Proteggere i pipistrelli ai tempi del Coronavirus

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Comunicare bene i messaggi per la tutela dei chirotteri nell’emergenza SARS-CoV-2. Una recente ricerca indica linee guida per riuscirci perché molto spesso alle buone intenzioni seguono effetti opposti (Villaggio Globale 18 giugno 2020)

Pipistrello albolimbato (Pipistrellus kuhlii) in volo (Foto Leonardo Ancillotto)

Ancora una volta per proteggere i pipistrelli in chiave anti Covid-19 e per la conservazione della biodiversità. Nel numero appena uscito della rivista scientifica Biological Conservation, un ricercatore australiano (Douglas MacFarlane della Scuola di Psicologia dell’Università della Western Australia e componente del Conservation Science Group del Dipartimento di Zoologia dell’Università di Cambridge nel Regno Unito) ed uno portoghese (Ricardo Rocha del Centro Ricerche in Biodiversità e  Risorse Genetiche dell’Università di Porto e del Centro per l’Ecologia Applicata “Prof. Baeta Neves”, Istituto di Agronomia dell’Università di Lisbona), spiegano come alcuni messaggi utilizzati dai conservazionisti in difesa dei pipistrelli possano avere effetti opposti. La ricerca ha per titolo “Linee guida per comunicare sui pipistrelli per prevenire la persecuzione nel tempo di COVID-19”.

Le conseguenze inintenzionali dei messaggi

«Mentre l’attuale pandemia di COVID-19 continua a devastare la salute umana e le economie nazionali – dicono i ricercatori -, gli ambientalisti stanno lottando per prevenire la persecuzione sbagliata nei confronti dei pipistrelli, ingannevolmente accusati di diffondere la malattia. Sebbene a livello globale tale persecuzione sia relativamente rara, anche alcune azioni guidate possono potenzialmente per causare danni irrevocabili a specie già vulnerabili». Nel loro articolo i ricercatori attingono alle ultime scoperte della psicologia «per spiegare perché alcuni messaggi di conservazione potrebbero rafforzare ulteriormente la disinformazione producendo associazioni mentali negative nei confronti dei chirotteri. Forniamo linee guida – proseguono i ricercatori – per garantire che i messaggi di conservazione funzionino in modo da neutralizzare le associazioni negative pericolose ed ingiustificate tra pipistrelli e rischio di malattia. Forniamo raccomandazioni su tre aree chiave della scienza psicologica: (i) smascherare la disinformazione; (ii) associazioni negative contrarie; e (iii) modifica delle norme sociali dannose. Sosteniamo che solo attraverso un’informazione accurata, onesta e debitamente contestualizzata, saremo in grado di servire al meglio la società e presentare una prospettiva anonima dei pipistrelli».

"Problemi,

Comunicare meglio per proteggere i pipistrelli

L’articolo esordisce affermando che «le zoonosi sono malattie infettive – causate da batteri, virus, funghi, parassiti o altri agenti patogeni – che si diffondono dagli animali all’uomo. La maggior parte delle malattie infettive ricorrenti ed emergenti nell’uomo sono zoonotiche e le loro origini possono spesso essere rintracciate in bacini specifici della fauna selvatica. Le zoonosi emergenti hanno un impatto enorme sulla salute umana globale e rappresentano un peso significativo per le economie nazionali, specialmente nei paesi a basso reddito. Questi impatti sono particolarmente catastrofici quando nuovi focolai si diffondono in tutto il mondo attraverso la trasmissione da uomo a uomo, come la pandemia di COVID-19, e possono portare ad effetti di lunga durata sulla biodiversità e sulle attività di conservazione». I ricercatori sostengono anche che «le informazioni (e le informazioni errate) sulle zoonosi e sui loro presunti ospiti animali possono avere un impatto potenziale sulla percezione del pubblico di determinati taxa. Le notizie, ad esempio, che collegano ripetutamente animali selvatici ad una particolare malattia zoonotica, possono alimentare l’animosità verso le specie (o l’insieme di specie) e, in casi estremi, erodere il supporto della società alla loro conservazione o persino alimentare la persecuzione diretta come riserve di malattie conosciute o sospette. In questo contesto, anche gli sforzi ben intenzionati di giornalisti, ricercatori e ambientalisti per contrastare pericolose associazioni negative tra fauna selvatica e zoonosi possono portare a conseguenze non intenzionali e rafforzare ulteriormente gli stereotipi negativi». MacFarlane e Rocha concludono che «a dispetto dell’importanza ecologica dei pipistrelli, è probabile che la loro crescente nomèa come riserve di zoonosi pericolose influisca negativamente sul supporto per la loro conservazione. All’indomani dell’attuale pandemia, i chirotterologi dovranno navigare con attenzione nelle dimensioni psicologiche umane per la conservazione dei pipistrelli ed essere estremamente cauti su come comunicano su chirotteri e zoonosi. A tal fine, è logico che la psicologia della comunicazione scientifica fornisca la migliore guida disponibile. In un mondo in cui gli esseri umani e gli ospiti naturali delle malattie infettive emergenti sono sempre più connessi, un approccio integrato ed interdisciplinare è fondamentale per collegare la scienza della conservazione della fauna selvatica ed il contesto della salute umana. Solo strutturando accuratamente informazioni accurate, oneste e debitamente contestualizzate, il saremo in grado di servire al meglio la società con una percezione completa e imparziale della fauna selvatica che minimizzi i rischi zoonotici per la salute e consenta la coesistenza di specie selvatiche, dei loro servizi ecosistemici vitali e delle società umane».

Fabio Modesti

La transumanza negata

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La Regione Abruzzo a guida centrodestra limita l’uso delle terre civiche da parte degli allevatori transumanti, dando priorità ai locali. I (pochi) transumanti che protestano sono soprattutto pugliesi . Ma la Puglia di centro-sinistra ha da tempo dimenticato l’allevamento brado, quello a contatto con la natura e la transumanza (Villaggio Globale 22 maggio 2020 – la Repubblica-Bari 31 maggio 2020)

Morre di pecore al pascolo sul lago del Matese (Foto Fabio Modesti)

l grido di “ci negano la transumanza” alcune associazioni di categoria, più di agricoltori che di allevatori, hanno inveito contro una norma contenuta in una recente legge regionale abruzzese in materia di contrasto al Covid-19 (la legge regionale Abruzzo n. 9/2020). La norma in questione sancisce sostanzialmente che nella concessione per il pascolo di terre civiche abruzzesi vengano privilegiati gli allevatori regionali «iscritti nel registro della popolazione residente da almeno 10 anni che abbiano un’azienda con presenza zootecnica, ricoveri per stabulazione invernale e codice di stalla riferito allo stesso territorio comunale o ai comuni limitrofi». Secondo alcuni, una sorta di “Abruzzo first” che la Regione a recente guida “sovranista” ha voluto dire forte e chiaro. E certo, dicono pure, in questo modo si mette a rischio la transumanza ed è come se il presidente della Regione Abruzzo, Marco Marsilio avesse «rinnovato verga d’avellano» per darla in testa a chi volesse far pascolare armenti e greggi provenienti da altre regioni. E poi, proprio ora che l’ineffabile UNESCO ha decretato la transumanza “patrimonio immateriale dell’Umanità”. No, proprio non ci voleva.

Cavalli al pascolo brado sul lago del Matese (Foto Fabio Modesti)

Nulla di più materiale della transumanza

O forse sì. Dichiarare la transumanza “patrimonio immateriale” è già di per sé una contraddizione in termini perché non c’è nulla di più materiale di pecore, vacche e cavalli che si muovono con persone e cani. Non c’è nulla di più materiale degli jazzi e di tutte le strutture per ricovero degli animali; non c’è nulla di più materiale del formaggio, della ricotta, della lana e della carne che se ne produce. Il vero problema è forse almeno un altro. E cioè che in Abruzzo hanno pensato in qualche modo a chi porta ancora gli animali al pascolo vagante. Certo, si può contestare la limitazione di fatto alla movimentazione degli animali da altre regioni ma di certo in Abruzzo si è cominciato a pensare di nuovo ad una pastorizia che vive con e nell’ambiente naturale.

Vacca maremmana con vitelli al pascolo brado nel Parco Regionale della Maremma (Foto Fabio Modesti)

Ma la Puglia non ci pensa

Ci chiediamo se anche la Puglia ci pensa. Ci chiediamo se l’amministrazione regionale guidata da Michele Emiliano abbia idea delle condizioni in cui versa il settore zootecnico più legato alle risorse naturali che ai mangimi con soia transgenica con i quali coloro che, pronti a definirsi “OGM free”, non esitano ad alimentare i propri animali. La sensazione, purtroppo ben più che tale, è che non ne abbia affatto idea. E non sono alle viste progetti e programmi che cerchino di recuperare quel po’ che è rimasto in Puglia dell’allevamento estensivo. Nessuna idea di come poter recuperare le strutture architettoniche tradizionali pastorali per destinarle nuovamente a quell’uso. Nessuna idea di come alleviare costi e fatiche di allevatori ai quali i prezzi offerti per il latte e per la carne non coprono che una parte infinitesimale di essi. Nessuna idea di come stringere patti tra pubbliche amministrazioni ed allevatori estensivi per una corretta gestione dei territori.  Forse alberga, questo è quel che purtroppo emerge, l’idea di rendere la transumanza una specie di manifestazione folkloristica da sagra paesana e di destinare jazzi, mungituri e masserie a centri congressi e centri benessere, quando non a sale ricevimenti. Ma non possiamo non sperare che ci sia ancora un lumicino d’idea per incentivare l’economia zootecnica e l’allevamento estensivo delle aree interne, il pascolo brado, la sanità degli animali e per aiutare lo sbocco sul mercato dei relativi prodotti. Un’idea per pagare quegli allevatori, anche con sane politiche di vantaggio fiscale, per i “servizi ecosistemici” che forniscono e dei quali noi cittadini godiamo gli effetti.

La locatione di Canosa nell'”Atlante de le locationi” di Michele (1686)

L’oblío dei tratturi

E così tratturi e tratturelli, infrastrutture fondamentali per l’allevamento estensivo anche per una transumanza domestica, non potranno essere più destinati esclusivamente ad un turismo che, comunque, non approfondirà nulla del senso antropologico ed umano delle “migrazioni” dannunziane. La fiammella della speranza resta accesa in attesa che, quantomeno in Puglia, l’avere speranza si incarni in qualcuno che sia speranza.

Fabio Modesti

Il pasticciaccio brutto dell'”astronave”

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Doveva essere il più grande impianto di compostaggio d’Europa. È stato costruito ma non completato. In realtà non sarebbe mai dovuto sorgere lì, in un Sito Natura 2000 ed ai piedi del Parco Nazionale dell’Alta Murgia. Ora una sentenza del TAR Puglia può rimettere tutto in discussione (Villaggio Globale 14 maggio 2020)

L'immagine può contenere: cielo, spazio all'aperto e natura
L’impianto di compostaggio Prometeo 2000 mai completato e mai entrato in funzione (Foto Mario Conca)

È un “pasticciaccio brutto” quello dell’impianto di compostaggio “Prometeo 2000” della famiglia Delle Foglie, sulla statale 96 in territorio di Grumo Appula mai entrato in funzione perché mai completato. Doveva essere il più grande impianto per il trattamento di rifiuti organici d’Europa ed, invece, la cosiddetta “astronave” – per l’architettura che rimanda al modulo spaziale LEM e la cui storia risale addirittura al 1995 – non è stata mai completata e mai entrata in funzione. Il progetto ebbe, nel 1996, addirittura il parere favorevole della Commissione Europea per un finanziamento LIFE e la strada spianata dal cosiddetto “decreto Ronchi” del 1997 (dal nome dell’allora Ministro dell’Ambiente Edo Ronchi) con cui si tentò di spingere la realizzazione di impianti per il trattamento dei rifiuti contro l’emergenza “monnezza”. Ma il settore urbanistico della Regione Puglia ne dichiarò l’incompatibilità urbanistica perché l’area era destinata a zona agricola. Nonostante questo, a fine anni ’90 l’avveniristico impianto, da realizzare in un sito Natura 2000 tutelato dalle Direttive UE ed a poche centinaia di metri da quello che si sarebbe diventato nel 2004 il parco nazionale dell’Alta Murgia, ottenne il via libera dalla Regione Puglia. E lo ottenne grazie ad un procedimento di valutazione di impatto ambientale che definire superficiale è un eufemismo.

Il ruolo della provincia

Nel 2000 l’allora giunta provinciale di Bari autorizzò definitivamente ed a spron battuto l’impianto in deroga alle previsioni del PRG di Grumo Appula. Nel 2004 la magistratura penale barese sequestrò l’impianto per violazione delle tutele naturalistiche poste dalle norme comunitarie, per violazioni paesaggistiche e per lottizzazione abusiva. Il processo di primo grado si concluse nel 2009 con la dichiarazione di intervenuta prescrizione per tutti gli imputati (i Delle Foglie, il progettista e dirigenti provinciali e regionali) ma ritenendo sussistenti i reati e quindi confiscando in favore del comune di Grumo l’area e l’impianto realizzato. La confisca venne confermata in Cassazione. Quell’impianto non sarebbe mai dovuto sorgere lì perché quell’area era tutelata a livello comunitario e perché violava la normativa urbanistica. I Delle Foglie rinunciarono alla prescrizione sostenendo la propria innocenza e chiedendo la riconsegna dell’impianto. Dopo l’andirivieni tra Corte d’Appello e Cassazione, si giunse nell’aprile 2017 alla loro assoluzione in Corte d’Appello “perché il fatto non sussiste”. L’impianto venne loro riconsegnato sulla scorta della famosa sentenza della CEDU su Punta Perotti a Bari che aveva sancito il principio secondo il quale non può esservi confisca di beni senza colpevoli di reati.

L’impianto di compostaggio Prometeo 2000 nell’area contigua del Parco Nazionale dell’Alta Murgia e la sua vicinanza alla zona 2 del Parco (Fonte WebGis Parco Nazionale dell’Alta Murgia)

La nuova VIA regionale

Ma l’impianto non era completato e nel 2015 la società chiese alla Regione di poter procedere al suo completamento attivando un nuovo procedimento VIA e di Autorizzazione Integrata Ambientale. Il parco nazionale dell’Alta Murgia, numerosi comuni del territorio ed il Comitato contro l’ecomostro, nel frattempo costituitosi, sostennero che l’autorizzazione rilasciata dalla provincia di Bari nel 2000 non era più valida e che, quindi, l’impianto dovesse affrontare una procedura autorizzativa ex novo. La Regione non intese ragioni e a gennaio 2018 rilasciò il via libera al completamento. Ma il comune di Grumo, nel 2015, aveva adottato il nuovo piano urbanistico generale confermando quell’area come zona agricola e l’impianto esistente incompatibile con essa.

L’ultima sentenza del TAR

La società di Delle Foglie ricorse nel 2017 al TAR il quale, con la sentenza del 4 maggio scorso, sembra aver rimesso tutto in discussione. Intanto stabilisce che l’autorizzazione rilasciata nel 2000 dalla provincia di Bari non è più valida perché scaduta nel 2010 e che il diniego opposto dal comune di Grumo alla richiesta di compatibilità urbanistica del completamento dell’impianto è legittimo «poiché il fatto che l’impianto sia già esistente non comporta, ex se, la compatibilità urbanistica dell’intervento di ampliamento proposto». I Delle Foglie non ci stanno ed annunciano ricorso al Consiglio di Stato. Ora, intanto, tocca nuovamente alla Regione dire la sua approvando o meno il nuovo piano urbanistico di Grumo che sancisce l’incompatibilità dell’”astronave” con l’assetto urbanistico. Inoltre, quell’impianto non è più presente nel vigente piano regionale di gestione dei rifiuti urbani. Si vedrà come andrà a finire. Quel che si può sicuramente dire è che quell’impianto non doveva essere realizzato lì dov’è ora per evitare di violare norme ambientali e paesaggistiche e per garantire la riuscita dell’investimento privato.

Fabio Modesti