Il pasticciaccio brutto dell'”astronave”

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Doveva essere il più grande impianto di compostaggio d’Europa. È stato costruito ma non completato. In realtà non sarebbe mai dovuto sorgere lì, in un Sito Natura 2000 ed ai piedi del Parco Nazionale dell’Alta Murgia. Ora una sentenza del TAR Puglia può rimettere tutto in discussione (Villaggio Globale 14 maggio 2020)

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L’impianto di compostaggio Prometeo 2000 mai completato e mai entrato in funzione (Foto Mario Conca)

È un “pasticciaccio brutto” quello dell’impianto di compostaggio “Prometeo 2000” della famiglia Delle Foglie, sulla statale 96 in territorio di Grumo Appula mai entrato in funzione perché mai completato. Doveva essere il più grande impianto per il trattamento di rifiuti organici d’Europa ed, invece, la cosiddetta “astronave” – per l’architettura che rimanda al modulo spaziale LEM e la cui storia risale addirittura al 1995 – non è stata mai completata e mai entrata in funzione. Il progetto ebbe, nel 1996, addirittura il parere favorevole della Commissione Europea per un finanziamento LIFE e la strada spianata dal cosiddetto “decreto Ronchi” del 1997 (dal nome dell’allora Ministro dell’Ambiente Edo Ronchi) con cui si tentò di spingere la realizzazione di impianti per il trattamento dei rifiuti contro l’emergenza “monnezza”. Ma il settore urbanistico della Regione Puglia ne dichiarò l’incompatibilità urbanistica perché l’area era destinata a zona agricola. Nonostante questo, a fine anni ’90 l’avveniristico impianto, da realizzare in un sito Natura 2000 tutelato dalle Direttive UE ed a poche centinaia di metri da quello che si sarebbe diventato nel 2004 il parco nazionale dell’Alta Murgia, ottenne il via libera dalla Regione Puglia. E lo ottenne grazie ad un procedimento di valutazione di impatto ambientale che definire superficiale è un eufemismo.

Il ruolo della provincia

Nel 2000 l’allora giunta provinciale di Bari autorizzò definitivamente ed a spron battuto l’impianto in deroga alle previsioni del PRG di Grumo Appula. Nel 2004 la magistratura penale barese sequestrò l’impianto per violazione delle tutele naturalistiche poste dalle norme comunitarie, per violazioni paesaggistiche e per lottizzazione abusiva. Il processo di primo grado si concluse nel 2009 con la dichiarazione di intervenuta prescrizione per tutti gli imputati (i Delle Foglie, il progettista e dirigenti provinciali e regionali) ma ritenendo sussistenti i reati e quindi confiscando in favore del comune di Grumo l’area e l’impianto realizzato. La confisca venne confermata in Cassazione. Quell’impianto non sarebbe mai dovuto sorgere lì perché quell’area era tutelata a livello comunitario e perché violava la normativa urbanistica. I Delle Foglie rinunciarono alla prescrizione sostenendo la propria innocenza e chiedendo la riconsegna dell’impianto. Dopo l’andirivieni tra Corte d’Appello e Cassazione, si giunse nell’aprile 2017 alla loro assoluzione in Corte d’Appello “perché il fatto non sussiste”. L’impianto venne loro riconsegnato sulla scorta della famosa sentenza della CEDU su Punta Perotti a Bari che aveva sancito il principio secondo il quale non può esservi confisca di beni senza colpevoli di reati.

L’impianto di compostaggio Prometeo 2000 nell’area contigua del Parco Nazionale dell’Alta Murgia e la sua vicinanza alla zona 2 del Parco (Fonte WebGis Parco Nazionale dell’Alta Murgia)

La nuova VIA regionale

Ma l’impianto non era completato e nel 2015 la società chiese alla Regione di poter procedere al suo completamento attivando un nuovo procedimento VIA e di Autorizzazione Integrata Ambientale. Il parco nazionale dell’Alta Murgia, numerosi comuni del territorio ed il Comitato contro l’ecomostro, nel frattempo costituitosi, sostennero che l’autorizzazione rilasciata dalla provincia di Bari nel 2000 non era più valida e che, quindi, l’impianto dovesse affrontare una procedura autorizzativa ex novo. La Regione non intese ragioni e a gennaio 2018 rilasciò il via libera al completamento. Ma il comune di Grumo, nel 2015, aveva adottato il nuovo piano urbanistico generale confermando quell’area come zona agricola e l’impianto esistente incompatibile con essa.

L’ultima sentenza del TAR

La società di Delle Foglie ricorse nel 2017 al TAR il quale, con la sentenza del 4 maggio scorso, sembra aver rimesso tutto in discussione. Intanto stabilisce che l’autorizzazione rilasciata nel 2000 dalla provincia di Bari non è più valida perché scaduta nel 2010 e che il diniego opposto dal comune di Grumo alla richiesta di compatibilità urbanistica del completamento dell’impianto è legittimo «poiché il fatto che l’impianto sia già esistente non comporta, ex se, la compatibilità urbanistica dell’intervento di ampliamento proposto». I Delle Foglie non ci stanno ed annunciano ricorso al Consiglio di Stato. Ora, intanto, tocca nuovamente alla Regione dire la sua approvando o meno il nuovo piano urbanistico di Grumo che sancisce l’incompatibilità dell’”astronave” con l’assetto urbanistico. Inoltre, quell’impianto non è più presente nel vigente piano regionale di gestione dei rifiuti urbani. Si vedrà come andrà a finire. Quel che si può sicuramente dire è che quell’impianto non doveva essere realizzato lì dov’è ora per evitare di violare norme ambientali e paesaggistiche e per garantire la riuscita dell’investimento privato.

Fabio Modesti

Quei boschi di latifoglie e la scoperta del frate

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(Natura fuori porta la Repubblica – Bari 12 febbraio 2020)

 

Campi di frumento al limite dei boschi di roverella nel comprensorio Altamura, Grumo appula, Toritto (Foto Chiara Mattia)

 

Siamo di nuovo tra i boschi di latifoglie di Altamura, Toritto e Grumo Appula. Il padre rosario cappuccino nonché botanico, Antonio Amico, nel 1955 pubblicò la “Fitostoria della provincia di Bari” per l’Istituto botanico dell’Università di Bari. Volume introvabile che per la zona che ora ci riguarda racconta della continua deforestazione avvenuta in particolare dopo l’unità d’Italia. Boschi di “rovere” centenari e destinati al pascolo rasi al suolo per insediarvi seminativi a cereali e per fare traversine per la ferrovia in pieno sviluppo. Trasformazioni che hanno lasciato profonde ferite nel territorio e nella cultura dei luoghi. Nel marzo del 2003 riuscì a far venire in Puglia il botanico Oliver Rackham, ordinario di Botanica a Cambridge ed uno dei massimi studiosi della flora mediterranea. Nei suoi appunti, che mi lasciò dopo aver visitato una parte dei boschi di cui stiamo trattando, Rackham scriveva: «Il pascolamento in bosco ha spesso un grande valore ecologico, soprattutto se vi sono alberi antichi (che questo sito non ha). Anche senza alberi antichi, il pascolamento in bosco può costituire facilmente habitat più ricchi per piante e uccelli rispetto a foreste continue o a prati continui. I pascoli spesso dipendono dalle pratiche di gestione tradizionali. Una minaccia per tali luoghi in tutto il mondo è la perdita della gestione tradizionale che determina la chiusura delle aree aperte». Il ritorno del pascolo controllato in bosco, quindi, potrebbe costituire una delle politiche più adeguate per il potenziamento della biodiversità e per un primo ritorno economico per proprietari e ed utilizzatori.

Fabio Modesti

 

Cartografia di parte dei Boschi di Toritto nel 1880

 

Altamura, Toritto e Grumo la quercia ha una sua storia

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(Natura fuori porta la Repubblica – Bari 2 febbraio 2020)

 

Nucleo di fragni nel comprensorio dei boschi di Altamura, Grumo appula, Toritto (Foto Fabio Modesti)

 

Puglia regione meno boscata d’Italia ma i suoi boschi naturali sono tra i più importanti della regione biogeografica Mediterranea. Transbalcanici e ricchi di biodiversità quasi da sovvertire le classificazioni bioclimatiche. Tra i più significativi quelli a circa 30 minuti d’auto da Bari. Il comprensorio tra Altamura, Toritto e Grumo annovera boschi compositi di querce con presenza di roverella, virgiliana, cerro e fragno. Quest’ultimo, transbalcanico per eccellenza, ha qui l’areale di diffusione più a nord finora conosciuto. Boschi destinati nei secoli al pascolamento ovino e bovino (a fine ‘800 gli abruzzesi portavano qui anche 12.000 pecore). All’inizio del decennio scorso, prima della diffusione dell’epidemia di “lingua blu”, si vedevano al pascolo centinaia di bovini transumanti provenienti dalla Calabria! Boschi quasi tutti di proprietà privata, in qualche modo usciti indenni dalle leggi napoleoniche di eversione dalla feudalità, chiamati “bonsai” per l’aggressione di sovapascolamento, ceduazioni continuate e furto di legname. Nella mia memoria, esemplari di roverelle di 3 metri di diametro sparite da un giorno all’altro. Ancora oggi, però, quei boschi dai nomi evocativi (caselle di Cristo, il quarto, lago dei ladri, pellicciari, pompei, resega, sentinella) che hanno subito pure l’ingiuria del fuoco sabaudo per stanare il sergente Romano ed altri briganti, sono ancora lì. Confini del parco nazionale dell’Alta Murgia, testimonianza storica della loro utilità ecologica, se ancora la si volesse riconoscere, da acquisire al patrimonio pubblico ora più che mai. Questo racconto, però, non può finire qui. Continua…

Fabio Modesti