Costa Ripagnola, sogno infranto?

La legislatura regionale che sta per concludersi potrebbe essere la meno produttiva per la tutela del territorio pugliese.  In 25 anni l’istituzione di aree protette regionali è drammaticamente calata fino a raggiungere i minimi storici attuali. L’esile speranza per il Parco di Costa Ripagnola (Villaggio Globale 29 maggio 2020)

Piccola pineta artificiale nell’istituendo Parco Regionale di Costa Ripagnola (Foto Fabio Modesti)

Il 3 giugno la V Commissione del consiglio regionale pugliese avvia la discussione sul disegno di legge adottato dalla giunta regionale il 25 febbraio scorso per istituire il parco di Costa Ripagnola. La domanda che ci si pone è se l’assemblea regionale ce la farà ad approvare la legge prima della scadenza della legislatura con le elezioni che, al più tardi, pare, si svolgeranno a fine settembre. Se si guarda ai lavori che attendono la commissione guidata dal mesagnese Mauro Vizzino, sembrerebbe che il compito sia improbo. Sono giunte oltre 100 richieste di audizione ed il clima politico sulla vicenda è tutt’altro che sereno. La maggioranza regionale sembra spaccata ed il Comune di Polignano ha dichiarato guerra al provvedimento licenziato dalla giunta Emiliano. Radiofante dice che sono in corso manovre per cercare una mediazione che però appare complessa e difficile.

Se Costa Ripagnola non diventa Parco

Se la legge non fosse approvata in questa legislatura, accadrebbero due cose rilevanti. La prima, che le misure di salvaguardia oggi vigenti decadrebbero e quel territorio si troverebbe privo di una tutela primaria con l’area del progetto SERIM dell’imprenditore Scagliusi a Ripagnola, ancora sotto sequestro penale. La seconda è che la decima legislatura regionale sarebbe l’ulteriore (sempre con maggioranza di centrosinistra) in 25 anni a non aver istituito alcuna area protetta. Un primato negativo di non poco conto che Emiliano annovererebbe nel suo curriculum. Non un buon segnale per le prossime elezioni.

I dati spietati

I dati sono spietati. Nella sesta legislatura (1995-2000) a guida centro-destra con presidente Salvatore Distaso, nel 1997 è stata approvata la legge regionale n. 19 per l’istituzione e la gestione delle aree protette in Puglia, la c.d. “legge madre”. Ma è anche stata data l’intesa per l’istituzione del Parco Nazionale del Gargano (1995) e quella per l’istituzione dell’area marina protetta di Porto Cesareo (1997). Inoltre è stato avviato e completato il censimento dei Siti Natura 2000 (1996) trasmesso alla Commissione UE tra i primi in Italia. Nella settima legislatura (2000-2005) si è cominciato a strutturare gli uffici, prima inesistenti, per occuparsi di protezione della natura e di assistenza tecnico-amministrativa alle autorità di gestione delle aree. Si è integrata la legge regionale n. 19/1997 con l’area di lama Belvedere a Monopoli (2001) e sono state istituite le prime sei aree protette regionali (2002). Sono stati anche riclassificati i vecchi parchi di Porto Selvaggio e Lama Balice (2004). Sempre nel corso della settima legislatura è stata data l’intesa per l’istituzione del parco nazionale dell’Alta Murgia (2004).

L’ottava legislatura (2005-2010), la prima con presidente Nichi Vendola, ha sfornato dodici leggi istitutive di aree protette regionali ed una di revisione dei confini del parco dell’Ofanto. Poca o nulla attenzione è stata posta alla gestione di queste aree che in molti casi sono ancora prive di guida. La nona legislatura (2010-2015) ha prodotto soltanto tre leggi tutte di revisione in pejus delle leggi istitutive dei parchi dell’Ofanto, della Terra delle Gravine nel tarantino e del Bosco Incoronata a Foggia. La decima ed attuale legislatura ha prodotto due leggi in materia e solo una delle quali di segno positivo, quella che ha inserito il Mar Piccolo di Taranto tra le aree da proteggere (2019). L’altra (2017) ha ancora una volta modificato la legge istitutiva del martoriato Parco della Terra delle Gravine, ancora una volta in pejus.

Fabio Modesti

La transumanza negata

La Regione Abruzzo a guida centrodestra limita l’uso delle terre civiche da parte degli allevatori transumanti, dando priorità ai locali. I (pochi) transumanti che protestano sono soprattutto pugliesi . Ma la Puglia di centro-sinistra ha da tempo dimenticato l’allevamento brado, quello a contatto con la natura e la transumanza (Villaggio Globale 22 maggio 2020)

Morre di pecore al pascolo sul lago del Matese (Foto Fabio Modesti)

l grido di “ci negano la transumanza” alcune associazioni di categoria, più di agricoltori che di allevatori, hanno inveito contro una norma contenuta in una recente legge regionale abruzzese in materia di contrasto al Covid-19 (la legge regionale Abruzzo n. 9/2020). La norma in questione sancisce sostanzialmente che nella concessione per il pascolo di terre civiche abruzzesi vengano privilegiati gli allevatori regionali «iscritti nel registro della popolazione residente da almeno 10 anni che abbiano un’azienda con presenza zootecnica, ricoveri per stabulazione invernale e codice di stalla riferito allo stesso territorio comunale o ai comuni limitrofi». Secondo alcuni, una sorta di “Abruzzo first” che la Regione a recente guida “sovranista” ha voluto dire forte e chiaro. E certo, dicono pure, in questo modo si mette a rischio la transumanza ed è come se il presidente della Regione Abruzzo, Marco Marsilio avesse «rinnovato verga d’avellano» per darla in testa a chi volesse far pascolare armenti e greggi provenienti da altre regioni. E poi, proprio ora che l’ineffabile UNESCO ha decretato la transumanza “patrimonio immateriale dell’Umanità”. No, proprio non ci voleva.

Cavalli al pascolo brado sul lago del Matese (Foto Fabio Modesti)

Nulla di più materiale della transumanza

O forse sì. Dichiarare la transumanza “patrimonio immateriale” è già di per sé una contraddizione in termini perché non c’è nulla di più materiale di pecore, vacche e cavalli che si muovono con persone e cani. Non c’è nulla di più materiale degli jazzi e di tutte le strutture per ricovero degli animali; non c’è nulla di più materiale del formaggio, della ricotta, della lana e della carne che se ne produce. Il vero problema è forse almeno un altro. E cioè che in Abruzzo hanno pensato in qualche modo a chi porta ancora gli animali al pascolo vagante. Certo, si può contestare la limitazione di fatto alla movimentazione degli animali da altre regioni ma di certo in Abruzzo si è cominciato a pensare di nuovo ad una pastorizia che vive con e nell’ambiente naturale.

Vacca maremmana con vitelli al pascolo brado nel Parco Regionale della Maremma (Foto Fabio Modesti)

Ma la Puglia non ci pensa

Ci chiediamo se anche la Puglia ci pensa. Ci chiediamo se l’amministrazione regionale guidata da Michele Emiliano abbia idea delle condizioni in cui versa il settore zootecnico più legato alle risorse naturali che ai mangimi con soia transgenica con i quali coloro che, pronti a definirsi “OGM free”, non esitano ad alimentare i propri animali. La sensazione, purtroppo ben più che tale, è che non ne abbia affatto idea. E non sono alle viste progetti e programmi che cerchino di recuperare quel po’ che è rimasto in Puglia dell’allevamento estensivo. Nessuna idea di come poter recuperare le strutture architettoniche tradizionali pastorali per destinarle nuovamente a quell’uso. Nessuna idea di come alleviare costi e fatiche di allevatori ai quali i prezzi offerti per il latte e per la carne non coprono che una parte infinitesimale di essi. Nessuna idea di come stringere patti tra pubbliche amministrazioni ed allevatori estensivi per una corretta gestione dei territori.  Forse alberga, questo è quel che purtroppo emerge, l’idea di rendere la transumanza una specie di manifestazione folkloristica da sagra paesana e di destinare jazzi, mungituri e masserie a centri congressi e centri benessere, quando non a sale ricevimenti. Ma non possiamo non sperare che ci sia ancora un lumicino d’idea per incentivare l’economia zootecnica e l’allevamento estensivo delle aree interne, il pascolo brado, la sanità degli animali e per aiutare lo sbocco sul mercato dei relativi prodotti. Un’idea per pagare quegli allevatori, anche con sane politiche di vantaggio fiscale, per i “servizi ecosistemici” che forniscono e dei quali noi cittadini godiamo gli effetti.

La locatione di Canosa nell'”Atlante de le locationi” di Michele (1686)

L’oblío dei tratturi

E così tratturi e tratturelli, infrastrutture fondamentali per l’allevamento estensivo anche per una transumanza domestica, non potranno essere più destinati esclusivamente ad un turismo che, comunque, non approfondirà nulla del senso antropologico ed umano delle “migrazioni” dannunziane. La fiammella della speranza resta accesa in attesa che, quantomeno in Puglia, l’avere speranza si incarni in qualcuno che sia speranza.

Fabio Modesti

Difesa Grande, bosco dimenticato – #1

È il più grande ed importante bosco naturale della provincia di Bari, in attesa di divenire area protetta regionale da 23 anni. Il terribile incendio del 2012 e la gestione che non c’è

Lago d’Olmo nel Bosco Difesa Grande (Foto Vito Lombardi)

ifesa Grande è il più vasto bosco naturale in provincia di Bari. Un insieme di microhabitat forestali di straordinaria importanza conservazionistica. Piccole zone umide si alternano a garighe e a lembi di boschi d’alto fusto. È stato, non sapremmo dire se lo è ancora, il fiore della dignità civica di Gravina in Puglia fin dal medioevo. Nelle “Notizie storiche sulla città di Gravina” di Domenico Nardone, si dice che al tempo di Federico II di Svevia, Gravina venne definita dall’Imperatore “Giardino di letizie” perché «Gravina si distingueva più che mai dalle altre terre di Puglia […] per i numerosi e vasti boschi tutti popolati di armenti e ricchi di selvaggina […]». A tre chilometri dal centro abitato c’era e non c’è più, la “Foresta o Selva Orsini”. In un documento del 1309, racconta padre D’Amico nella sua “Fitostoria della provincia di Bari” del 1955, è definita patrimonio feudale. Alla sua tutela e gestione era demandato un magister forestarum e la selva era riserva di caccia dell’Imperatore.

L’acquisto del bosco

Nel XVI secolo l’Università (l’attuale Comune) di Gravina acquistò dal Viceré il Bosco Difesa attiguo alla Selva di cui abbiamo detto e la chiesa che ne faceva da confine era dedicata a S. Donato della Selva. D’Amico racconta che il più antico documento che attesta esistenza e proprietà di Difesa Grande è datato 1084 d.C. Racconta anche che il bosco fu salvato dalla furia disboscatrice del XIX secolo grazie all’accortezza dei dirigenti del Comune che dimostrarono come il bosco non appartenesse al Demanio ma fosse proprietà patrimoniale acquisita nel XVI secolo e che, quindi, non poteva essere assoggettato alle quotizzazioni per il taglio. Racconta lo storico Nardone: «Tutto il fondo è diviso in 6 sezioni. In ognuna vi è un fabbricato rurale con ricetti per gli animali e ricoveri per il personale. Il Comune poi, oltre al reddito che può ricavare dal taglio della legna, ne fitta annualmente il pascolo per sezione, ricavando un utile che oscilla secondo le annate. Nel sessennio 1925-1930 si ebbe un reddito di Lire 150.000 annue». In quel periodo l’estensione di Difesa Grande era di oltre 1.898 ettari. Oggi quel bosco continua a svolgere il proprio “lavoro ecologico”, non ha subito gravi mutilazioni nell’estensione che resta tutt’oggi di circa 1.890 ettari, ma ha subìto il più grande degli affronti per molto tempo: l’oblío. Non dei cittadini che al bosco comunale si sono sempre rivolti per le più svariate attività (dagli usi civici – anche se il bosco di difesa ne dovrebbe essere salvaguardato – alla raccolta di erbe spontanee e di funghi; dall’attività sportiva alla caccia  – che pure dovrebbe essere bandita -), ma delle amministrazioni che si sono succedute. Il Bosco Difesa Grande e  la gravina di Gravina in Puglia sono tra le aree protette da istituire ai sensi della legge regionale n. 19/1997. Anche in questo caso, dopo 23 anni si sta ancora aspettando la tutela effettiva. Nel frattempo si è fatto in modo che il bosco fosse protetto dalle norme comunitarie della direttiva “Habitat” come Zona Speciale di Conservazione (ZSC) e che si spendessero un bel po’ di quattrini per un piano di gestione approvato dalla Giunta regionale nel 2009.

Radura con ceduo di roverella nel Bosco Difesa Grande (Foto Chiara Mattia)

Il grande incendio del 2012

Ma di gestione, finora, Difesa Grande non ne ha vista. Il parco nazionale dell’Alta Murgia, pur non avendo competenza sull’area, ha aiutato il comune di Gravina tentando di far rivivere uno dei più importanti vivai forestali della Puglia abbandonato da tempo e situato proprio nel bosco. 70.000 Euro che il parco nazionale stanziò nel 2011 e che furono come manna dal cielo per Gravina dopo che un incendio disastroso mandò in fumo oltre 700 ettari di Difesa Grande. Con grandi difficoltà quelle risorse hanno consentito di assumere fino a quattro unità di personale e produrre migliaia di piante forestali autoctone in parte utilizzate anche per opere pubbliche. Oggi il vivaio continua a produrre sia pure con una sola persona. Ma su Difesa Grande il racconto non finisce qui.

Fabio Modesti