volta con forza di legge, attraverso l’emendamento alla legge di assestamento di bilancio regionale dello scorso novembre che ha soppresso il parere regionale sulle varianti urbanistiche.

Tre strade

Queste, in sostanza e cercando di renderle comprensibili, le criticità emerse. Ora le strade sono tre.

La prima è lasciare operare la norma modificata determinando, però, possibili ricadute negative sul territorio regionale e confusione nell’applicazione delle norme da parte degli uffici comunali e regionali.

La seconda è che la Giunta regionale, oppure uno o più consiglieri regionali, propongano una norma di abrogazione delle disposizioni introdotte con l’emendamento famigerato.

La terza, non lontana dal novero delle maggiori probabilità, è che il Governo nazionale impugni dinanzi alla Corte Costituzionale anche quest’ulteriore modifica della legge regionale sul turismo rurale che, però, continuerebbe a produrre effetti fino ad eventuale dichiarazione di illegittimità.

Il Governo può esercitare questa facoltà fino alla fine di questo mese di gennaio.

Revamping, una facile previsione

Resta la sensazione che questa legge della Regione Puglia impugnata dal Governo, sia stata un’autentica forzatura, soprattutto per il mancato confronto con i diversi attori del settore. Una norma scritta in solitudine dal proponente (consigliere di maggioranza) che ora trova il primo fondamentale sbarramento (da Villaggio globale – 20 settembre 2019)

 

 

Come avevamo pronosticato su «Villaggio Globale» nel giugno scorso, il Governo ha impugnato la legge regionale pugliese su idrogeno e revamping come citato ieri nel comunicato stampa del Governo: «[ha deliberato di impugnare] la legge della Regione Puglia n. 34 del 23/07/2019, recante “Norme in materia di promozione dell’utilizzo di idrogeno e disposizioni concernenti il rinnovo degli impianti esistenti di produzione di energia elettrica da fonte eolica e per conversione fotovoltaica della fonte solare e disposizioni urgenti in materia di edilizia”, in via meramente cautelativa e salvo ulteriori approfondimenti, anche con riferimento alle modifiche proposte dalla Regione Puglia, in quanto alcune previsioni ivi contenute appaiono contrastare con la competenza esclusiva statale in materia di tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, di cui all’articolo 117, secondo comma, lett, s), della Costituzione, nonché con i principi fondamentali della legislazione statale in materia di “produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia”, in violazione dell’articolo 117, terzo comma, della Costituzione”».

Nel comunicato si fa riferimento a modifiche proposte dalla Regione Puglia alla legge impugnata che, tuttavia, non hanno ancora trovato conferma in sede regionale.

La Regione Puglia si costituirà in giudizio contro la decisione del Governo per avere il responso della Corte sulle fattispecie oggetto di impugnativa. Vedremo quel che accadrà. Resta la sensazione che questa legge sia stata un’autentica forzatura, soprattutto per il mancato confronto con i diversi attori del settore. Una norma scritta in solitudine dal proponente (consigliere di maggioranza) che ora trova il primo fondamentale sbarramento.

Cave, la legge pugliese a rischio costituzionalità

Il vulnus potrebbe essere rappresentato dal fatto che il Consiglio regionale pugliese dà per scontato che nei piani di recupero di cave nelle aree protette (in tutte, anche in quelle nazionali) si possa esercitare attività estrattiva, stabilendo, a vantaggio dell’area protetta che, nell’ambito degli interventi di recupero, «gli oneri per l’esercizio dell’attività estrattiva sono maggiorati del 50 per cento e sono versati annualmente da ciascun esercente per il 70 per cento del totale dovuto a favore dell’autorità di gestione dell’area protetta interessata e per il restante 30 per cento alla Regione» (da Villaggio globale 21 giugno 2019)

 

Il Consiglio regionale della Puglia ha approvato, l’11 giugno scorso, a maggioranza, la nuova legge sull’attività estrattiva («Nuova disciplina generale in materia di attività estrattiva»). Il nuovo testo succede a quello molto datato, risalente al 1985, con il quale il territorio regionale è stato letteralmente massacrato dalle cave per insufficienza della stessa legge e per lassismo gestionale.

Un tentativo di porre rimedio fu posto con il Piano regionale delle attività estrattive (Prae) che ha cercato di riorganizzare quest’attività economica articolandola sul territorio regionale: una serie di bacini di utilizzazione per i quali elaborare piani specifici di coltivazione e di estrazione del materiale lapideo.

L’applicazione del Prae, però, si è dovuta ben presto confrontare con la crisi economica dell’ultimo decennio durante la quale l’attività estrattiva ha subìto un drastico calo di fatturato. Vorremmo però soffermarci su un solo articolo, il 14 rubricato «Interventi di recupero ambientale delle cave dismesse».

L’articolo riguarda, appunto, il recupero di cave dismesse in tutto il territorio regionale ma, in realtà, dovrebbe servire, nella volontà del legislatore regionale, a disciplinare tale attività nelle aree protette e nei Siti Natura 2000. Per farlo si è mutuato molto del lavoro messo nero su bianco nello schema di Regolamento del Parco nazionale dell’Alta Murgia, adottato da quell’Ente Parco fin dal 2010. La norma proposta dal secondo Parco nazionale istituito in Puglia, e tutt’ora contenuta nello schema di Regolamento del Parco in fase di approvazione da parte del ministero dell’Ambiente previa intesa della stessa Regione, prevede che le ferite lasciate aperte dall’attività estrattiva possano essere almeno in parte rimarginate con specifici progetti di recupero. La finalizzazione del recupero di una cava, secondo lo schema di Regolamento del Parco può essere per «scopi naturalistici, quali la realizzazione interventi per la nidificazione di specie di interesse conservazionistico, per scopi scientifici ed educativi, quale l’approntamento di luoghi adatti allo studio ed alla osservazione geologica o paleontologici, per scopi fruitivi, ricreativi e museali, quali l’approntamento di luoghi adatti ad una fruizione organizzata di valori geologici, naturalistici, paleontologici, storici, relativi ai tradizionali sistemi di cava e all’utilizzo monumentale delle pietre della cava».

La coerenza tra le nuove norme regionali sulle attività estrattive e le regole che disciplinano questo settore nelle aree protette nazionali, ad esempio nei Parchi nazionali dovrebbe essere data da un inciso nel testo per cui «L’istanza per la realizzazione degli interventi di recupero di cui al comma 6, fatta salva la compatibilità con il regolamento di cui all’articolo 11 della l. 394/1991, è ammissibile solo previa stipula di apposita convenzione con l’autorità di gestione dell’area protetta interessata».

Il vulnus potrebbe essere rappresentato dal fatto che il Consiglio regionale pugliese dà per scontato che nei piani di recupero di cave nelle aree protette (in tutte, anche in quelle nazionali) si possa esercitare attività estrattiva, stabilendo, a vantaggio dell’area protetta che, nell’ambito degli interventi di recupero, «gli oneri per l’esercizio dell’attività estrattiva sono maggiorati del 50 per cento e sono versati annualmente da ciascun esercente per il 70 per cento del totale dovuto a favore dell’autorità di gestione dell’area protetta interessata e per il restante 30 per cento alla Regione». Insomma, a scanso di equivoci sarebbe bastato introdurre una semplice norma di rinvio alle disposizioni pianificatorie e regolamentari delle aree protette nazionali senza assumersi rischi di impugnazione da parte del Governo dinanzi alla Corte Costituzionale.Un po’ poco per non incorrere nelle censure sulla costituzionalità della previsione, intanto perché la legge quadro sulle aree protette (la n. 394/1991 al comma 3., lett. b) dell’articolo 11) dice chiaramente che nei Parchi nazionali sono vietati l’apertura e l’esercizio di cave, di miniere e di discariche, nonché l’asportazione di minerali, delegando, questo è vero, al Regolamento del Parco di stabilire eventuali deroghe al divieto.nali, ad esempio nei Parchi nazionali dovrebbe essere data da un inciso nel testo per cui «L’istanza per la realizzazione degli interventi di recupero di cui al comma 6, fatta salva la compatibilità con il regolamento di cui all’articolo 11 della l. 394/1991, è ammissibile solo previa stipula di apposita convenzione con l’autorità di gestione dell’area protetta interessata».