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Una ricerca statunitense mette a fuoco i rapporti tra residenti in contesti urbani, periurbani e rurali e predatori, in particolare lince rossa e coyote. Si conferma un approccio del tutto urbano alla tutela delle specie di carnivori. La campagna preferisce metodi di controllo letali


In copertina, cani da guardiania di un gregge sul Gargano dotati di “vreccale” contro gli attacchi di lupi – foto ©Antonio Sigismondi

di Fabio Modesti

La protezione delle specie animali selvatiche ed i relativi approcci sono il frutto culturale dell’inurbamento umano? Qual è la reazione di cittadini quando, come avviene sempre più spesso, esemplari di specie di predatori si avvicinano ai contesti urbani con possibili  interazioni con i residenti? Domande di non poco conto se consideriamo come gli agglomerati urbani stanno sempre più sottraendo habitat naturali determinando variazioni profonde nel rapporto preda/predatore e essere umano/predatore. Una recentissima ricerca della statunitense School of Environment and Natural Resources dell’Ohio State University ha comparato le preferenze nelle metodiche di controllo delle popolazioni di predatori da parte di residenti in vari contesti umani negli Stati Uniti e nello Stato dell’Ohio, quindi in un Paese sviluppato, occidentale e ricco.

I cittadini preferiscono metodi non letali

Ne viene fuori un quadro che sembra fornire una risposta affermativa alla prima domanda. I ricercatori hanno cercato di caratterizzare le preferenze di controllo dei predatori per quanto riguarda le interazioni dei residenti con linci rosse (Lynx rufus) e coyote (Canis latrans), e di confrontare queste preferenze tra residenti che vivono in aree urbane, suburbane e rurali. Nei sondaggi sono stati sottoposti casualmente scenari di interazione con le due specie di predatori carnivori ed agli intervistati è stato chiesto di scegliere il metodo di controllo preferito del predatore in risposta a ciascuno scenario. Si è scoperto che quando gli scenari relativi ad entrambe le specie si svolgevano in un luogo agricolo gli intervistati diventavano significativamente più sensibili ai cambiamenti nella gravità (cioè, erano più propensi a cambiare il loro metodo preferito di controllo dei predatori). In ogni caso, il 71,8% degli intervistati ha preferito metodi di controllo non letali per entrambe le specie, il 18,5% ha fornito risposte miste (cioè, ha preferito metodi letali per una delle specie ma non letale per l’altra) e solo il 9,7% ha preferito un controllo letale per entrambi i predatori. La tendenza a preferire solo metodi non letali è diminuita lungo il gradiente urbano-rurale, tanto che il 78,5% degli intervistati urbani ha espresso una preferenza coerente per forme di controllo non letali, rispetto al 72,8% degli intervistati suburbani e al 51,3% degli intervistati rurali.

Gli agricoltori preferiscono metodi letali

«Ciò suggerisce – sostengono i ricercatori – che la maggior parte dei residenti urbani e suburbani considera i metodi letali di controllo dei predatori semplicemente inappropriati, almeno per gli scenari descritti. In pratica, la gestione delle interazioni uomo-carnivoro nelle aree urbane e suburbane è complicata da una varietà di fattori (ad esempio la presenza e la densità degli esseri umani e dei loro animali domestici) che riducono la flessibilità dei gestori della fauna selvatica in queste aree. Inoltre, – concludono – le opzioni di gestione possono essere ulteriormente limitate dalle preferenze dei residenti, soprattutto perché è probabile che la gestione sia più visibile in queste aree. Forti preferenze contro il controllo letale in contesti urbani e suburbani potrebbero incentivare lo sviluppo di nuovi metodi per controllare i conflitti uomo-carnivori in futuro». Sono considerazioni che dovrebbero orientare anche la pianificazione urbanistica nell’individuazione di corridoi ecologici in grado di diminuire sensibilmente le occasioni di incontro tra predatori e residenti, soprattutto se possessori di animali domestici.

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