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Corriere del Mezzogiorno del 2 marzo 2022, pp. 1,10

di Fabio Modesti

Visionaria, ambiziosa, vero frutto della globalizzazione ambientale a livello europeo. È la direttiva “Habitat” dell’Unione europea (92/43 CE) del 1992 per la tutela degli habitat naturali e seminaturali e di specie animali e vegetali selvatiche mediante la costituzione di una rete di siti protetti chiamata “Natura 2000”. Nello stesso anno a Rio de Janeiro è stata firmata la convenzione per la protezione della biodiversità sul Pianeta. L’Europa arrivò prima e sfornò un testo normativo ancora oggi attuale lasciando agli Stati membri la potestà di recepire la direttiva nel proprio ordinamento senza tuttavia eludere obiettivi e tempi di recepimento, due anni. E fu così che l’euroscettico Regno Unito ha battuto tutti sul tempo  adottando nel 1994 la relativa legge. In Italia si arrivò nel 1997 e furono norme pasticciate che portarono il nostro Paese alla condanna dei giudici dell’Unione. Norme scritte per aggirare le disposizioni europee, non per applicarle. E fu frustrante perché, intanto, l’Italia aveva provveduto a censire i siti con habitat e specie elencate nella direttiva con un lavoro di squadra in ogni Regione. In Puglia il lavoro si concluse nel 1996 trasmettendo tra le prime al Ministero dell’Ambiente le schede e le delimitazioni geografiche delle aree. Ma l’applicazione delle norme unionali per evitare degrado e perturbazione di habitat e di specie è sempre stata stentata. Era (ed in parte ancora è) difficile comprendere che la protezione della biodiversità si attua in primo luogo con la corretta gestione dei territori e con l’adeguata preventiva valutazione degli effetti che piani, programmi e progetti possono avere sulle associazioni vegetali e sulle specie selvatiche protette dalla direttiva. Questa richiede che ogni Stato membro, con le sue articolazioni, assuma la responsabilità del raggiungimento degli obiettivi nei confronti degli altri Stati. La Puglia, ad esempio, ha ancora oggi la più vasta ed importante superficie di pseudosteppa mediterranea (i pascoli naturali dell’Alta Murgia, per intenderci) e concorre alla protezione di questo habitat e delle specie ad esso collegate assieme ad altri Paesi che ospitano quei pascoli tra cui la Grecia, la Spagna ed una parte dei Balcani occidentali. I tempi assegnati dalla direttiva per portare a termine compiutamente questa tutela sono piuttosto lunghi eppure, per restare in Italia, molte Regioni non hanno ancora fatto tutto quel che devono per provvedervi. La Puglia, dopo l’exploit del 1996 che ha portato a censire 44 habitat di interesse comunitario di cui 11 a massima tutela, 81 specie di interesse comunitario e 90 specie di uccelli selvatici per cui applicare la massima protezione, ha individuato 87 siti Natura 2000 per una superficie di oltre 400.000 ettari, ossia oltre il 20% della superficie regionale. Incredibile a dirsi per la regione meno boscata d’Italia e nella quale la superficie agricola è più del 75% della superficie regionale totale. I problemi sorgono quando, in territori così antropizzati (molti centri abitati sono compresi in Siti Natura 2000), bisogna dettare le regole per valutare preventivamente le attività e per mettere a punto strumenti di pianificazione, anche urbanistica, in linea con la direttiva. C’è ancora molto da fare perché non sembra si sia compreso che valutare l’incidenza di piani, programmi e progetti sui Siti Natura 2000 significa applicare criteri di gestione di territori e risorse naturali, non semplici adempimenti a mo’ di algoritmi.

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