Cinghiali: brutti, sporchi e cattivi? Non sempre

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Anche i cinghiali forniscono servizi ecosistemici. Ad esempio, scavando il terreno con il muso favoriscono alcune specie di farfalle a rischio di estinzione e le piante ad esse esclusivamente collegate


In copertina, Zerinthya cassandra nel Parco regionale di Lama Balice – BA – foto ©Onofrio Panzarino

di Fabio Modesti

Potrebbe essere un'immagine raffigurante animale, natura e erba
Cinghiale (Sus scrofa) nel Sito Natura 2000 “Murgia Alta” –
foto ©Francesco Ambrosi

La narrazione sui cinghiali dovrebbe essere fatta da diversi punti di vista. Per ora prevalgono quelli negativi che attribuiscono alla specie (Sus scrofa) “disastri” economici, diffusione di epidemie rilevanti (tra cui peste suina africana e tubercolosi bovina) e compromissione di ecosistemi. I punti di vista positivi vengono relegati a quasi nulla, se non l’essere preda preferita dei lupi che, in tal modo, dirigerebbero i loro sforzi alimentari su questi ungulati anziché sul bestiame allevato (e, tuttavia, questo automatismo non è ben provato). Ma ci sono altri aspetti positivi oggetto di approfondimenti scientifici.

Il caso della Zerinthya cassandra…

In un recentissimo studio pubblicato su Springer Nature, due ricercatori italiani, uno pugliese, Rocco Labadessa – CNR, Istituto di ricerca sull’inquinamento atmosferico, Unità di Osservazione della Terra – ed uno campano, Leonardo Ancillotto – Università degli Studi di Napoli Federico II, Dipartimento di Agraria, Laboratorio di Ecologia ed evoluzione animale – ci dicono che l’attività di rooting dei cinghiali (ossia l’escavazione del terreno con il muso alla ricerca di bulbi e tuberi da mangiare) può determinare vantaggi per la conservazione di specie di farfalle particolarmente protette. È il caso della bellissima Zerynthia cassandra, specie endemica del Mediterraneo la cui popolazione è in declino a causa della riduzione della distribuzione dell’unico genere di piante su cui depone le uova, Aristolochia. Un rapporto esclusivo, quindi, quello tra farfalla e pianta, che il cinghiale riesce a preservare o, almeno, questa è l’ipotesi dello studio condotta nei due Siti pugliesi della Rete europea Natura 2000, “Murgia Alta” e “Area delle gravine”. I risultati confermano questa tesi. Infatti, scrivono i ricercatori, «le comunità erbacee disturbate dall’attività di rooting del cinghiale hanno una percentuale significativamente più alta di piante che rappresentano risorse di nettare per Zerinthya cassandra». Alterando la struttura del suolo e riducendo la copertura di specie competitive ben stabilite, come le graminacee perenni, il cinghiale con il suo rooting «è in grado di riportare i percorsi di successione delle comunità allo stadio iniziale, favorendo quindi le specie pioniere di breve durata».

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Aristolochia (Aristolochia rotunda) – foto ©Fabio Modesti

… e quello dell’Aristolochia

Una specie in particolare del genere Aristolochia, l’Aristolochia clusii, trae vantaggio dall’attività di escavazione dei cinghiali. Scrivono infatti i ricercatori che «la presenza e l’abbondanza di Aristolochia clusii nella nostra area di studio sono state influenzate positivamente dalla quantità di rooting del cinghiale […]. All’interno di siti omogenei similmente adatti per A. clusii, macchie di questa specie tendevano ad essere più comuni e abbondanti in associazione con attività di escavazione». Inoltre, come altre specie erbacee europee di Aristolochia, Aristolochia clusii «è nota per prediligere terreni moderatamente ricchi di azoto, come coltivazioni abbandonate, bordi stradali e radure boschive» e questi ambienti sono favoriti dal rooting del cinghiale che aumenta la disponibilità di nutrienti nel suolo. Infine, scrivono i ricercatori, «i nostri risultati dimostrano innanzitutto che la presenza di uova e larve di Zerinthya cassandra è stato direttamente favorito dall’attività di escavazione del cinghiale. Rispetto ad un insieme di variabili ambientali che sono ben note per essere fondamentali per la selezione del sito di deposizione delle uova, vale a dire l’esposizione al sole, l’altezza e la copertura della vegetazione e le condizioni di crescita della pianta ospite, l’influenza dell’attività di rooting è stata ancora più significativa a livello locale» attribuendo ai cinghiali la funzione di “ingegnere ambientale”.

Risultati da ponderare

Ma questi risultati sono da ponderare e gli studi da proseguire perché «l’elevata densità di ungulati può anche fornire altri effetti negativi (ad esempio pascolo eccessivo e calpestio) che possono contrastare gli effetti positivi del rooting. Sono quindi certamente necessarie ulteriori ricerche per valutare i livelli ottimali di pressione di tale attività che portano ad effetti positivi sulle farfalle di prateria in via di estinzione e su altri taxa protetti potenzialmente colpiti da questo ungulato (ad esempio le orchidee)».

2 pensieri riguardo “Cinghiali: brutti, sporchi e cattivi? Non sempre

  • 19 Gennaio 2023 in 15:57
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    Tutti esperti, da quando in qua uno solo studio costituisce certezze ????? nulla contro i ricercatori

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    • 21 Gennaio 2023 in 9:08
      Permalink

      Nessuna certezza, Pasquale. La ricerca scientifica è fatta sempre di possibilità di confutazione. Karl Raimund Popper ce l’ha insegnato. Quelle raccolte sono evidenze scientifiche in attesa della prossima conferma o della prossima, appunto, confutazione. Poi, capisco che i cinghiali non attirino soverchia simpatia ma hanno anche loro un ruolo ecologico e noi siamo la specie regolatrice anche di questo. Nel bene e nel male.

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