In copertina, scorcio del molo ex Ilva nel porto di Taranto
«La Regione Puglia, rappresentata dal Presidente della Giunta regionale, e tutte le rappresentanze istituzionali e politiche presenti […]» sottoscrivono «che la continuità produttiva dello stabilimento, sostenibile e compatibile con la Salute, sia la condizione prodromica ad ogni discussione; la produzione, dunque, dovrà essere decarbonizzata introducendo progressivamente l’utilizzo dell’idrogeno verde, quando le condizioni tecnologiche lo consentiranno». È questo il punto più importante dell’intesa sottoscritta alcuni giorni fa nella sede della Regione sull’ex Ilva di Taranto. Quindi, il siderurgico deve continuare a produrre e farlo, un giorno di un futuro inconoscibile, decarbonizzando i processi produttivi ricorrendo all’idrogeno verde. Alcune riflessioni però assillano il cittadino comune, soprattutto oggi che la Cassazione decide il destino del siderurgico. La prima riguarda il ruolo e la funzione della Regione in una questione che riguarda un impianto produttivo dichiarato strategico per il Paese. L’intesa sottoscritta in Regione, anche con l’appoggio dell’opposizione, molto poco potrà determinare nel tavolo convocato a Palazzo Chigi. Tuttavia un risultato è riuscita ad ottenerlo e cioè far terminare i blocchi stradali soprattutto davanti alla raffineria Eni di Taranto. Certo, l’intesa può fare da sprone e può servire a marcare stretto il governo anche se dominano poche idee ma confuse. La questione, questo è certo, è nelle mani della magistratura da quando la politica ha rinunciato ad occuparsi dell’ex Ilva, decidendo più o meno volontariamente di smantellare lo stabilimento tarantino. La seconda riflessione riguarda il continuo richiamo alla decarbonizzazione dell’impianto ed all’utilizzo dell’idrogeno verde, che arriverà… forse un giorno, per alimentare forni elettrici. Per ora, però, si dice nel documento, l’area a caldo deve continuare ad essere attiva. Ciò può anche spiegare perché la Regione Puglia ha prima aderito, in sede di giudizio davanti a Tribunale e Corte d’appello di Milano, alla richiesta delle famiglie tarantine di chiusura dell’area a caldo, ma poi alla Corte di Cassazione chiede di adottare «le provvidenze che riterrà più opportune al fine di tutelare gli interessi coinvolti» che evidentemente non sono solo quelli dei cittadini tarantini vittoriosi in primo e secondo grado. Intanto si va con cassa integrazione, con incentivi all’esodo e con prepensionamenti a tempo indefinito perché tanto l’area a caldo comunque dovrà chiudere. Senza avere una visione politica, economica ed ambientale di che cosa a Taranto dovrà sostituire la monocoltura dell’acciaio.

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