«Non ci sono prove che suggeriscano che gli animali infettati dall’uomo stiano giocando un ruolo nella diffusione di Covid-19», dice l’Organizzazione Mondiale della Salute Animale. Il ruolo lo giocano, invece, per il nostro benessere come antidepressivi (Villaggio Globale 07 aprile 2020 – la Repubblica-Bari 09 aprile 2020)

 

Foto Fabio Modesti

 

Le notizie di animali (cani e gatti) risultati infetti dalla malattia causata dal Coronavirus SARS-CoV-2 fanno il giro del mondo attraverso i social network ed i mezzi di comunicazione tradizionali. Ma c’è del vero nella trasmissibilità del virus dall’uomo agli animali domestici e da questi a propri simili? La risposta la fornisce l’Organizzazione Mondiale della Salute Animale (OIE – www.oie.int). Alla domanda «gli esseri umani possono trasmettere il virus di Covid-19 agli animali?», l’OIE risponde che «ora che le infezioni da virus COVID-19 sono ampiamente

Foto Fabio Modesti

diffuse nella popolazione umana, esiste la possibilità che alcuni animali vengano infettati attraverso uno stretto contatto con l’uomo infetto. Diversi cani e gatti sono risultati positivi al virus COVID-19 in seguito a stretto contatto con esseri umani infetti. Sono in corso studi per comprendere meglio la suscettibilità di diverse specie animali al virus COVID-19 e per valutare la dinamica dell’infezione nelle specie animali sensibili. Attualmente, non ci sono prove che suggeriscano che gli animali infetti dall’uomo stiano giocando un ruolo nella diffusione di COVID-19. Le epidemie umane sono guidate dal contatto da persona a persona». Insomma, a livello scientifico gli animali domestici possono essere solo le vittime di un contatto molto stretto con persone infette. Non vi sono, invece, evidenze scientifiche che, a loro volta, i nostri amici animali domestici possano essere in grado di diffondere il virus tra gli esseri umani così come tra altri animali. E questa è una notizia importante e da diffondere perché – ad esempio – in giro per le città, e soprattutto nelle periferie, sono stati visti circolare gruppi di cani sconosciuti, sicuramente risultato di recenti abbandoni. Ecco, non si può assolutamente consentire di inserire una tragedia nella tragedia di Covid-19; una tragedia soprattutto ambientale causata dall’enorme impatto che animali abbandonati possono avere sulle specie selvatiche determinando, questo sì, anche un rischio sanitario ulteriore. Invece, il ruolo che gli animali domestici hanno in questa fase è di assoluto primo piano in senso positivo. L’isolamento forzato nelle nostre case, piccole o grandi che siano, vede nei nostri amici a quattro zampe (o ad un numero diverso di esse) potentissimi antidepressivi. E non solo perché grazie alla loro presenza possiamo ovviare ai divieti di uscita dai “domiciliari” sia pure per tempo e spazio limitati, ma perché l’interazione con noi ci favorisce, ci distrae dalla depressione ansiosa che ci oggi opprime. Col tempo che si ha giocoforza a disposizione, si potrebbero leggere o rileggere “Cane e padrone” di Thomas Mann, “Animal Contract – Noi e gli animali” di Desmond Morris o ancora “E l’uomo incontrò il cane” del padre degli etologi moderni, Konrad Lorenz, oppure altri testi che ci guidino alla scoperta di cosmi tanto a noi filogeneticamente vicini quanto lontani. E così potremmo apprendere che cani e gatti, così come le vacche ed altri animali, al pari dei pipistrelli, hanno i loro Coronavirus con cui noi conviviamo dai tempi della domesticazione, cioè da almeno 10.000 anni. A volte questi virus (come quelli del vaiolo o del morbillo, ad esempio) sono il frutto di ricombinazioni con altri che le nostre difese immunitarie non conoscono e possono compiere vere e proprie stragi. E’ accaduto così con le popolazioni indigene del sud America venute in contatto con i colonizzatori spagnoli, è avvenuto oggi con il SARS-CoV-2 per la probabile ricombinazione del virus dovuta all’incontro forzato di pipistrelli della giungla asiatica e pangolini africani nel mercato di Wuhan. E’ sempre l’uomo che determina il proprio destino andando ad invadere, in un delirio di onnipotenza, altri mondi dove i virus, così come i batteri, vivrebbero in un equilibrio per noi assolutamente non dannoso, anzi. Quindi, per favore, restiamo in casa ed osserviamo i nostri animali e godiamo della loro presenza e del loro “linguaggio”. Impegniamoci ad interagire con loro cercando di non umanizzarli ma proteggendoli. Loro non sono gli untori ma la chiave che può aprire il nostro cervello verso mondi ancora poco conosciuti.

Fabio Modesti

Lì dove volevano realizzare un mega complesso turistico con l’assenso della politica che conta, ora c’è il Parco Naturale Regionale Isola di S. Andrea e litorale di Punta Pizzo. La pressione turistica non manca ed i problemi gestionali pure, ma la tutela regge anche per l’impegno di una vita di buoni gallipolini. La scoperta di una nuova specie botanica endemica (la Repubblica – Bari 02 aprile 2020)

Dune bianche nel Parco Naturale regionale Isola di S. Andrea e litorale di Punta Pizzo a Gallipoli (Foto Fabio Modesti)

 

Quando finirà tutta questa brutta storia di pandemia di Covid-19 da Coronavirus (perché intanto dobbiamo stare a casa!) ed il meteo lo consentirà, andremo a fare un giro nel parco naturale regionale di Isola di S. Andrea e litorale di Punta Pizzo a Gallipoli. E pure un bagno nelle sue splendide acque. Che posto magnifico, Punta Pizzo. Che splendido isolamento a S. Andrea. Quest’ultima, poi, proprio davanti alla “città bella” racchiude una delle più importanti colonie di gabbiano corso (Larus audouinii) di cui già ci siamo occupati in questa rubrica. E dire che l’integrità di quei luoghi fu messa in discussione, ed anche pesantemente, perché un’importante società immobiliare turistica aveva messo gli occhi sopra per realizzare insediamenti turistici di migliaia di posti letto. E l’amministrazione gallipolina di fine anni ’90 del secolo scorso e fino al 2001, era pure d’accordo. La struttura turistica doveva sorgere proprio nel “corno” di Punta Pizzo, l’area più bella, dove peraltro esiste una famosa masseria del XVI secolo che ha ospitato incontri politici ad altissimo livello ed è ancora meta di buen retiro di molti personaggi dello spettacolo. Ma lì c’è una straordinaria e mosaicata presenza di macchia mediterranea, di pseudosteppa mediterranea e di ambienti umidi. Sì, perché una parte di quel territorio è stato oggetto di bonifiche fin dal XVII-XVIII secolo, poi proseguite nel ‘900. Bonifiche riuscite solo in parte, a dir la verità. Nel 2003, il 13 di agosto, il consiglio comunale di Gallipoli si riunì per discutere l’adesione all’istituzione del parco naturale regionale.

Rocce e sabbia bianca al tramonto sul litorale di Punta Pizzo (Foto Maurizio Manna)

Punta Pizzo con all’estremità la torre costiera di avvistamento del XV-XVI sec. (foto Maurizio Manna)

Ero lì, inviato dalla Regione per illustrare la proposta ed assistetti ad una situazione per alcuni, ma non per me che ne conoscevo la storia, paradossale. La maggioranza in consiglio comunale, allora di centrodestra, votò a favore dell’istituzione del parco e l’opposizione di centro-sinistra, con prevalenza DS, contro. I motivi della contrarietà erano, a loro dire, sostanzialmente legati alla mancata tutela di alcuni interessi privati (compresi quelli legati alla presenza di un’azienda faunistico-venatoria). Interessi che avevano una precisa identificazione proprio in alcuni massimi esponenti dei DS. E così, da quella data è cominciata una battaglia legale amministrativa conclusasi dinanzi alla Corte Costituzionale che ha sancito la correttezza del procedimento che portò alla legge regionale d’istituzione del parco nel 2006. Non è che problemi gestionali non ve ne siano. Il Comune di Gallipoli, autorità di gestione del parco, stenta ad assicurare una protezione adeguata all’area, presa d’assalto dalla marea di turisti estivi. La presenza nel parco di lidi autorizzati, poi, dovrebbe essere più controllata anche se la maggior parte dei gestori ha compreso che la tutela offre maggiore ritorno economico. Ma l’area protetta è comunque per lo più conservata, le tartarughe palustri si riproducono, così come l’orchidea palustre; le bianche dune si rinsaldano. Questo anche grazie al prezioso lavoro di persone come Maurizio Manna che al parco hanno dedicato di fatto una vita. Ma c’è di più. Il 19 marzo scorso la rivista scientifica internazionale di botanica “Phytotaxa” ha pubblicato uno studio di Roberto Gennaio e Quintino Manni, naturalisti salentini, durato sette anni che ha sancito scientificamente la presenza, proprio a Punta Pizzo, di una nuova specie botanica che parrebbe avere tutte le caratteristiche di un endemismo. Si tratta della Centaurèa akroteriensis, della famiglia dei fiordalisi ed il suo nome italiano è “Fiordaliso di Punta Pizzo”. Un bel colpo per il parco regionale che così si potrà fregiare di un altro punto di qualità. Sarebbe opportuno, però, al fine di definire incontestabilmente la certezza dell’endemismo, continuare a studiare il Fiordaliso di Punta Pizzo per la sua unicità genetica e per determinare senza ombra di dubbio che non si tratti di una specie – la Centaurèa polyacantha – già esistente nel bacino mediterraneo, in Nord Africa e nei Balcani occidentali.

Fabio Modesti

 

Litorale di Punta Pizzo (Foto Fabio Modesti)

 

Una delle aree protette regionali pugliesi meglio gestite, nonostante la pressione turistica. Il Parco naturale regionale di Porto Selvaggio – Palude del Capitano ha una storia recente tinta anche di giallo e non meno interessante di quella dei primordi dell’Uomo (la Repubblica – Bari 17 marzo 2020)

 

Torre Uluzzo sovrasta la omonima baia nel Parco Naturale Regionale di Porto Selvaggio-Palude del Capitano (Foto Fabio Modesti)

 

Porto Selvaggio paradigma delle aree protette in Puglia. Per salvarlo dalla cementificazione 1980 si istituì, sotto la spinta di movimenti locali per la tutela dell’area contro la proposta di piano di lottizzazione dell’allora proprietario, il barone Fumarola, un parco naturale attrezzato. «Definizione ambigua» – per dirla con Luciano Tarricone il cui padre, Luigi, era l’allora presidente del Consiglio regionale pugliese –. Ma quella fu la definizione varata con la legge regionale n. 21/1980 alla quale seguì subito una dotazione finanziaria per allora inimmaginabile per la tutela ambientale: 10 miliardi di vecchie lire derivanti dal Fondo per gli investimenti e l’occupazione (FIO) per realizzare, però, impianti sportivi, megaparcheggi, illuminazione pubblica, ristrutturazione di fabbricati, un’inutile vasca antincendio e, ovviamente, gli espropri dei suoli. Il barone morì di crepacuore. Poi, nel 2006, il parco è divenuto, per legge regionale, “solo” naturale – aggregando l’area di palude del Capitano – anche perché, fortunatamente, molto poco di ciò che era previsto nell’“attrezzamento” fu realizzato. La delimitazione del parco del 1980 comprendeva aree

del “comparto A” ma non altre, contigue alle prime, definite “comparto B”. Il 4 giugno del 1984, ossia dopo poco più di due mesi dall’omicidio dell’assessore comunale di Nardò, la repubblicana Renata Fonte, la Giunta regionale pugliese adottò la deliberazione n. 512 con cui approvò il Piano di utilizzo del parco con norme vincolanti solo per il “comparto A”, di 231 ettari, mentre per il “comparto B”, di 193 ettari, (area di futuro ampliamento), le norme erano «da ritenersi di massima ed a titolo semplicemente indicativo». Il processo penale, conclusosi nel novembre 1988 con la condanna definitiva a mandante ed esecutori dell’omicidio, chiarì che erano proprio quelle aree del “comparto B”, prive di tutela, a fare gola agli speculatori edilizi contro i quali si batteva la Fonte, che pure non era stata in prima linea per l’istituzione del parco. Scrisse la Corte d’Assise di Lecce nella sentenza del 1987, confermata nei gradi successivi: «Si è parlato di Porto Selvaggio, ma il riferimento è chiaramente idoneo ed inteso ad individuare solo genericamente una località; si dimentica proprio tutta la diatriba che sorse intorno alle “zone” di rispetto, diatriba che iniziatasi nel novembre del 1983 continuò fino a giugno del 1984 allorché venne emanata la legge regionale per Porto Selvaggio (in realtà, la delibera n. 512 N.d.R.)». Certo, questa è solo la “verità processuale” ma questa è l’unica ad oggi. Se, quindi, Porto Selvaggio può insegnare qualcosa per l’istituzione di aree protette, è: mai lasciare indefinite le questioni; mai pensare che scelte fondamentali possano essere posticipate; mai pensare che dietro le pressioni per farlo non vi siano interessi più che “solidi”. Oggi, Porto Selvaggio, assieme a palude del Capitano, è una delle aree protette pugliesi più importanti per la conservazione del paesaggio e della natura, ma è pure tra le meglio gestite grazie all’abnegazione di alcuni amministratori comunali, pur restando una meta turistica molto ambita.

Fabio Modesti