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Ceduo di faggio nel Parco Naturale Regionale del Matese in Campania (foto Fabio Modesti)
Ceduo di faggio nel Parco Naturale Regionale del Matese in Campania (foto Fabio Modesti)

E’ necessario ricomporre una frattura culturale nel mondo forestale. Il recente parere del Consiglio di Stato e l’intervento della Soprintendenza al Paesaggio per la provincia di Siena determinano la prevalenza degli aspetti paesaggistici su quelli selvicolturali nella gestione dei boschi, anteponendo criteri estetici anche a quelli ecologici (Villaggio Globale, 13 novembre 2020)

La Commissione Europea ha lanciato il 30 ottobre scorso una consultazione pubblica al fine di raccogliere suggerimenti per l’elaborazione della nuova strategia europea per le foreste. Il termine per esprimere le proprie opinioni è il 4 dicembre prossimo. Sulla pagina web dedicata alle foreste dall’Agenzia Europea per l’Ambiente è possibile dare un’occhiata alla copertura forestale nei Paesi europei in dettaglio, fino al livello regionale. La Puglia risulta ancora la regione meno boscata d’Italia con copertura forestale inferiore al 10% del territorio, con alcune regioni francesi, belghe, olandesi, danesi ed inglesi. La nuova strategia forestale europea si pone l’obiettivo di «garantire foreste sane e resilienti che contribuiscano alla biodiversità, agli obiettivi climatici e ai mezzi di sussistenza sicuri e che supportino una bioeconomia circolare». Il tutto sotto l’ombrello del Green New Deal e della strategia europea per la biodiversità. In Italia, però, è in atto uno scontro culturale tra visioni diverse sulla gestione dei boschi. Semplificando ma non banalizzando, da una parte una schiera di esperti, ricercatori e docenti universitari che sostengono una gestione forestale orientata, sia pure in modo non predominante, alla produttività per varie finalità tra cui anche quella energetica (biomasse). Una spinta, insomma, allo sviluppo di filiere forestali che possano esprimere punti di PIL anche in ragione dell’aumento della superficie boschiva in Italia derivante dall’abbandono di molte terre agricole. Dall’altra parte, una serie di gruppi ed associazioni (con i forti distinguo da parte di Legambiente) che rilevano nel nostro Paese una costante deforestazione di boschi ecologicamente rilevanti. Sono boschi anche di proprietà pubblica, demani comunali e non solo, magari gravati da usi civici, la cui gestione viene improntata all’asportazione di materiale legnoso con il mantenimento di un assetto a ceduo di molto semplificato, sottraendo biodiversità ed aumentando il rischio idrogeologico. Con l’entrata in vigore del Testo Unico in materia di Foreste e Filiere Forestali (TUFF) nel 2018, la prima “schiera” ha segnato un punto a proprio vantaggio e la successiva applicazione della legge non brilla certo per gli aspetti di tutela.

La situazione pugliese

Il caso pugliese è tutto da analizzare. La disciplina forestale nella regione meno boscata d’Italia non è mai stata all’insegna della tutela rigorosa. Negli ultimi anni, poi la legislazione ha visto molti chiaroscuri in parte eliminati da specifiche discipline che le aree protette si sono date (anche in conflitto vincente con quella regionale) e dall’applicazione della direttiva comunitaria “Habitat”. La legge regionale n. 30 del 2000, adeguata nel 2012 alla norma statale del 2001, consentiva la trasformazione di boschi anche per l’insediamento di nuovi fabbricati nelle zone “B” di piano regolatore (zone di completamento) con l’impegno a compensare la perdita di vegetazione mediante rimboschimenti, interventi di riequilibrio idrogeologico o di miglioramento dei boschi esistenti. Non consentiva, però, trasformazione di boschi naturali, di latifoglie e nelle aree percorse dal fuoco. Nel 2015 quest’ultima norma è stata abrogata su proposta del governo regionale. Ma dopo dieci giorni dalla proposta della Giunta guidata da Nichi Vendola, poi divenuta legge, sul Bollettino Ufficiale della Regione è stata pubblicata la deliberazione di approvazione del Piano Paesaggistico Territoriale Regionale le cui norme tecniche di attuazione, all’art. 62, tagliavano la testa al toro. Infatti, vietavano e vietano tutt’ora, tra l’altro, la trasformazione e la rimozione di vegetazione arborea od arbustiva e la realizzazione di nuova edificazione consentendo le operazioni di gestione selvicolturale del bosco che «devono perseguire finalità naturalistiche […]». Consentono anche la ristrutturazione edilizia con particolari accorgimenti, non vietando, però, l’aumento di volumetria (andrebbe verificato, quindi, l’impatto del “piano casa”). In ogni caso, non è possibile trasformare i boschi per ricavarne suolo agricolo, come invece indicato da un recente Decreto del Ministro per l’agricoltura. Con queste norme paesaggistiche deve confrontarsi in Puglia l’applicazione del Testo Unico Forestale.

Depezzatura tronchi di faggio nel Parco Naturale Regionale del Matese in Campania (foto Fabio Modesti)

Estetica contro selvicoltura?

Che tutela e gestione dei boschi stiano diventando sempre più campo d’azione delle autorità preposte alla tutela del paesaggio lo si rileva anche dal parere del Consiglio di Stato del giugno scorso reso al Ministero dell’Ambiente e dal recente intervento della Soprintendenza al paesaggio di Siena che ha bloccato il taglio di un ceduo di castagno entrando nel merito della gestione forestale. Quest’ultima ha anteposto criteri estetici a quelli ecologici ed, ovviamente, a quelli economici. Non sappiamo se sia un bene che sia così. Ma appare evidente che nel mondo forestale si debba ricomporre una frattura di visione gestionale dei boschi che produce leggi non all’altezza e li lascia in balìa degli avvenimenti.

Fabio Modesti

Vecchio ceduo di faggio nel Parco Naturale Regionale del Matese in Campania (foto Fabio Modesti)

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