Ecco perché tanti lupi… fuori zona

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Dall’inizio dell’anno rinvenute 10 carcasse, sono i cosiddetti elementi in «dispersione», cioè quegli esemplari che si distaccano dal branco per competizione sociale. Manca una rete ecologica. Necessario imparare a convivere con i lupi (da Villaggio globale 12 marzo 2019)

di Fabio Modesti

 

Sono ormai 10 le carcasse di lupo rinvenute in Puglia dall’inizio dell’anno ad oggi. Quasi nessuna parte della regione sembra essere esclusa: dalla Capitanata (Gargano, zone umide sipontine e periferia di Foggia) all’Alta Murgia, alla Murgia di Sud Est. A questo si aggiunga la presenza quasi certa del lupo nel Salento e scientificamente provata sui Monti Dauni.

Inesauribile fonte d’informazioni

Vien da pensare che l’alto numero di esemplari rinvenuti morti stiano ad indicare una altrettanto numerosa popolazione regionale del principe dei predatori. Secondo Gaudiano «la popolazione italiana di lupo mostra una tendenza demografica positiva, anche se, in assenza di un monitoraggio coordinato a scala nazionale, non è possibile produrre una stima quantitativa accurata. Il territorio pugliese non si è sottratto al trend nazionale. In un lasso di tempo relativamente breve, nuclei riproduttivi si sono insediati dapprima nelle aree del Sub-Appennino dauno, poi sul Gargano e in Alta Murgia e, più di recente, nelle Murge di Sud-Est. Le ultime stime prodotte, derivate dall’applicazione di differenti metodologie di indagine, sinergiche tra loro, riportano un numero minimo di unità riproduttive pari a 12 (da tale stima sono esclusi i Monti Dauni dove, ad oggi, non sono in corso studi mirati). Assumendo un numero medio di 4-5 individui per branco, la stima invernale conservativa della popolazione pugliese è di 48-60 lupi, a cui è opportuno aggiungere un 20% di individui solitari e in dispersione. È doveroso, tuttavia, precisare che il numero di branchi, in una popolazione, non cresce in modo esponenziale. A larga scala, per disponibilità di prede e questioni densità-dipendenti, regolate in ultimo da un aumento di mortalità dovuta ad attacchi intraspecifici, la dimensione della popolazione è limitata anche per un super predatore al vertice della catena trofica».

 

Manca una rete ecologica

Il ruolo e la funzione delle aree protette dovrebbero far sì che la tutela della specie lupo sia assicurata così come dovrebbe essere assicurata la possibilità di spostamento in tranquillità attraverso la cosiddetta rete ecologica. Una rete presente più sulla carta che nella realtà, stante la pervasiva occupazione di suolo da parte delle attività antropiche. Al riguardo Gaudiano pensa che «la densità di strade, la presenza di insediamenti umani e gli elevati livelli di sfruttamento del territorio (ad esempio la perdita di superfici forestali) determinano la perdita di habitat naturale e influenzano la distribuzione del lupo, riducendo le aree disponibili per la formazione di branchi stabili e imponendo una forte sovrapposizione tra uomo e lupo nell’utilizzo del territorio. Esempi in Puglia del forte impatto negativo delle infrastrutture sulla sopravvivenza del predatore sono rappresentati dalle strade statali 96 Bari-Altamura, e 100, nel tratto da Gioia del Colle a Massafra. Entrambe le arterie si sviluppano in aree particolarmente vocate, incluse all’interno dei territori di branchi stabili, ma che, come dimostrato dai numerosi impatti degli ultimi anni, rappresentano dei veri e propri corridoi della morte. In tal senso, diventa fortemente auspicabile dotarsi di numerosi green bridges, sovrappassi e sottopassi, studiati per l’attraversamento dei grandi carnivori, ma utilizzati anche da altra fauna». In questo senso v’è da dire che i lavori di ammodernamento della statale 96, con le prescrizioni rigorose del Parco nazionale dell’Alta Murgia negli anni scorsi, sono stati preziosi e, per ora, unici in Puglia, con la realizzazione di sottopassi adeguati.

Ph.: Lorenzo Gaudiano

Convivere con il lupo

Il lupo resta comunque oggetto del pensiero umano che lo esalta e lo condanna con pari assiduità. Esso può rappresentare un po’ lo spirito di questi tempi: una specie che si riteneva praticamente estinta ma che è tornata, per noi felicemente, ad occupare la sua nicchia ecologica in concomitanza con uno strano fenomeno di riassetto ambientale per cui l’abbandono di molte attività che richiedevano la presenza umana costante nei territori aperti lontani dai centri urbani, ne ha costituito un nuovo trampolino di lancio.

Una specie molto duttile, che ben si adatta a situazioni mutevoli ma che, allo stesso tempo, è sempre a rischio di impatto violento da parte dell’Uomo. Per questo le aree protette devono affinare strategie di tutela del lupo e di sua convivenza con gli esseri umani. Non che manchino attività e buone pratiche in tal senso, come dimostrato dal Parco nazionale dell’Alta Murgia fin dal 2013 quale capofila di un progetto, intitolato, appunto, «Convivere con il lupo», che ha coinvolto anche i Parchi Nazionali del Pollino, dell’Aspromonte, dell’Appennino Lucano-Val d’Agri-Lagonegrese, del Gargano e del Cilento-Vallo Diano.

Tutto questo è tanto ma non basta, conferma Gaudiano che aggiunge «”Convivere con il lupo” rappresenta un virtuoso esempio di Progetto di Sistema, ben pianificato e programmatico, che coinvolge i due Parchi nazionali pugliesi, Alta Murgia e Gargano, e che assolve mirabilmente agli obiettivi previsti nel vecchio Piano d’Azione Nazionale sul Lupo ed in quello di Conservazione e Gestione, attualmente in discussione in conferenza Stato-Regioni. Tuttavia, esso rappresenta solo il punto di partenza di un percorso che necessita, ora, di uno sforzo sempre maggiore nell’attenuazione del conflitto con l’uomo e con le attività zootecniche, soprattutto in quei territori dove si è persa la tradizione di coesistenza con i grandi predatori e, di conseguenza, la conoscenza delle misure di prevenzione. Il territorio pugliese vanta eccellenze rare nell’ambito della pastorizia, che affondano radici antichissime nell’allevamento transumante. La loro tutela, oltre che necessaria per preservare la sfera economica, è un obbligo morale e di forte identità culturale. Pertanto, la nuova sfida è trovare un sistema di convivenza stabile, mediato da Enti locali, nazionali, associazioni di categorie e ricercatori, anche attraverso la sperimentazione di diverse combinazioni di misure di prevenzione dei danni e lo sviluppo di strategie studiate ad hoc per ogni tipologia di pascolamento e di razza allevata».

10mila dollari per studiare i coralli neri

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L’Università di Bari, con il suo Dipartimento di Biologia e con il ricercatore barese Giovanni Chimienti, sugli scudi per l’esplorazione degli habitat a corallo nero nei fondali delle isole Tremiti, nel Parco Nazionale del Gargano.

 

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Corallo nero nei fondali delle isole Tremiti
 

La presenza di corallo nero (Antipathella subpinnata) in un’area ancora poco nota dei fondali della Puglia, in prossimità delle Isole Tremiti, sarà l’oggetto di un progetto di esplorazione affidato a Giovanni Chimienti, assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Bari, selezionato e finanziato con 10.000 dollari dal Committee for Research and Exploration of the National Geographic Society. Grazie a questo finanziamento per giovani ricercatori concesso da SKY e dalla National Geographic Society, Chimienti è riuscito a portare l’attenzione internazionale sull’esistenza di habitat marini, ancora poco esplorati, presenti lungo le coste pugliesi, rendendo l’Università di Bari parte attiva di un progetto di esplorazione tutto pugliese.

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Giovanni Chimienti

L’obiettivo del progetto sarà quello di studiare i cosiddetti coralli neri, animali in grado di formare delle vere e proprie foreste sottomarine ricche di vita e di grande importanza nell’ecologia marina, habitat ancora poco noti sebbene pesantemente minacciati dalle attività.

I dati reperibili, ma datati, riportano una presenza più di 50 colonie dalle dimensioni comprese tra i 40 cm e 110 cm, distribuite su una parete lunga poco più di 20 metri che da 58 metri scende fino a 85 metri

 

Parchi per chi? – Seminario

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Martedì 10 aprile, alle ore 15:00 presso il Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”. Le aree protette sono l’irrilevante sfizio di qualche tecnocrate e di qualche politicante idealista e massimalista? Oppure sono uno strumento di buon governo del territorio e delle risorse naturali, utile a tutti? Tutto dipende da chi “suona” e da come si “suona” lo strumento. Per studenti e non solo…