Il Parco e le “dame”

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vvistati due esemplari di daino (Dama dama) nel settore nord del Parco Nazionale dell’Alta Murgia. Forse due femmine. L’area protetta si arricchisce di nuovi ospiti che, però, non si sa da dove siano venuti. Se dall’azienda Papparicotta di proprietà della Provincia Barletta-Andria-Trani e scampati all’abbattimento selettivo deciso alcuni anni fa, oppure sfuggiti da qualche altra azienda. Sta di fatto che potrebbero rappresentare un ulteriore elemento di arricchimento della biodiversità anche perché è una specie che a buon diritto può essere considerata coerente con la Regione biogeografica mediterranea e con alcuni ecosistemi forestali. Inoltre, si arricchisce il possibile carniere dei nuclei di lupi presenti nel Parco che preferiscono questi mammiferi ed i cinghiali alle pecore. Certo, l’assenza di un maschio e la scarsità di acqua potrebbero compromettere molto presto la presenza di questi due esemplari femminili di una delle specie più graziose ed eleganti tra i mammiferi. Ed il nome scientifico lo dimostra. Bisognerà monitorarli e seguirli per capire l’evoluzione di questa micro-popolazione e valutare anche il loro impatto sull’ecosistema boschivo.

Tremiti: biodiversità subacquea mozzafiato

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Nell’arcipelago itinerari subacquei accompagnati dal National Geographic Explorer Giovanni Chimienti. Un mondo di sotto straordinario ed uno di sopra che non è da meno. Natura e storia che si perdono nella notte dei tempi per l’area marina protetta garganica (la Repubblica – Bari 03 luglio 2020)

Fondali alle Tremiti (Foto Flavio Oliva)

e Diomede sia stato veramente fortunato ad approdare nel paradiso delle Isole Tremiti, lo può dire soltanto chi visita questo paradiso. Area marina protetta con il parco nazionale del Gargano, il piccolo arcipelago formato da San Domino, San Nicola e La Caprara, vorremmo restasse rispettato e bello come ancora appare, a 90 minuti di distanza dal mitico promontorio garganico. La tomba di Diomede, re degli Etoli e vincitore a Troia, è stata ricavata in un grande masso al centro della necropoli presente sull’isola di San Nicola. La storia delle Tremiti, quindi, si perde nella notte dei tempi. San Nicola è indubbiamente, delle tre isole, quella più ricca di reperti e di testimonianze del passato. Qui Carlo Magno avrebbe inviato in esilio Paolo Diacono, autore della Historia Longobardorum, e qui fu fondata l’Abbazia di Santa Maria al Mare per opera di un eremita che, secondo la leggenda, fu guidato sull’isola dalle apparizioni della Vergine. L’arrivo fu coronato dal ritrovamento di un tesoro con il quale l’eremita edificò un tempio. I benedettini di Monte Cassino poi edificarono l’Abbazia, tuttora uno dei monumenti più enigmatici della Puglia medievale. Nel XV secolo furono rafforzate le mura difensive che ancora oggi cingono San Nicola. Dopo aver esteso la sua influenza anche sulla terraferma, l’Abbazia di Santa Maria al Mare, vide iniziare il suo decadimento fino alla sua soppressione e trasformazione, da parte di Ferdinando II, nel grande imponente penitenziario.

Fioritura di elicriso alle Tremiti (Foto Antonio Sigismondi)

Dal vino di Bertaux alla foca monaca

Il francese Emile Bertaux nel suo “L’Italia sconosciuta (Viaggio nell’antico Regno di Napoli)”, arrivato a fine del XIX secolo nell’arcipelago, trovò nell’isola di San Domino vigne «da cui i benedettini ricavavano un ottimo vino che serve ancora per la messa del buon prete dell’isola accanto e di cui posso, a ragion veduta, vantare il profumo e il ‘bouquet’». Oggi vino non se ne produce alle Tremiti, se non piccolissime quantità per uso familiare. Vale quindi la pena organizzarsi per escursioni non “terragne” ma marine, anzi, sottomarine con la speranza anche di vedere un raro esemplare di foca monaca da poco tornata in queste acque. Ci accompagna Giovanni Chimienti, giovane e valente biologo marino barese, National Geographic Explorer lo scorso anno e protagonista dello splendido documentario “Il tesoro nascosto delle Isole Tremiti”. Il tesoro è una ‘foresta’ di corallo nero, unica nel Mediterraneo, difficile da osservare se non si è subacquei professionisti per la profondità da raggiungere (almeno 60 metri). Il consiglio è di rivolgersi ai vari diving presenti alle Tremiti (come, ad esempio, Marlin Tremiti +39 336 829746 – info@marlintremiti.it) per programmare escursioni in sicurezza. E ce n’è per tutti i gusti e per tutte le capacità.

Sott’acqua per tutti i gusti

Alle profondità da 1 a 10 metri nei fondali di San Domino si può visitare la Grotta delle Viole, semi-sommersa con pareti ricche di organismi marini come alghe rosse, margherite di mare, spugne e briozoi. Numerosi banchi di occhiate si aggirano all’ingresso, regalando un suggestivo saluto al visitatore. La grotta è visitabile a bordo di imbarcazioni idonee, in canoa o in snorkeling. A circa 14 metri di profondità davanti all’isola di Capraia è possibile osservare la statua di Padre Pio alta 3 metri, posizionata su un fondale sabbioso. Nelle vicinanze, il fondale roccioso poco profondo, è visitabile in snorkeling e in canoa. In alcune giornate la statua può essere vista già dalla superficie. A maggiore profondità (18-25 metri) nelle acque di Capraia, è possibile soffermarsi sul Pianoro delle cernie con fondale caratterizzato da grandi massi in cui è frequente incontrare cernie brune, ma anche corvine, dentici, saraghi e banchi di pesci che talvolta attirano barracuda, ricciole, e tonni. Il sito di immersione è visitabile con un brevetto di primo livello (nella parte superiore) o con uno di secondo livello. Nelle acque di un arcipelago non può mancare un relitto antico. Nel nostro caso, davanti al Cretaccio, ad una profondità di circa 33 metri, è possibile osservare il “Relitto delle piastre” risalente alla fine del XVIII secolo con diversi reperti, sette grandi ancore e un carico composto da migliaia di piastre in lega di metallo la cui funzione è ad oggi sconosciuta. Nei dintorni, una secca ricca di anfratti dove è possibile osservare murene, gronghi e scorfani. Il sito di immersione è visitabile con un brevetto di secondo livello. Ed infine, per i sub più preparati, davanti a San Domino, tra i 35 ed i 60 metri di profondità, si trova “Punto 55”. Una secca suggestiva e pullulante di vita marina, caratterizzata da un giardino di gorgonie e da colonie di falso corallo nero parassita delle gorgonie.

Colonia di corallo nero Anthipatella subpinnata (Foto Flavio Oliva)

Nella foresta di coralli neri

A circa 60 metri di profondità, come abbiamo detto, sono presenti alcune delle 800 colonie di corallo nero. Il sito di immersione è visitabile con un brevetto di secondo livello e, nella parte più profonda, con un brevetto tecnico. Giovanni Chimienti, che ci ha guidati fin qui, non smette di ricordare come «proteggere questi ambienti vuol dire proteggere tutta la biodiversità associata, sia quella che conosciamo sia quella che ancora non conosciamo. Trovo affascinanti i coralli neri anche perché sono tra gli animali più longevi del pianeta: nel Mediterraneo è stata ritrovata una colonia di corallo di oltre 2100 anni. I coralli neri hanno ritmi di crescita estremamente lenti che li rendono fragili. È davvero importante la salvaguardia di questi habitat antichi e preziosissimi». Spiega anche che «il corallo nero è bianco sott’acqua. Il colore nero è dovuto allo scheletro del corallo: è nero per la proteina antipatina che, rendendolo duro e allo stesso tempo elastico, evita a queste strutture di spezzarsi».

Fabio Modesti

Gli avi georgiani del lupo

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Novità nella storia evolutiva dei lupi moderni: l’antenato più accreditato è il lupo di Dmanisi in Georgia (Caucaso). Una ricerca guidata dall’italiano Saverio Bartolini Lucenti fa nuova luce sull’origine del predatore

 

Cranio di Lupo di Dmanisi – (A) vista dorsale, (B) vista ventrale, (C) vista laterale sinistra, (G) vista occipitale (D) D4510, cranio in vista laterale sinistra. (E) D2314, cranio in vista laterale sinistra. (F) Dm.50/52.3B1.34, cranio in vista laterale sinistra. (H) Vista di dettaglio della morfologia occlusale dei denti superiori di Lupo di Dmanisi (D2314)

 

i arricchisce il quadro conoscitivo dell’intricata storia evoluzionistica del lupo (Canis lupus) e quindi anche delle attuali razze canine, avendo superato da tempo la fascinosa teoria di Konrad Lorenz prospettata ne “E l’uomo incontrò il cane”. La recente pubblicazione di una ricerca guidata da Saverio Bartolini Lucenti dell’Università di Firenze e condotta con ricercatori georgiani e spagnoli, apre nuovi orizzonti scientifici e tecnologici.

«Nel complesso scenario degli avvicendamenti faunistici dei mammiferi del Plio-Pleistocene – scrivono gli autori -, recenti ricerche condotte sui canidi hanno rivelato un numero più elevato di specie di quanto si pensasse in precedenza. In questo quadro, la Georgia aveva un ruolo chiave nella dispersione biogeografica della fauna da/verso Asia, Africa ed Europa (in quest’ultima circa 3 milioni di anni fa n.d.r.). Storicamente attribuito a Canis etruscus, il ricco materiale di canide recuperato da Dmanisi possiede alcuni peculiari cranici e caratteristiche dentognatiche, che non possono essere considerate solo come variabilità intraspecifica». Si sono rivelate somiglianze più prossime tra il “lupo di Dmanisi” ed il giovane europeo Canis mosbachensis, piuttosto che con altri canidi pleistocenici precoci come C. etruscus e Canis arnensis. «La scoperta di un Canis borjgali sp. nov. nel Dmanisi – proseguono i ricercatori -, con caratteristiche vicine a quelle di C. mosbachensis, cambia radicalmente l’idea di evoluzione del Canis lupus così come viene accettata oggi, invalidando il paradigma di successione C. etruscus-C. mosbachensis-C. lupus. Inoltre, la posizione geografica di Dmanisi nell’area del Caucaso offre interessanti spunti di riflessione sui canidi asiatici e sulla loro ancora poco studiata dispersione in Europa ed in Africa».

Cartello esplicativo presso il sito archeologico di Dmanisi (Foto di Maura Morandi – Osservatorio Balcani e Caucaso TransEuropa)

Tecnologie avanzate a basso costo

A questo si accompagna l’utilizzazione di tecnologie a basso costo ed estremamente performanti. Scrivono infatti gli autori che «l’eccellente stato di conservazione del fossile di Dmanisi combinato con una un’innovativa visualizzazione 3D e con una nuova tecnica di trattamento digitale, offre l’opportunità di aumentare la portata della ricerca grazie alla facilità d’uso ed alla gratuità degli strumenti. Per la prima volta si è impiegata la realtà aumentata su alcuni esemplari di Canis borjgali sp. nov. attraverso una semplice app web. La straordinaria opportunità offerta da queste tecnologie deve ancora essere implementata nella ricerca scientifica e nella sua disseminazione, in particolare in paleontologia».

Esemplare di lupo fototrappolato nel Parco Nazionale dell’Alta Murgia (Foto Ente Parco Nazionale dell’Alta Murgia)

Cambiano i progenitori del lupo

I ricercatori concludono «che l’ampia documentazione di Canis di Dmanisi è eccezionale sia per lo stato di conservazione che per l’abbondanza. Numerosi modelli morfologici e morfometrici sfidano la precedente attribuzione a C. etruscus per favorire l’attribuzione del taxon ad una nuova specie, Canis borjgali sp. nov. I dati di Dmanisi hanno già cambiato la comprensione della storia evolutiva di diverse specie, come nel caso del rinoceronte “Stephanorhinus”, o del genere Homo con la prima scoperta dei primi ominidi fuori dall’Africa». La descrizione di Canis borjgali sp. nov. offre un nuovo quadro della storia evolutiva dei lupi moderni e dei canidi simili a lupi. «Invece di considerare la specie piuttosto primitiva di C. etruscus come l’antenato di C. lupus, la somiglianza tra C. borjgali e C. mosbachensis suggeriscono di riconoscere nella specie di Dmanisi l’antenato del moderno lupo e dei canidi ad esso legati. Inoltre, la presente ricerca – dicono gli autori – riporta la prima applicazione della Realtà Aumentata (AR) ad articolo scientifico in paleontologia. Sebbene utilizzata specialmente con scopi pedagogici ed educativi, gli articoli scientifici potrebbero trarre vantaggio dall’impiego di contenuti AR grazie alla sua alta interattività ed attrattività. Le visualizzazioni digitali potrebbero essere utilizzate per trasmettere e comunicare più facilmente le scoperte delle ricerche, in particolare nelle scienze biologiche e fisiche. In paleontologia, l’uso di AR di esemplari di fossili digitalizzati in articoli scientifici potrebbero consentire di aumentare l’accessibilità a fossili rilevantissimi senza comprometterne il diritto e la proprietà delle istituzioni (musei o di ricerca). Indubbiamente, qualsiasi oggetto 3D, derivante da qualsiasi fonte diversa (scansione laser, scansioni CT, ecc.), può essere utilizzato. L’implementazione di AR basata sul web è preziosa per altri ricercatori in quanto consente loro di operare le loro osservazioni su modelli 3D migliori e più precisi rispetto all’utilizzo di foto 2D o addirittura della stereofotografia.  Tutto ciò può essere ottenuto semplicemente usando smartphone, e tablet».