Una grave disfunzione cellulare negli orsi marsicani ne accelera l’invecchiamento ● Lo afferma una ricerca scientifica da poco pubblicata a cura delle Università di Ferrara e dell’Università Politecnica delle Marche
In copertina, esemplare di orso marsicano (Ursus arctos marsicanus) – foto ©Francesco Ambrosi
di Fabio Modesti
La pubblicazione risale a fine settembre ma la ricerca scientifica sviluppata dalle Università di Ferrara e Politecnica delle Marche fa già parecchio discutere negli ambienti di naturalisti e veterinari. Parliamo dello studio intitolato «A fixed mutation in the respiratory complex I impairs mitochondrial bioenergetics in the endangered Apennine brown bear» pubblicato qualche giorno fa sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) e ripreso dalla rivista Vet33, che illustra come una delle specie di mammiferi più minacciate d’Europa, l’orso marsicano, abbia l’enzima ND5 del complesso respiratorio I mitocondriale difettoso, riducendo l’efficienza cellulare e aumentando la produzione di radicali liberi, con possibili conseguenze sull’invecchiamento e sulla salute della specie. Gli orsi marsicani costituiscono un piccolo gruppo di una decina di esemplari nell’Appennino centrale ed in particolare nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, non sono stati reintrodotti come avvenuto, con notevoli impatti sulla convivenza con l’uomo, in altre aree protette Proprio in questa popolazione di orsi uno degli enzimi chiave per trasformare i nutrienti in energia (ND5 del complesso respiratorio I mitocondriale) è difettoso a causa di una mutazione genetica. L’enzima ND5 degli orsi marsicani è meno efficiente e più inquinante per le cellule dove produce un eccesso di radicali liberi che ne accelerano l’invecchiamento. Secondo il coordinatore del progetto per l’Università Politecnica delle Marche, Emiliano Trucchi, «patologie simili nella nostra specie provocano malformazioni e, in particolare, difetti alla vista o all’udito. Evidenze di queste disfunzioni negli orsi ancora non ci sono ma è difficile verificare la presenza di certe patologie in animali selvatici, specialmente se grandi carnivori» . La disfunzione emersa dallo studio scientifico è conseguenza – secondo il coordinatore del progetto per l’Università di Ferrara, Giorgio Bertorelle, – «degli accoppiamenti tra consanguinei avvenuti così tante volte che queste mutazioni dannose sono presenti in tutti gli individui».

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