Catturare i lupi, una parola…

Il caso del “lupo” confidente avvistato nella pineta dei Laghi Alimini in Salento che ora l’ISPRA vorrebbe prelevare. Ma una recente sentenza della Corte di Giustizia europea pone i paletti per le catture degli esemplari di questa specie protetta anche fuori dai Siti Natura 2000.  Un bel rebus da risolvere in assenza del Piano di conservazione e gestione del lupo rimpallato tra Ministero dell’Ambiente e Conferenza Stato-Regioni (Villaggio Globale 23 giugno 2020)

n lupo si aggirerebbe nella pineta dei Laghi Alimini in territorio di Otranto (LE). Forse più di uno, a leggere le cronache. Da tempo circolano segnalazioni di presenza del principe dei predatori sulla costa adriatica salentina. Foto e video si susseguono. Quest’ultimo caso, poi, si sarebbe “aggravato” addirittura con un’aggressione nel confronti di una bimba di 8 anni. L’ISPRA vorrebbe catturare il o gli esemplari senza però sapere se si tratta effettivamente di lupo, di cane lupo cecoslovacco oppure di un ibrido. La qual cosa non è di poco conto perché la disciplina nel primo caso deriva dalla direttiva 92/43 CEE “Habitat”, è piuttosto stringente e l’Italia non sembra avere messo a punto protocolli tecnico-scientifici a prova di denunce penali.

Il caso rumeno

Con una recente sentenza, la Corte di Giustizia Europea si è espressa su una questione sottoposta da un Tribunale rumeno che, però, ha rilevanza per tutti gli Stati membri UE. Nella Romania profonda, un lupo bazzica vicino al villaggio Șimon, situato nel comune di Bran, circoscrizione di Brașov, giocando e nutrendosi con i cani di un residente. Il villaggio è posto tra due Siti d’Importanza Comunitaria proposti dallo Stato Rumeno ed accettati dalla Commissione UE. In entrambi i siti la presenza di lupi è stata registrata nei formulari standard dei dati. Alcuni dipendenti e veterinari delle autorità pubbliche competenti, chiamati dagli abitanti, si recano a Șimon per catturare e di ricollocare il lupo. Dopo la somministrazione di una dose di anestetico ad uso veterinario mediante un fucile ipodermico, il lupo viene inseguito, catturato e poi sollevato per la coda e per la collottola, fino ad un veicolo posto ad una certa distanza, e quindi collocato in una gabbia da trasporto di cani. Il lupo è destinato ad essere liberato in una Riserva Naturale ma, durante il trasporto, riesce a sfondare la gabbia ed a scappare nei boschi della zona. Qualche mese dopo un’associazione protezionistica rumena denuncia i funzionari pubblici per reati connessi alla cattura ed al trasporto, in condizioni inappropriate, di un lupo. L’associazione afferma che non era stata richiesta alcuna autorizzazione per la cattura ed il trasporto dell’animale.

Il Tribunale rumeno chiede alla Corte di Giustizia di interpretare alcune disposizioni della Direttiva 92/43 CEE sulla tutela di alcune specie protette come il lupo e sulla possibilità di derogare a tali norme. In particolare vuol sapere se lo Stato membro abbia comunque l’obbligo di adottare eventuali espresse disposizioni derogatorie anche  nel caso in cui tali animali vengano avvistati nella periferia urbana o quando penetrino nel territorio di un ente territoriale. Secondo il Tribunale rumeno la norma della Direttiva (in questo caso l’articolo 16 che disciplina le deroghe alla tutela) potrebbe comportare, attraverso un’interpretazione restrittiva, che sullo Stato non gravi alcun obbligo «qualora tali animali abbiano abbandonato il loro habitat naturale, circostanza che sarebbe contraria allo scopo perseguito da tale atto normativo». Cioè, se il lupo – o qualsiasi altro esemplare di specie protetta – resta nelle aree habitat tutelate dalla Direttiva (i Siti Natura 2000) buon per lui, non può essere oggetto di cattura ed uccisione se non per scopi scientifici o sanitari. Ma se esce da tali aree, la sua tutela non può essere più garantita.

Prime immagini di lupi nel Parco Nazionale dell’Alta Murgia nel 2010 (Foto Ente Parco Nazionale dell’Alta Murgia)

La Corte di Giustizia fa chiarezza

La Corte di Giustizia ha fatto ancora una volta chiarezza. Non è possibile – secondo la Corte UE – che uno Stato membro proceda alla cattura di un esemplare di specie protetta, derogando alle disposizioni comunitarie, se prima non abbia compiutamente verificato che non esista un’altra soluzione valida e che tale deroga non pregiudichi il mantenimento, in uno stato di conservazione soddisfacente, delle popolazioni delle specie interessate nella loro area di ripartizione naturale. Inoltre, afferma la Corte, l’”area di ripartizione naturale” e l’”ambiente naturale” in cui tali specie agiscono (in questo caso il lupo) non possono essere limitati a determinati siti pure protetti a livello comunitario ma sono necessariamente più vasti. «Tali aree – dice la Corte UE –corrispondono allo spazio geografico in cui la specie animale in questione è presente o si diffonde secondo il suo comportamento naturale. Ne consegue che la tutela prevista dall’articolo 12, paragrafo 1, della direttiva “Habitat” non presenta limiti o frontiere e non consente quindi di ritenere che un esemplare selvatico di una specie animale protetta che si trovi in prossimità o all’interno di zone popolate dall’uomo, che transiti attraverso tali zone o che si nutra delle risorse prodotte dall’uomo, sia un animale che ha lasciato la sua “area di ripartizione naturale”, o che quest’ultima sia incompatibile con gli insediamenti umani o con le infrastrutture antropiche». Per poter derogare a questo stringente regime di tutela, gli Stati membri devono adottare un quadro di disciplina derogatoria completo ed esaustivo, basato su evidenze scientifiche. Nel caso rumeno – dice ancora la Corte di Giustizia – «la normativa nazionale non avrebbe consentito di reagire in maniera adeguata, in un breve lasso di tempo, al comportamento del lupo di cui trattasi nel procedimento principale e di minimizzare, così, precocemente, i rischi corsi. Non risulterebbe neppure che il contesto normativo nazionale contempli, al riguardo, una regolamentazione o linee guida scientificamente fondate». E tale disciplina deve comunque avere come argine insuperabile il mantenimento in un soddisfacente stato di conservazione della popolazione della specie selvatica. In conclusione, la Corte UE, sancisce che «l’articolo 12, paragrafo 1, lettera a), della direttiva “Habitat” deve essere interpretato nel senso che la cattura e il trasporto di un esemplare di una specie animale protetta ai sensi dell’allegato IV di tale direttiva, come il lupo, nella periferia di una zona popolata dall’uomo o in una tale zona, possono ricadere sotto il divieto previsto da tale disposizione» ed ancora che «l’articolo 16, paragrafo 1, di detta direttiva deve essere interpretato nel senso che qualsiasi forma di cattura deliberata di esemplari di tale specie animale nelle succitate circostanze è vietata in assenza di deroga concessa dall’autorità nazionale competente sulla base di tale disposizione».

L’assenza del Piano di azione per il lupo

Una sentenza importante ed utile anche per l’Italia che attende da oltre un anno che la Conferenza Stato-Regioni dia il via libera alla nuova proposta di Piano di conservazione e gestione del lupo messa a punto dal Ministero dell’Ambiente, dopo che dallo stesso è stata espunta la possibilità di procedere ad abbattimenti selettivi. Nel testo, le deroghe previste dall’articolo 16 della Direttiva “Habitat” 92/43/CEE «potranno essere richieste unicamente da Regioni, Province Autonome e Parchi Nazionali, in situazioni aventi carattere di eccezionalità». Ma l’approvazione del Piano non può più essere rinviata perché nei confronti dei lupi la giustizia fai da te fa molti più danni di qualsiasi altra deroga alla loro protezione.

Fabio Modesti

 

Proteggere i pipistrelli ai tempi del Coronavirus

Comunicare bene i messaggi per la tutela dei chirotteri nell’emergenza SARS-CoV-2. Una recente ricerca indica linee guida per riuscirci perché molto spesso alle buone intenzioni seguono effetti opposti (Villaggio Globale 18 giugno 2020)

Pipistrello albolimbato (Pipistrellus kuhlii) in volo (Foto Leonardo Ancillotto)

Ancora una volta per proteggere i pipistrelli in chiave anti Covid-19 e per la conservazione della biodiversità. Nel numero appena uscito della rivista scientifica Biological Conservation, un ricercatore australiano (Douglas MacFarlane della Scuola di Psicologia dell’Università della Western Australia e componente del Conservation Science Group del Dipartimento di Zoologia dell’Università di Cambridge nel Regno Unito) ed uno portoghese (Ricardo Rocha del Centro Ricerche in Biodiversità e  Risorse Genetiche dell’Università di Porto e del Centro per l’Ecologia Applicata “Prof. Baeta Neves”, Istituto di Agronomia dell’Università di Lisbona), spiegano come alcuni messaggi utilizzati dai conservazionisti in difesa dei pipistrelli possano avere effetti opposti. La ricerca ha per titolo “Linee guida per comunicare sui pipistrelli per prevenire la persecuzione nel tempo di COVID-19”.

Le conseguenze inintenzionali dei messaggi

«Mentre l’attuale pandemia di COVID-19 continua a devastare la salute umana e le economie nazionali – dicono i ricercatori -, gli ambientalisti stanno lottando per prevenire la persecuzione sbagliata nei confronti dei pipistrelli, ingannevolmente accusati di diffondere la malattia. Sebbene a livello globale tale persecuzione sia relativamente rara, anche alcune azioni guidate possono potenzialmente per causare danni irrevocabili a specie già vulnerabili». Nel loro articolo i ricercatori attingono alle ultime scoperte della psicologia «per spiegare perché alcuni messaggi di conservazione potrebbero rafforzare ulteriormente la disinformazione producendo associazioni mentali negative nei confronti dei chirotteri. Forniamo linee guida – proseguono i ricercatori – per garantire che i messaggi di conservazione funzionino in modo da neutralizzare le associazioni negative pericolose ed ingiustificate tra pipistrelli e rischio di malattia. Forniamo raccomandazioni su tre aree chiave della scienza psicologica: (i) smascherare la disinformazione; (ii) associazioni negative contrarie; e (iii) modifica delle norme sociali dannose. Sosteniamo che solo attraverso un’informazione accurata, onesta e debitamente contestualizzata, saremo in grado di servire al meglio la società e presentare una prospettiva anonima dei pipistrelli».

"Problemi,

Comunicare meglio per proteggere i pipistrelli

L’articolo esordisce affermando che «le zoonosi sono malattie infettive – causate da batteri, virus, funghi, parassiti o altri agenti patogeni – che si diffondono dagli animali all’uomo. La maggior parte delle malattie infettive ricorrenti ed emergenti nell’uomo sono zoonotiche e le loro origini possono spesso essere rintracciate in bacini specifici della fauna selvatica. Le zoonosi emergenti hanno un impatto enorme sulla salute umana globale e rappresentano un peso significativo per le economie nazionali, specialmente nei paesi a basso reddito. Questi impatti sono particolarmente catastrofici quando nuovi focolai si diffondono in tutto il mondo attraverso la trasmissione da uomo a uomo, come la pandemia di COVID-19, e possono portare ad effetti di lunga durata sulla biodiversità e sulle attività di conservazione». I ricercatori sostengono anche che «le informazioni (e le informazioni errate) sulle zoonosi e sui loro presunti ospiti animali possono avere un impatto potenziale sulla percezione del pubblico di determinati taxa. Le notizie, ad esempio, che collegano ripetutamente animali selvatici ad una particolare malattia zoonotica, possono alimentare l’animosità verso le specie (o l’insieme di specie) e, in casi estremi, erodere il supporto della società alla loro conservazione o persino alimentare la persecuzione diretta come riserve di malattie conosciute o sospette. In questo contesto, anche gli sforzi ben intenzionati di giornalisti, ricercatori e ambientalisti per contrastare pericolose associazioni negative tra fauna selvatica e zoonosi possono portare a conseguenze non intenzionali e rafforzare ulteriormente gli stereotipi negativi». MacFarlane e Rocha concludono che «a dispetto dell’importanza ecologica dei pipistrelli, è probabile che la loro crescente nomèa come riserve di zoonosi pericolose influisca negativamente sul supporto per la loro conservazione. All’indomani dell’attuale pandemia, i chirotterologi dovranno navigare con attenzione nelle dimensioni psicologiche umane per la conservazione dei pipistrelli ed essere estremamente cauti su come comunicano su chirotteri e zoonosi. A tal fine, è logico che la psicologia della comunicazione scientifica fornisca la migliore guida disponibile. In un mondo in cui gli esseri umani e gli ospiti naturali delle malattie infettive emergenti sono sempre più connessi, un approccio integrato ed interdisciplinare è fondamentale per collegare la scienza della conservazione della fauna selvatica ed il contesto della salute umana. Solo strutturando accuratamente informazioni accurate, oneste e debitamente contestualizzate, il saremo in grado di servire al meglio la società con una percezione completa e imparziale della fauna selvatica che minimizzi i rischi zoonotici per la salute e consenta la coesistenza di specie selvatiche, dei loro servizi ecosistemici vitali e delle società umane».

Fabio Modesti

Pandemie e animali selvatici: i nodi da sciogliere

Campagna pro pipistrelli di EuroBats

Nonostante la pandemia da SARS-Cov-2, mettere al bando il commercio mondiale di fauna selvatica non è impresa facile. In molti Paesi è fonte di sostentamento per le comunità locali rurali. L’OIE, tra mille difficoltà, sta tentando di invertire questa rotta

 

n un precedente articolo abbiamo affrontato, sia pure in modo non particolarmente approfondito, il rapporto tra pandemia SARS-CoV-2 ed i chirotteri asiatici, i pipistrelli, accusati di esserne serbatoio. Da loro il virus avrebbe compiuto il salto di specie, forse duplice attraverso i pangolini africani, per arrivare all’uomo. Il passaggio sarebbe avvenuto materialmente nel mercato dei selvatici a Wuhan, in Cina.

Tuttavia in Italia, ed ancor di più nei servizi sanitari regionali, non si è avuta notizia di un approccio medico interdisciplinare alla pandemia, ossia che tenesse insieme le professionalità della medicina umana e di quella veterinaria. Fa eccezione il coinvolgimento degli Istituti Zooprofilattici ma soltanto per l’utilizzazione dei loro laboratori di analisi. E dire che Ilaria Capua, ormai divenuta meritatamente star televisiva antiCovid-19, è medico veterinario ma sembra quasi che lo si voglia tener nascosto.

Il documento sul commercio di fauna selvatica

Ad aprile scorso il gruppo di lavoro sulla fauna selvatica dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità Animale, OIE, l’omologo dell’OMS per la sanità umana, ha messo a punto un documento sul rapporto tra commercio di fauna selvatica e le malattie zoonotiche emergenti. Il breve statement afferma che «la maggior parte delle malattie infettive recentemente emerse hanno origini faunistiche, tra queste Lassa, Monkeypox, Marburg, Nipah e numerose altre malattie virali. All’interno della famiglia coronavirus, i virus zoonotici sono stati collegati all’epidemia di grave sindrome respiratoria acuta(SARS) nel 2003 e all’epidemia della sindrome respiratoria del Medio Oriente (MERS) rilevata nel 2012. La pandemia di COVID-19 è derivata dall’introduzione di un nuovo coronavirus (“SARS-CoV-2”) nelle popolazioni umane. Mentre il meccanismo specifico di SARS-CoV-2 non è stato identificato definitivamente, si sono verificate interazioni temporali incrociate – e forse multiple – della trasmissione del patogeno attraverso più specie». L’OIE riconosce la ripetuta comparsa di malattie zoonotiche ed il collegamento di alcune di queste lungo la catena del commercio di animali selvatici. SARS ed Ebola sono esempi recenti di malattie che hanno provocato gravi crisi socioeconomiche in conseguenza del commercio mal regolato della fauna selvatica.

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Pipistrelli morti in vendita in un wet market in Indonesia

Ridurre il rischio sanitario del commercio di selvatici

È chiaro che l’OIE, in quanto Organizzazione di governi, usa parole felpate e diplomatiche per non urtare la suscettibilità dei 182 Paesi membri compresa la Cina, ma l’ammissione del collegamento tra commercio di fauna selvatica ed epidemie e pandemie non è poca cosa. Secondo l’OIE «il commercio di animali selvatici costituisce una minaccia per la salute degli animali e per il benessere, causa l’impoverimento di biodiversità e può risultare un serio problema di salute pubblica. Il commercio ha portato a gravi effetti dannosi sulla biodiversità, sulla conservazione delle specie determinando l’esaurimento delle risorse dei Paesi membri OIE». L’OIE riconosce pure che il commercio di specie selvatiche è un importante fonte di proteine, reddito e mezzi di sussistenza per molte comunità locali o rurali. «Ma – prosegue l’OIE – questo deve essere bilanciato con i rischi summenzionati. Pertanto, è necessario fornire supporto legale, sostenibile e responsabile all’uso della fauna selvatica fornendo validi orientamenti, standard e valutazioni del rischio e degli strumenti di gestione». L’Organizzazione sta predisponendo linee guida e standard per il commercio di fauna selvatica basati su orientamenti e principi regolatori per ridurre il rischio sanitario e per supportare il benessere animale e la conservazione della biodiversità.

Infine, l’OIE «è impegnata a comunicare misure di rischio e prevenzione alle parti interessate per aumentare la conoscenza e consapevolezza del ruolo dei servizi veterinari per ridurre gli eventi di spillover e per informare le popolazioni a rischio al fine di adottare comportamenti appropriati».

Fabio Modesti