Il ritorno dell’Uro

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Vacche podoliche al pascolo nel Parco Nazionale dell’Alta Murgia (Foto Stazione Biologica Corte Cicero)

Paolo Breber, biologo e storico, già Direttore dell’attuale Istituto per le Risorse Biologiche e le Biotecnologie Marine – IRBIM – del CNR di Lesina, tra i più importanti esperti di cani da lavoro, offre una sua riflessione sulla possibilità di un ruolo attuale per i bovini primitivi (anche su Villaggio Globale)

 

Paolo Breber

e razze bovine primitive come la Podolica (una volta si chiamava Pugliese) con la loro limitata produttività e la scarsa adattabilità alla vita meccanizzata sembrerebbero non avere più un posto nel quadro zootecnico di moda oggi. Di fatto, però, si sta aprendo una nuova possibilità per questo di tipo di erbivoro. Alcuni paesi europei come Olanda e Germania, stanno riscoprendo le razze domestiche primitive come mezzo per tenere sotto controllo la vegetazione dei parchi naturali. Questi territori sono spesso troppo ristretti in estensione per consentire lo sviluppo di un ecosistema naturale completo di popolazioni di erbivori selvatici e relativi grandi predatori, ma al contempo sono troppo grandi perché squadre di manodopera siano in grado di gestire la dinamica ambientale. La dove la vegetazione cresce senza prelievo nasce una macchia impenetrabile e l’accumulo di massa legnosa morta offre occasione a incontrollabili conflagrazioni al primo mozzicone di sigaretta.

 

Per tenere sotto controllo la vegetazione in questo tipo di situazione si deve seriamente riconsiderare il pascolo estensivo di razze come la Podolica, razze che offrono i vantaggi dell’autosufficienza delle specie selvatiche unitamente alla gestibilità di quelle domestiche. In Olanda dove non hanno più razze primitive da destinare al ruolo ecologico suddetto è in corso di realizzazione un progetto di ricostituzione dell’Uro, l’antico bovino selvatico estintosi nel ‘600.  Per ricomporre il corredo genetico di quest’animale stanno impiegando, pensate un po’, la nostra Podolica oltre alla Maremmana Primitiva e quattro razze spagnole.

Cacicavallo di vacca podolica (Foto Stazione Biologica Corte Cicero)

La Podolica, come la si può osservare sul Gargano, è abituata a vivere in ambienti anche aspri e accidentati dove bruca non solo l’erba in tempi di grascia ma anche i rami dei cespugli e degli alberi in tempi di magra. Tale azione sulla vegetazione favorisce fauna e flora in molteplici modi, in maniera particolare arrestando l’espansione del bosco a scapito della prateria. Con corridoi e radure che si vengono a creare dall’azione dei bovini il territorio si mantiene aperto e percorribile, aspetto importante per un luogo destinato alla fruizione naturalistica. La Podolica ha una indole tranquilla e basta del filo spinato per contenerla, ciò a differenza di erbivori selvatici che richiedono costosissime recinzioni di rete grossa. Grazie alla sua indole pacifica questo bovino può essere lasciato libero in presenza di escursionisti senza che vi sia pericolo, anche con il toro. Comunque sia, nulla di più agevole segregarli in orario di pubblico data, appunto, la loro domesticità. Importante è stabilire con precisione il carico di bestiame per superficie di territorio perché gli animali devono essere indotti a brucare non solo l’erba ma anche la vegetazione loro meno grata, quella fibrosa e legnosa. Il nucleo di bovini deve comprendere toro e vacche in giusti rapporti di numero e la riproduzione va lasciate a se stessa. Quando il numero di capi diventa eccessivo si può provvedere alla regolare macellazione dell’esubero. Si può ben immaginare quanto potrà essere “biologica” tale carne. Anche qui si vuol far notare la convenienza di impiegare una specie domestica nelle aree verdi rispetto a, per esempio, il daino molto più difficile da contenere e da gestire, sia da un punto di vista tecnico, sia da quello normativo. La Podolica, oltretutto, costituisce di per se un elemento attraente e qualificante del paesaggio. Le razze primitive hanno un maggiore valore estetico rispetto a quelle acorni, altamente modificate e imbruttite dall’industria zootecnica.

Paolo Breber

A Bari il canto d’amore dei rospi smeraldini

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In un cantiere fermo da anni nel capoluogo di regione, i basamenti per ospitare gli enormi pilastri si sono trasformati in stagni temporanei che ospitano questa specie di anfibi a rischio di conservazione soprattutto in Puglia (la Repubblica – Bari on line – 25 aprile 2020)

Laghi di Conversano – Rospi smeraldini in accoppiamento (Foto Cristiano Liuzzi)

 

n questo periodo sotto la scure del Covid-19, le immagini di fauna selvatica e semiselvatica che si appropria delle città è all’ordine del giorno. Ed anche Bari non si sottrae a questo evento. Il capoluogo, si sa, è sorto su un territorio solcato da decine di lame, antichi letti carsici di fiumi che hanno origine dall’altopiano dell’Alta Murgia. Una scuola di pensiero ritiene addirittura che il nome della città derivi dal greco βαρύς, cioè sottoposto rispetto al livello del mare. E così è bastato poco, appena un mese di tranquillità praticamente totale ed un cantiere edile fermo ormai da svariati anni perché, in una zona semicentrale della città e molto frequentata, i rospi smeraldini (Bufotes balearicus) trovassero le condizioni ideali per la loro stagione degli amori.

 

 

Il mese di aprile, infatti, è il periodo cruciale per la riproduzione di questa specie di anfibi estremamente sensibile alle mutazioni ambientali. Ed ecco che, camminando in prossimità del cantiere della società Immoberdan srl afferente al gruppo Nitti costruzioni (oggi in curatela fallimentare e con piano di lottizzazione già convenzionato con il Comune di Bari) ed adiacente alla stazione delle Ferrovie Sud-Est ed alla ex Fibronit, si viene catturati dal canto amoroso dei rospi smeraldini che hanno trovato il loro habitat nei basamenti degli enormi pilastri non ancora innalzati e divenuti veri e propri stagni temporanei. La notevole quantità di piogge degli ultimi giorni ha reso quegli habitat ancora più accoglienti.

Il declino delle popolazioni di anfibi è una delle “piaghe” ambientali degli ultimi decenni perché la loro presenza ha una notevole importanza negli equilibri ecologici dei territori. In Puglia il declino è ancora più avvertito. Il sottosuolo carsico non consente di avere raccolte d’acqua permanenti e, quindi, gli stagni temporanei (ne abbiamo parlato qui e qui) costituiscono straordinari micro ecosistemi da tutelare. Il destino del rospo smeraldino, i cui adulti raggiungono al massimo la dimensione di 10 cm, pur tutelato dalla Convenzione di Berna e dalla Direttiva UE “Habitat”, è a rischio nella nostra regione.

 

 

«Sembra quasi paradossale la presenza di questa popolazione urbana di rospo smeraldino – ci dice Cristiano Liuzzi, biologo naturalista esperto della Societas Herpetologica Italica -. La specie è molto sensibile alle condizioni ambientali e in molte aree regionali appare in drammatico e costante declino con conclamati casi a livello locale di intere popolazioni estinte o rarefatte ed altre in stato molto critico, come ad esempio nella Riserva regionale dei Laghi di Conversano, solo pochi km a sud-est di Bari.» Questi smeraldini baresi, seppur isolati tra case e palazzi, secondo Liuzzi, hanno trovato il loro “habitat”, ma proprio il loro isolamento li rende particolarmente sensibili; basterebbe un’alterazione anche minima a farli scomparire.

Giovanni Scillitani, docente presso il Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro e responsabile scientifico del Museo di Zoologia “Lidia Liaci” presso lo stesso Dipartimento, ritiene che vadano adottate alcune azioni per la tutela di questo nucleo di rospi smeraldini. «Intanto – dice Scillitani – la rimozione e la messa in sicurezza di sostanze pericolose intendendo non solo materiali tossici, ma anche inerti come sabbia e ghiaia che potrebbero finire per cause accidentali nelle raccolte d’acqua e seppellire le uova o le larve. Per lo stesso motivo bisogna impedire la frana dei bordi della raccolta d’acqua». Ricordiamo che quell’area è stata oggetto di attenzione della magistratura penale che ha imposto alle Ferrovie Sud-Est ed anche alla Immoberdan srl la bonifica da metalli pesanti. «Ed ancora – prosegue Scillitani – le raccolte d’acqua dovrebbero essere messe in sicurezza nel senso di evitare che cani, gatti, ratti possano cadere in acqua, morire e inquinarla decomponendosi. Così come si dovrebbero poggiare sui bordi dei basamenti dei pilastri delle semplici rampe d’uscita come una trave oppure una rete di plastica».

Chi dovrebbe e potrebbe intervenire? Sicuramente il proprietario/curatore dell’area cui l’amministrazione comunale potrebbe imporre azioni stagionali fino a che il cantiere non riprenda le attività. In quel caso, si dovrebbe provvedere per tempo a prelevare i girini ed a spostarli in altro sito riproduttivo. Ma la stessa amministrazione guidata da Antonio Decaro potrebbe replicare nell’adiacente area ex Fibronit, ora bonificata ed avviata a divenire parco pubblico, una situazione ambientale favorevole ai rospi smeraldini tanto da divenire una piccola riserva erpetologica come l’area del Portello a Milano.

Fabio Modesti

 

Linee guida per la gestione di animali da compagnia sospetti di infezione dal SARSCoV2

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Le indicazioni e i chiarimenti contenuti nelle Linee-guida hanno, anche, lo scopo d’impedire possibili congetture, pregiudizi e speculazioni che porterebbero ad una immotivata zoofobia, prevenendo così fenomeni di abbandono degli animali d’affezione come cani e gatti con conseguente aumento del randagismo. Della questione ci siamo già occupati poco tempo fa in questo articolo.

 
Foto Fabio Modesti
 
Il Ministero della Salute ha redatto le Linee guida per la gestione di animali da compagnia sospetti di infezione dal SARSCoV2. Nel comunicato del Ministero si legge che «nonostante, allo stato attuale, non vi siano evidenze scientifiche che gli animali possano rappresentare un rischio di trasmissione del virus SARS-CoV-2, agente eziologico del Covid 19, per l’uomo poiché la via principale della trasmissione di detto virus è il contagio interumano, tuttavia l’OIE (Organizzazione Mondiale per la Sanità Animale) ha raccomandato di utilizzare l’approccio One Health per condividere informazioni ed effettuare una valutazione del rischio mirata a decidere, sotto il profilo epidemiologico e qualora le risorse siano disponibili, se testare un animale da compagnia che ha avuto contatti stretti con una persona/proprietario infetto da Covid-19».
 

Il documento ha due scopi:
– fornire linee guida sulla gestione degli animali da compagnia in casi di infezione umana all’interno del gruppo familiare, per minimizzare il rischio di diffusione e nel contempo tutelare il benessere animale;
– indicare un metodo di campionamento razionale che permetta una valutazione del rischio, senza spreco di reagenti preziosi per la salute umana.

In caso di infezione da COVID-19 in un nucleo familiare, si prospettano due possibili scenari:
Scenario A
Nucleo familiare composto da una o più persone sospette di infezione o infette, poste in quarantena
presso il loro domicilio.

Scenario B
Nucleo familiare composto da una o più persone sottoposte a ricovero per COVID-19, con animali che restano soli.