In copertina, inquadramento territoriale della diga di Palazzo d’Ascoli (FG) – Foto ©Consorzio per la bonifica della Capitanata
Ad ottobre dello scorso anno si stappavano bottiglie di spumante per brindare allo stanziamento di oltre 9 milioni di euro per la sola progettazione esecutiva della diga di Palazzo d’Ascoli, in territorio di Ascoli Satriano (Foggia), con una spesa complessiva dell’intervento di oltre 460 milioni. 67 milioni di metri cubi di cui 40 milioni destinati agli usi agricoli, mentre la rimanente parte per utilizzi industriali. Ma mentre nel foggiano i tappi saltavano dalle bottiglie, nelle stanze del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica si metteva al sicuro un progetto per la realizzazione, proprio in quell’area, dell’impianto eolico “San Potito” da 34,50 megawatt di potenza. Dieci aerogeneratori che occuperanno 2 chilometri quadrati. E così mentre per la diga di Palazzo d’Ascoli sono passati 40 anni dall’annuncio e non è ancora accaduto nulla (e non è detto che sia un male), per l’impianto eolico in sette anni il procedimento si è concluso (in un tempo lunghissimo) addirittura con la deliberazione favorevole del Consiglio dei Ministri dopo che la Giunta regionale pugliese ed il Ministero della Cultura avevano espresso parere negativo. Nei provvedimenti di queste amministrazioni, però, non si fa alcun cenno al conflitto con la realizzazione della diga nel bacino della quale ricadono 3 dei 10 aerogeneratori alti 180 metri. È accaduto qualcosa di simile, qualche anno fa, con un impianto di accumulo idroelettrico sulla diga del Basentello, in agro di Gravina in Puglia, al confine con la Basilicata. Con fondi PNRR è stata finanziata la realizzazione di un invaso al di sopra della diga in terra battuta esistente sul torrente Basentello (lago di Serra di Corvo) collegato a quest’ultima da un impianto di presa idrica e di rilascio idrico. Una struttura a ciclo chiuso, insomma, per sopperire all’intermittenza ed alla scarsa efficienza di un impianto eolico pure previsto in quella zona. Ma appena sotto l’impianto di accumulo idrico proposto ne è stato proposto un altro, da altra società, con le medesime finalità. Se due indizi fanno una prova, siamo di fronte al fallimento del coordinamento degli investimenti pubblici oltre che alla débâcle delle procedure di valutazione ambientale. Alla base di queste, infatti, vi è la valutazione degli impatti cumulativi e delle interferenze di impatti. Ma è evidente che le informazioni non circolano tra le amministrazioni, figurarci da queste ai cittadini. Perché ogni annuncio di opera pubblica, anche per la tutela ambientale o per “contrastare” i cambiamenti climatici con corredo di milioni di euro a gogò, deve far correre un brivido lungo la schiena?

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