Difesa Grande, bosco dimenticato – #1

È il più grande ed importante bosco naturale della provincia di Bari, in attesa di divenire area protetta regionale da 23 anni. Il terribile incendio del 2012 e la gestione che non c’è

Lago d’Olmo nel Bosco Difesa Grande (Foto Vito Lombardi)

ifesa Grande è il più vasto bosco naturale in provincia di Bari. Un insieme di microhabitat forestali di straordinaria importanza conservazionistica. Piccole zone umide si alternano a garighe e a lembi di boschi d’alto fusto. È stato, non sapremmo dire se lo è ancora, il fiore della dignità civica di Gravina in Puglia fin dal medioevo. Nelle “Notizie storiche sulla città di Gravina” di Domenico Nardone, si dice che al tempo di Federico II di Svevia, Gravina venne definita dall’Imperatore “Giardino di letizie” perché «Gravina si distingueva più che mai dalle altre terre di Puglia […] per i numerosi e vasti boschi tutti popolati di armenti e ricchi di selvaggina […]». A tre chilometri dal centro abitato c’era e non c’è più, la “Foresta o Selva Orsini”. In un documento del 1309, racconta padre D’Amico nella sua “Fitostoria della provincia di Bari” del 1955, è definita patrimonio feudale. Alla sua tutela e gestione era demandato un magister forestarum e la selva era riserva di caccia dell’Imperatore.

L’acquisto del bosco

Nel XVI secolo l’Università (l’attuale Comune) di Gravina acquistò dal Viceré il Bosco Difesa attiguo alla Selva di cui abbiamo detto e la chiesa che ne faceva da confine era dedicata a S. Donato della Selva. D’Amico racconta che il più antico documento che attesta esistenza e proprietà di Difesa Grande è datato 1084 d.C. Racconta anche che il bosco fu salvato dalla furia disboscatrice del XIX secolo grazie all’accortezza dei dirigenti del Comune che dimostrarono come il bosco non appartenesse al Demanio ma fosse proprietà patrimoniale acquisita nel XVI secolo e che, quindi, non poteva essere assoggettato alle quotizzazioni per il taglio. Racconta lo storico Nardone: «Tutto il fondo è diviso in 6 sezioni. In ognuna vi è un fabbricato rurale con ricetti per gli animali e ricoveri per il personale. Il Comune poi, oltre al reddito che può ricavare dal taglio della legna, ne fitta annualmente il pascolo per sezione, ricavando un utile che oscilla secondo le annate. Nel sessennio 1925-1930 si ebbe un reddito di Lire 150.000 annue». In quel periodo l’estensione di Difesa Grande era di oltre 1.898 ettari. Oggi quel bosco continua a svolgere il proprio “lavoro ecologico”, non ha subito gravi mutilazioni nell’estensione che resta tutt’oggi di circa 1.890 ettari, ma ha subìto il più grande degli affronti per molto tempo: l’oblío. Non dei cittadini che al bosco comunale si sono sempre rivolti per le più svariate attività (dagli usi civici – anche se il bosco di difesa ne dovrebbe essere salvaguardato – alla raccolta di erbe spontanee e di funghi; dall’attività sportiva alla caccia  – che pure dovrebbe essere bandita -), ma delle amministrazioni che si sono succedute. Il Bosco Difesa Grande e  la gravina di Gravina in Puglia sono tra le aree protette da istituire ai sensi della legge regionale n. 19/1997. Anche in questo caso, dopo 23 anni si sta ancora aspettando la tutela effettiva. Nel frattempo si è fatto in modo che il bosco fosse protetto dalle norme comunitarie della direttiva “Habitat” come Zona Speciale di Conservazione (ZSC) e che si spendessero un bel po’ di quattrini per un piano di gestione approvato dalla Giunta regionale nel 2009.

Radura con ceduo di roverella nel Bosco Difesa Grande (Foto Chiara Mattia)

Il grande incendio del 2012

Ma di gestione, finora, Difesa Grande non ne ha vista. Il parco nazionale dell’Alta Murgia, pur non avendo competenza sull’area, ha aiutato il comune di Gravina tentando di far rivivere uno dei più importanti vivai forestali della Puglia abbandonato da tempo e situato proprio nel bosco. 70.000 Euro che il parco nazionale stanziò nel 2011 e che furono come manna dal cielo per Gravina dopo che un incendio disastroso mandò in fumo oltre 700 ettari di Difesa Grande. Con grandi difficoltà quelle risorse hanno consentito di assumere fino a quattro unità di personale e produrre migliaia di piante forestali autoctone in parte utilizzate anche per opere pubbliche. Oggi il vivaio continua a produrre sia pure con una sola persona. Ma su Difesa Grande il racconto non finisce qui.

Fabio Modesti

A Bari il canto d’amore dei rospi smeraldini

In un cantiere fermo da anni nel capoluogo di regione, i basamenti per ospitare gli enormi pilastri si sono trasformati in stagni temporanei che ospitano questa specie di anfibi a rischio di conservazione soprattutto in Puglia (la Repubblica – Bari on line – 25 aprile 2020)

Laghi di Conversano – Rospi smeraldini in accoppiamento (Foto Cristiano Liuzzi)

 

n questo periodo sotto la scure del Covid-19, le immagini di fauna selvatica e semiselvatica che si appropria delle città è all’ordine del giorno. Ed anche Bari non si sottrae a questo evento. Il capoluogo, si sa, è sorto su un territorio solcato da decine di lame, antichi letti carsici di fiumi che hanno origine dall’altopiano dell’Alta Murgia. Una scuola di pensiero ritiene addirittura che il nome della città derivi dal greco βαρύς, cioè sottoposto rispetto al livello del mare. E così è bastato poco, appena un mese di tranquillità praticamente totale ed un cantiere edile fermo ormai da svariati anni perché, in una zona semicentrale della città e molto frequentata, i rospi smeraldini (Bufotes balearicus) trovassero le condizioni ideali per la loro stagione degli amori.

 

 

Il mese di aprile, infatti, è il periodo cruciale per la riproduzione di questa specie di anfibi estremamente sensibile alle mutazioni ambientali. Ed ecco che, camminando in prossimità del cantiere della società Immoberdan srl afferente al gruppo Nitti costruzioni (oggi in curatela fallimentare e con piano di lottizzazione già convenzionato con il Comune di Bari) ed adiacente alla stazione delle Ferrovie Sud-Est ed alla ex Fibronit, si viene catturati dal canto amoroso dei rospi smeraldini che hanno trovato il loro habitat nei basamenti degli enormi pilastri non ancora innalzati e divenuti veri e propri stagni temporanei. La notevole quantità di piogge degli ultimi giorni ha reso quegli habitat ancora più accoglienti.

Il declino delle popolazioni di anfibi è una delle “piaghe” ambientali degli ultimi decenni perché la loro presenza ha una notevole importanza negli equilibri ecologici dei territori. In Puglia il declino è ancora più avvertito. Il sottosuolo carsico non consente di avere raccolte d’acqua permanenti e, quindi, gli stagni temporanei (ne abbiamo parlato qui e qui) costituiscono straordinari micro ecosistemi da tutelare. Il destino del rospo smeraldino, i cui adulti raggiungono al massimo la dimensione di 10 cm, pur tutelato dalla Convenzione di Berna e dalla Direttiva UE “Habitat”, è a rischio nella nostra regione.

 

 

«Sembra quasi paradossale la presenza di questa popolazione urbana di rospo smeraldino – ci dice Cristiano Liuzzi, biologo naturalista esperto della Societas Herpetologica Italica -. La specie è molto sensibile alle condizioni ambientali e in molte aree regionali appare in drammatico e costante declino con conclamati casi a livello locale di intere popolazioni estinte o rarefatte ed altre in stato molto critico, come ad esempio nella Riserva regionale dei Laghi di Conversano, solo pochi km a sud-est di Bari.» Questi smeraldini baresi, seppur isolati tra case e palazzi, secondo Liuzzi, hanno trovato il loro “habitat”, ma proprio il loro isolamento li rende particolarmente sensibili; basterebbe un’alterazione anche minima a farli scomparire.

Giovanni Scillitani, docente presso il Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro e responsabile scientifico del Museo di Zoologia “Lidia Liaci” presso lo stesso Dipartimento, ritiene che vadano adottate alcune azioni per la tutela di questo nucleo di rospi smeraldini. «Intanto – dice Scillitani – la rimozione e la messa in sicurezza di sostanze pericolose intendendo non solo materiali tossici, ma anche inerti come sabbia e ghiaia che potrebbero finire per cause accidentali nelle raccolte d’acqua e seppellire le uova o le larve. Per lo stesso motivo bisogna impedire la frana dei bordi della raccolta d’acqua». Ricordiamo che quell’area è stata oggetto di attenzione della magistratura penale che ha imposto alle Ferrovie Sud-Est ed anche alla Immoberdan srl la bonifica da metalli pesanti. «Ed ancora – prosegue Scillitani – le raccolte d’acqua dovrebbero essere messe in sicurezza nel senso di evitare che cani, gatti, ratti possano cadere in acqua, morire e inquinarla decomponendosi. Così come si dovrebbero poggiare sui bordi dei basamenti dei pilastri delle semplici rampe d’uscita come una trave oppure una rete di plastica».

Chi dovrebbe e potrebbe intervenire? Sicuramente il proprietario/curatore dell’area cui l’amministrazione comunale potrebbe imporre azioni stagionali fino a che il cantiere non riprenda le attività. In quel caso, si dovrebbe provvedere per tempo a prelevare i girini ed a spostarli in altro sito riproduttivo. Ma la stessa amministrazione guidata da Antonio Decaro potrebbe replicare nell’adiacente area ex Fibronit, ora bonificata ed avviata a divenire parco pubblico, una situazione ambientale favorevole ai rospi smeraldini tanto da divenire una piccola riserva erpetologica come l’area del Portello a Milano.

Fabio Modesti

 

Nei boschi di Acquaviva dopo la segregazione

Riusciremo a vedere le peonie, fiori effimeri, nei boschi tra Acquaviva delle Fonti, Cassano delle Murge e Santeramo in Colle ai primi di maggio? Un’altra sfida al Covid-19 che bisogna vincere. Sempre in sicurezza ma, finalmente, uscendo di casa (Villaggio Globale 16 aprile 2020) – (la Repubblica-Bari 08 maggio 2020)

ra la fine di aprile e l’inizio di maggio nei boschi di Puglia si presenta uno spettacolo mirabile: sbocciano le peonie (Paeonia mascula). E nei radi boschi pugliesi, cedui matricinati o meno, tra i pochi di alto fusto, ammirare il gran fiore scarlatto della peonia ritempra lo spirito sia pure per un tempo effimero, solo per qualche giorno prima della sfioritura naturale. E speriamo lo ritempri ancor di più se riusciremo ad uscire al tempo giusto da questa clausura domiciliare anti Covid-19. Tra i boschi con peonie merita particolare citazione quello, o meglio, quelli racchiusi in un lembo di territorio che prelude alle murge sud-orientali. Poco fuori dai confini del parco nazionale dell’Alta Murgia, nei territori di Cassano delle Murge, di Acquaviva delle Fonti e di Santeramo in Colle resistono i relitti di vestigia boscate di tutto rispetto e dense di storia e di storie, alcune delle quali in realtà leggende. Però quei relitti hanno importanza botanica e paesaggistica ancora straordinarie. Per raggiungere il nuovo ospedale “Miulli” di Acquaviva delle Fonti si procede sulla provinciale che la collega a Santeramo in Colle. Dalla strada è possibile vedere una continuità boscosa piuttosto fitta. Sono i boschi di Mesola, di Collone e di Curtomartino. Peraltro, lì c’è una parte del vecchio ospedale Miulli, ora presidio ospedaliero. Si tratta di boschi misti ma paesaggisticamente molto interessanti ed ecologicamente importanti. Come un po’ tutti i nostri boschi di caducifoglie, c’è una notevole varietà di specie quercine: dalla virgiliana ai confini con la Murgia Alta, al fragno verso l’entroterra e poi ancora al cerro. Ed ancora quercia di Palestina che si accompagna con la fillirea nel sottobosco. Certo, anche qui è difficile trovare esemplari di querce secolari, quelle che hanno visto di sicuro l’avvicendarsi di molti regimi e regni ed infine quello sabaudo succeduto a quello delle due Sicilie. Gli esemplari che hanno visto le risme di briganti del Sergente Romano che facevano il bello ed il cattivo tempo e l’esercito sabaudo che non esitava a dar fuoco a quei boschi per snidarle. Il bosco di Mesola, in particolare – e con un piano di gestione ed un regolamento vigenti ma di fatto non applicati -, è tutelato dalla direttiva comunitaria “Habitat” proprio per la varietà della composizione vegetale e costituisce un prosieguo naturale del territorio dell’Alta Murgia con il suo parco nazionale e con un altro sito di importanza comunitaria. Vi è, cioè, una continuità ecologica e paesaggistica tra il secondo parco nazionale pugliese e questa parte di Terra di Bari del sud-est. Una continuità che l’amministrazione comunale di Acquaviva delle Fonti ha cercato di concretizzare con una proposta di adesione al parco nazionale dell’Alta Murgia ad oggi non riuscita. Non è facile ricucire il territorio di Acquaviva al parco perché di mezzo c’è l’agro di Cassano delle Murge che pure è comune del parco ma che ha non poche difficoltà a consentire l’”annessione” all’area protetta di altre superfici. Anche perché le storie urbanistiche di questi comuni sono particolarmente complesse e soggette a cambi di direzione repentini. I piani regolatori sono datati ed in nuovi piani urbanistici generali (PUG) stentano a prender forma. Come si sa, gli strumenti urbanistici purtroppo sono elaborati di fatto soprattutto in base alla proprietà fondiaria e ben poco avendo riguardo alle esigenze di corretto sviluppo e tutela di ecosistemi. Così, tutto il processo di adesione di Acquaviva al parco si è bloccato ma è in corso di elaborazione il PUG e così per Cassano Murge. Chissà che la lungimiranza di quegli amministratori non riesca a tracciare un sentiero che consenta l’ingresso anche di Acquaviva nel parco nazionale dell’Alta Murgia.

Fabio Modesti