Le praterie del Sud, ma chi ci pensa?

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Un Progetto finanziato con il Programma Life riferito alla conservazione di praterie in Ungheria, potrebbe interessare anche il Sud Italia, Puglia in particolare, solo se le autorità regionali se ne rendessero conto. In Ungheria il progetto potrà funzionare moltiplicando i fattori di investimento virtuoso per la conservazione fino a 72 milioni di Euro (da Villaggio globale 05 marzo 2019)

di Fabio Modesti

Tra i progetti recentemente finanziati dalla Commissione Ue con il Programma Life bandito nel 2017, ve n’è uno di particolare interesse perché riferito alla conservazione di praterie in Ungheria. Nonostante la localizzazione, questo progetto potrebbe interessarci perché l’Italia è uno dei Paesi europei che detiene un’importante quota di distribuzione di praterie mediterranee (certo molto diverse da quelle Pannoniche oggetto del progetto ungherese) che stanno col tempo modificandosi a causa della riduzione drammatica del pascolo, soprattutto ovino.

Il progetto (titolato «Life-Ip Grassland-HU»), proposto da una serie di Parchi Nazionali magiari, dalla Camera di agricoltura ungherese e dalla sezione ungherese dell’associazione protezionistica BirdLife international, si propone molteplici obiettivi strategici: la gestione delle praterie per la conservazione della natura, il controllo dell’incremento di arbusti e della riforestazione delle praterie, la riduzione della frammentazione degli habitat e della scomparsa dei corridoi ecologici, il controllo delle specie invasive, il contrasto all’abuso ed allo sfruttamento eccessivo di terreni e di risorse naturali (comprese le attività del settore turistico), la sensibilizzazione degli agricoltori e degli allevatori per sostenere la conservazione della natura, la gestione ottimale dei livelli delle acque e la revisione delle misure di conservazione per le specie e per gli habitat prioritari.

Parco Alta Murgia
Lama Reale – Parco Nazionale dell’Alta Murgia

Tra i risultati attesi spiccano il miglioramento dello stato di conservazione di praterie seminaturali e di habitat correlati di importanza comunitaria in 30 siti di rete Natura 2000; l’acquisto di 77 ettari di terreno per la conservazione di specie ed habitat; la conversione in pascolo di 40 ettari di terra arabile; la rimozione di arbusti di specie autoctone da 480 ettari in 22 siti Natura 2000; lo sradicamento di specie esotiche invasive da 922 ettari in 21 siti Natura 2000; la promozione o il mantenimento delle condizioni per una gestione tradizionale del territorio rispettosa della natura insieme ad una migliore infrastruttura di gestione; il miglioramento delle condizioni idrologiche (regimi idrici) di taluni tipi di habitat su 2000 ettari; il migliorato dello stato di conservazione delle specie tipiche e prioritarie (con popolazioni che rimangono stabili o in aumento di almeno il 15%); la costituzione di sei colonie di criceto europeo (Cricetus cricetus) e di 4 colonie di talpa minore (Nannospalax superspecie leucodon); il mantenimento o l’aumento di almeno il 10% delle superfici di sei habitat prioritari di praterie.

Il budget complessivo del progetto è di circa 17,2 milioni di Euro di cui circa 10,3 a carico dell’Ue. Ma il progetto faciliterà l’uso coordinato di circa 72 milioni di Euro con finanziamenti complementari in 42 progetti a valere sul Fondo europeo di Sviluppo Rurale (Feasr) e sul Fondo europeo di Sviluppo regionale (Fesr).

 

Non che non vi siano state proposte in linea con il progetto magiaro, ma sistematicamente, soprattutto in Puglia, chi detiene i cordoni della borsa dei Fondi Strutturali, ossia la Regione, le affonda ritenendole non meritevoli di sostegno economico.

Perché questo progetto può interessare il nostro Paese e, soprattutto, il Sud Italia? Perché è il tipo di progetto che ben si potrebbe realizzare nei Parchi nazionali dove maggiore è la presenza di prateria mediterranea che per la sua conservazione ha bisogno di un pascolamento adeguato (non del superpascolamento) e del restauro vegetazionale dei tanti suoli oltraggiati dal fenomeno dello «spietramento» meccanico a partire dalla fine degli anni 80 del secolo scorso e per almeno un decennio.

In un’ottica virtuosa di sistema finanziario pubblico, un progetto di questo tipo dovrebbe collegarsi ad altri progetti di conservazione e di sviluppo sostenibile dell’economia agropastorale mediante i fondi europei per l’agricoltura e le infrastrutture prima citati. Per far questo esiste uno strumento obbligatorio adottato in sede di programmazione nazionale e regionale di queste risorse: si chiama Paf (Prioiritized Action Framework) ed è il quadro di azioni (anche in questo caso riemerge il «mito della cornice» di popperiana memoria) che dovrebbe tenere insieme sviluppo infrastrutturale, sviluppo rurale e politiche di tutela dei Siti Natura 2000.

In Ungheria, quindi, il progetto potrà funzionare moltiplicando i fattori di investimento virtuoso per la conservazione fino a 72 milioni di Euro. Di certo, in Italia, ed in particolare nelle regioni del Mezzogiorno (quelle in cui i Fondi Strutturali europei investono di più) l’effetto moltiplicatore manca del tutto. I programmi di utilizzazione dei vari Fondi sono monadi, non dialogano tra loro ed, anzi, si scontrano in un labirinto di confuse strategie e di antitetiche azioni. È la certificazione che la vecchia mitteleuropa (ora sovranista) resta più capace di chiunque nell’usare gli arnesi economici comunitari per programmare il suo sviluppo, addirittura sostenibile?

E ora c’è l’«incubo» cormorano

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Dopo cinghiali, lupi, orsi, storni ora è il turno di questa specie… Sono già partite le lamentale da allevatori ittici del lago di Varano da politici locali e da associazioni di categoria che hanno stimato «a occhio» le perdite economiche. Cosa si è fatto in altre zone italiane. Le inadempienze della Regione (da Villaggio globale 26 febbraio 2019)

di Fabio Modesti

 

Pare non ci si capisca più nulla con gli animali selvatici che ci girano attorno e che disturbano la nostra umana tranquillità, anche produttiva. Tra tutti, cinghiali, lupi, orsi, storni e cormorani. Questi ultimi, poi, spazzolano con voracità gli allevamenti di pesce arrecando, a detta degli operatori economici, danni inestimabili.Recentemente la Puglia è assurta agli onori delle cronache per i danni provocati nella laguna di Varano, nel Parco nazionale del Gargano, da questi straordinari «pescatori del cielo» evocati e sublimati in molte poesie da autori cinesi (in Cina è pratica tradizionale la pesca con l’ausilio del cormorano) ed anche italiani come Eugenio Montale. Subito sono partiti gli alti lai di politici locali e di associazioni di categoria, sono state stimate «a occhio» le perdite economiche: almeno 500.000 Euro ai danni di un solo imprenditore! Soprattutto, sono partite le richieste di riperimetrazione dell’area protetta perché «scelta doverosa».

Ma ragioniamo

Ragioniamo, però. Che il cormorano (Phalacrocoras carbo) sia una specie problematica per la sua interazione con le attività economiche, è un dato di fatto. Stragi di uccelli marini (non solo cormorani) sono avvenute nel tempo perché i pescatori li ritenevano i principali competitori nel prelievo di pesce. Stessa sorte è toccata (tocca ancora?) anche a specie di mammiferi come foche e delfini.Ma, nel caso che ci riguarda, almeno nell’attualità della vicenda, alcune questioni devono essere poste. Ad esempio: è mai stato elaborato un piano di gestione della specie nell’area protetta? Le esperienze in tal senso ci sono e le azioni messe in atto a seguito del piano di gestione hanno avuto efficacia. In Italia, all’inizio del 2000, la Provincia di Rovigo chiese al Dipartimento di Biologia, Sezione di Biologia evolutiva, dell’Università di Ferrara di predisporre un Piano di azione per gestire la popolazione di cormorani presenti nel delta del Po veneto.Attraverso una serie di iniziative quella popolazione è stata contenuta ed i danni di molto ridotti. Fondamentale è stata la partecipazione degli allevatori ittici della zona che hanno messo in atto una serie di riuscite misure di protezione degli allevamenti.

Interventi positivi e non

Tra le azioni intraprese, innanzitutto il monitoraggio della popolazione e l’individuazione delle colonie. Successivamente, avendo un quadro esaustivo ed abbastanza fedele della presenza numerica della specie, si è partiti con le attività di disturbo presso i dormitori nelle ore tardo pomeridiane e serali con fucile laser, razzi luminosi e petardi. Sono stati anche autorizzati abbattimenti di esemplari da parte di 8 aziende del territorio. Di queste, però, solo quattro hanno proceduto agli abbattimenti per un totale di 104 capi. L’efficacia di tale azione è stata ritenuta dagli stessi autori del piano «insignificante ai fini di una riduzione delle presenze di cormorano nell’area del delta e dell’impatto sulla popolazione svernante».Nel periodo novembre 1999-marzo 2000 (periodo di stanzialità della popolazione), gli individui sono diminuiti di circa 1.300 capi. Ma, soprattutto, riportano gli estensori ed attuatori del piano, «oltre ai risultati numerici ottenuti, talvolta difficili da

Il Piano strategico per l’acquacoltura in Italia 2014-2020, stabilisce tra le priorità di azione l’elaborazione di un «Piano per la gestione delle popolazioni di predatori selvatici». Ad oggi, però, né Lo Stato né le Regioni che si lamentano hanno investito risorse e menti per giungere al risultato.

interpretare per la mancanza di termini di confronto e la complessità dei fattori da considerare (Dumeige 1993, Mott et al. 1992, Glahn et al. 2000), occorre sottolineare il riscontro favorevole ottenuto dai vallicoltori.In particolare è stato verificato un generale consenso verso i contenuti e le modalità di svolgimento del piano, l’ampia disponibilità a collaborare da parte delle aziende più motivante e attive nella produzione ittica, un progressivo cambiamento nei rapporti con l’Amministrazione provinciale. Un risultato «accessorio» allo svolgimento del piano, ma non meno significativo, risiede nella progressiva presa di coscienza da parte dei vallicoltori della concreta necessità di operare attivamente a protezione delle colture usufruendo del sostegno e della collaborazione delle amministrazioni locali e della consulenza di esperti del settore, piuttosto che sostenere rigide posizioni di sterile contrapposizione».Posizioni analoghe a quelle della Lega italiana per la protezione degli uccelli (Lipu) che alla fine degli anni 90 del secolo scorso, ha prodotto un documento scientifico per la gestione del cormorano «Documenti scientifici per la conservazione – Specie problematiche – 1 – Il Cormorano», ad oggi introvabile sul web, che comunque punta sulla prevenzione e sul monitoraggio.Il piombo serve veramente a poco. Tra l’altro, la Lipu afferma che «[…]Le modifiche delle pratiche acquacolturali debbono mirare alla riduzione della presenza contemporanea dei cormorani e dei pesci in condizioni non difendibili. A questo riguardo uno studio condotto in Camargue (Francia) sugli allevamenti ittici locali, ha mostrato che nelle vasche vulnerabili alla predazione del Cormorano, si potrebbe effettuare la raccolta a fine ottobre/inizio novembre (alla fine della stagione di crescita dei pesci) prima dell’arrivo massiccio dei Cormorani […]».

E il Piano strategico?

La stessa Unione europea non sa bene come fare a gestire questa specie. Il Piano di azione europeo non è stato ancora elaborato ed il Parlamento europeo, ancora nel 2013, ha sollecitato la Commissione ad approntarlo, ma l’unica risposta è stato un documento di orientamento. 

Sta di fatto che il cormorano resta specie non cacciabile, tanto più in un’area protetta. Per il suo contenimento numerico è possibile che le Regioni e gli Enti di gestione delle aree protette mettano a punto specifici piani che possono anche prevedere il prelievo di un numero di esemplari non indefinito e non ad libitum; la deroga alla protezione, cioè, deve essere molto ben motivata, circostanziata e delimitata nelle azioni, nel numero di capi da prelevare e nel tempo. Diversamente, il nostro Paese incapperebbe per l’ennesima volta in una procedura d’infrazione davanti alla Corte di Giustizia Ue senza molte possibilità di uscirne indenne.

Non solo latte, il ruolo eco della pastorizia

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Un prato destinato al pascolo svolge: cattura di CO2, filtrazione delle acque, riduzione del rischio incendi, riduzione della biomassa erbacea nei boschi ai fini anti incendio, presenza di insetti impollinatori utili all’agricoltura o per la produzione di miele, produzione di erbe officinali, regolazione e riduzione del dilavamento del terreno dai suoli scoscesi ed altro ancora (da Villaggio globale 20 febbraio 2019) 

 

di Fabio Modesti

 

Pecore e Parchi. Parafrasando lo splendido libro di Valerio Giacomini e Valerio Romani «Uomini e Parchi» del 1982 che ha formato ed orientato tanti operatori e gestori di aree protette in Italia e non solo, potremmo così intitolare un ipotetico studio sul rapporto quasi indissolubile tra ovini e protezione della natura principalmente nella Regione biogeografica mediterranea. E, nell’articolare ipotetici capitoli, ci viene in soccorso quel che sta accadendo in questi giorni in Sardegna, dove la protesta dei pastori di quell’isola per ottenere un prezzo del latte ovino più remunerativo pone all’attenzione del grande pubblico la rilevanza economica ed ambientale di un’economia considerata «marginale»: quella legata alla pastorizia nomade o seminomade.Vi è un’indissolubile legame tra l’allevamento ovino e la conservazione di alcuni habitat naturali (o seminaturali), in special modo nel Mediterraneo. Ne è esempio la prateria arida che contraddistingue alcune zone di rilevantissimo interesse conservazionistico: dalla penisola Iberica ai Balcani, passando per l’Italia. Qui, nel nostro Paese, quella prateria (o pseudosteppa mediterranea) è distribuita con maggiore estensione soprattutto tra Sardegna (nel mai decollato Parco nazionale del Golfo di Orosei e del Gennargentu), appunto, Basilicata, Puglia (in particolare nel Parco nazionale dell’Alta Murgia), Calabria e Sicilia. Si tratta di habitat considerati dall’Unione europea prioritari, e perciò tutelati, ai fini della conservazione di una serie di specie vegetali ed animali, in particolare di uccelli selvatici legati a questi spazi aperti con vegetazione erbacea e con la quasi totale assenza di arbusti o alberi.
 
“Il pascolo ovino, quindi, rende un servizio (ecosistemico) straordinariamente importante per la conservazione di questi habitat e sol per questo gli allevatori andrebbero compensati adeguatamente da parte della comunità che ne usufruisce.”
 
Ebbene, il rapporto tra presenza ovina e questi habitat è talmente stretto che la riduzione del pascolamento determina la graduale loro scomparsa con un’evoluzione vegetale perlopiù verso l’affermazione di arbusti e poi, eventualmente, alberi. Insomma, gli spazi aperti connotati da una ricchezza floristica straordinaria, selezionata proprio da quell’attività, e da una biodiversità ai massimi livelli, man mano si chiudono riducendo di molto questi indici.
A quanto potrebbe ammontare questo compenso per i servizi ecosistemici resi dagli allevatori e dalle loro pecore, lo si può calcolare abbastanza agevolmente partendo dalle funzioni che un suolo naturale di quel tipo svolge: cattura di CO2, filtrazione delle acque, riduzione del rischio incendi, riduzione della biomassa erbacea nei boschi ai fini anti incendio, presenza di insetti impollinatori utili all’agricoltura o per la produzione di miele, produzione di erbe officinali, regolazione e riduzione del dilavamento del terreno dai suoli scoscesi ed altro ancora.Esistono ormai modelli per stabilire a quanto ammonta il «valore» di questi servizi. Li si applichi, quindi, pagando queste prestazioni con compensi veri e propri oppure intervenendo sulla fiscalità, anche locale, generando vantaggi per chi offre alla comunità la protezione e la riproduzione di beni inestimabili ed irriproducibili.Non è evidentemente un caso, poi, che la gran parte dei suoli destinati al pascolo ovino sia tutelata dalla presenza di aree protette nazionali e regionali e da Siti Natura 2000 dell’Unione europea.Quel che dovrebbero fare gli enti di gestione di queste aree dovrebbe essere esattamente quel che si è prima rappresentato, ponendosi come pagatori per i servizi resi da allevatori e greggi ma anche da intermediari con le Amministrazioni pubbliche (nazionali e locali) che gestiscono la fiscalità per creare un circuito virtuoso dove, a quel punto, il prezzo del latte di pecora risulterebbe un elemento tutto sommato non principale per la formazione del reddito.