Clima, una mano dalle Zea

Approvate definitivamente le Zone economiche ambientali. Nelle Zea possono essere concesse forme di sostegno alle nuove imprese ed a quelle già esistenti che avviano attività imprenditoriali o investimenti incrementali compatibili con le finalità di riduzione di emissioni in atmosfera, utilizzando le risorse provenienti dalle aste per lo scambio di quote di gas serra (da Villaggio globale del 17 dicembre 2019)

Uno scorcio del Pulo di Altamura nel Parco Nazionale dell’Alta Murgia

I Parchi nazionali del Gargano e dell’Alta Murgia diventeranno Zone economiche ambientali (Zea). La previsione, già contenuta nella bozza del Decreto-Legge «Clima» circolata dopo l’estate e di cui «Villaggio Globale» se ne era occupato, era scomparsa nel testo approvato dal Governo ed inviato al Parlamento. È stata poi reintrodotta nel corso della conversione in legge avvenuta il 10 dicembre scorso. Il Decreto-Legge convertito è entrato in vigore il 15 dicembre scorso ed istituisce in ciascun Parco nazionale le Zea, omologhe delle Zone economiche speciali (Zes) ma prive di una serie di vantaggi fiscali a queste ultime riconosciuti.

Nel testo definitivamente approvato dal Parlamento sono scomparsi gli strumenti di accelerazione dei procedimenti amministrativi relativi ad investimenti pubblici e privati nelle Zea, perché probabilmente ritenuti poco efficaci per come previsti, ed una serie di altre misure di incentivazione alle imprese anche attraverso concessione di contributi economici. Eliminati gli incentivi fiscali all’efficientamento energetico degli edifici per i cittadini residenti nelle Zea. Scomparsa anche la disposizione contenuta nella bozza di decreto per cui i beni demaniali presenti nei territori del Parchi nazionali (non utilizzati per la difesa e per la sicurezza nazionale e non già concessi a terzi) sarebbero potuti essere affidati agli Enti di gestione in concessione gratuita per nove anni rinnovabile automaticamente.

Nelle Zea possono essere concesse forme di sostegno alle nuove imprese ed a quelle già esistenti che avviano attività imprenditoriali o investimenti incrementali compatibili con le finalità di riduzione di emissioni in atmosfera, utilizzando le risorse provenienti dalle aste per lo scambio di quote di gas serra.

Le risorse finanziarie disponibili non sono conosciute e la condizione posta per il beneficio è che le imprese mantengano la loro attività nella Zea per almeno sette anni dopo il completamento dell’investimento, pena la revoca dei benefìci concessi, purché non siano in stato di liquidazione o di scioglimento.

Le attività dovranno essere coerenti, almeno questo, con le finalità della legge quadro sulle aree protette (la n. 394/1991). Fino al 2022, una quota dei proventi delle aste è destinata a contributi in favore delle micro, piccole e medie imprese che svolgono non meglio definite «attività economiche eco-compatibili» con sede legale e operativa nei comuni che hanno almeno il 45% della propria superficie in una Zea (cioè in un Parco nazionale).

Da una rapida verifica, nella Zea Parco nazionale dell’Alta Murgia l’unico comune interessato dagli effetti del Decreto sarà Ruvo di Puglia; in quella del Parco nazionale del Gargano, tra i principali, Monte S. Angelo, San Marco in Lamis, Vieste, San Giovanni Rotondo, Cagnano Varano.

Da Parchi a Zone economiche ambientali

È questa la previsione contenuta nella bozza di Decreto Legge «Misure urgenti per il contrasto dei cambiamenti climatici e la promozione dell’economia verde» ma il decreto è stato fermato dalla Ragioneria Generale dello Stato perché sarebbe carente di coperture finanziarie. Non è un colpo d’ala ma contiene molti punti interessanti (da Villaggio globale del 25 settembre 2019)

 

I Parchi nazionali potrebbero diventare Zone economiche ambientali. È questa la previsione contenuta nella bozza di Decreto Legge «Misure urgenti per il contrasto dei cambiamenti climatici e la promozione dell’economia verde», messo a punto dal ministro dell’Ambiente Sergio Costa a metà settembre.

Il Decreto, però, come si sa, ha subìto l’alt della Ragioneria Generale dello Stato perché sarebbe carente di coperture finanziarie. L’articolo 9 del testo oggi disponibile istituisce in ciascun Parco nazionale le Zone economiche ambientali «dotate di un regime economico speciale». Potremmo dire che sono omologhe delle Zone economiche speciali (Zes) ma prive di una serie di vantaggi fiscali e di investimento a queste ultime riconosciuti.

Da quel che si comprende, l’obiettivo primario del ministro Costa sembra essere quello di fornire strumenti di accelerazione dei procedimenti amministrativi relativi ad investimenti pubblici e privati nei Parchi nazionali. Tuttavia gli strumenti che vengono messi in campo sono i soliti. In ciascun Parco Nazionale dovrà essere attivato uno Sportello Unico (un altro!) gestito in forma associata dai Comuni il cui territorio ricade almeno in parte nell’area del Parco.

I procedimenti autorizzativi saranno gestiti mediante conferenze dei servizi (nulla di nuovo). Insomma, strumenti che hanno dimostrato nella maggior parte dei casi, soprattutto nel Meridione del Paese, inefficacia e cattiva applicazione. Forse sarebbe più efficace, come sosteniamo da ormai tanto tempo, che procedimenti autorizzativi e valutativi in campo ambientale (ad esempio Valutazione di impatto ambientale e Valutazione di incidenza con annessa titolarità nella gestione dei Siti Natura 2000 in tutto o in parte afferenti al Parco) e paesaggistico vengano affidati agli Enti di gestione dei Parchi nazionali consentendo così ai cittadini ed agli imprenditori di avere un unico interlocutore sul territorio, più controllabile ai fini anticorruzione e più responsabile a tutti i livelli.

Uno scorcio del Parco nazionale dell’Alta Murgia, foto di G. Carlucci

Un ulteriore elemento, questa volta positivo, nella bozza di provvedimento è la possibilità che il proponente di un progetto, a fronte di nulla osta ed autorizzazioni, realizzi misure volontarie di tutela e valorizzazione dell’area protetta ed interventi di miglioramento ambientale (nel Parco nazionale dell’Alta Murgia, ad esempio, questo meccanismo esiste già dal 2016), riconoscendogli detrazioni fiscali per il maggior costo sostenuto (con limiti di spesa che saranno successivamente stabiliti con decreto interministeriale dei ministri all’Ambiente ed all’Economia).

È pure previsto che per i tre anni successivi all’entrata in vigore del Decreto Legge, il Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese sia concesso «a titolo gratuito e con priorità sugli altri interventi, per un importo massimo garantito per singola impresa di 2.500.000 euro» alle micro, piccole e medie imprese che operano nel settore del trattamento dei rifiuti, delle energie rinnovabili, delle attività culturali legate alla tutela ambientale e alla valorizzazione dell’area protetta, dell’agriturismo, ovvero che intendano realizzare iniziative produttive o di servizio compatibili con le finalità istitutive del Parco Nazionale. È necessario, però, che operino con sede o unità locali nei territori delle aree protette nazionali nel rispetto delle previsioni e dei vincoli stabiliti dal piano e dal regolamento del parco.

Ancora incentivi finanziari per le imprese che operano nei Parchi Nazionali per (definizione alquanto vaga) «attività eco sostenibili». In questi casi le micro, piccole e medie imprese che operano nei settori prima citati potranno usufruire di «finanziamenti agevolati a tasso zero a copertura del cento per cento degli investimenti fino a 30.000 euro effettuati all’interno del territorio del parco nazionale». I finanziamenti agevolati sono rimborsati in 10 anni con preammortamento di 3 anni e sono concessi, dal 2020 al 2022, nel limite massimo complessivo di 10 milioni di euro. Anche questa misura è però oggetto di decreti attuativi in linea con le disposizioni comunitarie in materia di aiuti di Stato.

Altra disposizione interessante della bozza di D.L. del ministro Costa, è quella per cui i beni demaniali presenti nei territori del Parchi nazionali (che non siano utilizzati per la difesa e per la sicurezza nazionale e che non siano già concessi a terzi) siano affidati in concessione gratuita agli Enti di gestione. La concessione dura nove anni ed è automaticamente rinnovata.

Infine, i proprietari di edifici localizzati in Comuni che partecipano con almeno il 45% del proprio territorio alla superficie di un Parco nazionale e che intendono efficientarli dal punto di vista energetico, potranno usufruire di detrazioni fiscali dall’80% al 100%.

In realtà, Comuni che hanno porzioni di territorio così ampie in Parchi nazionali (che dovranno essere censiti con apposito decreto) non risultano essere molti e la misura sembra destinata ad avere un impatto positivo molto ridotto. Ma è sicuramente un passo verso la fiscalità di vantaggio nelle aree protette, anche se avremmo voluto che vi fosse maggiore coraggio nell’implementare azioni più articolate ed innovative. Vedremo se il Decreto Legge proseguirà il suo iter oppure queste norme potranno entrare nella Legge di Bilancio 2020.

Questa è la proposta del Governo centrale ed in Puglia riguarderebbe 2 Parchi nazionali (Gargano ed Alta Murgia) parte dei cui Comuni (Manfredonia, Bitonto ed Altamura) sono interessati anche dalla Zona economica speciale adriatica. Chissà se e come, ad esempio, la Regione Puglia vorrà finalmente intraprendere una strada analoga nei confronti delle aree protette regionali, questa volta con più determinazione e con più attenzione incentivante soprattutto ai cosiddetti servizi ecosistemici che i privati operanti in un’area protetta forniscono all’intera comunità.

Il Piano del Parco non è un Piano di lottizzazione!

Accade in Bulgaria dove, chi l’avrebbe mai detto, un Tribunale condanna il governo per aver previsto lo sviluppo edilizio nel Parco Nazionale di Pirin con il Piano di gestione dell’area protetta. Il WWF esulta. Ma i rischi per questo Sito Patrimonio Mondiale dell’UNESCO non sono terminati…

 

Il WWF e altre ONG della coalizione For the Nature hanno vinto una causa contro il Governo bulgaro che aveva previsto, nel Piano di gestione del Parco Nazionale di Pirin (oltre 27.000 ettari nel sud-ovest della Bulgaria), sito Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO, un considerevole sviluppo edilizio.

Nel marzo 2017, il ministro dell’ambiente bulgaro ha deciso che il Piano di gestione per il Parco Nazionale di Pirin non dovesse essere assoggettato alla procedura di Valutazione Ambientale Strategica (V.A.S.). Il Piano prevede la costruzione di superfici 12,5 volte più ampie dell’area attualmente consentita e potrebbe portare al disboscamento di quasi il 60 per cento del Parco (attualmente non è consentito l’utilizzazione commerciale dei boschi nel Parco). Il Piano di gestione del Parco è stato finanziato dall’UE.

La decisione della Corte bulgara impone al Governo di garantire che vengano fatte le opportune valutazioni ambientali.

«Questa è una grande notizia per Pirin e per i suoi sostenitori che sono scesi in strada da quattro mesi in più di 20 città della Bulgaria ed in dozzine in tutto il mondo. Questa decisione significa che il governo deve ora garantire che tutte le minacce a Pirin siano valutate e evitate», ha affermato Katerina Rakovska, esperta di conservazione del WWF-Bulgaria.

Più di 125.000 persone da tutto il mondo hanno firmato una petizione del WWF che esortava il primo ministro bulgaro Boyko Borisov ritirate il progetto di Piano per il Parco affinché fosse revisionato totalmente per evitare minaccie al patrimonio naturale ed al benessere delle comunità locali. Il WWF ha ripetutamente avvertito che il Piano metterebbe a repentaglio la natura incontaminata di Pirin e il suo status di sito patrimonio mondiale dell’UNESCO, anch’esso protetto dalla legislazione bulgara ed europea.

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Orso bruno

Il Parco Nazionale di Pirin ospita specie iconiche come gli orsi bruni, i lupi grigi e l’aquila minore. Le foreste naturali di conifere ospitano il pino bosniaco (Pinus heldreichii syn. Pinus leucodermis) endemico di 1300 anni chiamato Baykusheva mura, ritenuto il più antico della penisola balcanica.

Baykusheva mura - The oldest coniferous tree in Bulgaria
Pino bosniaco

Tuttavia, il futuro di Pirin rimane incerto, nonostante l’ultima sentenza, in quanto il Governo potrebbe ricorrere in appello. Inoltre, dopo che il WWF e la coalizione di ONG hanno intentato la causa, il Governo ha introdotto modifiche pericolose all’attuale piano di gestione del Parco Nazionale di Pirin nel dicembre 2017. 

«Siamo molto felici per la decisione della Corte ma, purtroppo, le minacce a questa persistono ancora. Il WWF, insieme ad altre ONG, sta attualmente appellandosi contro la mossa del Governo di aprire quasi la metà di Pirin alla costruzione attraverso le modifiche all’attuale Piano di gestione del Parco. Esortiamo il Governo a riconsiderare questo passo alla luce della decisione della Corte e delle voci dei cittadini che chiedono la protezione di Pirin», ha aggiunto Rakovska.

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Stazione sciistica di Bansko

Nel gennaio 2018, un rapporto del WWF rivelò che il Parco Nazionale di Pirin ha subito danni irreparabili dalla costruzione e dall’espansione della stazione sciistica di Bansko. L’analisi rileva che la stazione sciistica, approvata dal Governo bulgaro nel 2000, ha anche compromesso il valore economico a lungo termine di Pirin ed ha prodotto un impatto economico molto esiguo fino ad oggi.