Da Parchi a Zone economiche ambientali

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È questa la previsione contenuta nella bozza di Decreto Legge «Misure urgenti per il contrasto dei cambiamenti climatici e la promozione dell’economia verde» ma il decreto è stato fermato dalla Ragioneria Generale dello Stato perché sarebbe carente di coperture finanziarie. Non è un colpo d’ala ma contiene molti punti interessanti (da Villaggio globale del 25 settembre 2019)

 

I Parchi nazionali potrebbero diventare Zone economiche ambientali. È questa la previsione contenuta nella bozza di Decreto Legge «Misure urgenti per il contrasto dei cambiamenti climatici e la promozione dell’economia verde», messo a punto dal ministro dell’Ambiente Sergio Costa a metà settembre.

Il Decreto, però, come si sa, ha subìto l’alt della Ragioneria Generale dello Stato perché sarebbe carente di coperture finanziarie. L’articolo 9 del testo oggi disponibile istituisce in ciascun Parco nazionale le Zone economiche ambientali «dotate di un regime economico speciale». Potremmo dire che sono omologhe delle Zone economiche speciali (Zes) ma prive di una serie di vantaggi fiscali e di investimento a queste ultime riconosciuti.

Da quel che si comprende, l’obiettivo primario del ministro Costa sembra essere quello di fornire strumenti di accelerazione dei procedimenti amministrativi relativi ad investimenti pubblici e privati nei Parchi nazionali. Tuttavia gli strumenti che vengono messi in campo sono i soliti. In ciascun Parco Nazionale dovrà essere attivato uno Sportello Unico (un altro!) gestito in forma associata dai Comuni il cui territorio ricade almeno in parte nell’area del Parco.

I procedimenti autorizzativi saranno gestiti mediante conferenze dei servizi (nulla di nuovo). Insomma, strumenti che hanno dimostrato nella maggior parte dei casi, soprattutto nel Meridione del Paese, inefficacia e cattiva applicazione. Forse sarebbe più efficace, come sosteniamo da ormai tanto tempo, che procedimenti autorizzativi e valutativi in campo ambientale (ad esempio Valutazione di impatto ambientale e Valutazione di incidenza con annessa titolarità nella gestione dei Siti Natura 2000 in tutto o in parte afferenti al Parco) e paesaggistico vengano affidati agli Enti di gestione dei Parchi nazionali consentendo così ai cittadini ed agli imprenditori di avere un unico interlocutore sul territorio, più controllabile ai fini anticorruzione e più responsabile a tutti i livelli.

Uno scorcio del Parco nazionale dell’Alta Murgia, foto di G. Carlucci

Un ulteriore elemento, questa volta positivo, nella bozza di provvedimento è la possibilità che il proponente di un progetto, a fronte di nulla osta ed autorizzazioni, realizzi misure volontarie di tutela e valorizzazione dell’area protetta ed interventi di miglioramento ambientale (nel Parco nazionale dell’Alta Murgia, ad esempio, questo meccanismo esiste già dal 2016), riconoscendogli detrazioni fiscali per il maggior costo sostenuto (con limiti di spesa che saranno successivamente stabiliti con decreto interministeriale dei ministri all’Ambiente ed all’Economia).

È pure previsto che per i tre anni successivi all’entrata in vigore del Decreto Legge, il Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese sia concesso «a titolo gratuito e con priorità sugli altri interventi, per un importo massimo garantito per singola impresa di 2.500.000 euro» alle micro, piccole e medie imprese che operano nel settore del trattamento dei rifiuti, delle energie rinnovabili, delle attività culturali legate alla tutela ambientale e alla valorizzazione dell’area protetta, dell’agriturismo, ovvero che intendano realizzare iniziative produttive o di servizio compatibili con le finalità istitutive del Parco Nazionale. È necessario, però, che operino con sede o unità locali nei territori delle aree protette nazionali nel rispetto delle previsioni e dei vincoli stabiliti dal piano e dal regolamento del parco.

Ancora incentivi finanziari per le imprese che operano nei Parchi Nazionali per (definizione alquanto vaga) «attività eco sostenibili». In questi casi le micro, piccole e medie imprese che operano nei settori prima citati potranno usufruire di «finanziamenti agevolati a tasso zero a copertura del cento per cento degli investimenti fino a 30.000 euro effettuati all’interno del territorio del parco nazionale». I finanziamenti agevolati sono rimborsati in 10 anni con preammortamento di 3 anni e sono concessi, dal 2020 al 2022, nel limite massimo complessivo di 10 milioni di euro. Anche questa misura è però oggetto di decreti attuativi in linea con le disposizioni comunitarie in materia di aiuti di Stato.

Altra disposizione interessante della bozza di D.L. del ministro Costa, è quella per cui i beni demaniali presenti nei territori del Parchi nazionali (che non siano utilizzati per la difesa e per la sicurezza nazionale e che non siano già concessi a terzi) siano affidati in concessione gratuita agli Enti di gestione. La concessione dura nove anni ed è automaticamente rinnovata.

Infine, i proprietari di edifici localizzati in Comuni che partecipano con almeno il 45% del proprio territorio alla superficie di un Parco nazionale e che intendono efficientarli dal punto di vista energetico, potranno usufruire di detrazioni fiscali dall’80% al 100%.

In realtà, Comuni che hanno porzioni di territorio così ampie in Parchi nazionali (che dovranno essere censiti con apposito decreto) non risultano essere molti e la misura sembra destinata ad avere un impatto positivo molto ridotto. Ma è sicuramente un passo verso la fiscalità di vantaggio nelle aree protette, anche se avremmo voluto che vi fosse maggiore coraggio nell’implementare azioni più articolate ed innovative. Vedremo se il Decreto Legge proseguirà il suo iter oppure queste norme potranno entrare nella Legge di Bilancio 2020.

Questa è la proposta del Governo centrale ed in Puglia riguarderebbe 2 Parchi nazionali (Gargano ed Alta Murgia) parte dei cui Comuni (Manfredonia, Bitonto ed Altamura) sono interessati anche dalla Zona economica speciale adriatica. Chissà se e come, ad esempio, la Regione Puglia vorrà finalmente intraprendere una strada analoga nei confronti delle aree protette regionali, questa volta con più determinazione e con più attenzione incentivante soprattutto ai cosiddetti servizi ecosistemici che i privati operanti in un’area protetta forniscono all’intera comunità.

La «Direttiva Habitat» e la… fantasia italiana

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In Italia, quando si parla di regole in materia ambientale, l’applicazione delle norme comunitarie ha sempre trovato fantasiose interpretazioni; tanto da rendere il nostro Paese un po’ lo zimbello europeo per via delle disposizioni con cui il diritto europeo è stato trasposto nel nostro ordinamento giuridico, sottoposte a sistematiche procedure di infrazione con relative condanne (da Villaggio globale – 30 agosto 2019)

 

La notizia non è nuova, è di alcuni mesi fa (gennaio, per la precisione), ma non ha perso la sua rilevanza. Si tratta della nuova versione della «Guida all’interpretazione dell’articolo 6 della direttiva 92/43/CEE (2019/C 33/01)», la cosiddetta «Direttiva Habitat», dopo quelle pubblicate diciannove anni fa dalla Commissione europea. In particolare, i paragrafi 3. e 4. dell’articolo 6 della Direttiva Habitat (che ovviamente vanno letti ed interpretati sistematicamente con gli altri) riguardano la procedura di valutazione di incidenza a cui sono sottoposti tutti i progetti ed i piani che possono avere, singolarmente o congiuntamente ad altri piani e progetti, incidenze significative su un Sito Natura 2000, tenendo conto degli obiettivi di conservazione del medesimo Sito.

Una procedura che riguarda, quindi, tutti i Siti Natura 2000: i Siti d’importanza comunitaria (Sic), le Zone speciali di conservazione (Zsc) e le Zone di protezione speciale (Zps). Ma, come vedremo, senza esclusione di aree ad essi collegate anche se non tutelate. Soprattutto, non è una mera procedura valutativa in campo ambientale come lo sono la Valutazione di impatto ambientale (Via) o la Valutazione ambientale strategica (Vas), ma è finalizzata alla migliore gestione del Sito Natura 2000 e, perciò, estremamente rilevante ai fini del raggiungimento degli obiettivi di protezione che la legislazione comunitaria, nazionale e regionale in materia hanno fissato.

L’«interpretazione» italiana

Purtroppo, in Italia, come sempre accade quando si parla di regole in materia ambientale e, tanto più, di protezione della natura, l’applicazione delle norme comunitarie ha sempre trovato fantasiose interpretazioni; tanto fantasiose, nel caso di specie, da rendere il nostro Paese un po’ lo zimbello europeo per via delle disposizioni con cui il diritto europeo è stato trasposto nel nostro ordinamento giuridico, sottoposte a sistematiche procedure di infrazione con relative condanne.

Le Linee Guida erano e sono un documento di cui la Commissione Ue si serve in caso di contenziosi con gli Stati membri davanti alla Corte di Giustizia europea, per corroborare le proprie posizioni, quasi sempre vincenti. Ed è, soprattutto, uno strumento che gli Stati membri e le loro articolazioni, soprattutto le Regioni, dovrebbero utilizzare per orientare le norme in materia di Rete Natura 2000 e le azioni delle Autorità competenti alla Valutazione d’incidenza. E qui le note si fanno dolenti, ma molto dolenti.

Il rapporto tra Stato e Regioni, soprattutto in campo ambientale e soprattutto dopo la sciagurata modifica del Titolo V della Costituzione avvenuta nel 2001, ha portato a situazioni paradossali. Norme comunitarie chiare e precise, ancorché di carattere generale, sono state stravolte nelle leggi di recepimento statali e regionali, determinando l’elusione delle disposizioni comunitarie e vanificando gli sforzi per raggiungere gli obiettivi concordati in sede di Direttive Ue. Qualche esempio.

Scorcio di Bosco Pantano a Policoro (Matera)

Ecco le scorciatoie

La Valutazione d’incidenza è uno strumento di gestione del Sito Natura 2000? Ed allora si trova il modo per smontarne la portata delegando la gestione della procedura non al soggetto gestore del Sito Natura 2000, ma ad altra Autorità pubblica che di quel Sito non sa nulla, in Puglia, ad esempio, ad enti locali, men che meno di quali siano gli obiettivi di gestione.

Ed ancora, la Valutazione d’incidenza riguarda un progetto o un piano che deve affrontare anche la Via o la Vas? Ecco trovata la soluzione: la procedura di Valutazione d’incidenza viene effettuata nella più ampia altra Valutazione con uno striminzito documento che analizza sommariamente habitat e specie, dà qualche indicazione di mitigazione degli interventi e, oplá, il gioco è fatto. Di più, un progetto o un piano è sottoposto alla procedura di verifica di assoggettabilità a Via o a Vas in un Sito Natura 2000 oppure in un’area ecologicamente correlata al Sito? Et voilá, si esclude il progetto dall’assoggetabilità a Via ed a Vas ed il gioco è fatto, la Valutazione di incidenza non viene neanche espletata oppure, come nel caso tutto pugliese di Costa Ripagnola, la presenza del Sito Natura 2000 distante 200 metri non viene neanche considerata. Infine, un progetto riguarda un’area ecologicamente collegata ad un Sito Natura 2000 ma esterna ad esso? Ecco che l’Autorità competente decide di non procedere alla Valutazione di incidenza perché non è il Sito Natura 2000 ad essere direttamente interessato, trascurando il detto popolare che «tutto ciò che accade a monte in qualche modo si riverbera a valle».

Un consiglio

E potremmo continuare con gli escamotage che le Autorità statali e regionali mettono in atto pur di evitare o di depotenziare l’applicazione della Valutazione di incidenza. Ovviamente, queste stesse Autorità e le altre Amministrazioni pubbliche competenti, ben si guardano dal formare i professionisti che operano sui territori. Ingegneri, architetti, geologi, agronomi e così via, sono nella stragrande maggioranza sprovvisti delle minime conoscenze per stilare un compiuto studio per la Valutazione di incidenza. Nessun documento di orientamento tecnico viene stilato.

Insomma, se in qualche modo la Via e la Vas sono entrate nell’alveo della procedimentalizzazione amministrativa, anche in questo caso depotenziandone molto la portata ed esponendo in primo luogo gli imprenditori al rischio giudiziario ed economico, la Valutazione d’incidenza resta un fastidioso ammennicolo. Anche perché essa deve avere alla base dati certi relativi a distribuzione di habitat e specie, a pressioni antropiche, allo stato di conservazione di risorse biotiche ed abiotiche.

Cioè un bagaglio di conoscenze e di analisi che prescindono dalla percezione del reale come può essere, per buona parte, una valutazione paesaggistica. E sono dati che molte volte non si hanno, non si son voluti acquisire con i monitoraggi oppure, se sono stati acquisiti, si tengono ben chiusi nei cassetti non rendendoli disponibili ai professionisti ed al pubblico in generale, altro che trasparenza.

Il consiglio che vorremmo quindi dare a tutti gli operatori pubblici e privati che si occupano di procedure di valutazione ambientale è di leggersi con attenzione le Linee Guida all’interpretazione dell’articolo 6 della Direttiva «Habitat», ripubblicate aggiornate nel 2019, anche perché sono arricchite da un notevole apparato giurisprudenziale della Corte di Giustizia con sentenze relative a ciascuna delle fattispecie affrontate nel documento.

Chissà che, in questo modo, le Autorità pubbliche competenti in materia di gestione e tutela dei Siti Natura 2000, le Autorità competenti in materia di Via e Vas ed i professionisti a vario titolo coinvolti, non si decidano ad adeguare il proprio operato all’interpretazione autentica fornita dalla Commissione europea, non foss’altro per non incorrere in evitabili procedure comunitarie d’infrazione che espongono lo Stato e le Regioni a sanzioni molto pesanti.

Più Z.S.C. in Puglia, ma la gestione?

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L’Italia è in ritardo sulla tabella di marcia stabilita dalla Direttiva «Habitat», tanto da essere stata deferita dalla Commissione Ue alla Corte di Giustizia europea per non aver designato in numero adeguato le Zone Speciali di Conservazione. Da evitare gestioni diverse per un unico territorio tutelato avente caratteristiche ambientali e naturalistiche omogenee (da Villaggio globale 31 gennaio 2019)

 di Fabio Modesti

 

Con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale n. 19 del 23 gennaio scorso del Decreto del ministro dell’Ambiente, della Tutela del territorio e del Mare, Sergio Costa, di designazione di 24 Zone speciali di conservazione (Zsc) in Puglia, prosegue l’allineamento dell’Italia agli obblighi comunitari per la tutela dei Siti della «Rete Natura 2000». Quest’ultimo è il network dei territori per la protezione della biodiversità nel Vecchio Continente, disciplinato dalle Direttive 79/409 Cee («Uccelli» – ora 2009/147/CE) e 92/43 Cee («Habitat»).

L’Italia è in ritardo sulla tabella di marcia stabilita dalla Direttiva «Habitat», tanto da essere stata deferita dalla Commissione Ue alla Corte di Giustizia europea per non aver designato in numero adeguato le Zsc, ossia i Siti censiti dalla stessa Repubblica italiana attraverso le Regioni, nei quali sono presenti habitat e specie selvatiche animali e vegetali da proteggere.

Alcune delle Zsc sono di dimensioni ridotte, altre di medie dimensioni, altre ancora di notevoli dimensioni tanto da inglobare interamente Parchi Nazionali.

Ecco, i casi in cui le Zsc coincidono in tutto o in parte con le aree protette nazionali (Parchi Nazionali, Riserve Naturali dello Stato) sono i più interessanti per comprendere il destino della gestione di queste aree tutelate a livello comunitario.

Cave di bauxite in agro di Spinazzola nel Parco Nazionale dell’Alta Murgia

 

Il Decreto del ministro dell’Ambiente del 17 ottobre 2007 riguardante i criteri minimi uniformi per la conservazione delle Zsc, stabilisce, all’articolo 2, comma 3.,

Se, quindi, è

chiaro che nel caso in cui il territorio di una Zsc coincide in tutto o in parte con un’area protetta nazionale, la gestione di quella parte di Zsc è affidata all’ente competente per l’area protetta, è altrettanto chiaro che il destino gestionale di un’eventuale parte della stessa Zsc esterna all’area protetta nazionale è affidato ad uno o più soggetti istituzionali diversi. che «(…) Per le Zsc o per le loro porzioni ricadenti all’interno di aree naturali protette o di aree marine protette di rilievo nazionale istituite ai sensi della legislazione vigente, la gestione rimane affidata all’ente gestore dell’area protetta».

Appare evidente il rischio che si palesa: gestioni diverse per un unico territorio tutelato avente caratteristiche ambientali e naturalistiche omogenee. La suddivisione dei soggetti potrebbe moltiplicare gli indirizzi gestionali, le risorse umane e finanziarie da assegnare, le scelte delle politiche di gestione. Tutto questo per un unico territorio.

È quindi necessario che le Regioni, cui è demandato il compito di individuare i soggetti gestori delle Zsc, nei casi in cui fosse presente una situazione come quella appena descritta, facciano uno sforzo importante per addivenire all’individuazione di un soggetto unico.

Una soluzione ragionevole ed efficace ai fini del raggiungimento delle finalità di tutela della Zsc stabilite dalle Direttive comunitarie, non priva di difficoltà ma che potrebbe vedere gli Enti Parco Nazionali protagonisti di una nuova vita e

di una nuova scommessa: divenire Enti di area vasta che superano i confini dell’area protetta stessa per cimentarsi in una dimensione inesplorata di pianificazione e di attuazione di politiche attive per la protezione della natura nella necessaria diversità dei regimi di tutela.