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AREE PROTETTE A MALAPENA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia 04 dicembre 2021)
Trent’anni definiscono per un essere umano l’inizio del periodo maturo. Per una legge può valere lo stesso metro? Parliamo della legge quadro sulle aree protette, n. 394, approvata il 6 dicembre del 1991 e che compie 30 anni tra pochi giorni. Un passaggio importante per la tutela del “Belpaese”, giunto dopo che, con l’istituzione delle Regioni, con quella del Ministero dell’Ambiente e con decine di sentenze della Corte costituzionale su conflitti di attribuzione tra Stato e Regioni, il Parlamento finalmente legiferò, al di là dei 5 parchi nazionali storici già presenti (Gran Paradiso, Stelvio, Abruzzo, Circeo e Calabria). Le proposte di legge di diverse forze politiche risalivano a diversi anni prima. Il PRI di Ugo La Malfa, ad esempio, propose una legge quadro “per la protezione della natura” e non solo per le aree protette, ipotizzando un’agenzia nazionale a capo del sistema. E probabilmente aveva visto bene. La legge vigente ha raggiunto l’obiettivo del 10% del territorio nazionale protetto, vecchio cavallo di battaglia di protezionisti negli anni’70 ed ’80 del secolo scorso ma molte sono le pecche di quelle norme, mostratesi con la loro applicazione nel tempo. Tuttavia, i tentativi di modificarle strutturalmente non sono andati in porto e forse è stato meglio così perché, come si è verificato dal 2009 al 2017 – con un’accelerazione sfrenata nel corso di quell’ultimo anno fermata soltanto dalla Ragioneria generale dello Stato -, le modifiche erano per gran parte peggiorative. In Puglia che cosa è successo da 1991 ad oggi in materia di aree protette? I dati non sono entusiasmanti e lo sono sempre meno col passare del tempo: 20 aree protette regionali istituite sulle 31 previste. Durante la sesta legislatura (1995-2000) a guida centro-destra con presidente Salvatore Distaso, è stata approvata, nel 1997, la legge regionale n. 19 per l’istituzione e la gestione delle aree protette pugliesi. È anche stata data l’intesa per l’istituzione del parco nazionale del Gargano (1995) e quella per l’istituzione dell’area marina protetta di Porto Cesareo (1997). Inoltre è stato avviato e completato il censimento dei Siti Natura 2000. Nella settima legislatura (2000-2005) si è cominciato a strutturare gli uffici per occuparsi di protezione della natura. Si è integrata la legge regionale n. 19/1997 con l’area di lama Belvedere a Monopoli e sono state istituite le prime sei aree protette regionali. Sono stati anche riclassificati i vecchi parchi di Porto Selvaggio e Lama Balice. Sempre nel corso della settima legislatura è stata data l’intesa per l’istituzione del parco nazionale dell’Alta Murgia. L’ottava legislatura (2005-2010), la prima con presidente Nichi Vendola, ha sfornato dodici leggi istitutive di aree protette regionali ed una di revisione dei confini del parco dell’Ofanto. Ma nessuna attenzione è stata posta alla gestione di queste aree. La nona legislatura (2010-2015) ha prodotto soltanto tre leggi, tutte di revisione in pejus di quelle istitutive dei parchi dell’Ofanto, della Terra delle Gravine nel tarantino e del Bosco Incoronata a Foggia. La decima legislatura ha prodotto una legge (2017) che ha ancora una volta modificato in pejus quella istitutiva del martoriato Parco della Terra delle Gravine e le leggi istitutive dei Parchi di Costa Ripagnola e del Mar Piccolo di Taranto, ambedue dinanzi alla Corte Costituzionale (dalla quale si attende la sentenza dopo l’udienza del 10 novembre scorso) perché ritenute dal Governo in violazione delle tutele paesaggistiche e delle competenze statali stabilite dalla Costituzione.
LA CARTINA DI TORNASOLE DEL PIANO CASA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia 06 gennaio 2022)
La chiamata di soccorso (non “rosso” ma bipartisan) partita dagli scranni del Consiglio regionale pugliese ai parlamentari conterranei per salvare il Piano casa, appare un segnale di debolezza. Si chiede aiuto ai piani superiori visto che l’Assemblea legislativa regionale non riesce a formulare norme che non confliggano con la Costituzione. Infatti, i ministeri competenti avrebbero stilato una relazione per la presidenza del Consiglio dei Ministri nella quale si dice che la dodicesima proroga della legge sul Piano casa in Puglia, consentendo la deroga continua agli strumenti urbanistici, si pone al di fuori del recinto costituzionale e quindi va impugnata dinanzi alla Consulta. Quest’ultima, per la verità, si è già pronunciata più volte su leggi di altre Regioni in materia urbanistica e di deroga alla pianificazione urbanistica e territoriale (in ultimo sulla proroga del Piano casa della Regione Calabria), censurando pesantemente il ricorso a norme che esautorano i Comuni della potestà pianificatoria. Peraltro, la legge pugliese n. 14 del 2009 (sul Piano casa, appunto) aveva una finalità “sociale” ben limitata titolandosi – mutuando la legge nazionale – “Misure straordinarie e urgenti a sostegno dell’attività edilizia e per il miglioramento della qualità del patrimonio edilizio residenziale”. Ora quella straordinarietà e quell’urgenza non permangono e dovrebbero essere sostituite da un quadro normativo organico e non derogatorio degli strumenti urbanistici. Ma in Puglia si preferisce intervenire di volta in volta, più volte l’anno, con norme eterogenee sistemate qua e là, inducendo confusione e dubbi negli imprenditori edili. Questi certo non rinunciano ad utilizzare, per il giusto profitto, la legge sul Piano casa così prorogata e modificata ma si rendono conto di essere sistematicamente esposti alla dichiarazione di illegittimità di quelle disposizioni che, peraltro, rischia di travolgere anche il passato poiché le pronunce della Consulta hanno efficacia retroattiva. Tale modo di legiferare ha ben poco di liberale e lascia gli imprenditori comunque alla mercé, in questo caso non della “burocrazia maligna” ma della “buona volontà” del legislatore regionale il quale sa, comunque, di approvare norme a forte rischio d’essere cassate. Ecco perché la chiamata di soccorso ai parlamentari pugliesi rischia di trasformarsi in un boomerang, in una sorta di eterogenesi dei fini che potrebbe addirittura chiamare il Parlamento a stringere le maglie e mettere il legislatore pugliese di fronte alle proprie responsabilità. Ecco perché è urgente che il Consiglio regionale discuta apertamente e con il massimo coinvolgimento dei cittadini, norme organiche e stabili per agevolare la riqualificazione del patrimonio edilizio e per incentivare l’aggiornamento della pianificazione urbanistica comunale, anche in adeguamento al Piano paesaggistico regionale. Sarebbe una buona azione per il rispetto del diritto, degli imprenditori e degli elettori.
PERCHÈ TEMERE LA PESTE SUINA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia 13 gennaio 2022)
Il ritrovamento alcuni giorni fa in Piemonte di esemplari di cinghiale affetti da peste suina africana (PSA), indica che questa malattia infettiva epidemica, per la quale al momento non esiste un vaccino, è arrivata anche in Italia. Non è una malattia che si trasmette all’Uomo ma è una minaccia per gli allevamenti di suini poiché riguarda esclusivamente la famiglia dei suidi ed ha nei cinghiali i diffusori principali. Dopo Polonia, Germania ed altri Pesi nord europei, ora tocca a noi. La Puglia è lontana dal Piemonte ma la PSA ha una velocità di propagazione straordinaria e bisogna attrezzarsi molto presto, anche perché tra meno di tre mesi il Governo dovrà presentare alla Commissione UE uno specifico Piano di eradicazione. Circa due anni fa il Ministero della Salute ha diramato un Manuale delle emergenze da Peste Suina Africana in popolazioni di suini selvatici. In esso si dice, che «per migliorare la sensibilità del sistema di sorveglianza, […] ogni cinghiale deceduto indipendentemente dalla causa di morte (ad eccezione dell’attività venatoria) sia sottoposto a idoneo campionamento per consentire l’esecuzione della diagnosi di laboratorio della PSA» e che «EFSA (l’Autorità Europea per la Salute degli Alimenti n.d.r.) ha stimato che un sistema di sorveglianza passiva efficiente ed efficace dovrebbe essere in grado – in assenza di malattia – di segnalare, campionare e testare un numero di carcasse (cinghiali morti per cause non venatorie) pari circa all’1% della popolazione di cinghiale stimata ogni anno; in Italia – quindi – si dovrebbero testare almeno 5.000 cinghiali all’anno per una popolazione di circa 500.000 animali in periodo pre-riproduttivo». Ogni mese di ritardo nell’individuazione della presenza del virus può corrispondere ad una diffusione spaziale della malattia di circa 5.000-8.000 ettari e l’area potrebbe essere ancora più vasta nel caso la popolazione fosse sottoposta a pressione venatoria. La pratica della braccata – una delle modalità più utilizzate di caccia al cinghiale – in una zona infetta ma non ancora individuata come tale, può determinare una diffusione spaziale del virus di difficile gestione. La collaborazione con il mondo venatorio, quindi, dovrebbe essere uno dei veicoli principali per monitorare l’eventuale presenza del virus che – informa il Ministero della Salute – «sopravvive nella carne e nei visceri per 105 giorni, nella carne salata per 182 giorni, carne/grasso e pelle essiccata per 300 giorni e nella carne congelata per anni e rimane infettante anche nelle carcasse per diverse settimane in dipendenza delle temperature ambientali». Si può ipotizzare che, con una velocità dell’onda epidemica di 20-40 chilometri/anno e con capi di cinghiali cacciati di frodo con eviscerazione sul posto, la peste suina africana possa risultare una sorta di tsunami per gli allevamenti suinicoli. Basta immaginare che cosa possa accadere in Puglia per il prosciutto ed i salumi di Faeto e di Martina Franca.
AMBIENTE IDEALE PER DOPPIOPESISTI (Corriere del Mezzogiorno – Puglia 20 gennaio 2022)
Un vecchio dirigente della Regione Puglia spiegava, all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso, come per lui le valutazioni ambientali fossero simili alla pelle degli organi riproduttivi maschili della nostra specie. Si adatta alle condizioni ambientali e soprattutto politiche. Prendiamo il caso, recentemente richiamato dalla Corte di Giustizia europea, delle valutazioni ambientali degli impatti cumulativi derivanti da prospezioni petrolifere rilasciate alla medesima società. Dice la Corte di Giustizia nella sentenza del 13 gennaio scorso che ha dato torto alla Regione Puglia in materia di prospezioni petrolifere, che «nell’ambito della valutazione dell’impatto ambientale, occorre tenere conto dell’effetto cumulativo dei progetti che possono avere un impatto notevole sull’ambiente presentati da tale operatore nelle sue domande di autorizzazione alla ricerca di idrocarburi». Ma questo è già previsto dalle norme comunitarie, nazionali e regionali sulle valutazioni ambientali. Eppure chi ha proposto ricorso alla Corte UE, perdendo, ha esultato. Quella statuizione, però, non fa che ribadire un principio fondamentale delle valutazioni di impatto che un piano o un progetto può avere sull’ambiente, cioè verificare se con essi interagiscano ulteriori impatti derivanti da altri piani o da altri progetti. Tuttavia, sembra che questo basilare principio venga nei fatti eluso se non calpestato. A mo’ di esempio, e per stare sulla cronaca dei fatti pugliesi, prendiamo il caso del progetto del famoso resort nei trulletti che si vorrebbe realizzare a Costa Ripagnola (Polignano a Mare), quello per cui la Procura della Repubblica di Bari ha disposto il dissequestro dell’area interessata tenendo però bloccata di fatto la realizzazione delle opere dopo la sentenza della Corte costituzionale che ha cancellato buona parte della legge regionale che ha istituito l’omonimo parco. Il progetto presentato a finanziamento del FESR Puglia 2014-2020 per il turismo, risorse UE, ammonta a 5 milioni di euro di cui 2,5 milioni a carico del privato (Serim). Prevede la realizzazione di un albergo a 5 stelle a monte della statale 16 ed, appunto, il resort nei trulletti a valle della statale, funzionalmente collegato all’albergo. Il progetto è quindi unico e come tale è stato ammesso a finanziamento. Ma, incomprensibilmente, la valutazione di impatto ambientale (VIA) ha riguardato soltanto il resort a valle e non anche l’albergo a monte. E l’autorità competente che ha condotto il procedimento di VIA era la stessa che aveva dichiarato l’intero progetto compatibile con le normative ambientali europee. Né sono stati valutati congiuntamente, per determinarne eventuali impatti cumulativi, altri progetti immobiliari-turistici contigui pur presentati ed approvati. La valutazione alla fine è stata favorevole al resort. Aveva forse ragione, quindi, il vecchio amico dirigente regionale scettico sull’efficacia delle valutazioni ambientali nel nostro contesto.
INFRASTRUTTURE E CITTADINI DA COINVOLGERE (Corriere del Mezzogiorno – Puglia 29 gennaio 2022)
Nel sostanziale silenzio mediatico, in Puglia ci si cimenta con un’importante procedura di coinvolgimento delle popolazioni per la realizzazione di un progetto infrastrutturale. Si tratta del potenziamento della viabilità sul Gargano collegando la strada a scorrimento veloce che va dal casello autostradale di Poggio Imperiale a Vico del Gargano, con la strada statale 89 che oggi arriva fino a Mattinata. La procedura avviata da ANAS è il “dibattito pubblico” introdotto nel nostro ordinamento dal Codice degli appalti nel 2016. Il dibattito pubblico, mutuato da quello francese già ben consolidato, è attivabile dalle amministrazioni titolari di opere pubbliche particolarmente rilevanti. Sul Gargano si è cominciato il 19 gennaio scorso a Vico del Gargano e si andrà avanti con altri tre incontri pubblici il 26 gennaio a Peschici, il 2 febbraio a Vieste ed il 9 febbraio a Mattinata. Quel che si vuole, insomma, è che i cittadini, organizzati o meno, esprimano pareri informati. Sul sito web https://www.dibattitopubblicogarganica.it/ sono descritte le modalità di partecipazione. Eppure, a ben guardare, le informazioni fornite da ANAS sono piuttosto scarne. Intanto perché la cartografia utilizzata per rappresentare i tronchi di intervento e le alternative di tracciato sono “mute”, cioè senza alcuna informazione topografica ed ambientale. Ne consegue, ad esempio, che per il tratto più problematico, quello da Vieste a Mattinata, non si dice che esso attraverserebbe la zona 1 a maggiore tutela del Parco Nazionale del Gargano dove le attuali norme non consentono la realizzazione di nuovi tracciati stradali. Ed anche le motivazioni poste a base del progetto, del valore di oltre 850 milioni di euro, sembrano non essere particolarmente solide. Una di queste punta sulla necessità dell’opera per lo sviluppo del turismo. Ma il Gargano non è un’area di transito, è una meta turistica per scelta. E la stessa ANAS, sempre per il tracciato da Vieste a Mattinata, afferma che per questo tronco si potrebbero ipotizzare«solo interventi mirati a migliorare la sicurezza stradale e la percorrenza su una delle due viabilità esistenti nel tratto compreso tra Vieste e Mattinata: la SS 89 (strada interna) oppure le SP 53 e SP 54 (strada di costa)». In ogni caso, il dibattito pubblico è un utile strumento di avvicinamento del “palazzo” ai cittadini a patto che le informazioni siano complete e corrette. Uno strumento che potrebbe essere utilizzato molto più frequentemente. Ad esempio, nel capoluogo di regione, per coinvolgere la cittadinanza nei progetti di cittadella della giustizia e del nuovo porto turistico, avulsi da qualsiasi procedura di pianificazione e quindi di partecipazione pubblica. E così dovrebbe essere anche per il riavvio del contratto istituzionale di sviluppo del Salento, annunciato dal ministro per il Sud, Mara Carfagna, a suo dire tutto orientato verso i 200 chilometri di costa da Fasano a Castrignano del Capo «per definire un paradiso ambientale e paesaggistico finalmente fruibile ed attrezzato» (sic!). Con il rinnovato rischio che i Comuni “riciclino” vecchi progetti tenuti nei cassetti per decenni, lontani dalle esigenze di quelle popolazioni e di quel paradiso (in gran parte perduto).
AREE PROTETTE MERITEVOLI DI PIÙ RISORSE (Corriere del Mezzogiorno – Puglia 22 febbraio 2022)
Il 2022 è un anno di ricorrenza importante per la protezione della natura in Puglia. Compie, infatti, 25 anni la legge regionale sulle aree naturali protette, la n. 19 del 1997. Una legge che ha colmato lacune significative nella politica regionale in materia di tutela del territorio e delle risorse naturali. La legislazione pugliese non era del tutto priva di testi in materia; fino al 1997 erano vigenti la legge n. 50 del 1975 sui parchi naturali attrezzati e la 8 del 1977 per l’istituzione di riserve naturali. La prima ha istituito il solo parco di Porto Selvaggio con una quantità di risorse finanziarie, incredibili per allora (oltre 10 miliardi di lire di fondi FIO), che hanno prodotto la realizzazione di alcune inutili strutture salvo il recupero di una masseria oggi centro visita del parco poi ridenominato Porto Selvaggio e palude del Capitano. La seconda non è mai stata applicata ed è stato un gran peccato perché, per quei tempi, era all’avanguardia. La legge del 1997, che è stata poco o nulla modificata, prevede l’istituzione di 30 aree protette ma ad oggi ne sono istituite 20. Le leggi istitutive delle ultime due, i parchi regionali di Costa Ripagnola e di Mar Piccolo, sono state per gran parte annullate dalla Corte costituzionale alla fine dello scorso anno. Nella sesta legislatura (1995-2000) a guida centro-destra con presidente Salvatore Distaso, nel 1997 è stata approvata la legge regionale n. 19 per l’istituzione e la gestione delle aree protette in Puglia, la c.d. “legge madre”. Ma è anche stata data l’intesa per l’istituzione del Parco Nazionale del Gargano (1995) e quella per l’istituzione dell’area marina protetta di Porto Cesareo (1997). Inoltre è stato avviato e completato il censimento dei Siti Natura 2000 (1996) trasmesso alla Commissione UE tra i primi in Italia. Nella settima legislatura (2000-2005) si è cominciato a strutturare gli uffici, prima inesistenti, per occuparsi di protezione della natura e di assistenza tecnico-amministrativa alle autorità di gestione delle aree. Si è integrata la legge regionale n. 19/1997 con l’area di lama Belvedere a Monopoli (2001) e sono state istituite le prime sei aree protette regionali (2002). Sono stati anche riclassificati i vecchi parchi di Porto Selvaggio e Lama Balice (2004). Sempre nel corso della settima legislatura è stata data l’intesa per l’istituzione del parco nazionale dell’Alta Murgia (2004). L’ottava legislatura (2005-2010), la prima con presidente Nichi Vendola, ha sfornato dodici leggi istitutive di aree protette regionali ed una di revisione dei confini del parco dell’Ofanto. Poca o nulla attenzione è stata posta alla gestione di queste aree che in molti casi sono ancora prive di guida. La nona legislatura (2010-2015) ha prodotto soltanto tre leggi tutte di revisione in pejus delle leggi istitutive dei parchi dell’Ofanto, della Terra delle Gravine nel tarantino e del Bosco Incoronata a Foggia. La decima ed attuale legislatura ha prodotto due leggi in materia e solo una delle quali di segno positivo, quella che ha inserito il Mar Piccolo di Taranto tra le aree da proteggere (2019). L’altra (2017) ha ancora una volta modificato la legge istitutiva del martoriato Parco della Terra delle Gravine, ancora una volta in pejus.
HABITAT E NATURA C’È TANTO DA FARE (Corriere del Mezzogiorno – Puglia 02 marzo 2022)
Visionaria, ambiziosa, vero frutto della globalizzazione ambientale a livello europeo. È la direttiva “Habitat” dell’Unione europea (92/43 CE) del 1992 per la tutela degli habitat naturali e seminaturali e di specie animali e vegetali selvatiche mediante la costituzione di una rete di siti protetti chiamata “Natura 2000”. Nello stesso anno a Rio de Janeiro è stata firmata la convenzione per la protezione della biodiversità sul Pianeta. L’Europa arrivò prima e sfornò un testo normativo ancora oggi attuale lasciando agli Stati membri la potestà di recepire la direttiva nel proprio ordinamento senza tuttavia eludere obiettivi e tempi di recepimento, due anni. E fu così che l’euroscettico Regno Unito ha battuto tutti sul tempo adottando nel 1994 la relativa legge. In Italia si arrivò nel 1997 e furono norme pasticciate che portarono il nostro Paese alla condanna dei giudici dell’Unione. Norme scritte per aggirare le disposizioni europee, non per applicarle. E fu frustrante perché, intanto, l’Italia aveva provveduto a censire i siti con habitat e specie elencate nella direttiva con un lavoro di squadra in ogni Regione. In Puglia il lavoro si concluse nel 1996 trasmettendo tra le prime al Ministero dell’Ambiente le schede e le delimitazioni geografiche delle aree. Ma l’applicazione delle norme unionali per evitare degrado e perturbazione di habitat e di specie è sempre stata stentata. Era (ed in parte ancora è) difficile comprendere che la protezione della biodiversità si attua in primo luogo con la corretta gestione dei territori e con l’adeguata preventiva valutazione degli effetti che piani, programmi e progetti possono avere sulle associazioni vegetali e sulle specie selvatiche protette dalla direttiva. Questa richiede che ogni Stato membro, con le sue articolazioni, assuma la responsabilità del raggiungimento degli obiettivi nei confronti degli altri Stati. La Puglia, ad esempio, ha ancora oggi la più vasta ed importante superficie di pseudosteppa mediterranea (i pascoli naturali dell’Alta Murgia, per intenderci) e concorre alla protezione di questo habitat e delle specie ad esso collegate assieme ad altri Paesi che ospitano quei pascoli tra cui la Grecia, la Spagna ed una parte dei Balcani occidentali. I tempi assegnati dalla direttiva per portare a termine compiutamente questa tutela sono piuttosto lunghi eppure, per restare in Italia, molte Regioni non hanno ancora fatto tutto quel che devono per provvedervi. La Puglia, dopo l’exploit del 1996 che ha portato a censire 44 habitat di interesse comunitario di cui 11 a massima tutela, 81 specie di interesse comunitario e 90 specie di uccelli selvatici per cui applicare la massima protezione, ha individuato 87 siti Natura 2000 per una superficie di oltre 400.000 ettari, ossia oltre il 20% della superficie regionale. Incredibile a dirsi per la regione meno boscata d’Italia e nella quale la superficie agricola è più del 75% della superficie regionale totale. I problemi sorgono quando, in territori così antropizzati (molti centri abitati sono compresi in Siti Natura 2000), bisogna dettare le regole per valutare preventivamente le attività e per mettere a punto strumenti di pianificazione, anche urbanistica, in linea con la direttiva. C’è ancora molto da fare perché non sembra si sia compreso che valutare l’incidenza di piani, programmi e progetti sui Siti Natura 2000 significa applicare criteri di gestione di territori e risorse naturali, non semplici adempimenti a mo’ di algoritmi.
FONTI RINNOVABILI, LA STORIA CONCEDE IL BIS (Corriere del Mezzogiorno – Puglia 11 marzo 2022)
Dice Elon Musk, patron di Tesla, l’uomo che ha sviluppato con maggiore successo la tecnologia elettrica sugli autoveicoli, «Odio dirlo, ma dobbiamo aumentare immediatamente la produzione di petrolio e gas. Tempi straordinari richiedono misure straordinarie». La dura realtà si impone. La discussione sulla ricerca di piena indipendenza dai combustibili fossili in Puglia appare poco ragionevole. Questa Regione ha vissuto varie “ere” di produzione energetica. La prima orientata alla presenza di una centrale nucleare da collocare in ogni dove, dall’Alta Murgia fino alla costa meridionale tarantina e, alla fine, non realizzata. La seconda con le megacentrali ad olio combustibile, a carbone ed a turbogas, con Enel e grosse aziende private a fare il bello ed il cattivo tempo in tutti i sensi. La terza, ad inizio di questo secolo, con l’esplosione di rinnovabili ovunque, prima eolico e poi fotovoltaico con impianti frazionati per non incappare nelle valutazioni ambientali e la discesa dei grandi gruppi industriali del nord e di fondi di investimento esteri. Non un megawatt di rinnovabili ha mai sostituito uno prodotto dalle centrali tradizionali. Così la Puglia è diventata “esportatrice netta” di energia. Da tempo gli obiettivi fissati a livello comunitario per la limitazione di produzione di CO2 in atmosfera sono stati raggiunti pro quota dalla Puglia, in particolare con l’eolico. Un’operazione costata ai contribuenti pugliesi oltre 1,5 miliardi di euro per sovvenzionare impianti che portano ricchezza altrove. Ora, si dice “basta all’avversione alle rinnovabili”. Lo si dice con lo stesso atteggiamento che si ebbe in favore dell’insediamento di impianti che alla Puglia hanno portato pochi benefici e parecchi danni. La storia si ripete ammantandosi di greening, di un ambientalismo ancor più di facciata di quello ufficiale. Così, è quasi disdicevole parlare di pianificazione energetica, di individuazione immediata, giuridicamente legittima, di aree idonee e non idonee all’installazione di impianti di rinnovabili anche perché una modifica del piano paesaggistico può avvenire solo previa, improbabile, intesa con lo Stato. E, in questa logica del “tutto, ovunque e comunque”, è altrettanto disdicevole proporre di coprire con gli specchi prima di tutto le aree degradate, le zone industriali ed artigianali, i tetti degli edifici pubblici e privati e non i suoli agricoli o le aree marine. Si sostiene che ciò non serva a soddisfare il fabbisogno di oltre 70 gigawatt di rinnovabili da installare ma “solo” più della metà. E buttala via questa soluzione trovando l’altra metà con una serie di interventi di efficientamento energetico degli edifici (tutti) e di recupero di calore (teleriscaldamento, ad esempio). E si dovrebbe ben sapere, oltretutto, che le rinnovabili richiedono materie prime, terre rare e metalli critici di cui è dominus unico mondiale la Cina, non proprio un esempio di Stato di diritto e democratico al pari della Russia di Putin.
SE ANCHE GLI ANIMALI FUGGONO DALLA ZONA DI CONFLITTO (Corriere del Mezzogiorno – Puglia 26 marzo 2022)
Ci dice Kiyv Independent, organo di informazione ucraino on-line che combatte con l’informazione la criminale occupazione russa, che «la Russia pianifica il disboscamento di massa delle foreste ucraine. Secondo un documento pubblicato dall’intelligence militare ucraina, il legno sarebbe stato venduto e il denaro sarebbe andato all’esercito russo». Le guerre di occupazione, soprattutto in quella parte di Europa, hanno sempre avuto a che fare con boschi e foreste meravigliosi. Durante l’occupazione nazista della Polonia e della Lituania, la foresta planiziale primigenia di Białowieża – che le SS volevano incendiare per evitare desse ospitalità ai partigiani polacchi – fu salvata e definita dal gerarca Göring “bosco sacro” dopo che egli stesso, prima del blitzkrieg e dell’accordo con l’URSS per aggredire e spartirsi la Polonia, lì era andato a caccia di bisonti europei e di cinghiali. E proprio i cinghiali di quella parte d’Europa oggi sono protagonisti di una delle epidemie più pericolose per gli allevamenti suini nel continente: la peste suina africana (PSA). Immaginiamo per un attimo che cosa possa accadere alla fauna selvatica in un teatro di guerra come quello ucraino, accanto alla tragedia umana che lì si consuma. Impauriti, predatori (grandi e piccoli) e prede si disperdono e fuggono il più lontano possibile. Così, territori che da tempo non avevano più rapporti con orsi e lupi, con linci e sciacalli, se li ritrovano a predare anche gli animali di allevamento. Ma accade pure che i cinghiali, attraverso i quali è stata diffusa la PSA partendo proprio da quelle zone dell’Europa orientale, ora aumentino il loro numero in dispersione. Lo stesso succede agli uccelli migratori che, sempre in quelle zone, hanno incubato l’influenza aviaria (questa trasmissibile all’uomo a differenza della PSA) e che ora, anch’essi terrorizzati da esplosioni, movimenti di truppe e di aerei, si disperdono sempre in cerca di aree più tranquille. Ed i controlli sanitari cui pure l’Ucraina si era impegnata per queste epidemie, sono saltati. Sono gli effetti devastanti che l’occupazione criminale dell’Ucraina da parte di Putin porta con sé e distribuisce all’Unione europea. Anche questa un’arma. Il problema si trasferisce qui e le misure poste in essere per fronteggiare almeno queste due epidemie potrebbero già non essere più sufficienti. Entro il 17 marzo le Regioni dovrebbero o avrebbero dovuto adottare piani di interventi urgenti per la gestione, il controllo e l’eradicazione della peste suina africana nei suini da allevamento e nella specie cinghiale (Sus scrofa). I piani includono «la ricognizione della consistenza della specie all’interno del territorio di competenza suddivisa per provincia, l’indicazione dei metodi ecologici, delle aree di intervento diretto, delle modalità, dei tempi e degli obiettivi annuali del prelievo esclusivamente connessi ai fini del contenimento della peste suina africana». Per la Puglia la Regione sta mettendo a punto un piano di gestione del cinghiale che però non ha tutte le caratteristiche del piano per la PSA. Per questa epidemia le altre Regioni finora colpite (la Liguria ed il Piemonte) hanno messo in campo misure draconiane che prevedono, ad esempio, il divieto di caccia, di raccolta funghi e tartufi, di pesca, di trekking e di mountain biking. Quindi ora è forse tutto da ripensare in conseguenza della follia delinquenziale che ha portato all’invasione dell’Ucraina. La globalizzazione biologica procede.
IPOCRISIA IN TEMPO DI GUERRA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia 08 aprile 2022)
Possiamo dire, senza tema di smentite, che l’ipocrisia regna ed emerge più che mai nel dibattito politico ora che la guerra d’occupazione russa sta dilaniando un Paese democratico come l’Ucraina. È la medesima ipocrisia che ha portato a chiudere gli occhi su chi fosse Putin fin dal suo avvento alla guida della Federazione Russa, sugli omicidi di giornalisti scomodi come Antonio Russo e Anna Politkovskaja e di avversari politici. La stessa ipocrisia che oggi vediamo in campo energetico ed agricolo. E poiché nell’ordinamento statuale italiano, causa la famigerata modifica del Titolo V della nostra Costituzione, ogni Regione pare avere una sua politica estera, l’ipocrisia si trasferisce e si moltiplica per 20. Accade così che in Puglia una parte dell’opposizione in Consiglio regionale, quella più legata al potere dittatoriale russo, tuona perché è necessario compensare la drastica riduzione di grano e di mangimi che non saranno più esportati dalla ricca Ucraina martellata nazisticamente da Putin. La soluzione dovrebbe essere far tornare alla coltivazione terreni abbandonati da lustri. Per farlo – dice questa parte di opposizione – bisogna modificare il Piano paesaggistico regionale, causa di tutte le sciagure per molti di tutti gli schieramenti solo perché la tutela della memoria, del paesaggio e dei territori non è nei loro orizzonti. Si è addirittura arrivati a sostenere che con quelle norme si lasciano i terreni incolti per tutelare piccoli rettili (la forza dell’immaginazione). Parlare di ecologia e di agroecologia è sempre più difficile e complesso che lasciarsi andare a frasi fatte. Così, è messo all’indice il solo pensare che l’agricoltura progredisce con la ricerca scientifica, con le biotecnologie. E quegli stessi che chiedono più suolo per le colture cerealicole sono assolutamente contrari per principio all’utilizzazione di specie agricole modificate geneticamente. Invece, produrre più cibo, di maggiore qualità, utilizzando meno suolo, acqua e pesticidi e salvaguardando l’ambiente e gli ecosistemi è possibile. Ma questo non sembra neanche affacciarsi alla mente di chi teme per il nostro pane e per la nostra pasta e non si pone minimamente dalla parte di chi non ha neanche di che sfamarsi che sia in Africa o che sia sotto le bombe a grappolo di Putin. Nel 2016 fu organizzato un importante convegno su questi temi e lo scomparso prof. Michele Stanca, salentino di nascita e considerato uno dei massimi esperti di biotecnologie vegetali, spiegò come il concetto di OGM inteso come introduzione di geni del mondo animale nei vegetali fosse abbondantemente superato. La nuova frontiera è e sarà la tecnologia Crispr/Cas9, modifiche chirurgiche allo stesso corredo genetico della specie di pianta da coltivare per renderla più resistente, meno idro esigente e meno dipendente da fertilizzanti e pesticidi. Niente di più. Ma neanche questo pare sia all’orizzonte del dibattito sulle politiche agricole in Puglia. Soltanto più suolo da consumare e meno natura da proteggere. Per maggiori informazioni sulla biotecnologia Crispr/Cas9 e sulla ricerca genetica in agricoltura ci si può collegare a questo link o anche a questo e questo.
IL DIRE E L’AGIRE SULLE RINNOVABILI (Corriere del Mezzogiorno – Puglia 20 aprile 2022)
Un po’ come i no-vax pentiti, un po’ come Saulo “fulminato” dalla conversione sulla via per Damasco. Ogni giorno personaggi politici di livello nazionale e regionale si convertono allo sviluppo di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili “dovunque e comunque”. A cominciare da Emma Bonino che non molto tempo fa, per +Europa, ha organizzato un seminario on-line per discutere l’opportunità di evitare questa deriva che oggi invece invoca, per proseguire con il Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, che alcune settimane fa si è esposto in Consiglio regionale nella difesa del mare davanti alle coste salentine adriatiche contro l’impianto eolico off-shore di Odra Energia ed oggi, ai microfoni di Sky Tg24, dice che saranno sbloccati i progetti per le rinnovabili “facendo sacrifici in termini di paesaggio”. Posizioni che fanno il paio con le dichiarazioni contro la “burocrazia malvagia” che bloccherebbe in Puglia oltre 400 progetti. Progetti che aumentano di giorno in giorno sulle scrivanie di Province, Città Metropolitana di Bari e Regione Puglia nonché su quelle del Ministero della Transizione ecologica che ha ormai competenza su gran parte di essi. Carlo Calenda, fondatore e segretario di “Azione” al quale +Europa è federata a livello parlamentare, ha proposto un piano per affrontare l’emergenza nel quale le rinnovabili hanno un ruolo ancellare. Propone Calenda «9,5 mld di metri cubi di gas sostituti da pieno uso della potenza installata delle centrali carbone. 5 da navi di rigassificazione e 10 da contratti con paesi produttori mediterraneo e Tap». Sulle rinnovabili dice a chi l’accusa di non essere riformista, «amici o la Russia o il clima. Tutte e due non si può» e che «per quelli che dicono tutte rinnovabili: che ci serve una fonte non intermittente ovvero: gas, carbone o nucleare». Insomma, il realista e riformista Calenda non si copre gli occhi e le orecchie e ben comprende che le rinnovabili hanno problemi intrinseci nell’assicurare energia elettrica 24 ore su 24 oltre che problemi di approvvigionamento di terre rare e di metalli critici oggi a totale appannaggio della Cina alleata di Putin. Ma le Regioni, Puglia in testa, non fanno quel che devono che non è tanto sbloccare a testa bassa i progetti di privati che introitano onerosissimi sussidi pubblici per vendere energia elettrica intermittente, ma pianificare la produzione energetica individuando le aree da tutelare dall’insediamento degli impianti dando certezza alle imprese private ed agli enti locali sempre più lasciati soli. Pianificare e programmare sono ormai verbi difettivi da molti anni, erroneamente attribuiti a visioni dirigistiche mentre sono frutto dell’esperienza di culture liberali e realmente liberiste nelle quali libertà senza responsabilità non può esistere. La responsabilità comporta che si debba rispondere di quel che si fa ai cittadini elettori/contribuenti. In definitiva, una situazione che sembra meglio evitare.
UN PIANO CASA CHE SERVA ALLA CITTÀ (Corriere del Mezzogiorno – Puglia 28 aprile 2022)
Il Piano casa in Puglia porta alla difficile convivenza politica nella Giunta regionale, nella maggioranza, nell’opposizione. Sempre che sull’argomento siano mai esistite una vera opposizione ed una vera maggioranza. La recente intervista rilasciata al Corriere del Mezzogiorno dall’assessore regionale Anna Grazia Maraschio, cui competono le politiche ambientali, urbanistiche e paesaggistiche, confermano queste impressioni. Ma la riflessione ulteriore è che la parola “deroga” è ormai divenuta fondamentale in questo campo. Che cos’altro sono le norme del Piano casa (che piano non è ma così passa nella comunicazione) se non “straordinarie ed urgenti” che dal 2009 in Puglia sono state prorogate, modificate e peggiorate tanto da arrivare infine dinanzi alla Corte costituzionale? E che cos’altro sono gli strumenti amministrativi come gli “accordi di programma” che continuamente si utilizzano nei Comuni pugliesi per “derogare” agli strumenti urbanistici e realizzare cubature non previste? Deroghe su deroghe le città si trasformano ma in peggio. Bari, ad esempio, ha un piano regolatore risalente al 1976 (il cosiddetto “Piano Quaroni”) che prevedeva 600.000 abitanti residenti nel capoluogo nel 2000. Nel 2022 la popolazione barese è poco più della metà ed è in diminuzione. Eppure, con il Piano casa – con ampliamenti dell’esistente e demolizione e ricostruzione di fabbricati con aumenti volumetrici fino al 35% – si sono realizzati quasi 2 milioni di metri cubi e migliaia di vani non previsti dallo strumento urbanistico che pure conserva “in pancia” 15 milioni di metri cubi non ancora realizzati in aree legittimamente individuate come fabbricabili. Bari si è espansa in modo irragionevole e le cubature del Piano casa hanno fatto introitare alle casse comunali decine di milioni di euro il cui utilizzo non è assolutamente tracciato e trasparente. A dire il vero, Bari è uno dei pochissimi Comuni pugliesi che rendono nota l’applicazione del Piano casa. Almeno l’80% di essi non ha mai trasmesso alla Regione le obbligatorie relazioni. Ora, quindi, si tenta di rendere stabili le norme sul Piano casa definendole, a seconda dei proponenti, riuso e riqualificazione edilizia e, con una certa allitterazione, eco casa. Ma si tratta pur sempre di disposizioni che possono derogare agli strumenti urbanistici generali determinando nuove situazioni urbanistiche derivanti oggi da cambi di destinazione d’uso da attività produttiva a residenziale in zone che residenziali non sono. Pare sia molto più facile fare questo che accompagnare i Comuni a mettere a punto piani urbanistici di nuova generazione. Cosa che forse sarebbe più utile agli stessi costruttori i quali, nonostante siano in balìa di scelte politiche che entrano a gamba tesa nel mercato senza dare regole certe, hanno pure predisposto una loro ragionevole proposta legislativa sul Piano casa mai valutata. Insomma, se la pianificazione urbanistica è morta, basta dirlo e cambiare conseguentemente le leggi. Altrimenti, deroghiamo alle deroghe.
Il vulnus pugliese – MEDIARE TRA LEGGI E POTERI (Corriere del Mezzogiorno – Puglia 10 maggio 2022)
La vicenda dell’istituzione del parco regionale di Costa Ripagnola assurge anche all’attenzione delle scienze giuridiche italiane. Nel numero 4/2021 ma appena pubblicato della rivista giuridica Le Regioni edita da Il Mulino, Maria Grazia Nacci, docente di Istituzioni di diritto pubblico presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Bari, ha scandagliato quel procedimento legislativo. In particolare la Nacci si sofferma sul lungo lasso di tempo intercorso tra l’approvazione della pasticciata legge in Consiglio regionale, il 28 luglio 2020, e la sua promulgazione da parte del Presidente della Regione, Michele Emiliano, il 21 settembre 2020 con contestuale pubblicazione sul bollettino ufficiale della Regione, «proprio nel giorno – rileva l’autrice – di chiusura delle elezioni regionali, quando, vien da pensare, i pro e i contro di quell’intervento normativo non avrebbero più potuto pesare sulle scelte degli elettori, ormai compiute». Peraltro, altre due leggi approvate nella stessa seduta dell’Assemblea regionale sono state promulgate un mese prima. Può il Presidente della Regione, si chiede la Nacci, aspettare tanto tempo prima di promulgare una legge? Quella istitutiva del parco di Costa Ripagnola contiene ancora oggi come allegati una cartografia del parco che riporta determinati confini esterni e di zone interne ed una tabella catastale che la contraddice. Nello Statuto della Regione Puglia non è previsto alcun limite a questo potere assoluto del Presidente. Negli Statuti di molte Regioni, sì (tra le altre, Emilia-Romagna, Toscana, Calabria, Molise). Il potere costituzionale riconosciuto al Presidente della Regione lì viene disciplinato, in Puglia no. E se in teoria il Presidente della Regione potrebbe rinviare al Consiglio regionale una legge malfatta (come nel caso di Ripagnola sulla quale la Corte costituzionale è intervenuta con pesanti censure), mutuando il potere costituzionale del Presidente della Repubblica, nella pratica ciò non è mai avvenuto e la dottrina giuridica sul tema è divisa. In ogni caso, afferma la Nacci, «prevedere un termine per la promulgazione consente di reagire di fronte a un eventuale uso abnorme o opportunistico, appunto, del relativo potere, manifestabile attraverso un ingiustificato ritardo nel suo esercizio, che incide sull’ordine cronologico delle fonti ed eventualmente anche nei rapporti fra gli organi regionali». Così come sarebbe auspicabile disciplinare la possibilità del rinvio al Consiglio regionale di leggi che il Presidente si rifiuta di promulgare. Altrimenti, si sottolinea nell’articolo, le conseguenze costituzionali di un uso illegittimo del potere promulgativo possono essere anche la rimozione del Presidente della Giunta ovvero la revoca della fiducia da parte del Consiglio regionale. Insomma, il caso Ripagnola fa riflettere più in generale sui poteri dei Presidenti di Regione e sui contrappesi necessari, in un sistema nel quale vengono pure definiti maldestramente “governatori”, affinché non debordino in scelte troppo discrezionali ed opportunistiche. Per fare questo, bisogna rimetter mano allo Statuto ed anche velocemente.
RINNOVABILI, ATTENZIONE AL PENSIERO UNICO (Corriere del Mezzogiorno – Puglia 24 maggio 2022)
Lo scontro aperto sulle energie rinnovabili in Puglia induce ad una riflessione sui rapporti tra opinione pubblica e potere politico. È necessario trovare i modi per aiutare quel potere a non essere ostaggio di sé stesso e di un pensiero unico. In questo è fondamentale il confronto con le comunità interessate dalle decisioni di governo. Nel campo delle rinnovabili assistiamo alla narrazione per slogan per cui l’energia prodotta da fonti rinnovabili ci salverà dall’ecatombe della nostra e delle altre specie e ci affrancherà dalla dipendenza dalle fonti fossili, “decarbonizzandoci”. Posizioni irragionevoli da pensiero unico, appunto, che evitano analisi e valutazioni dei fatti. «Dagli anni 90, decade nella quale con la Conferenza di Rio de Janeiro 1992 il Cambiamento Climatico è entrato ufficialmente nelle agende politiche internazionali, – scrive Michele Manfroni su Rivista Energia, – siamo passati globalmente da una dipendenza relativa dai combustibili fossili del 91%, all’89% del 2018 (nella misura di energia primaria consumata). Di quel circa 10% non fossile, eolico e solare ne rappresentano più o meno il 4%; il resto viene da nucleare ed idroelettrico. Nello stesso periodo, i consumi assoluti di carbone, petrolio e gas, e le emissioni di anidride carbonica relative, sono aumentate rispettivamente del 69%, 47%, 83% e 57%. Stiamo diventando una società più carbon intensive, non meno». La “svolta green” a cui molti dirigenti politici ed amministratori pubblici in Puglia ora si richiamano senza mai essersene occupati, è pesante per l’ambiente ma non lo si dice. Secondo Bank of America, citata da Giovanni Brussato su L’Astrolabio degli Amici della Terra, le materie prime necessarie ad una transizione accelerata prevedono un tasso di crescita annuale composto (CAGR) di consumo del 3,6% per il rame, 24,6% per il litio, 7,6% per il nichel, 18% per il cobalto, 2,5% per l’argento e 3,3% per il platino. La quantità di gas serra che verrà immessa in atmosfera sarà spaventosa. Ma, tanto, la nostra è una decarbonizzazione proxy, in cui cioè le terre rare ed i metalli critici necessari per realizzare i magneti delle turbine eoliche si vanno a prelevare nei Paesi più poveri e con regimi dittatoriali come il Myanmar, causando disastri ambientali sconosciuti; i pannelli fotovoltaici, invece, li si fa realizzare agli Uiguri schiavizzati nei campi di lavoro cinesi dello Xinjiang. Aiutare il potere a non essere ostaggio del pensiero unico comporta che esso accetti il dibattito pubblico su dati reali e senza ricorrere a slogan. Se raggiungere gli obiettivi comunitari del “Fit for 55” per il nostro Paese (cioè ridurre le emissioni di CO2 del 55% entro il 2030) determina che la sola estrazione e raffinazione delle terre rare necessarie ai magneti permanenti delle turbine eoliche potrebbe immettere in atmosfera oltre 250.000 tonnellate di CO2, è necessario che chi governa lo sappia, lo renda pubblico e si confronti su questo. Anche perché, alla fine, i costi del green deal, già così azzoppato, ricadono comunque sulle nostre tasche.
Il nodo infrastrutture – LO SCARTO FRA POTERI E CITTADINI (Corriere del Mezzogiorno – Puglia 01 giugno 2022)
Alcuni privati cittadini, associazioni e comitati, tra cui il neonato “Le Vedette di Lama San Giorgio”, hanno presentato ricorso al Tar Puglia contro il rinnovo dell’autorizzazione paesaggistica in deroga relativa alla realizzazione della variante ferroviaria lungo la linea Bari-Lecce, tra Bari Centrale e Bari Torre a Mare. Opere del più vasto “nodo ferroviario di Bari”. In altra sede, e cioè nel dibattito pubblico sulla variante della strada statale 16 da Bari-Mungivacca a Mola di Bari, cittadini ed associazioni hanno presentato documenti molto critici nei confronti dell’opera e di come si è giunti alla sua progettazione tanto da chiederne l’annullamento. Ancora, il comitato “Per un parco verde di quartiere alle ex Casermette: Capozzi e Milano” si è rivolto al Tar Puglia per sospendere l’efficacia del bando di progettazione del Parco della Giustizia di Bari. Il Tar non ha concesso la sospensiva poiché la realizzazione della struttura è subordinata ad una variante urbanistica. Che cosa accomuna i tre casi? A primo acchito, le scelte ritenute strategiche dai vari poteri pubblici (a livello nazionale e locale) non sono ben accette da cittadini singoli oppure organizzati. Ma forse c’è qualcosa di più. Si palesa, in queste circostanze ed azioni, uno scollamento tra quei poteri ed i territori interessati da progetti pur rilevanti per l’interesse pubblico. Molto spesso quest’ultimo non combacia con le sensibilità dei cittadini verso la tutela di paesaggi, di beni archeologici, del verde urbano e degli ecosistemi.E poiché si tratta di investimenti economici molto cospicui, spesso con contributi finanziari dell’Unione Europea, lo scontro riguarda anche i tempi di realizzazione delle opere che hanno scadenzari ben definiti. Il finanziamento dell’opera, quindi, prevale sull’opera stessa, sulla sua qualità progettuale e sulle sue relazioni con territori e cittadini. I progetti sono spesso e per gran parte conservati nei cassetti da decenni per poi riemergere ad ogni occasione; sono magari ben concepiti tecnicamente, ingegneristicamente, ma poveri di molti elementi di quella che oggi viene compulsivamente definita “sostenibilità ambientale”. Sono proprio questi i temi per i quali cittadini, associazioni e comitati battono i piedi ed innescano lo scontro. Lama San Giorgio, che sarà attraversata dal fascio di binari e dalla variante della statale 16, non è mai divenuto parco regionale nonostante la giunta regionale ne abbia adottato il disegno di legge istitutivo nel dicembre 2018. Un’adozione che avrebbe fatto entrare in vigore specifiche norme di salvaguardia se solo il disegno di legge fosse stato pubblicato sul bollettino ufficiale, cosa mai avvenuta. E quindi i progetti non hanno mai preso in considerazione le tutele di quei residui lembi di natura e di storia e le procedure di valutazione ambientale sono state affrontate e chiuse in fretta e senza i necessari approfondimenti. Eppure questa è la Regione che ha legiferato sulla partecipazione dei cittadini ai processi che riguardano proprio la realizzazione di infrastrutture (legge numero 28 del 2017). Una legge inattuata. Così, la libertà, che è responsabilità ed anche partecipazione (in ricordo di Giorgio Gaber), rischia di venire compressa ogni qual volta il confronto tra potere pubblico e cittadini porta ad oggetto di discussione progetti preconfezionati, immodificabili o, se modificabili, modificati in camera caritatis, adducendo motivazioni finanziario-amministrative.
TURISMO, PIÙ PIL PER TUTTI MA ANCHE MENO AMBIENTE (Corriere del Mezzogiorno – Puglia 14 giugno 2022)
Scrive sul suo profilo Instagram il National Park Service, l’agenzia federale statunitense che presiede al sistema dei parchi nazionali americani e che fa capo al Ministero dell’Interno USA, che «la vita selvatica nei parchi nazionali è tale e può essere pericolosa quando viene avvicinata. […] Quando un animale è vicino a campeggi, sentieri, attraversamenti, parcheggi o aree antropizzate, dategli spazio. Tutti noi abbiamo bisogno di un po’ di spazio. Se possibile, girate al largo e fate un altro percorso per evitare l’interazione con l’animale selvatico a distanza ravvicinata». Parole di buon senso, secondo antichi insegnamenti, ripetute dopo che una turista è stata caricata da un bisonte nel parco nazionale di Yellowstone il 30 maggio scorso per essersi avvicinata a tre metri dall’animale. Ormai anche negli USA il turismo sembra essere sempre più invadente, ineducato, allergico a qualsiasi regola e restrizione. Dopo la stagione del Covid-19, si dice, è giusto che vi sia ripresa dei viaggi e del turismo. Sì, ma a quali costi? Nel caso pugliese, con 800 chilometri di costa, il litorale non interessato da bagnanti in barca, in auto o in moto è praticamente pari allo zero per cento. Le aree costiere aperte sono quasi tutte chiuse perché date in concessione, divenute parcheggi oppure sterilizzate mediante fuoco e fiamme. Quale turismo o quali turismi ci aspettano? Non v’è dubbio che, al singolare oppure al plurale, si tratta di movimenti di persone che producono molta ma molta CO2, alla faccia dei proclami contro i cambiamenti climatici e per la decarbonizzazione. Il turismo che fa alzare il PIL e può rimettere in sesto economie colpite dalla pandemia è così, inutile avere gli occhi foderati di prosciutto. A meno che non si vogliano approcciare politiche di contenimento numerico e di contingentamento nei tempi e nei modi con tutto quel che ne consegue. La destagionalizzazione potrebbe essere d’ausilio ma i tempi del turismo qui da noi sono sempre legati al mare. E se, inoltre, si propone sempre la costa nella comunicazione e nel marketing, è difficile spostare nel tempo i flussi per destinazioni anche interne. Resta il fatto che i 2 milioni di arrivi previsti e le 10,6 milioni di presenze stimate per quest’estate invaderanno soprattutto la costa pugliese con richiesta di energia, di acqua e di spazio. Ancora una volta, quindi, sarebbe utile “decarbonizzarsi” dalla facile ecolalìa della “sostenibilità ambientale” a tutto spiano per ricordare che il turismo nel suo complesso, dal viaggio aereo fino al souvenir, è responsabile di più di un decimo delle emissioni mondiali di gas serra e che l’impronta di carbonio del turismo globale è pari almeno a 4,5 miliardi tonnellate di CO2. Come si suol dire, l’importante è saperlo anche per misurare gli annunci pro sostenibilità ambientale che saranno pronunciati in occasione delle campagne elettorali che si susseguiranno e per valutare l’inazione per la protezione di paesaggio e natura dati in pasto ai turisti che fanno alzare il PIL.
REGOLE PIÙ RIGIDE PER GLI SPELEOLOGI (Corriere del Mezzogiorno – Puglia 22 giugno 2022)
Il caso della speleologa pugliese “recuperata” a 120 metri di profondità nella grotta “Rotolo” in agro di Monopoli, pone quantomeno alcune riflessioni. Fatta salva la preparazione tecnica del gruppo di speleologi e speleologhe di cui fa parte, le riflessioni riguardano più in generale la constatazione di come anche il mondo della speleologia, cioè l’andar per grotte al fine di indagare il mondo sotterraneo per scopi scientifici e divulgativi, si sia “corrotto”. Ossia, la speleologia con le sue associazioni ed i suoi gruppi, di cui la Puglia è stata ed è incubatrice di rilievo nazionale ed europeo, sta sempre più cedendo alla turistificazione del patrimonio ipogeo. Non più, quindi, attenti ricercatori geologi ed appassionati che esplorano gli anfratti più reconditi del sottosuolo per studiare e capire biologia trogloditica e relazioni tra le componenti naturali, ma sempre più curiosi che si avventurano alla ricerca di emozioni forti a discapito dell’ambiente naturale ipogeo e delle specie collegate (in primo luogo pipistrelli ma anche insetti ed anfibi). Ripetiamo, forse non è questo il caso della speleologa di grotta “Rotolo”, peraltro una delle cavità naturali più impegnative in Puglia; però quanto accaduto deve far riflettere e discutere. Ed a farlo devono essere in primo luogo le associazioni, i gruppi speleologici e la Federazione Speleologica pugliese, benemerita per il lavoro svolto in questi decenni per la conoscenza e la tutela del patrimonio speleologico della nostra regione. Non devono essere esenti dalla riflessione anche gli enti pubblici cui è demandata a vario titolo la gestione del territorio e del sottosuolo. Enti locali e Regione devono mettere sul tavolo regole ed indicazioni affinché l’attività speleologica avvenga nella massima sicurezza a tutti i livelli. I costi di accadimenti come quello di Monopoli si scaricano sui servizi pubblici di pronto intervento (l’ottimo Soccorso alpino e speleologico Puglia) e su quello sanitario, ancorché le coperture assicurative siano obbligatorie. Oltretutto, interventi di questo tipo determinano nella maggior parte dei casi modificazioni molto impattanti delle grotte. Le aperture vengono allargate, le concrezioni rimosse, le formazioni più rilevanti vengono messe a rischio per poter far passare barelle, attrezzature e macchinari necessari al salvataggio. Spetta quindi in primo luogo agli stessi speleologi darsi regole rigide su chi, come, quando e perché scendere in grotta adottando tutte le attenzioni per non perturbare habitat già estremamente fragili e per non farsi male. Le pubbliche amministrazioni devono svolgere un ruolo di stimolo ed anche di regolazione di quest’attività soprattutto nelle aree protette. È infatti in queste ultime che abbonda il patrimonio speleologico pugliese (basti pensare ai parchi nazionali del Gargano e dell’Alta Murgia) ed è per la salvaguardia di quegli habitat, così lontani dallo sguardo comune, che ci si deve impegnare anche per la tutela di chi in grotta scende per conoscenza e non per divertimento e smargiassate sui social.
PERCHÉ OCCORRE SCIOGLIERE IL NODO DI COSTARIPAGNOLA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia 01 luglio 2022)
Il nuovo Sindaco di Polignano a Mare, Vito Carrieri, ritiene che la questione del Parco regionale di Costa Ripagnola sia afferente all’ambito turistico e così nel suo programma elettorale (in formato .pdf non aperto) la affronta. Le proposte di Carrieri sono: tavolo di concertazione con la Regione per adeguare la legge istitutiva del parco alla sentenza della Consulta n. 251/2021 che l’ha cassata per buona parte; istituzione dell’ente di gestione; redazione del piano per il parco. Tutte azioni previste dalla lagge. In aggiunta, non riportato nel programma ma in interviste televisive, la rideterminazione dei confini del parco. Quest’ultima proposta non appare del tutto fuori luogo ma, evidentemente, non poteva trovare spazio nel programma ufficiale per non urtare la suscettibilità di alcuni alleati. Resta il problema del resort nei pagghjari di Ripagnola, in pieno parco, proposto dalla società Serim dell’imprenditore Modesto Scagliusi, presente nelle liste elettorali a sostegno della candidata Sindaco cinquestelle Maria La Ghezza, risultata perdente al ballottaggio con Carrieri. Si sa che a Polignano a Mare le posizioni politiche sono fluide e l’imprenditoria turistica ha un peso soverchiante. Vedremo, quindi, quale sarà la linea politica e di comportamento che vorrà tenere Carrieri. Su tutto, poi, c’è l’esito del procedimento penale, anche nei confronti di Scagliusi, per la realizzazione del resort. Il Gip si pronuncerà sulla richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura barese contro la quale, però, i denuncianti Comitato de I Pastori della Costa e l’ex consigliere regionale dei Verdi Mimmo Lomelo, hanno depositato un’opposizione molto ben motivata. Tuttavia qualcosa bisogna fare per risolvere non tanto e non solo la questione del resort quanto la presenza di aree edificabili nel perimetro del parco per le quali, in realtà, i proprietari ed il Comune hanno giocato, nel tempo, al gatto col topo. Le tasse sulla destinazione dei suoli sono state però pagate ed ora si vorrebbe realizzare. Il Comune si è sempre opposto all’inclusione di questi suoli nel parco fino al pasticcio legislativo degli incongruenti allegati catastali e cartografici alla legge cui il Consiglio regionale si è maldestramente prestato. Che cosa accadrà ora? Verosimilmente si andrà ad un’effettiva ridiscussione dei confini esterni e delle zone del parco, valutando la possibilità di estrapolare le aree interessate da progetti di lottizzazione in essere ed in divenire, così come per alcune aree del Comune di Monopoli. Per quanto riguarda il resort nei pagghjari il Comune, che pure ha avviato procedimenti amministrativi di annullamento in autotutela delle autorizzazioni concesse appellati al Tar Puglia dalla Serim, dovrà sciogliere definitivamente i nodi. E ancor di più li deve sciogliere la Regione Puglia chiamata a produrre l’atto definitivo a seguito di riesame dell’autorizzazione unica rilasciata nel marzo 2019. Atto di cui ancora oggi non si sa nulla, almeno stando ai canali di obbligatoria pubblicità dei provvedimenti.
STRACCIARSI (INVANO) LE VESTI PER IL NODO FERROVIARIO (Corriere del Mezzogiorno – Puglia 07 luglio 2022)
Dal nodo ferroviario di Bari a quello gordiano del produrre provvedimenti amministrativi che reggano all’urto della magistratura competente. Se il Tar Bari ha ordinato alla Regione Puglia di riesaminare il procedimento che ha portato all’autorizzazione paesaggistica in deroga per la variante alla tratta ferroviaria che dovrà liberare in parte il capoluogo di regione dal “fiume di ferro” che lo strozza da un secolo e mezzo, sospendendone l’efficacia, è perché quel provvedimento ha delle lacune. E sono lacune rilevanti, che riguardano un po’ le basi dei processi valutativi in campo ambientale e paesaggistico. Ossia, la valutazione espressa e ragionata delle possibili alternative localizzative e realizzative di un intervento infrastrutturale. La terza sezione del Tar Bari, presieduta da Orazio Ciliberti che ha anche un passato di amministratore pubblico e che quindi queste situazioni le comprende fin troppo bene, ha ordinato alla Regione Puglia entro il 10 ottobre prossimo «in ogni caso di selezionare il progetto idoneo meno impattante da un punto di vista ambientale e paesaggistico» perché il provvedimento regionale del febbraio 2022 «non motiva dettagliatamente in ordine a specifiche “alternative localizzative e/o progettuali” come imposto dal citato art. 95 delle NTA del PPTR pugliese, alternative (in particolare la variante originaria denominata 3SF) che sembrerebbero essere emerse nel corso del procedimento […], rispetto alle quali non vi è una specifica presa di posizione negli atti difensivi della Regione Puglia e di RFI». E, come si sa, un provvedimento non o mal motivato può essere oggetto di censura da parte dei giudici amministrativi i quali, però, non possono entrare nel merito delle questioni. Se nel corso del procedimento complesso sono emerse alternative localizzative e realizzative, la pubblica amministrazione è obbligata a spiegare perché non le ritiene valide al fine di determinare minori impatti sul territorio. Tutto qui. A nulla valgono le vesti stracciate di chi ideologicamente afferma che le scelte sono state fatte e che dopo venti anni non si può rimettere tutto in discussione. Si può perché, evidentemente, alcune scelte non sono state fatte bene e secondo le regole del procedimento amministrativo e delle valutazioni ambientali e paesaggistiche. Questo è un problema che i progetti selezionati per il finanziamento del PNRR si portano per gran parte dietro e l’abbiamo anche rilevato in passato su questo giornale. Progetti che anno decine d’anni, a volte tirati fuori da cassetti impolverati, vanno incontro a situazioni come quella evidenziata dal Tar Bari. E già vi sono casi analoghi. Ecco perché il PNRR aveva bisogno di essere valutato per il suo impatto ambientale strategico a monte, proprio per evitare di ritrovarsi a valle in circostanze come questa. Ma si è preferito aggirare le norme nazionali ed europee sulle valutazioni ambientali per fretta ed anche per un po’ di spocchia. Ma la fretta, si sa, fa i figli ciechi…
COME TUTELARE LA NATURA DAUNA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia 15 luglio 2022)
I Monti Dauni hanno celebrato sé stessi in uno scorcio di fine giugno scorso con un Festival itinerante (Open days) nei Comuni di questa terra di confine pugliese di straordinarie bellezza e fragilità. Una parte di Appennino mai riconosciuta come tale ma sempre come suo “sub”. Certo qui non ci sono le vette del Gran Sasso e della Maiella tutelate da parchi nazionali, però ci sono paesaggi, culture ed unicità naturalistiche che costituiscono le basi per consacrare un’area protetta. Ed area protetta ancora non lo è nonostante la Regione Puglia abbia sancito che lo debba diventare fin dalla legge in materia del 1997. In quel testo sono previste due distinte aree protette regionali dedicate ai boschi del “Subappennino dauno settentrionale” ed a quelli del “meridionale”. Nel tempo si è tentato di procedere alla loro istituzione o almeno ad una delle due, ma senza successo. Forse è mancata caparbietà da parte della struttura regionale competente e forse quei territori ed i loro abitanti non erano pronti, sopraffatti dalla “disinformazia”, la manipolazione delle informazioni, che va sconfitta sul campo altrimenti prevale. La quantità e la qualità dei vincoli e delle regole, artatamente sovradimensionate, sono state diffuse a piene mani per bloccare il processo istitutivo dell’area protetta. Ma ora il tempo è passato e, a livello locale, c’è un fermento che prima, se non assente, era sottotono. Un fermento anche giovanile, che sta cercando di costruire le basi per istituire il parco regionale dei Monti Dauni, uno e buono. Nelle settimane scorse si è discusso di questo in un interessante convegno a Bovino a cui era presente anche l’assessore regionale competente per materia, Anna Grazia Maraschio. È sembrato che i tempi siano ormai maturi ma non bisogna ripetere alcuni errori che pure hanno contraddistinto l’istituzione (o la mancata tale) di altre aree protette in Puglia. In primo luogo, niente velleità. Si può cominciare con il coinvolgimento di pochi, convinti Comuni. Peraltro, una di quelle municipalità, Accadia, è destinataria di ingenti risorse (20 milioni di euro) del PNRR per il rilancio dei borghi italiani afflitti da spopolamento e carenza di servizi. Pochi Comuni e convinti significa cominciare a tutelare per davvero quei territori a patto che le istituzioni pubbliche, a cominciare dalla Regione, focalizzino lì programmi e risorse. E non per ammantarsi ancora una volta di vuota ecosostenibilità ma per ottimizzare tempo, denaro e protezione della natura. Quel territorio, i Monti Dauni, ha bisogno di conservare la sua autenticità, di non veder massacrare i suoli da impianti eolici giganteschi ed impattanti, di seguire un flusso di sviluppo che tenga la natura a propria base senza per questo scadere nel pauperismo e nell’economia chiusa. Il turismo, e torniamo agli Open days, è solo un mezzo per raggiungere questi obiettivi e come tale va gestito e modulato in ragione di essi e non il contrario.
La legge e le insidie – PIANO CASA CON TROPPE INCOGNITE (Corriere del Mezzogiorno – Puglia 21 luglio 2022)
La sensazione è che sul Piano casa in Puglia si stia giocando una partita tutt’altro che di politica edilizia e di politica urbanistica. Il tentativo di riequilibrare la legge del 2009, ormai azzoppata nella sua legittimità costituzionale, riesce in Commissione consiliare con un accordo tra consiglieri (soprattutto del PD e con quelli di opposizione presente astenutisi) e l’assessore competente Anna Grazia Maraschio. Michele Emiliano si è defilato dalla questione ed ha deciso non dovesse essere la Giunta regionale a proporre un testo di legge adeguato alle ormai molte pronunce della Corte costituzionale in materia, lasciando che la Maraschio lavorasse ad un testo condiviso in sede di maggioranza da portare direttamente in Aula. Questo risultato sembra raggiunto con dichiarazioni altisonanti di vari componenti e con l’opposizione leghista, non presente in Commissione, che rivendica la bontà del testo elaborato dal capogruppo Bellomo ma non discusso. Un testo, peraltro, del quale gli uffici del Consiglio regionale hanno messo in evidenza una serie di criticità relative alla legittimità costituzionale di molte disposizioni. La discussione in Commissione non è stata per nulla facile ed è parso evidente il gioco ad alzare l’asticella delle misure ogni volta che sia stato possibile. Alcune norme sono state congelate in attesa dell’Aula e non sono di poco conto. La disposizione finale che risulta dal testo della Commissione prevede l’abrogazione secca delle norme precedenti e tuttavia ci si rende conto che quelle norme stanno regolando i procedimenti in corso presso i Comuni. Allo stesso tempo, sempre quelle norme sono state impugnate dal governo per illegittimità costituzionale ed una proroga della loro di efficacia, mediante una norma transitoria nel nuovo testo di legge, diverrebbe una sorta di sanatoria illegittima per situazioni illegittimamente determinate. Il governo non chiuderebbe gli occhi e potrebbe impugnarla. Il testo andrà in Aula il 26 luglio prossimo ma non sarà “blindato”. Molte porte sono state lasciate aperte ed il frutto dell’accordo faticosamente raggiunto potrebbe essere ben diverso da quello oggi raccolto. Chi rischia politicamente di più sembra essere l’assessore Maraschio che, però, può ben ascriversi il gran caparbio lavoro fatto a monte. Ma è un lavoro che potrebbe essere vanificato nel giro di minuti se nell’Assemblea regionale emendamenti e sub emendamenti minassero il testo concordato. Tanto più che, in definitiva, non stiamo parlando di una legge di ampia visione sulla rigenerazione urbana ma sempre e solo del Piano casa a cui sembra ci si sia “impiccati”. Sempre di norme derogatorie si tratta mentre i Comuni non riescono ad approvare piani urbanistici moderni ed adeguati alle esigenze di risparmio di suolo e di energia. Evidentemente non sono cose di cui ci si può occupare proprio ora. Potenza del richiamo elettorale che si fa sempre più forte.
NON È L’AMBIENTE PER IL JOVA BEACH (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 28 luglio 2022)
Ma benedetti Jovanotti e WWF, perché portare migliaia di persone con il Jova Beach Party su arenili e spiagge italiane da tutelare? A Barletta, nuovamente, sabato e domenica prossimi, in una parte del litorale della città alla foce dell’Ofanto che piano piano sta cercando di recuperare una situazione di minima vitalità ecologica – come evidenziato da SIGEA, Italia Nostra ed altre associazioni – e che ora viene compromessa. La città di Eraclio non ha bisogno di un altro schiaffo così. E non si può giustificare tutto con l’organizzare una manifestazione ecocompatibile ed ecosostenibile perché di ecocompatibile e di ecosostenibile non c’è nulla. Portare lì 20.000-30.000 persone per due giorni interi significa oggettivamente arrecare un danno a quegli arenili che va oltre il JBP. Il danno è legato in primo luogo al fatto che sarà difficile per il Comune di Barletta, così come per altri Comuni dove si svolge il JBP, negare quegli arenili ad altri che volessero fare cose simili. In secondo luogo, quella massa di gente si muoverà, arriverà con auto da parcheggiare, moto ed altri mezzi di locomozione da sistemare in qualche parte. E dovrà mangiare e si dovranno attrezzare punti di ristoro volanti. Eppoi dovranno pure espletare le funzioni corporali e quindi bisognerà piazzare una quantità impressionante di bagnotti chimici su altre superfici libere. Anche i concerti del Medimex si sono svolti a Taranto ed a Bari ma non certo, nel primo caso, nella palude La Vela o sulla spiaggia di Chiatona oppure, nel secondo caso, sul litorale di San Giorgio. Si sono svolti nelle città perché sono gli spazi ampi nei centri urbani, con il loro tessuto commerciale e logistico, che possono assorbire l’impatto di eventi di questo tipo. Ma, dicono gli organizzatori ed il WWF, il JBP non si realizzerà in aree protette oppure in Siti Natura 2000 tutelati dalle direttive comunitarie e quindi non si andranno a perturbare habitat e specie. Però proprio lì a Barletta, la vicinanza alla città di una zona umida importante come la foce dell’Ofanto determina di per sé la presenza di micro habitat dunali e retrodunali che non necessariamente devono avere il crisma di “aree protette” per essere tutelati. Così è per la maggior parte dei poveri arenili italiani, frutto del lavorio di centinaia di milioni di anni di apporto solido dai corsi d’acqua e dell’interazione con il moto ondoso marino. Quel che sembra mancare nell’assumere queste decisioni è il senso della misura e dell’interesse pubblico che va molto al di là ed al di sopra di quello al divertimento. Quel che ferisce è il sistematico piegarsi delle amministrazioni pubbliche alla realizzazione di eventi dovunque e comunque per i quali chi propone ha già deciso tutto e chi amministra non si sforza di studiare e valutare alternative, compresa quella di non farli.
LA STRANA PARABOLA DEI VERDI INIZIATA DOPO LA DIASPORA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia 13 agosto 2022)
La vicenda politica dei Verdi in Italia ed in Puglia è stata contrassegnata da vari periodi. Con il referendum che nel 1987 ha bloccato la realizzazione e l’utilizzazione di centrali nucleari nel nostro Paese, i Verdi cominciarono ad acquisire visibilità politica, spinti da Marco Pannella che ne propugnò la fondazione. La Puglia fu una delle regioni in cui maggiormente si fece sentire la presenza del nuovo soggetto politico perché qui era stata individuata l’area che poteva accogliere un impianto nucleare (la zona di Avetrana in provincia di Taranto). Da allora la Puglia è stata laboratorio politico ed amministrativo dei Verdi con i primi consiglieri nei Comuni e nell’assemblea regionale. Fu un periodo di importante elaborazione politica e culturale anche sulla scorta dell’esperienza di amministrazione diretta a livello regionale con il primo assessore all’Ambiente, ago della bilancia in una maggioranza quadripartito con la Giunta regionale guidata ancora dalla DC. Si elaboravano strategie ed azioni per la salvaguardia di ambiente, natura e paesaggio. Ma nei Verdi le anime erano troppe e belligeranti sia a livello nazionale che pugliese. Quel periodo estremamente vivace, durato poco più di un lustro, ha lasciato spazio alla diaspora di molti ed alla progressiva chiusura verso il “partitino del 2%”. La diaspora ha sicuramente avvantaggiato molti, rifugiatisi in porti politici ben sicuri. Il fatto è che l’aver scelto di schierarsi, anche in questa campagna elettorale agostana, “contro” contro le destre (che non si comprende quante siano e perché siano tante) e non “per” diffondere le politiche di buon senso e scientificamente fondate in campo energetico (non si possono difendere a spada tratta le rinnovabili intermittenti e poco affidabili da piazzare dovunque e comunque e protestare contro rigassificatori necessari ad affrancarsi dal gas del criminale di guerra Putin), in campo naturalistico (come stanno le aree protette in Italia? Come contrastare il declino della biodiversità che ha cause ben più locali e tangibili del solo riscaldamento globale?), nel campo della gestione dei rifiuti (ma possibile che si pensi ancora di smaltire la “monnezza” senza impianti tecnologicamente avanzati e con la sola raccolta differenziata?), nel campo della politica industriale (qual è il futuro dell’industria manifatturiera italiana? Solo cassa integrazione, decarbonizzazione a venire – chissà quando – e perdita di produzione?), sta dissolvendo i Verdi. Sempre più schiacciati su posizioni di matrice marxista sviluppiste ed industrialiste ma “pacifiste” (sic!), hanno deciso che la tutela del paesaggio e della natura quasi non gli appartenga. Il lavoro di inseminazione culturale e politica per la protezione dell’ambiente, che doveva essere il pensiero guida del movimento dei Verdi, si è schiantato divenendo una piccola forza ideologicamente appiattita e, alla fine, purtroppo, irrilevante.
DALLE RINNOVABILI ALLA TAP ENERGIA FA RIMA CON IPOCRISIA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia 31 agosto 2022)
L’ipocrisia regna sovrana. È l’ipocrisia che non fa vedere come la questione energetica sia di lungo corso e che l’attuale situazione allarmante ma non catastrofica, derivi da scelte compiute nel tempo a livello europeo, nazionale e locale. Quando il Partito Radicale lanciò la campagna referendaria sul nucleare non fu per dire un “no” aprioristico all’uso di quella fonte energetica. Fu il tentativo, più volte sottolineato da Pannella, di costringere Governo e Parlamento a scrivere un piano energetico nazionale che ancora oggi manca e che mettesse insieme fonti diversificate per il nostro Paese. Da allora la dipendenza dell’Italia da fonti energetiche esogene è aumentata e dall’olio combustibile si è trasferita sempre più al gas metano proveniente da molti Paesi tra cui per il 40% dalla Russia. Ma la Puglia, dove pure doveva essere realizzata una centrale nucleare poi mai costruita, ha scelto di produrre energia con centrali ad olio combustibile e carbone per il doppio dei propri consumi. E ancora oggi è così e la riconversione della centrale di Brindisi sud appare più lontana. Quelle scelte furono bipartisan con gli ambientalisti ininfluenti. Poi è arrivato il miraggio delle fonti rinnovabili e giù a facilitare l’installazione di torri eoliche e di specchi fotovoltaici nelle campagne, sui crinali, in aree paesaggisticamente e naturalisticamente molto sensibili. Da quelle installazioni non un megawatt ha sostituito uno prodotto da fonti fossili ed in più, essendo le rinnovabili intermittenti e non programmabili, ai picchi di domanda energetica ed a loro inoperosità totale o parziale, vai di spinta con gas e carbone (la Germania con i V§erdi al governo in questo è la dimostrazione dell’ipocrisia sulle rinnovabili). Poi è arrivato il referendum sul blocco delle estrazioni di gas e petrolio in mare. Fallito perché il quorum non fu raggiunto ma la Puglia anche in questo ha fatto da capo popolo degli ipocriti. Molti Sindaci di città costiere si vestirono da Masaniello schierandosi contro le trivellazioni mentre a terra, in una sorta di “nemesi tellurica”, nei territori da loro governati accadeva di tutto e di più: speculazioni edilizie per un turismo mordi e fuggi sempre più bisognoso di energia elettrica per climatizzatori e frigoriferi, resort di lusso nei trulletti, dune spianate e vegetazione costiera azzerata, concerti sugli arenili liberi facendo tabula rasa di tutti gli elementi naturali. Per non parlare dei NO-TAP scomparsi dall’orizzonte ora che quel tubo invisibile e che non ha sconvolto alcunché è un’ancora di salvezza per farci continuare a vivere decentemente. Forse è ora che quegli amministratori vengano chiamati a rendersi conto che l’ipotesi di dover riaprire le trivellazioni in mare con i pozzi già esistenti forse non è più rinviabile con tutte le mitigazioni e compensazioni del caso e che, allo stesso tempo, la tutela ambientale deve essere prioritaria conservando i territori e gestendoli per non perdere la propria autenticità che è il contrario dell’ipocrisia.
CON LA CRISI DELL’ENERGIA I NOSTRI BOSCHI A RISCHIO: LA NECESSITÀ DI TUTELARLI (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 15 settembre 2022)
Attenzione ai nostri boschi. Il possibile razionamento energetico che ci attende e la fame di energia che abbiamo rischia di mettere a dura prova anche i boschi pugliesi. Quelli, pochi ma ecologicamente importantissimi, della regione meno boscata d’Italia. D’altra parte tra le fonti rinnovabili per produrre energia elettrica (che ricordiamo rappresenta un quinto del fabbisogno energetico totale) vi sono anche le biomasse i cui impianti utilizzano preferibilmente materiale legnoso. Una tecnologia poco diffusa nel sud Italia e che in Puglia non è ancora decollata. Alcuni impianti ipotizzati (su tutti quello che sarebbe dovuto sorgere a Santeramo in Colle, in provincia di Bari) non si sono ancora realizzati. Non ancora, appunto. Non di rado la realizzazione di progetti di gestione boschiva, soprattutto di imboschimenti di conifere realizzati 50 o più anni fa che vengono “diradati” per far posto alla vegetazione naturale, vede una quantità di piante tagliate molto superiore a quella autorizzata. Nella maggior parte dei casi quei tronchi vanno ad alimentare centrali a biomasse. La questione non è di poco conto perché se qui da noi in Puglia il fenomeno ha dimensioni contenute pur se rilevanti, in Paesi in cui la superficie e la qualità boschiva è più elevata (ad esempio in Romania ed in Bulgaria) si sta assistendo ad una vera e propria depredazione legale e non. E che la questione non sia di poco conto ce lo dice il fatto che il Parlamento europeo è chiamato a decidere, nella sessione plenaria in corso, se mantenere i sussidi a questo tipo di produzione energetica oppure limitarli. L’associazione mondiale per la bioenergia sta facendo una pesante operazione di lobbying per convincere gli eurodeputati a sostenere ancora di più finanziariamente quel comparto. Ma i nostri boschi sono anche a rischio perché la difficoltà di pagare le bollette si può scaricare sul prelievo autorizzato o fraudolento di legna. In molti piccoli Comuni pugliesi, soprattutto sui Monti Dauni e sul Gargano, si esercita ancora il diritto di uso civico con il quale si consente agli abitanti di ricavare legna dai boschi comunali. Possiamo immaginare che la richiesta aumenti considerevolmente quest’inverno e che i Comuni rischino di non resistere alle pressioni. Sono situazioni da verificare e da monitorare, certo. Non è un atto d’accusa, ma il rischio c’è. Così come c’è il rischio di tagli di alberi fraudolenti in ogni dove, ovviamente nelle aree più isolate. La Regione Puglia sta procedendo, proprio in questo periodo, alla rilevazione degli alberi monumentali. E ce ne sono di bellissimi: sughere maestose nel brindisino, roverelle plurisecolari nell’Alta Murgia e sui Monti Dauni, agrifogli e faggi vetusti nel Gargano. La crisi energetica che fa impallidire l’austerity del 1973, potrebbe ripercuotersi in modo brutale anche su di loro oltre che sui nostri. La brutta sensazione è che non ci si pensi e che quando le circostanze saranno evidenti potrebbe essere tardi.
L’INSOSTENIBILE AGRIVOLATICO (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 01 ottobre 2022)
Se il PNRR è blindato e modificarlo sarebbe un rischio, ma il regolamento comunitario che ne disciplina l’attuazione prevede questa possibilità, la giustizia amministrativa italiana interviene a rilevare alcune storture e forzature. Una di queste riguarda lo sviluppo dato all’agrifotovoltaico (o agrivoltaico) che altro non è se non una “subspecie” di fotovoltaico, soggetto quindi alle stesse norme di compatibilità paesaggistica ed ambientale del suo genitore. È quel che stabilisce la terza sezione del Tar Puglia di Lecce in una recente sentenza. A rivolgersi ai giudici amministrativi salentini una società che ha proposto la realizzazione in agro di Brindisi di un impianto fotovoltaico a terra, con contestuale attività agricola, di potenza 5,92 MW ed estensione di circa 15 ettari. A luglio del 2021 la Provincia di Brindisi ha comunicato alla società, a seguito della conclusione della conferenza dei servizi, il non accoglimento della proposta progettuale ritenendo «non soddisfatta la compatibilità ambientale del progetto»in relazione alla tutela del paesaggio ed all’utilizzo delle aree agricole. Nella sentenza il Collegio afferma, tra l’altro, che «la circostanza che il P.N.I.E.C. e il P.N.R.R. abbiano riconosciuto all’agrivoltaico un ruolo importante per il raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione, non esclude che ne sia valutata la sostenibilità ambientale e i pregiudizi all’agricoltura, dato che l’implementazione di “sistemi ibridi agricoltura-produzione di energia che non compromettano l’utilizzo dei terreni dedicati all’agricoltura, ma contribuiscano alla sostenibilità ambientale ed economica delle aziende coinvolte […]”, non può ragionevolmente comportare il depauperamento e la distruzione di superfici agrarie fertili e votate a colture come quelle che l’Ente regionale ha ritenuto di qualità e identitarie». Ancora una volta le amministrazioni che si sono espresse sull’incompatibilità ambientale dell’impianto hanno utilizzato lo strumento per ora più efficace per farlo e cioè il Piano paesaggistico regionale (Pptr). Lo stesso Tar riconosce che le motivazioni del provvedimento sono del tutto ragionevoli e ben formulate e che quel che stabilisce il Pptr nelle linee guida per la localizzazione di impianti energetici da fonti rinnovabili vale anche per la tipologia dell’agrivoltaico, appunto “subspecie” di fotovoltaico. La sentenza va in senso diverso da altre assunte sempre dal Tar Lecce e dal Tar Bari ma solo perché in quei casi i provvedimenti di diniego erano carenti di istruttorie e di motivazioni. Probabilmente la sentenza sarà appellata al Consiglio di Stato epperò dimostra ancora una volta che nei giudizi amministrativi, e non solo, la tutela del paesaggio e degli ecosistemi non sempre coincide con la tutela ambientale lato sensu e, quindi, con lo sviluppo di fonti energetiche rinnovabili fuori da quelle regole. Conflitto che le recenti modifiche all’articolo 9 della Costituzione hanno alimentato anziché risolvere.
ASSENTI SU COSTA RIPAGNOLA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia dell’11 ottobre 2022)
La vicenda di Costa Ripagnola è sempre più una piccola storia ignobile in salsa pugliese. Le questioni principali, però, non sono tecniche ma politiche ed è per questo che il “caso Ripagnola” può, a buona ragione, assurgere a pietra miliare del pessimo stato di salute politico pugliese. Il problema di fondo è: si vuole salvaguardare quel piccolo quadrilatero rimasto quasi del tutto intonso sulla costa del sud barese, testimonianza storica del paesaggio costiero di quella parte di Puglia? Oppure si pensa di sacrificare anche quel relitto ad iniziative turistiche che tutto sono fuorché sostenibili? Ed a poco servono improbabili accordi tra le amministrazioni locali, come quelle dell’area metropolitana di Bari, perché «entro il 2050 dobbiamo raggiungere l’obiettivo europeo della neutralità climatica». Il Sindaco della Città Metropolitana, Antonio Decaro, non può disinteressarsi di Costa Ripagnola perché quegli obiettivi si raggiungono a partire dalla sua salvaguardia. Ancor meno servono le declamazioni di principio del presidente della Regione, Michele Emiliano, perché proprio da lì, da quegli uffici, è cominciato il “linciaggio” di Costa Ripagnola. Prima con i provvedimenti che hanno autorizzato il resort nei pagghjari, poi con la legge-farsa istitutiva del Parco regionale demolita dalla Corte costituzionale, frutto di un’azione legislativa della quale i consiglieri regionali dovrebbero essere chiamati a rispondere in sedi diverse da quella politica. Una legge che, nello sfacciato tentativo di creare una sorta di cordone sanitario attorno al progetto del resort nei pagghjari, contiene una norma transitoria di salvezza ad hoc, due diverse e contraddittorie zonazioni del parco ed annovera, in una sorta di “legislazione creativa”, emendamenti non trasposti nel testo ma introdotti irritualmente come note alla cartografia. Al cordone sanitario per salvare ciò che non si dovrebbe salvare ha contribuito in modo determinante il Comune di Polignano a Mare che fino a ieri ha difeso a spada tratta quel progetto ed oggi, legittimamente, non lo difende più perché la nuova amministrazione si è resa conto del malfatto. Ma il problema resta il passato che ancora vive nelle carte e nelle ultime scelte tecniche da compiere che potrebbero pregiudicare l’attuale volontà politica. Ora tutto sembra essere affidato alla magistratura, amministrativa e penale. La Procura della Repubblica di Bari ritiene che nella vicenda del resort non siano stati commessi reati ma da parte di soggetti (alcuni funzionari pubblici) che effettivamente ben poco peso hanno avuto nella vicenda rispetto ad altri. Le associazioni si sono opposte alla richiesta di archiviazione ed il GIP valuterà a partire, sembra, dal 10 gennaio prossimo. Il giudice amministrativo potrebbe essere chiamato ad esprimersi molto presto. Resta la latitanza della politica, quella vera delle scelte strategiche per la tutela del territorio al di là dei facili proclami. Una latitanza che sa di codardia.
LA GIUNGLA DEL PIANO CASA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 22 ottobre 2022)
Anche l’ultima legge pugliese sul Piano casa è stata impugnata dal governo davanti alla Corte costituzionale. Una decisione presa qualche giorno dopo che che la stessa Consulta aveva fissato l’udienza (il prossimo 29 novembre) per discutere la precedente impugnazione governativa della legge regionale n. 38/2021. Il concatenamento di alcune norme tra queste due leggi (in particolare quella che consente alle istanze presentate prima del 29 luglio 2022 di usufruire della legge regionale n. 14/2009 Piano casa) potrebbe anticipare la sorte d’incostituzionalità della legge numero 20 del 2022. Per aggiungere confusione, in Consiglio regionale è stata depositata, a firma di Fabiano Amati, una proposta di legge che avrebbe la finalità di allineare la legge n. 20/2022 alle censure di costituzionalità rilevate dal governo. Al contempo l’assessore Anna Grazia Maraschio ha convocato un incontro con costruttori, università pugliesi, ordini professionali, Istituto Nazionale di Urbanistica e presidente della quinta commissione consiliare competente per materia per discutere delle eccezioni sollevate da Palazzo Chigi sulla legge 20/2022. Si è tornati, quindi, al punto di partenza. Il legislatore pugliese sembra essersi buuttato nel vortice Piano casa senza aver la minima idea di come dare indicazioni ed orientamenti per una gestione corretta del territorio al di là del Piano paesaggistico (Pptr). Quel Pptr che forma oggetto di desiderio distruttivo da parte di molti consiglieri regionali ma che nessuno osa toccare perché nessuno sa come toccarlo senza farsi male. E quindi si continua a razzolare nel campo del Piano casa, si toglie, si mette, si integra in un coacervo di norme sempre più al di fuori della costituzionalità. Per mettere piatti in tavola, praticamente vuoti, si mettono in difficoltà i Comuni ed i loro dirigenti alle prese con una legislazione schizofrenica e bacata da illegittimità all’origine. Agli stessi Comuni, però, non si offrono ausili per produrre piani urbanistici modesri, adeguati alle necessità di minore consumo di suolo, di minore dispendio energetico e di sottrarre meno biodiversità possibile. Né li si pone di fronte a sanzioni nel caso in cui se ne infischino di fare tutto ciò. Il caso dell’applicazione del Piano casa a Bari costituisce paradigma anche perché l’amministrazione guidata da Antonio Decaro ha chiuso nei cassetti quel che del nuovo piano urbanistico è stato prodotto e non intende, evidentemente, né discuterlo né andare avanti. Il risultato ognun lo può vedere: una quantità di demolizioni e ricostruzioni con bonus volumetrici, oltre a quelli del 110%, che hanno prodotto dal 2010 al 2021 oltre 1,6 milioni di metri cubi fuori dalla pianificazione urbanistica cui si devono aggiungere gli ancora circa 15 milioni di metri cubi non realizzati e previsti dal vigente piano regolatore del 1976, con una popolazione che nello stesso periodo ha segnato un calo significativo. E i costruttori si mordono le mani per investimenti fatti ed ora sempre più a rischio.
All’ente Parco il compito di proteggerli dai troppi incroci con gli esemplari domestici – IBRIDI MA NEANCHE PIÙ DI TANTO. VITA DA GATTI SELVATICI SUL GARGANO (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 02 novembre 2022)
È il più elusivo tra i selvatici, è un predatore eccezionale ed è il principe dei boschi. Il gatto selvatico (Felis silvetris) ha avuto in Puglia una storia tormentata come, del resto, in tutta Italia ed in tutta Europa. Presente nelle foreste di faggio del promontorio del Gargano, in quelle dei Monti Dauni e nei boschi di querce dell’Alta Murgia, la sua presenza è accertata ancora oggi. Nella memoria di chi scrive resta il racconto della cattura di un esemplare negli anni ’70 del secolo scorso da parte di alcuni ragazzi che frequentavano i boschi tra Toritto ed Altamura in provincia di Bari. Ed ancora, la sua presenza rilevata da fototrappole piazzate nei boschi nord orientali del parco nazionale dell’Alta Murgia qualche anno fa. Oggi la situazione delle popolazioni di gatto selvatico è stabile. La minaccia più rilevante, oltre alla morte di esemplari dovuta all’attraversamento di arterie stradali ed all’avvelenamento, è quella dell’ibridazione con il gatto domestico (Felis catus). Un recentissimo studio condotto nel parco nazionale del Gargano dal Dipartimento di Biologia dell’Università di Bari, scaricabile a pagamento all’indirizzo web https://www.degruyter.com/document/doi/10.1515/mammalia-2021-0125/html – autori Lorenzo Gaudiano, Giuseppe Corriero, Margherita Villani e Stefano Anile -, ne ha evidenziato la portata attraverso il fototrappolaggio, ossia la cattura di immagini senza disturbo umano. Sono state campionate immagini raccolte in 540 giorni da 20 stazioni diverse. Sono stati fotografati 10 individui di cui 6 sicuramente di gatto selvatico e 4 di possibili ibridi. «La rilevazione degli individui selvatici – spiega Lorenzo Gaudiano – è avvenuta in base alla caratterizzazione del modello disegno-colore e nello specifico all’analisi della sua disposizione nelle zone cervicale-occipitale, scapolare, del dorso e della coda. La distinzione degli “ibridi” di prima o seconda generazione può creare invece problemi a livello delle caratteristiche esterne, soprattutto del mantello, rendendo la situazione ancora più complessa».
La densità di popolazione è stata stimata in 0,34 ± 0,15 gatti selvatici/km2. La proporzione di presunti ibridi indica un allarmante livello di ibridazione per la popolazione garganica. Ma un’indagine scientifica condotta con il solo metodo del fototrappolaggio necessita di ulteriori verifiche di carattere genetico. «Occorrono anni di esperienza e uno spiccato spirito di osservazione per elaborare ipotesi relative all’introgressione di geni domestici nel patrimonio genetico selvatico basandosi sui caratteri fenotipici – spiega Giuseppe Corriero –. In tal senso, seppur con non poche difficoltà legate all’elusività della specie, solo la genetica ed alcune analisi invasive, realizzabili su individui deceduti ed integri, possono confutare tali supposizioni». In ogni caso aver accertato la presenza del principe dei boschi nel parco nazionale del Gargano è sintomo di buona condizione ecologica di quei territori. Ma come evitare che le ibridazioni abbiano il sopravvento sulla popolazione selvatica? «I gatti sono animali che amano esplorare il territorio. Ma lasciare gatti di casa liberi di circolare in ecosistemi sensibili – ci dicono Margherita Villani e Stefano Anile – comporta una serie di conseguenze nocive per la popolazione selvatica, quali appunto ibridazione, competizione per le prede e trasmissione di malattie infettive dalla popolazione domestica a quella selvatica».
Tocca ora all’ente parco nazionale del Gargano proseguire l’indagine sulla presenza del gatto selvatico nelle sue foreste e, magari, costruire una rete di rilevazione e di monitoraggio assieme ad altre aree protette nazionali e regionali. Un progetto di conoscenza e di gestione della specie e dei suoi habitat che finalmente farebbe battere un colpo alla tutela degli ecosistemi, affrancandosi dalle ormai sempre più stucchevoli litanie sulla promozione di uno sviluppo sostenibile ben lungi dall’essere tale.
NESSUNA INCOSTITUZIONALITÀ SULLA TUTELA DEI RICCI DI MARE (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 15 novembre 2022)
Ogni riccio un capriccio, recita un vecchio proverbio popolare. Capriccio che ci costa caro in termini economici ed ambientali. Parliamo dei ricci di mare (Paracentrotus lividus) che ormai possiamo considerare quasi estinti nei nostri mari. Una leccornia soprattutto per i baresi che vengono educati fin da piccoli a raccoglierli dai fondali marini ed a gustarli. Il problema è che il prelievo fuori controllo ormai in tutti i mesi dell’anno, le difficoltà e la scarsa remuneratività della riproduzione di questa specie in cattività o in vitro (per arrivare a dimensioni commerciabili il riccio di mare ci impiega non meno di tre anni), hanno fatto sì che i ricci siano quasi scomparsi. Chi ha depredato i fondali ora sta depredando quelli lontani da casa. E poiché quel che si mangia dei ricci è l’apparato riproduttivo va da sé che il rapporto tra domanda ed offerta è totalmente falsato. Per tentare di tutelare la specie, il consigliere regionale Paolo Pagliaro ha presentato una proposta di legge in Consiglio regionale, sottoscritta da altri consiglieri, compreso il Presidente Michele Emiliano ma stranamente non da altri consiglieri che si dicono paladini della transizione ecologica impiantando torri eoliche e specchi solari in ogni dove. La proposta, composta da quattro articoli, ha come obiettivo quello di imporre una sospensione della raccolta di ricci di mare per tre anni. Un fermo biologico da applicare «nel mare territoriale pugliese». L’eventuale legge diverrà operativa solo a seguito di una deliberazione della Giunta regionale, da adottarsi entro 30 giorni dall’entrata in vigore. La finalità della proposta è da condividere appieno. Da una ricerca condotta nella sola Sardegna nel 2014, è emerso che le 189 imprese autorizzate hanno raccolto complessivamente ed annualmente almeno 21.357.000 ricci di mare per un valore di oltre 2,7 milioni di euro a cui bisogna aggiungere il valore del raccolto illegale con un valore medio di ulteriori 4 milioni di euro. Alcuni problemi, però si pongono. Il primo riguarda, come accennato, la difficoltà di mettere in piedi una riproduzione di successo dei ricci anche con il metodo della disseminazione in mare. I tentativi finora effettuati non pare abbiano dato risultati di efficacia in tempi brevi e per investimenti sostenibili privati. La seconda è la possibile contestazione di legittimità costituzionale della norma. La Corte costituzionale si è già espressa alcune volte sulle eventuali competenze delle Regioni sulle acque marine “territoriali” regionali con alterni orientamenti. Al proposito, la buona notizia proviene ancora dalla Sardegna, Regione a Statuto speciale, che con alcuni commi della sua legge n. 17 del 2021 ha vietato la raccolta di ricci per tre anni. Quella legge è stata impugnata dal governo dinanzi alla Corte costituzionale che ne discuterà probabilmente nel nuovo anno, ma non sono state impugnate le norme di tutela del riccio di mare.
C’ERANO UNA VOLTA I PIANI URBANISTICI (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 24 novembre 2022)
Non si può non cogliere l’estrema difficoltà che i Comuni pugliesi hanno nell’avviare e portare avanti le procedure di formazione dei piani urbanistici. Frutto dell’impostazione data dalla Regione Puglia, a partire dai primi anni del 2000, a tutto il settore della pianificazione territoriale. Impostazione che ha trovato la sua massima applicazione nel Piano paesaggistico territoriale regionale (Pptr) in vigore del 2015. Dei 258 Comuni pugliesi pochi, forse un quinto, si sono dotati di strumenti di pianificazione urbanistica adeguati alla legislazione regionale in materia ed ancor meno al Pptr. Nonostante ciò le trasformazioni urbanistiche continuano a produrre vani su vani al di fuori degli stessi vecchi Piani regolatori generali (Prg) determinando carichi urbanistici non previsti e varianti urbanistiche di fatto al di fuori delle procedure di esame pubblico previste. Ed ancora, riducendo gli spazi pubblici in favore della loro monetizzazione con destinazione sconosciuta di tali somme. Il Piano casa è uno degli strumenti che hanno determinato tali sconquassi. Anche di questo si discute a Bologna in un convegno dell’Istituto Nazionale di Urbanistica dedicato alla pianificazione urbanistica più incentrata sulla sua funzione strategica ed ai nuovi standard urbanistici per superare quelli del 1968. Ci si domanda, quindi, se ha ancora senso assegnare alla pianificazione urbanistica il ruolo di strumento di regolazione dell’utilizzazione degli spazi urbani, anche nel loro rapporto con l’extra moenia, e di organizzazione della vita cittadina. La risposta potrebbe anche essere no, non ha più senso formare strumenti urbanistici per trasfondere una visione strategica e di prospettiva nella vita delle città. Quest’ultima è ormai affidata a variabili che si impongono sempre più velocemente. Ed in questo modo si impone pure un governo delle città più simile al podestariato che ad un sistema democratico e partecipato delle scelte fondamentali per la vita dei cittadini. In ogni caso, si abbia il coraggio, quindi, di modificare il quadro legislativo vigente. Ma fin quando le leggi sono vigenti, si devono rispettare. Se i piani urbanistici sono ancora strumenti cui è stata assegnata la funzione che abbiamo detto, si formino, si adottino e si approvino e fino a che ciò non accade le trasformazioni urbane devono riguardare situazioni minimali. Se esiste il principio di legalità, questo è senza aggirare l’ostacolo per consentire interventi anticipatori di una pianificazione che non esiste. Se i Comuni hanno difficoltà a mettere a punto i piani urbanistici, la Regione deve sostenerli ed assisterli in modo vero e concreto, snellendo le procedure ed assicurando la qualità tecnica e scientifica delle basi di conoscenza più che distribuire poche risorse a pioggia tra Aree interne e rigenerazione urbana (con quali progetti, piste ciclabili e parchetti di quartiere?) come potrebbe accadere con la nuova programmazione regionale dei Fondi strutturali 2021-2027. È noto che l’elaborazione di Piani urbanistici è sottoposta ad una serie di spinte e controspinte determinate dall’assetto fondiario delle città e dagli interessi connessi. Ma non c’è una terza via oltre quelle citate ed a poco può servire avviare i procedimenti e poi mettere tutto nel cassetto. Forse bisogna cominciare a ragionare in termini di penalizzazioni per le amministrazioni comunali recalcitranti ad osservare le leggi.
Quei progetti datati – I PERICOLI CHE CORRE IL PNRR (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 26 novembre 2022)
Come possono carrubi, fichi e lame arginare il fiume di ferro che si sta realizzando per liberare Bari da quello analogo imposto da sempre dalle Ferrovie dello Stato al centro abitato di Bari? Questa la domanda che molti si pongono dopo che il Tar del capoluogo pugliese ha annullato l’autorizzazione paesaggistica rilasciata dalla Giunta regionale a RFI, in deroga alle norme di tutela del Piano paesaggistico (Pptr), per realizzare quell’opera poi ricompresa nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Ma come è mai potuto accadere dopo che anche il Consiglio di Stato aveva annullato una precedente ordinanza sempre del Tar Bari che sospendeva quel provvedimento? Semplicemente perché i giudici amministrativi baresi hanno valutato che il provvedimento regionale rilasciato a febbraio di quest’anno fosse affetto da una “patologia” grave. Si tratta dice il Tar, come ammesso dalla stessa Regione, di un nuovo provvedimento autorizzativo ed in quanto tale doveva essere adottato seguendo una precisa procedura che lo stesso Pptr definisce. Invece quell’autorizzazione paesaggistica in deroga non ha rispettato la procedura prescritta. Tra le attività non eseguite dalla Regione vi è anche la valutazione delle alternative di progetto (soprattutto localizzative) meno impattanti per paesaggio e territorio. Ma come, sono insorti ingegneri, architetti, geometri e tutta una sfilza di professionisti che si occupano, degnamente, di materie non viventi come cemento e ferro, le alternative sono state valutate a suo tempo. Infatti, a suo tempo, cioè oltre dieci anni fa. Il problema è che se si vuol rilasciare una nuova autorizzazione paesaggistica, quelle valutazioni devono essere ripetute perché può accadere che alcune situazioni siano mutate ovvero siano state non valutate adeguatamente. Questo è il risultato del tempo che passa e della scadenza temporale delle autorizzazioni, nel caso di specie cinque anni, ma anche di lavori che vanno a rilento. La sentenza del Tar Bari ha suscitato polemiche nazionali anche perché il progetto di superamento del nodo ferroviario di Bari è parte del Pnrr. Ma, come abbiamo scritto più volte da queste colonne, il Pnrr, per la logica con cui è stato messo in piedi, rischia di subire altri stop analoghi. I progetti che lo costituiscono sono in molti casi datati, con autorizzazioni risalenti e non più valide, mancanti di procedure di valutazione ambientale. Raffaele Fitto, Ministro con delega al Pnrr, conosce perfettamente, da persona capace e preparata, questi rischi che, assieme alla revisione dei costi dei progetti, rendono necessario un importante aggiornamento del documento italiano. Ma ora che si fa? La Regione annuncia battaglia con appello al Consiglio di Stato il quale è stato più volte “pizzicato” dai giudici amministrativi baresi nella sentenza di mercoledì scorso sottolineando, ad esempio, inappropriate valutazioni di merito e di opportunità più che di legittimità degli atti. Però si potrebbe, almeno parallelamente, metter mano al provvedimento annullato dal Tar Bari ripristinando il giusto procedimento amministrativo e rivalutando quel che è da rivalutare. Si potrebbe anche arrivare allo stesso risultato cui si è giunti con il provvedimento di febbraio scorso ma motivatamente e ragionevolmente. E non si tratta di “ottusa burocrazia maligna” ma di rispetto delle norme in uno Stato democratico di diritto nel quale queste si possono sempre modificare, nel rispetto della Costituzione, ma fin quando restano immutate vanno rispettate.
CON IL «FEDERALISMO COMUNALE» SI TORNA A STAGIONI QUASI MEDIEVALI (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 08 dicembre 2022)
L’editoriale di Claudio Scamardella sul Corriere di sabato scorso titolato “Il fallimento del regionalismo”, induce considerazioni sui poco più di cinquant’anni dell’esperienza regionalistica in Italia. Induce chi scrive, inoltre, a recuperare ricordi personali. Riascolto la voce di mio padre Giovanni, giornalista e regionalista, raccontarmi di quando con Gennaro Trisorio Liuzzi, primo presidente della Regione Puglia sollevarono per la prima volta la saracinesca della sede in via Capruzzi a Bari. Mi rivedo quattordicenne varcare il portone degli uffici del Consiglio regionale sempre con mio padre. Poi, dal 1990 al 2005 dentro la Regione Puglia a mettere in piedi il sistema per la conservazione della natura. Limitandomi, così, all’esperienza delle Regioni nelle materie di cui mi occupo, protezione della natura, essa è stata entusiasmante, almeno fino ad un certo punto. In Puglia nella prima legislatura (1970-1975) almeno tre proposte di legge: una per la tutela delle zone umide (non approvata), una per istituire parchi naturali attrezzati (discutibile ma anticipatrice) ed una (importante ma purtroppo non applicata) sull’istituzione e gestione di riserve naturali. In Lombardia nasceva il parco del Ticino, prima esperienza di pianificazione territoriale regionale. Mentre lo Stato arrancava. Poi? Si è ecceduto nel riconoscere alle Regioni competenze legislative concorrenti? Si è costruito un quadro costituzionale ed istituzionale fluido che ha alimentato la conflittualità tra Stato e Regioni? La risposta è sì, in particolare con la pessima riforma del Titolo V della Costituzione del 2001. La Consulta è chiamata da oltre vent’anni a distribuire bacchettate allo Stato (poche) ed alle Regioni (molte). Per di più quella modifica costituzionale, risposta dei governi di centro-sinistra alle pressanti richieste leghiste di “federalismo” (ma quale federalismo?), ha incrementato il divario Nord-Sud. Nel Mezzogiorno, carente di coesione civica e sociale, si sono sviluppate classi dirigenti connotate da populismo e personalismo. Scamardella propone un municipalismo, che chiama federalismo comunale, in grado di realizzare la missione fallita del regionalismo. Ma appare un ritorno a stagioni antiche, quasi medievali, con i Comuni (quelli del Carroccio?) protagonisti della vita politica di un Paese che stenta ancora a divenire Nazione e dove un municipalismo siffatto potrebbe esacerbare conflitti istituzionali e costituzionali. I Sindaci vivono oggi un protagonismo determinato da una legge sugli enti locali che offre loro spazi di manovra mai avuti prima, ai limiti del podestariato. Pensare che uno Stato moderno possa basarsi su quelle esperienze, ancorché positive, appare a dir poco pericoloso. Se federalismo si deve perseguire che sia quello autentico, non certo municipale, dove la libertà delle decisioni è anche responsabilità ma dove lo Stato federale ha poteri significativi e li esercita anche sul miglior Sindaco e sul miglior Presidente di Regione.
IL BINARIO SBAGLIATO DEL NODO FERROVIARIO (Corriere del Mezzogiorno – Puglia dell’11 dicembre 2022)
Le considerazioni di Giuseppe Coco sul Corriere di sabato scorso sulla recente sentenza del Tar Puglia, sezione di Bari, che ha annullato la deliberazione della Giunta regionale di rinnovo dell’autorizzazione paesaggistica in deroga al Piano paesaggistico (Pptr) per la variante ferroviaria a sud di Bari, meritano alcune riflessioni. La prima è che non si può impedire ad un’amministrazione comunale, nel caso di specie quella di Noicattaro, di costituirsi in giudizio se ritiene di doverlo fare riscontrando illegittimità amministrative che ledono il proprio territorio. E questo non può essere ritenuto sperpero di denaro pubblico. La seconda è che non esiste una procedura semplificata per il rinnovo (che non è proroga) di un’autorizzazione paesaggistica in deroga. Come abbiamo già avuto modo di scrivere sul Corriere del 26 novembre scorso commentando la medesima sentenza, le motivazioni alla base del giudizio di annullamento del Tar riguardano esattamente l’aspetto procedimentale non corretto seguito della Regione. Le procedure previste dal Pptr sono chiare ed in caso di rinnovo dell’autorizzazione scaduta dopo cinque anni, devono essere ripetute. È stato un errore non averlo fatto a cui si sarebbe potuto e si potrebbe rimediare in poco tempo in sede di Giunta regionale, adottando il giusto procedimento, senza perpetuare l’ingaggio giudiziario. Ma così evidentemente non è, visto che è stato presentato appello al Consiglio di Stato con richiesta di sospensiva. La terza riflessione riguarda la funzione dei Piani paesaggistici. È scritta nel Codice del paesaggio e dei beni culturali ed è proprio quella di tutelare, mediante la copianificazione tra Stato e Regione, i lembi di territorio non vituperati. E la procedura di autorizzazione paesaggistica in deroga ai divieti del Pptr serve per superare determinati vincoli per opere pubbliche strategiche. Nessuna tutela aprioristica, quindi, ma necessaria e valutata di volta in volta per modifiche del territorio altrettanto necessarie.
Un mese dopo Ischia – PERCHÉ ORA VA DIFESO IL GARGANO (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 22 dicembre 2022)
Esattamente un mese fa una colata di detriti ha travolto Casamicciola, sull’isola di Ischia e, con sé ha portato via tante vite umane. Gran parte dell’Italia, e non solo la Calabria – così definita da Giustino Fortunato – è uno «sfasciume pendulo» nel Mediterraneo. Così, dopo il profluvio di dichiarazioni perlopiù di circostanza per quei fatti avvenuti nello stesso Comune nel quale Benedetto Croce ha visto scomparire sotto le macerie della casa di famiglia i suoi cari a causa di un terremoto, qualche esempio pugliese ci aiuta a leggere meglio il terreno (pugliese) sul quale poggiamo i nostri piedi. Il promontorio del Gargano è un’isola biologica ed anche dal punto di vista geologico la sua storia è di distinzione. Circondato dal mare e racchiuso tra i fiumi Fortore e Candelaro, ha sempre rappresentato, nell’immaginario collettivo, un fortilizio calcareo. Eppure i suoi versanti non sono meno instabili di tanti altri nel Belpaese. Ne sa qualcosa Manfredonia, più volte allagata dalle acque che scendevano dai valloni. Lì ci sono stati interventi progettati in modo corretto da chi ne sapeva di sistemazioni montane idraulico-forestali ma realizzati in modo estremamente invasivo. Sul versante opposto, a nord del promontorio, la situazione è un po’ diversa. Le pendenze sono meno accentuate, la struttura geologica è più fragile e, pertanto, la sapienza contadina ha fatto in modo che l’agricoltura convivesse con questi suoli realizzando terrazzamenti a uliveti e agrumeti. In particolare nella zona tra Rodi Garganico e San Menaio. Proprio a Rodi Garganico, però, c’è un caso emblematico di come gli interventi di messa in sicurezza del territorio, dopo il sostanziale abbandono di quelle attività agricole in favore di un turismo estremamente impattante per l’ambiente, vadano talmente a rilento che ci si chiede se si aspetti accada un evento grave e mortale per porvi rimedio. Il canale Petrara scende da monte sulla spiaggia immediatamente sotto la ferrovia del Gargano e sotto la statale. È un canale come tanti se non fosse che sulla sua foce tombata vi sono, appunto infrastrutture di mobilità e subito sopra un albergo piazzato sull’asta del Petrara cementificata e utilizzata come parcheggio. Tant’è che il Commissario di governo per la mitigazione del rischio idrogeologico, dopo l’evento meteorico dannoso del 2014 ha fatto elaborare un progetto per la sua sistemazione. Un intervento in realtà di spesa relativamente bassa – poco più di 2 milioni di euro per i 250 metri di lunghezza – avviato ad inizio 2018. Dopo quasi cinque anni, l’intervento non è ancora realizzato nonostante abbia acquisito autorizzazioni e valutazioni ambientali. Anzi, il procedimento di VIA è stato anche abbastanza breve, circa un anno e mezzo. E poiché la prossima estate i lavori non potranno essere realizzati proprio per la presenza di turisti a mare, la cantierizzazione appare ancora lontana nel tempo. E il canale Petrara potrebbe ancora fare danni rilevanti perché è stato violentato da mano pubblica e da mano privata. L’ennesima minaccia al terreno sul quale poggiamo i nostri piedi.
IL GRANDE SILENZIO SUI PIANI PANDEMICI (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 06 gennaio 2023)
I Piani pandemici sono pezzi di carta oppure documenti fondamentali per non ricadere nella drammatica situazione pandemica di tre anni fa con il Covid-19? La domanda non è di poco conto all’aumentare del rischio di nuove ondate di infezione dovute al virus Sars-Cov-2 con la scelta cinese di rinunciare all’impopolare politica del “Covid zero” facendo correre il virus dentro e fuori quel Paese, seguita dalla decisione dell’Ue di effettuare tamponi per chi vola dalla stessa Cina. Parliamo di Piani pandemici perché devono essere elaborati a livello nazionale ed a livello regionale. Ed il compito a casa è stato svolto. La Conferenza Stato-Regioni ha dato il via libera a quello nazionale nel gennaio 2021 e la Regione Puglia ha approvato il suo circa un anno dopo. Poi? Nulla che si sappia della loro attuazione. Eppure il livello critico dimostratosi impietosamente durante la pandemia è stato proprio quello della comunicazione e dell’informazione, a livello di cittadini ma anche scientifico. Nessuno dimentica le versioni contraddittorie sulla portata del virus nelle trasmissioni televisive, sui giornali e sui social media. Si dirà che il caos era determinato dall’inaspettato arrivo del Sars-Cov-2. Ma un piano pandemico nazionale anti influenzale esisteva fin dal 2006, aggiornato (si fa per dire) nel 2016. E pure a livello pugliese ne esisteva uno disponibile sul sito web ufficiale della Regione proprio all’inizio della pandemia, poi scomparso. Quindi, inaspettata la pandemia non poteva essere perché l’OMS aveva sollecitato i Paesi membri a dotarsi dei Piani dopo l’epidemia di Sars diffusasi nel solo oriente all’inizio di questo secolo. Eppure, tutti impreparati. Oggi, quanto siamo preparati? L’ordinanza del nuovo ministro della Salute, Orazio Schillaci, con cui ha imposto il tampone antigenico per chi arriva dalla Cina, è una misura di base, banale, ovvia ma giusta. E lo doveva essere anche all’inizio a fine 2019, quando arrivavano le prime scarne notizie di morti e ricoveri dalla Cina. Invece questa misura fu adottata con oltre un esiziale mese di ritardo. Ma la popolazione, invece, quanto è informata, non allertata, ma informata al di là dell’ormai, divenuta litania, ennesima dose di vaccinazione? E qual è il livello di informazione dell’opinione pubblica su come si sta attrezzando la sanità pubblica pugliese nel caso in cui dovesse tornare un’ondata infettiva significativa? Di più, che cosa prevede e che cosa viene comunicato dal Piano pandemico regionale anti influenzale in merito alla possibile diffusione di influenza aviaria? Sappiamo che vi sono stati alcuni focolai in Puglia ma poi più nulla. Informazione zero.
SE I CORMORANI DIVENTANO IL PROBLEMA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 13 gennaio 2023)
Pare non ci si capisca più nulla con gli animali selvatici che ci girano attorno e che disturbano la nostra umana tranquillità, anche produttiva. Coldiretti li cita tutti: cinghiali, lupi, orsi, storni e, ora, di nuovo, cormorani. Questi ultimi, poi particolarmente protetti dalla legislazione dell’Ue, “spazzolano” pesce negli allevamenti ed in mare aperto arrecando, sempre a detta di Coldiretti, danni inestimabili. La Puglia è assurta agli onori delle cronache anni fa per i danni provocati nella laguna di Varano, nel Parco nazionale del Gargano, da questi straordinari “pescatori del cielo” evocati e sublimati in molte poesie da autori cinesi (in Cina è pratica tradizionale la pesca con l’ausilio del cormorano) ed anche italiani come Eugenio Montale. Ma i dati, che cosa dicono i dati sulla presenza dei cormorani (Phalacrocorax carbo) in Puglia? La risposta viene dalla stessa Regione che ha pubblicato due anni fa in un interessante volume, disponibile on-line sul suo sito web ufficiale, i dati raccolti da dall’Ispra relativi al censimento degli uccelli acquatici dal 2007 al 2019. Emerge che il numero maggiore di cormorani lo si è avuto nel 2010 con quasi 8.000 esemplari per gli oltre 900 chilometri di costa, numero rimasto costante fino al 2019 e confermato dai dati ufficiosi del censimento 2021-2022. Il censimento dei cormorani avviene anche presso i loro dormitori per avere maggiore affidabilità del dato. Che il cormorano sia una specie problematica per la sua interazione con le attività economiche, è un dato di fatto. Ma i numeri non giustificano alcun allarme a fronte del mezzo chilo di pesce di cui un esemplare si alimenta giornalmente. Il Piano strategico per l’acquacoltura in Italia 2014-2020, stabiliva tra le priorità di azione l’elaborazione di un «Piano per la gestione delle popolazioni di predatori selvatici». Ad oggi né lo Stato né le Regioni che si lamentano hanno investito risorse e menti per giungere al risultato. La stessa Unione europea non sa bene come fare a gestire questa specie. Il Piano di azione europeo non è stato ancora elaborato e l’europarlamento ha ripetutamente sollecitato la Commissione ad approntarlo; l’unica risposta è stato un documento di orientamento. Quel che si è capito, laddove i Piani di gestione sono stati applicati, ad esempio nelle valli da pesca venete, è che gli abbattimenti servono a nulla. Molto meglio investire per proteggere gli allevamenti ittici e ridefinire i tempi di raccolta valutandoli con quelli del ritorno migratorio dei cormorani, come fatto in Francia nel parco regionale della Camargue.
I RISCHI DI TARANTO SENZA SIDERURGICO (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 28 gennaio 2023)
Taranto per noi è un incanto e un enigma. La città-giardino evocata dai viaggiatori del ‘700 e dai commercianti di olio lampante oggi non sa quale sarà il suo destino. Ma la rappresentazione tarantina è macabra, sempre alle prese con dati di morte dovute al siderurgico, un nesso di causa-effetto mai chiaro. Ci ha pensato quindi una festa alla vigilia dell’Epifania a portare buon umore a Taranto? Come ha scritto Sergio Talamo qualche giorno fa su questo giornale «forse più che la piccola festa pubblica anni ’80, sarebbe bene controllare la possibile continuazione del gigantesco banchetto privato anni ’20 sulla pelle della città martoriata». Aggiungiamoci le domande di fondo: il siderurgico deve continuare a produrre a Taranto o no? Se sì, gli si può consentire di farlo secondo le regole del mercato che comprendono tutta la riduzione possibile di impatto ambientale e sanitario ma anche l’aumento di produzione e quindi di lavoro? E lo si può fare mantenendo la gestione in mano privata poiché l’esperienza di gestione pubblica già fatta è stata drammaticamente penalizzante per ambiente e salute? Se, invece, il siderurgico deve scomparire da Taranto, chi ha in mano un piano di dismissione serio, approfondito, che preveda tempi certi, risorse certe e, soprattutto, come occupare le tante decine di migliaia di persone che vi lavorano direttamente ed indirettamente? È facile fare riferimento all’esperienza tedesca della Ruhr oppure a Bilbao dove la rinuncia agli impianti siderurgici ed alle miniere di carbone è stata pianificata e seguita ed ha comportato sì investimenti pubblici straordinari ma con idee chiare e piani di azione precisi e realistici. Per Taranto, invece? Non si ha traccia di alcuna idea strategica in un senso o nell’altro. Solo procedimenti penali più che discutibili, fermi e ripartenze degli impianti, riduzione di produzione, cassa integrazione ad ogni pie’ sospinto, miglioramenti ambientali degli impianti che non riescono a trovare piena attuazione proprio a causa di questo inviluppamento. L’avvenire green dell’ex ILVA è tutto da venire e l’idrogeno al posto dei combustibili e dei minerali fossili per alimentare gli altiforni, quelli che resteranno, sembra allontanarsi ogni giorno per ovvie ragioni economiche e tecnologiche. Che cosa fare di quegli impianti in una proiezione temporale a lungo termine e strategica, non è dato di sapere. Forse perché nessuno lo sa. O forse perché tutti sanno che Taranto senza il siderurgico decadrebbe definitivamente. Così come, per ironia della sorte, potrebbe decadere definitivamente il Mar Piccolo. Da lì l’ex ILVA preleva acqua e la restituisce attraverso i flussi del Mar Grande in una dinamica che finora ha aiutato il primo a sopravvivere nonostante l’ormai calante apporto di acqua dolce dai “citri” e la crescita esponenziale degli allevamenti di cozze che consumano ossigeno vitale fuori da ogni controllo. L’ossigeno al Mar Piccolo alla fine glielo dà il siderurgico?
IL FALSO VERDE CHE SI NASCONDE SOTTO IL NASCENTE BOSCO VERTICALE (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 05 febbraio 2023)
Bosco verticale per una città supina? Verrebbe facile la battuta ed in parte c’azzecca. Qualche tempo fa è stato presentato, con grande clamore, il progetto della prossima realizzazione di un edificio di otto piani progettato dall’”archistar” Stefano Boeri sul modello di quello chiamato “bosco verticale” realizzato nella zona del Portello a Milano. Il 6 febbraio prossimo Boeri sarà a Bari, ospite del Politecnico e del Comune per parlare di “ossessione verde”, tenendo una lectio magistralis su “integrazione tra natura vivente ed architettura”. Ormai sulla bocca di tutti, soprattutto di coloro che con i cicli biologici di piante e di animali non hanno mai avuto a che fare, il “green” e l’immancabile “sostenibilità ambientale” vanno sempre più di moda. Anche nella città ormai oleograficamente rappresentata nella serie TV di “Lolita Lobosco”, sorgerà un bel bosco verticale ché ormai di quelli orizzontali non importa nulla a nessuno; infatti se ne piantano di nuovi, con tutti i soldi che ci sono per farlo, destinandoli ad un futuro oscuro. E se tanto mi dà tanto, se Milano avesse il mare sarebbe una piccola Bari, il costo a metro quadro dei 130 appartamenti su 8 piani sarà a livelli meneghini. Laddove dovrebbe sorgere questo edificio, che non ha nulla di nuovo se paragonato ai giardini pensili di molti antichi palazzi patrizi se non le altezze – di cui parleremo dopo -, soffia forte il maestrale e le navi, assieme ai camion in manovra, dal porto spargono polveri sottili a iosa. Sarà vita dura per quelle piante anche sotto il torrido sole che almeno da maggio inizia a sparare i suoi dardi. È interessante anche ricordare la storia recente (ma mica tanto, risale al 2000-2002, Sindaco Simeone Di Cagno Abbrescia) dell’area sul lungomare Vittorio Veneto dove dovrebbe sorgere il nostrano bosco verticale. Appartenuta alla società Ferrotramviaria, è stata oggetto di accordo di programma (approvato nel 2010 e convenzionato nel 2012, Sindaco Michele Emiliano) con il Comune di Bari insieme ad altre aree. Ferrotramviaria ha ceduto al Comune alcune superfici ed avrebbe dovuto realizzare una scuola materna, mentre il Comune ha consentito, mediante variante urbanistica, la realizzazione di cubature per attività terziarie con facoltà di alienazione. E così è stato per quest’ultimo punto. Nel 2021 il Consiglio comunale ha modificato l’altezza dell’edificio che è passata da circa 21 metri a quasi 30 metri per riuscire a realizzare tutte le cubature utili. Così il bosco verticale sarà realizzato da una nota impresa edile altamurana. E questo è un altro elemento da osservare. A Bari ormai quasi non c’è cantiere che non sia di società di quella parte della provincia di Bari. Altamura in testa. I costruttori baresi sembrano essere rimasti a bocca asciutta da tempo tra Piano casa, accordi di programma e così via. Mentre si attende che il nuovo piano urbanistico riprenda il viaggio interrotto inspiegabilmente da tanti anni fa, la città di Lolita Lobosco si tinge del suo noir alle orecchiette e di un falso verde.
GLI OCCHI CHIUSI SUL PIANO CASA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 16 febbraio 2023)
Dopo aver dichiarato illegittima l’Ultima proroga in salsa pugliese, il Piano casa è ormai senza casa. Dopo aver dichiarato illegittima l’ultima proroga in salsa pugliese delle disposizioni sul Piano casa, la Corte costituzionale ha fatto la stessa cosa con la Regione Calabria con una sentenza pubblicata l’altro ieri. La differenza, non da poco, è che la Calabria non si è ancora dotata di un Piano paesaggistico mentre la Puglia sì, con merito, dal 2015. E con questo strumento di pianificazione territoriale le leggi pugliesi sul Piano casa hanno dovuto sistematicamente fare i conti a pena di tagliola di incostituzionalità. L’ultima sentenza della Consulta sulle norme pugliesi, pubblicata venerdì scorso, salva i procedimenti attivati entro il 2021. Quelli avviati nel 2002 sono in ballo nel senso che la retroattività della sentenza della Consulta deve essere valutata dalle amministrazioni comunali caso per caso al fine di verificare se sussistono presupposti per poter procedere con provvedimenti in autotutela (revoca) oppure no. Una situazione di fronte alla quale nessun dirigente o funzionario pubblico vorrebbe trovarsi. Anche perché c’è una scuola di pensiero tra gli avvocati che assistono imprese edili per la quale basta aver protocollato la richiesta di permesso di costruire presso il Comune per acquisire il diritto a realizzare con il Piano casa. E poiché Bari ne è l’epicentro in Puglia, qui vediamo situazioni su cui riflettere. Nelle sedute di fine dicembre dello scorso anno, la Giunta comunale ha approvato una dozzina di deliberazioni riguardanti la cessione e la monetizzazione delle aree a standard urbanistici propedeutiche al permesso di costruire con il Piano casa. Non si pone una questione di legittimità ma di opportunità considerato che la Corte costituzionale si era riunita un mese prima per valutare la legge pugliese ed a breve si attendeva la sentenza con la previsione più che facile che sarebbe andata com’è andata. Ora anche il Comune di Bari dovrà riconsiderare quei provvedimenti con i quali ha introitato circa 2,7 milioni di euro e vien facile da pensare che alla fine saranno fatti tutti salvi. Ma non si può non considerare che il Consiglio comunale si sarebbe potuto esprimere, se chiamato in causa, per indicare una strada di prudenza all’esecutivo del capoluogo. Per cercare di dare una cornice legislativa a queste situazioni, sostiene un esperto di diritto urbanistico, l’avvocato barese Beppe Macchione, si potrebbe far transitare questi procedimenti tra quelli previsti dalla legge regionale “ecocasa” (la n. 20/2022). Ma anche questa è sotto esame della Consulta e chissà come andrà a finire.
La mini frenata alle rinnovabili – SE IL GOVERNO CI METTE ENERGIA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 04 marzo 2023)
Non era nelle previsioni trovare nel decreto-legge per l’attuazione del PNRR, messo a punto dal Ministro Raffaele Fitto ed entrato in vigore il 25 febbraio, la tutela di parti di territorio dall’arrembaggio delle rinnovabili. Eppure qualcosa c’è che non c’era, ad esempio, nei vari provvedimenti legislativi di promozione di energie rinnovabili dell’era Draghi/Cingolani e, prima ancora, delle ere Conte 1 e Conte 2. Quel qualcosa è una, sia pur minima, intendiamoci, attenzione alle aree protette ed ai Siti Natura 2000 (tutelati dalle Direttive UE). L’articolo 49, che riguarda semplificazioni per l’installazione di impianti di energie rinnovabili, estende anche agli impianti eolici con potenza complessiva fino a 20 kW l’esonero da autorizzazioni e permessi ma solo se realizzati al di fuori di aree protette e Siti Natura 2000. Ed ancora, gli impianti fotovoltaici realizzati su suoli agricoli (anche il cosiddetto “agrivoltaico”) con il nuovo decreto-legge possono essere considerati strumentali all’attività agricola, con tutto ciò che comporta anche dal punto di vista fiscale ed autorizzativo, ma solo se posti al di fuori di aree protette e Siti Natura 2000 e solo dopo che si siano definite le aree idonee alla loro installazione. Ossia, nelle aree protette e nei Siti Natura 2000 gli impianti fotovoltaici eventualmente realizzati in aree agricole sono equiparati ad impianti industriali con tutto quel che ne consegue dal punto di vista fiscale e della loro (in)compatibilità con la tutela di paesaggi ed ecosistemi. Un disincentivo a collocare specchi in aree sensibili. Quanto alla necessaria individuazione delle aree idonee all’installazione di impianti di rinnovabili, la questione è spinosa ed in Puglia ancor di più. L’aggiornamento del Piano energetico regionale langue da molti e molti anni. Avviata la procedura di Valutazione ambientale strategica oltre un lustro fa, tutto si è fermato. Con quell’aggiornamento si sarebbero potute individuare le aree non idonee all’installazione di impianti di rinnovabili e ciò si sarebbe potuto fare, addirittura, anche con una legge regionale nel corso del procedimento di approvazione del Piano. Invece, nulla è accaduto e si è lasciato campo libero a norme nazionali che hanno dato una spinta fuori controllo alla presenza di torri eoliche e specchi dovunque e comunque. La Puglia è divenuta vittima e carnefice allo stesso tempo dello scempio dei paesaggi che la identificano. Ci voleva un decreto-legge di un governo di centro-destra a porre piccoli paletti di tutela che pure l’UE chiede ma che la Puglia sembra disdegnare.
IL PARADIGMA URBANISTICO DI UNA CITTÀ FERMA AGLI ANNI ’60 (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 18 marzo 2023)
Dopo le attente riflessioni di Silvio Suppa sul Corriere del 9 marzo scorso, vale la pena spendere qualche altra parola sul cambio di destinazione d’uso dell’ex sede de La Gazzetta del Mezzogiorno in via Scipione l’Africano a Bari. Non senza aver prima notato come il destino si accanisca sull’argomento se solo si rammenta il triste epilogo della prima sede di quel quotidiano nell’allora piazza Roma (oggi Piazza Aldo Moro) nel capoluogo. Anche allora si levarono alti lai contro l’abbattimento dello splendido edificio eclettico che ha un analogo a Foggia ed aveva come specchio, sempre a Bari, palazzo Mincuzzi (per fortuna ancora in piedi). Quel che è da rimarcare, come fanno giustamente l’Ordine degli Architetti di Bari, la sezione pugliese dell’Istituto Nazionale di Urbanistica e Urban@it in un documento, è che quel palazzo è tutelato per legge. O meglio, dovrebbe essere tutelato dal Comune di Bari in base alla legge regionale n. 14 del 2008 e ad una deliberazione del Consiglio comunale, la n. 4 del 18 marzo 2014. La prima, all’articolo 12 titolato “Tutela e valorizzazione delle opere di architettura moderna e contemporanea”, promuove la tutela e la valorizzazione del «patrimonio architettonico regionale, con particolare riguardo agli esempi significativi di architettura moderna e contemporanea, che non ricadono nelle competenze statali» realizzati nei territori comunali negli ultimi 50 anni. La deliberazione del Consiglio comunale di Bari del 2018 è stata approvata in attuazione di quella legge con un atlante di edifici da tutelare. Al numero 7 di questo elenco, con il codice AM07, c’è la sede de La Gazzetta del Mezzogiorno. Quindi, si dirà, il palazzo è tutelato. E no, perché a quella deliberazione dell’Assemblea comunale doveva seguire, come prevede la legge regionale, una «variante allo strumento urbanistico vigente» con cui stabilire le norme di tutela e salvaguardia per gli immobili inseriti nell’elenco. Ecco fatto. La variante non è mai stata approvata né predisposta e la vita continua. In una città in cui l’applicazione di idee architettoniche all’avanguardia si è tragicamente fermata agli anni ’60 con gli esempi (molti già distrutti) di Chiaia e Napolitano, di Mangini, di Petrignani, di Radicchio e di altri, in cui il Piano casa ha prodotto vani su vani non si sa per chi con annesse controversie giudiziarie, in cui il nuovo Piano urbanistico è lettera morta ed il peso del vecchio PRG si fa sentire eccome con i milioni di metri cubi ancora da realizzare, la vita continua. Ma non è una bella vita in una bella città.
Misure e risorse per gli alberi – IL LAVAGGIO VERDE DELLA COSCIENZA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 28 marzo 2023)
Di recente Jacopo Giliberto, intelligente giornalista economico italiano, ha twittato: «comunicatori e uffici stampa, quando proponete ai vostri clienti un bel comunicato in occasione della giornata mondiale dell’acqua (o cose simili), sappiate che viene cancellato in 2 secondi e 3 decimi». Come dargli torto. C’è una giornata internazionale ormai per tutto e sono state recentemente celebrate anche quelle degli alberi e dell’acqua. Convegni, speciali nei TG e così via. In realtà sono argomenti residuali, per addetti ai lavori. Sì, certo, ora la siccità nel nord Italia fa notizia ma non ha mai fatto notizia la scelta disastrosa di spingere per un’agricoltura fortemente idroesigente (vedi mais per alimentazione animale) in tutti questi decenni. Però guai a dare il via libera a specie di mais OGM o, meglio, ottimizzate con genetica di precisione CRISPR che richiedono molta meno acqua e molti meno, se non zero, trattamenti chimici. La litania della carenza di piogge a causa dei cambiamenti climatici vince su tutto. Per i boschi la situazione è un po’ diversa nel senso che di loro non importa quasi a nessuno. Materia complessa quella forestale che richiede approcci multi ed interdisciplinari, capacità di lettura dei contesti ed idee chiare. Bari è stata, ed è ancora, sede di cattedra universitaria dedicata alla gestione forestale. Certo, sono lontani i tempi delle scuole forestali e selvicolturali tra cui possiamo di sicuro annoverare quella di Vittorio Gualdi a Bari, nella regione meno boscata d’Italia. La Puglia sta cercando di organizzare politiche forestali ed ha prodotto anche documenti importanti come la Carta dei Tipi forestali. Si è anche dotata di una nuova legge forestale che ricalca il vigente, molto criticato, Testo Unico forestale statale del 2018. Il WWF Puglia, ad esempio, l’ha aspramente criticata ed in effetti si sarebbe potuto fare parecchio di meglio. La stessa Carta dei Tipi forestali, ossia la raccolta delle tipologie forestali presenti in Puglia per la loro tutela e miglioramento, afferma che la superficie forestale regionale è di 207.183 ettari mentre il Piano paesaggistico regionale (Pptr) ne riporta 166.415 ettari. Quasi 50.000 ettari di differenza. Questione di non poco conto se si pensa che il Pptr dispone tutele ben definite per le aree boscate e per le aree ad essi contermini. I boschi sono serbatoi di CO2 e quelli maturi i migliori ed i più efficienti. Quando si dice che la superficie forestale è aumentata si dice il vero ma non tutta la verità. Sono aumentate le boscaglie, le formazioni effimere, piccole estensioni ecologicamente poco significative. Di nuovi boschi maturi ve ne sono veramente pochi, troppo pochi. Ma non importa, si dirà, ci sono i 330 milioni di euro del PNRR per piantare gli alberelli da lavaggio verde della coscienza. Eppure neanche questo si riesce a fare, come rileva la Corte dei Conti, e gli esemplari che si piantano per molta parte seccano perché ci si scorda di averli piantati.
Autonomia e politiche green – NON È LA PUGLIA L’AMBIENTE GIUSTO (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 05 aprile 2023)
Fa impressione assistere alle continue fughe in avanti ed indietro sull’autonomia differenziata. Regioni contro, Regioni contro Stato, Stato che continua per la sua strada ad applicare il dettato costituzionale del Titolo V riformato nel 2001. Per ora, però, è utile fermarsi alle materie ed alle competenze relative alla tutela ambientale. La Costituzione, all’articolo 116, così come modificato nel 2001, stabilisce che “tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali”, materie di competenza esclusiva dello Stato, possano essere attribuite dallo Stato alle Regioni a Statuto ordinario. Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna avevano sottoscritto nel 2018 accordi preliminari per l’attuazione di quella disposizione costituzionale chiedendo competenze ambientali diversificate (rifiuti, difesa idrogeologica, aree protette). La Puglia, a ruota, aveva, tramite il suo Presidente Michele Emiliano, dichiarato di voler procedere ad un accordo per ottenere alcune competenze in determinate materie. Ma il governatore ha cambiato idea. Il nodo starebbe nella mancata previsione, nel disegno di legge messo a punto dal governo attuale, di un fondo perequativo che consenta di colmare i divari tra le Regioni più ricche (e più e meglio organizzate) del nord e quelle del sud. Ma siamo certi che basti trasferire risorse econonomiche per poter gestire al meglio funzioni così rilevanti? I precedenti non sono brillanti, almeno per la Puglia. Quando nell’ultimo scorcio del ‘900 con le “leggi Bassanini” si cercò di semplificare (ancora una volta) procedimenti e di delegare funzioni alle Regioni e da queste agli enti locali, con relativi trasferimenti di fondi, le politiche ambientali non ne hanno di certo giovato. Anzi. Funzioni delicate con le quali attuare anche disposizioni dell’UE, come le procedure di valutazioni ambientali che hanno un peso specifico rilevante nell’approvazione di progetti di investimento, sono state trasferite agli enti locali senza che questi avessero (ed abbiano ancora oggi) figure professionali ed organizzazione per farvi fronte. La medesima considerazione va fatta per le politiche di tutela degli ecosistemi di diretta derivazione europea. Come sarà possibile far fronte ad eventuali ulteriori competenze da “autonomia differenziata”? E, peraltro, come sarà possibile determinare i Livelli Essenziali di Prestazione (LEP) per queste materie? Un esimio componente pugliese della commissione ministeriale che li dovrà mettere a punto, interpellato da chi scrive, ha candidamente ed onestamente detto che non se ne ha la minima idea.
Il nocivo approccio animalista – ADOTTARE L’ORSA CONTRONATURA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 15 aprile 2023)
Lo Zoosafari di Fasano si candida ad ospitare l’orsa JJ4 che ha ucciso Andrea Papi tra i monti del Trentino. La dirigenza dello Zoosafari è contraria all’abbattimento e lì di orsi ce ne sono già un bel po’ di quasi tutte le specie. Quindi l’orsa adulta dovrebbe traslocare dalle valli boscate dove ha vissuto finora e si è riprodotta, per andare tra gli ulivi, il sole ed il caldo dell’alto Salento. Meglio di no, meglio che venga abbattuta. Ma il Tar Trento l’ha, per ora, destinata alla custodia cautelare sempre che non diventi una minaccia per la vita dei suoi catturatori; in tal caso può essere abbattuta seduta stante. La gestione della fauna selvatica non può risolversi in ambientazioni da fumetto. Ne è dimostrazione la tristezza e la voglia di evasione di M49, l’orso rinchiuso a vita in un box di cemento del Casteller di Trento. «L’orso – scriveva lo storico Michel Pastoureau nel 2007 nel suo splendido libro “L’orso – Storia di un re decaduto” -, non è un animale come gli altri, e i rapporti che l’uomo ha con lui sono sempre stati all’insegna della passione». Secondo Pastoureau «parchi naturali, riserve, zone di conservazione dell’habitat, “piani orso”, gruppi di studi, associazioni per la difesa dell’orso, divieti e protezioni di ogni genere non serviranno a nulla: l’orso è condannato ad estinguersi. Dal punto di vista simbolico, si può dire che sia già scomparso dal mondo degli animali selvatici viventi, dal momento che un po’ dappertutto, non soltanto nelle Alpi e nei Pirenei, ma anche in Scandinavia, in Abruzzo e sui monti Cantabrici sono stati creati dei “musei dell’orso”». La museificazione dell’orso è anche quella della detenzione che lo “salva” da una dignitosa morte per esporlo ai turisti della domenica. Quel che è accaduto in Trentino potrebbe accadere di nuovo lì o nell’arco alpino, perché è fatale accada quando si pensa di poter avere tutto senza pagare il fio: orsi, turisti, escursionisti, runner, ciclisti che utilizzano la natura senza alcuna consapevolezza e senza cultura del rispetto e della prevenzione nei confronti degli habitat e della fauna selvatici. L’Uomo, specie regolatrice sul Pianeta, commette errori quando spera di ricostituire dinamiche ecologiche difficili da gestire e quando si rende conto del fallimento, lasciando così campo libero alla giustizia sommaria. La razionalità e la conoscenza scientifica devono guidare le nostre azioni, non il pericoloso, soprattutto per i selvatici, approccio animalista.
Benefici e costi dell’eolico in mare – CON IL VENTO NELLA BOLLETTA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 20 aprile 2023)
Vento e sole non sono gratis, come improvvidamente afferma qualche dirigente di associazioni ambientaliste, e quindi neanche l’energia da eolico e da fotovoltaico che in Italia è molto ben remunerata da cittadini e governi. In questi giorni si sta andando a determinare per decreto una tariffa a carico del GSE (Gestore dei servizi energetici) di 185 euro/Mwh per l’eolico off-shore, in mare, con costi a parte per i collegamenti di trasmissione e di stoccaggio dell’energia prodotta. Ecco perché la notizia di 7,5 miliardi di investimento per due soli progetti nel basso Adriatico al largo del Salento con oltre 160 torri eoliche alte fino a 150 metri ha suscitato curiosità. L’investimento si dovrebbe ripagare abbastanza tranquillamente nei 20 anni di vita media degli impianti e nonostante l’irrisolto problema dell’intermittenza della fonte energetica eolica. Il vento, infatti, non lo si produce artificialmente e se non c’è le pale non girano. A titolo di esempio ci rifacciamo all’energia eolica off-shore prodotta in tutta l’UE nella giornata del 5 aprile scorso. Se alla mezzanotte sono stati raggiunti i 5,3 GW, alle 10:00 gli impianti eolici in mezzo al mare di tutta Europa hanno prodotto appena 0,32 GW, alle 18:00 2,5 GW ed alle 23:00 poco più di 3 GW. Quantità assolutamente irrisorie ed intermittenti, appunto, per il fabbisogno del continente. E quando si parla di eolico si parla solo di energia elettrica prodotta. La domanda, quindi, è: quanto costerà ai cittadini pugliesi lo schieramento oplitico delle migliaia di torri eoliche previste dalla testa del Gargano fino alla punta di S. Maria di Leuca? Difficile fare un computo esatto anche perché l’energia prodotta sarà distribuita nella rete nazionale di Terna. Ma sappiamo che nel 2019 la Puglia è stata la Regione cui è corrisposto il maggior onere di incentivazione per le rinnovabili a carico della bolletta elettrica dei cittadini (la famosa componente ex A3 ora chiamata Asos) con oltre 1,5 miliardi di Euro, di cui almeno il 70% destinato al fotovoltaico e quasi tutto il resto all’eolico. Al secondo posto la locomotiva d’Italia, la Lombardia. E l’eolico off-shore allora non era ancora “sceso in campo”. C’è quindi da ritenere che la quota di incentivazione a carico delle bollette di cittadini ed imprese sarà ancora più consistente senza che la Regione Puglia si sia ancora dotata di un Piano energetico con la definizione di scenari per la produzione energetica attraverso un mix sostenibile di fonti e, soprattutto, senza obbedire al pensiero unico ed utopico del 100% rinnovabili dovunque e comunque.
TIFARE PER L’ACCORDO SU COSTA RIPAGNOLA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 21 maggio 2023)
Bisogna tifare per l’accordo tra Comune di Polignano, Serim e Regione Puglia sul resort nei “pagghjari” di Costa Ripagnola. Bisogna farlo perché le iniziative giudiziarie, portate avanti senza risparmio di capacità e di intelligenza da parte di comitati (Pastori della Costa e Gabbiani del parco di Costa Ripagnola), da singoli cittadini, ancorché noti per l’attività politica (Mimmo Lomelo), e dai valenti avvocati, hanno preso strade chiuse. Il perché lo lasciamo per ora da parte. Adesso bisogna salvare Costa Ripagnola utilizzando il negoziato che Michele Emiliano ha finalmente deciso di intraprendere forse prima che “Striscia la Notizia”, con il corrispondente Alessio Giannone (alias Pinuccio), tornasse sull’argomento a fine aprile scorso. Il Presidente della Regione Puglia si dev’essere reso conto che quell’intervento così come proposto ed approvato non poteva andare avanti e rischiava di rendere le sue frasi pronunciate anni fa in pubblico («nei trulletti non ci saranno letti, lì non si potrà dormire») a dir poco ridicole. Il Comune di Polignano ha di certo avuto in passato un comportamento ondivago nella vicenda. La precedente amministrazione (Sindaco, Domenico Vitto) era totalmente appiattita sui desiderata della Serim anche se ad un certo punto, su pressione dei comitati e con l’inchiesta penale avviata, il dirigente ha dovuto annullare in autotutela la conformità urbanistica dell’intervento. Elemento, questo, non adeguatamente valorizzato nelle sedi giudiziarie. Ma quali rischi si possono nascondere nel negoziato avviato da Emiliano e dal Sindaco di Polignano con Serim? Intanto uno molto facile da immaginare. E cioè che nel momento in cui Serim dovesse acquisire l’archiviazione del procedimento penale in corso (ma un altro ne è stato aperto sulla conferma dell’autorizzazione del 2019) e lo sbarramento dei giudici amministrativi, possa proseguire con il progetto originario. Un altro è relativo a che cosa consentire a Serim in cambio della rinuncia a rendere “cellule turistiche” i pagghjari. Uno stabilimento balneare oltre a ristorante e posto ristoro (questo emergerebbe leggendo il Piano comunale delle coste di Polignano)? Sarebbero attività compatibili con il Parco regionale istituito e la suddivisione del Parco in zone? Già, ma quali zone? Quelle contenute nella planimetria allegata alla legge oppure quelle derivanti dai particellari catastali, pure questi allegati (inusitatamente) alla legge? Così, giusto per ricordare che quei documenti dicono cose diverse ed il Consiglio regionale ancora non ha provveduto a fare chiarezza.
STATALE 89 GARGANICA, ALTRA INCOMPIUTA? (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 01 giugno 2023)
Nel gennaio scorso è stato avviato il dibattito pubblico, primo caso in Puglia, per il potenziamento della viabilità sul Gargano collegando la strada a scorrimento veloce Poggio Imperiale-Vico del Gargano con la strada statale 89 che oggi arriva fino a Mattinata. Da quel dibattito emersero molte criticità relative alle soluzioni progettuali prospettate da Anas. In particolare, l’impossibilità che una parte del tracciato progettato potesse attraversare la zona 1 del parco nazionale del Gargano, dove è impossibile per legge realizzare nuovi tracciati stradali. Oggi quel progetto è arrivato a valutazione d’impatto ambientale (VIA) al Ministero dell’Ambiente e quel nodo non è stato sciolto. Anzi, proprio evitare di affrontarlo, il progetto in valutazione è solo una parte di quello generale discusso nel dibattito pubblico. Le sedi pugliesi di Italia Nostra, WWF e Lipu hanno così presentato un esposto al Ministro dell’Ambiente ed a quello della Cultura eccependo, tra l’altro, la violazione della normativa europea e nazionale sulla VIA per artificioso frazionamento del progetto. «In particolare – scrivono nell’esposto – sono stati sottoposti [a VIA] soltanto i primi due tratti e/o tronconi di un progetto unitario e come tale funzionale con espressa esclusione del terzo tratto dell’opera». Per quest’ultimo Anas dovrebbe avviare un’altra procedura sottraendo, così, al giudizio dei valutatori la parte ambientalmente più sensibile del progetto. Sul progetto non è andato leggero neanche il Consiglio superiore dei lavori pubblici che ha bacchettato l’investimento asserendo che «presenta un rapporto Benefici/Costi inferiore all’unità tale da dimostrare con chiarezza la non convenienza economico-sociale ad intraprendere l’investimento di cui trattasi». Ma Anas pare voglia battere il ferro fin che è caldo per modificare le norme di salvaguardia contenute nel decreto del Presidente della Repubblica del 1995 istitutivo del parco; un precedente molto pericoloso per situazioni analoghe in altri parchi nazionali, gran parte dei quali privi di un piano territoriale approvato, nonostante gli obblighi di legge. Le associazioni protezionistiche sono assistite dallo studio dell’avvocato Gianluigi Ceruti, “padre” della legge quadro sulle aree protette del 1991. La giurisprudenza amministrativa italiana e quella della Corte di Giustizia UE sembrano precludere ogni possibilità di valutare l’impatto ambientale di un progetto frazionato. Il rischio concreto, a questo punto, è quello di trovarsi di fronte all’ennesima, inutile, incompiuta.
La norma impugnata – RICCI E AMBIENTE, L’ESEMPIO SARDO (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 22 giugno 2023)
La paventata impugnazione da parte del governo della legge regionale pugliese (proposta dal consigliere regionale Paolo Pagliaro) per la tutela dei ricci di mare si è materializzata nella seduta del Consiglio dei Ministri del 15 giugno scorso. Le motivazioni alla base del ricorso dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, su proposta del Ministro agli Affari regionali, il leghista Calderoli, sono per lo più incentrate sull’incompetenza della Regione in materia di “tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali” che l’articolo 117, secondo comma, lettera s) della Costituzione assegna in via esclusiva allo Stato. Ma è anche una delle tre competenze esclusive dello Stato (le altre sono l’organizzazione della giustizia, limitatamente a quella di pace, e l’istruzione) che la Regione Puglia potrebbe chiedere come delega allo Stato secondo la stessa Carta costituzionale e secondo la disciplina sull’autonomia differenziata messa a punto proprio dal Ministro Calderoli. Le questioni in ballo nell’impugnativa della legge per la tutela dei ricci di mare, sono anche altre a partire dalla definizione di “acque territoriali pugliesi” cui la legge regionale fa riferimento. Un concetto molto discusso a livello dottrinale. Dal punto di vista giuridico, infatti, esistono le acque territoriali italiane che si estendono fino alle 12 miglia dalla costa. Alcuni costituzionalisti ritengono, però, che sia legittimo parlare di acque territoriali regionali per la stessa superficie, stante l’attuale impalcatura costituzionale-istituzionale soprattutto dopo la modifica del 2001 del Titolo V della Costituzione. Peraltro la Consulta, come riconosce lo stesso Ministero degli Affari regionali nella relazione con cui è stata chiesta l’impugnativa della legge pugliese, non ha avuto un orientamento univoco nel precludere la legislazione regionale al mare aperto. E, come abbiamo ricordato a novembre scorso sempre sul Corriere del Mezzogiorno, una norma della Regione Sardegna – certo, Regione a Statuto speciale – che vietava la pesca dei ricci di mare per tre anni non è stata impugnata. Senza moratoria pluriennale della loro raccolta, i ricci di mare rischiano di sparire dai fondali pugliesi perché le azioni di riproduzione in cattività o di disseminazione non funzionano. Se il governo è convinto dell’incompetenza regionale in questa materia, adotti provvedimenti dello stesso tenore per il mare pugliese. In ogni caso la legge è ancora in vigore ed è possibile per la Puglia affrontare il dibattimento in Corte costituzionale senza essere perdente in partenza.
I parchi della città – IL VERDE E LE OMBRE CHE MANCANO (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 28 giugno 2023)
Non sembra stia raccogliendo gli attesi unanimi consensi il “green deal” in salsa barese. Al taglio del nastro di nuovi spazi verdi nel capoluogo di regione si leva un coro di critiche di metodo e di merito. La gestione del verde a Bari non è mai stato un cavallo di battaglia delle amministrazioni comunali. Ma da venti anni a questa parte ai grandi squilli di tromba dell’incremento degli spazi pubblici alberati ha fatto riscontro il dilagare di superfici assolate e cementate. Di alberi sempre meno e quei pochi già presenti in città vengono fatti oggetto di cure “speciali” tanto da sollevare le proteste di addetti ai lavori e di associazioni. Sarà che dopo la realizzazione di Parco 2 Giugno, negli anni ’80 del secolo scorso, e dopo il recupero delle discariche del quartiere Japigia e di Madonna della Grotta, nulla di particolare è seguito. I 5 ettari del primo furono progettati con intelligenza ed avvedutezza, con andamento naturaliforme, con l’utilizzazione di specie arboree e di arbusti autoctoni, senza farsi prendere la mano da specie esotiche. Ma quel che ancora oggi lo rende interessante è la variabilità altimetrica dei camminamenti, ora in piano, ora su e giù come se si andasse in una gravina. Il confronto con i “parchi”, in realtà poco più che giardinetti, realizzati negli ultimi venti penalizza del tutto questi ultimi. A partire dall’assolata e desolata distesa erbacea che ha preso il posto dei palazzi di Punta Perotti, realizzata senza che mai sia stata adottata una variante al PRG che tipizza quei suoli ancora edificabili, per finire al “Parco” della caserma Rossani, a quello dedicato a Maria Maugeri, sul sedime dell’ex Gasometro, ed a quello progettato sull’area dell’ex Fibronit. Che cosa hanno in comune queste nuove aree verdi baresi? La limitatezza delle zone ombreggiate e la prevalenza di camminamenti e di aree di gioco e di sosta sotto il sole. In una sorta di rincorsa all’abbronzatura, quasi odiando l’ombra, in una città mediterranea dove in estate si arriva ai 40° anche all’ombra. Nessun risultato hanno sortito gli appelli per creare in città diffuse zone d’ombra che consentano di raffrescare naturalmente strade e marciapiedi. D’altra parte, la dimensione urbanistica che sta assumendo Bari fuori da ogni pianificazione accorta e moderna non vede di buon occhio lo spazio occupato da ombra naturale. La levata di scudi che in questi giorni si è avuta nei riguardi della cattiva gestione del verde urbano, con la sottrazione di alberi e la pessima manutenzione dei pochi rimasti dovrebbe far riflettere chi amministra il capoluogo di regione.
LA DIGA FANTAASMA DI ALTAMURA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 07 luglio 2023)
In Puglia c’è una diga “fantasma” realizzata a fine anni ’70 ma mai entrata in funzione. È la “diga di Altamura”, tra Altamura e Gravina in Puglia, 22,5 metri di sbarramento sul torrente Saglioccia per una capacità d’invaso di 1,8 milioni di metri cubi, investimento di oltre 5 miliardi di vecchie lire, costo totale dell’incompiuta 90 miliardi di lire. Stazione appaltante l’allora Consorzio di bonifica apulo lucano, oggi Terre d’Apulia. Dalle cronache emerge che a fine 2014 erano necessari, per completare i lavori (56,32% eseguiti), altri 15 milioni di euro. Nella programmazione dei Fondi di Sviluppo e Coesione (FSC) 2014-2020 ecco così spuntare 5 milioni di euro ma per la sola messa in sicurezza della diga, risorse che il Ministero delle Infrastrutture ha fatto transitare nel PNRR destinandoli al suddetto Consorzio di bonifica. Ma è solo un terzo delle risorse necessarie a rendere funzionante l’invaso. La diga non è in un’area protetta né in un Sito Natura 2000 e per realizzarla fu cancellato l’intero bosco “Selva di Gravina”. La Regione a fine maggio scorso si è affrettata a rilasciare l’autorizzazione paesaggistica in deroga al Piano paesaggistico consentendo l’ulteriore cancellazione di 14,5 ettari di bosco “compensata” con la piantumazione di una superficie di 36,25 ettari. Un bosco futuribile a fronte della perdita secca di un ecosistema efficiente. E dove saranno piantumate le nuove plantule? In aree interne ed esterne al bacino idrografico di riferimento caratterizzate da incolti (definizione vaga) anziché pensare ad una sistemazione naturalistica del torrente, con fasce di bosco ripariale che assume la funzione di filtro per le acque fermando i sedimenti di suolo eroso, prevenendo quindi l’interrimento e filtrando gli inquinanti. Sarebbe acqua quasi da bere nel lago, ottimo esempio di servizio ecosistemico. E invece, no. Non basta, ci sono pure 1,2 ettari della sua superficie da “sfangare” prelevando 50 centimetri di materiali depositati sul fondo che hanno determinato il cosiddetto interrimento. Alla fine di tutto, non si comprende se la diga entrerà in funzione o meno e quali comprensori irrigui servirà, per che cosa e con quali vantaggi reali sociali ed economici. Ecco, questo è uno dei 168.000 e passa progetti che il PNRR dovrebbe finanziare, senza che se ne siano preventivamente valutati gli impatti ambientali. Ne ha ben donde il Ministro Raffaele Fitto quando dice che la verifica dei progetti da salvare nel PNRR, per poi non ritrovarsi a ripagare un’enorme massa di debito per nulla o quasi, è un’operazione da far tremare le vene ai polsi.
MARATEA, IL GIORNALISTA CHE CONTESTÒ IL FASCISMO (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 09 luglio 2023)
Il mondo visto dal Gargano e da un garganico speciale, uno che aveva il dono dello sguardo ampio, sia pure in tempi difficili. Il garganico era Francesco Maratea, nato a Vico del Gargano nel 1889, col pallino del giornalismo fin dai banchi del liceo a cui il nipote Giuseppe Maratea, già Sindaco di Vico, ha dedicato un libro ricco di ricordi “Francesco Maratea, tra Aventino, Liberazione e ‘tempi nuovi’”. Dai corsivi sul “Foglietto” di Lucera, a “La Gazzetta dell’Emilia” diretta Mario Missiroli; da “La Gazzetta di Mantova” e da “La Provincia di Como”, Francesco Maratea si ritrovò a Roma a lavorare ancora con Mario Missiroli per “Il Secolo” di Milano, curando i resoconti parlamentari. Eppoi, a “Il Messaggero” su segnalazione di Luigi Pirandello che curava l’inserto culturale del quotidiano della capitale. Un garganico tosto che non aveva paura di contestare il regime fascista deponendo al processo per il delitto Matteotti tanto che la sua testimonianza fu pubblicata da “Il Mondo” di Giovanni Amendola con cui Maratea collaborava. Superato il periodo fascista, con fascicoli di segnalazioni della polizia segreta, minacce e ritorsioni, Maratea si vede offrire nel 1952, senza accettarla, la direzione de “Il Messaggero”. Ma il Gargano gli restò nell’anima e negli occhi. La sua Vico era il centro culturale del promontorio, dove aveva studiato il giurista illuminista Pietro Giannone, autore della “Istoria civile del Regno di Napoli”. «Ma se è vero che il Gargano era un’isola – scriveva Maratea in “Orizzonti salentini” nel 1949 – , è anche vero che il suo Adriatico era un lago. Io lo vedevo dalla mia casa, dalla camera dove sono rimasto più a lungo perché deliravo nella lotta col vaiolo e nessuno poteva avvicinarmi, toccarmi, per quaranta giorni, soltanto la mamma […]». Ancora oggi Vico del Gargano è uno dei centri più rilevanti del promontorio. Certo, la rilevanza è anche data dalle spiagge di San Menaio e di Calenella, dalla Foresta Umbra, cuore antico ed ancora misterioso di Puglia. Francesco Maratea non si distaccò mai da quella terra che esportava agrumi fino agli Stati Uniti d’America, coltivati sui terrazzamenti che danno sull’Adriatico con la costa croata che quasi si tocca. Il giornalismo di Maratea fu premiato con il Premio Saint Vincent nel 1966 e Missiroli, nel discorso di conferimento del premio, ricordò anche l’esperienza politica di Maratea che da segretario del Partito Democratico Sociale si trovò ad essere il segretario dei gruppi parlamentari che si ritirarono sull’Aventino. Maratea ha girato il mondo raccontando per “Il Messaggero” la guerra fredda e la crisi di Corea ma ha tenuto i piedi sempre sul suo promontorio. È una delle figure del giornalismo che dovrebbero essere studiate; non era un giornalista militante ma un testimone civile che ha attraversato alcuni tra i periodi più bui ma anche più esaltanti della storia. Sarebbe giusto riconoscergli la rilevanza di pugliese e di garganico in un momento in cui l’identità culturale viene abusata e travisata.
Nel libro di Antonio Sigismondi «Puglia, la terra delle querci» edito da Adda – LO «SGUARDO» DEGLI ALBERI (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 19 luglio 2023)
Chi conosce Antonio Sigismondi da tempo, chi ha lavorato con lui per strutturare le politiche per la protezione della natura in Puglia, proprio perché in questo momento c’è un gran bisogno di lucidità e di onestà intellettuale in campo ambientale, attendeva il suo nuovo libro “Puglia, la terra delle querci” (Adda ed. – Bari, euro 40,00 – 288 pagine) in modo quasi spasmodico. E si badi bene che nel titolo non c’è alcun refuso giacché è la definizione che il botanico ottocentesco pugliese Enrico Carano (da Gioia del Colle) dette della Puglia, ricca di oltre una decina di specie di querce. L’impatto con la copertina del libro può dire tutto. L’autore, minuscolo, ai piedi di una gigantesca quercia virgiliana nella valle del torrente Locone in territorio di Spinazzola. Ben pochi sanno, per fortuna, della sua esistenza pluricentenaria. Il rapporto della Puglia con i boschi è complesso così come lo è quello della nostra specie con gli alberi. «L’ordine delle cose umane procedette: che prima furono le selve, dopo i tuguri, quindi i villaggi, appresso le città, finalmente l’accademie»: Giambattista Vico scrisse questo ne “La scienza nuova” del 1744. La leggenda di Gilgamesh, l’eroe dei Sumeri, «il primo vero eroe civico in un’opera letteraria», afferma Robert Pogue Harrison in “Foreste, l’ombra della civiltà”, ha come vero antagonista la foresta della Montagna dei cedri abitata dal demone guardiano Huwawa. E così Dante nella sua “Commedia” racconta de «la selva selvaggia aspra e forte», eppoi Ariosto con la pazzia di Orlando che si scatena nella foresta. Sigismondi scava in questo rapporto conflittuale, nell’antropologia e nella mitologia forestale affidandosi a Jaques Brosse ed al suo “Mitologia degli alberi” in cui descrive il mito dell’Albero cosmico tra cui il frassino (Yggdrasil) della mitologia scandinava, l’albero che «assicurava il nesso tra l’universo uraniano e i baratri ctoni». Sigismondi individua uno di questi Alberi cosmici anche sul pavimento della chiesa di Santa Maria di Sovereto, contrada di Terlizzi (Bari), quasi sconosciuto rispetto all’Albero della vita della cattedrale di Otranto (Lecce) ma altrettanto importante. Il viaggio tra gli alberi in Puglia segue un percorso geografico, certo, ma è qualcosa di più: è un tour dell’anima, di quella parte di noi che troppo spesso riponiamo in favore del “poco, maledetto e subito”. Cosa che non sono gli alberi storici e della nostra storia. La regione meno boscata d’Italia, la Puglia, ha boschi di tale importanza ecologica da far invidia a molte parti d’Italia e d’Europa. Il Gargano, Foresta Umbra, certo, ma non solo. Sono i boschi minori quelli più rappresentativi. Quelli di Difesa dei Comuni (Gravina in Puglia prima di tutto), quello di Dragonara lungo il Fortore, quello di Faeto, quello dell’Incoronata lungo il Cervaro, quello della valle del Locone, tra i valloni di Spinazzola, quello planiziale di Acquatetta, non l’imboschimento di pini degli anni ’70 del secolo scorso. Per continuare con i piccoli boschi di Turi, di Sammichele di Bari, di Conversano. E chi l’avrebbe mai detto. Piccole casseforti di biodiversità, sfuggite alla devastazione ma a rischio continuo di esserne vittime. “Puglia, la terra delle querci” è sì la descrizione, la storia, il racconto del valore e dei problemi di conservazione dei boschi pugliesi ma è soprattutto una sorta di seduta psicanalitica per far emergere il nostro rapporto primordiale con le maestà vegetali che stanno lì, anche da migliaia di anni, a dimostrare la nostra infinitesimale importanza ecologia ma anche la nostra responsabilità di specie regolatrice sul Pianeta. Il libro di Sigismondi è un compendio di citazioni ma anche di eccitazioni per il lettore che viene accompagnato a scoprire oppure a rammentare gli angoli di Puglia in cui i boschi ci raccontano ancora le vicende dei territori. Un libro di sollievo nel tempo in cui si pensa di piantare 3 miliardi di alberi nel Continente europeo per lavarsi la coscienza nel frattempo diventata green. Leggere “Puglia, la terra delle querci” e seguire i telegiornali alle prese con la farsa della “Nature restoration law” fa comprendere quanto si sia, a tutti i livelli, lontani dalla comprensione delle vere priorità, in preda all’ecologismo di maniera (compresi pale eoliche e specchi fotovoltaici comunque e dovunque) ma così piccoli e sguaiati all’impietoso “sguardo” degli alberi che ancora ci ammoniscono.
Il rebus carne coltivata – ALLEVATI A IGNORARE GLI HABITAT (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 03 agosto 2023)
Carne coltivata ed attività zootecnica sono incompatibili? Prendiamo il caso Puglia. I nostri allevamenti per la produzione di animali da carne non sono certo paragonabili a quelli del nord Italia. I nostri bovini sono soprattutto allevati per il latte e per i prodotti caseari derivati. Gli ovini ed i caprini lo sono per la carne ed in (piccola) parte per latte e derivati. La lana, che alcuni decenni fa costituiva fino al 75% del prodotto lordo vendibile di un gregge, ora è un rifiuto speciale che potrebbe essere riutilizzato nel circuito economico come materia prima seconda ma che non utilizza nessuno. Si preferisce realizzare i “cappotti termici” degli edifici con plastica e polistirene per isolare gli edifici, anziché utilizzare la lana. Ecco, l’esempio delle pecore di Puglia è un buono per tentare di ragionare sul fatto che carne coltivata in laboratorio ed allevamenti non sono in contrapposizione. Le pecore hanno la cosiddetta triplice attitudine: producono latte, carne e lana. Ma una politica asfittica, prima statale poi europea ed infine regionale, ha ridotto gli allevamenti al nulla. Gli allevatori svendono tutto per i costi elevati e per il cappio che gli si stringe al collo nel prezzo di vendita dei prodotti. Di che cosa si dovrebbe occupare prioritariamente il decisore politico, quindi? Di annientare la ricerca scientifica per produrre in laboratorio un alimento sano che potrebbe dare risultati importanti nello sfamare intere popolazioni denutrite, oppure mettere a punto strategie e politiche di conservazione e di valorizzazione degli allevamenti, in particolare estensivi, semi bradi come quelli ovini? La risposta più logica è la seconda. Il rapporto tra pascolo ovino e conservazione di alcuni habitat naturali, come le steppe mediterranee dell’Alta Murgia, del Gargano e dell’arco jonico, è di straordinaria interconnessione. Non ci sarebbero quegli habitat se non ci fosse il pascolo ovino. Infatti, con la sua riduzione molte aree di quegli habitat si stanno modificando, la vegetazione arbustiva ed arborea sta prendendo piede e gli spazi si chiudono. Le specie animali che convivevano con gli habitat steppici hanno difficoltà a mantenere le popolazioni. Stesso discorso vale per i boschi, certo non per tutti e non sempre. Alcune razze bovine autoctone, come la podolica, utilizzano i boschi per alimentarsi. Sono specie semi selvatiche, difficili da governare ma eccellenti in fatto di resistenza alle malattie e di qualità organolettiche di carne e latte. Ma non si intravvedono all’orizzonte politiche dedicate a migliorare le condizioni di allevamento ad esempio recuperando le molte, dimenticate strutture rurali (jazzi e mungituri) che si vorrebbe invece far diventare centri congressi o sale ricevimenti. Non si intravvede riduzione fiscale e contributiva per allevatori che vogliano gestire il patrimonio zootecnico secondo la tradizione unita all’innovazione, che vogliano avvalersi di pastori assunti regolarmente senza che costino un occhio della testa tra previdenza, assistenza e retribuzione. Se lo Stato interviene per vietare produzione e commercializzazione di qualcosa, la carne coltivata, che inevitabilmente entrerà nel mercato da altri Paesi e che contribuirà a sfamare popolazioni, vuol dire che il buon senso non ha prevalso. Se poi quello stesso Stato, nelle sue articolazioni territoriali, chiude gli occhi davanti allo sfacelo in cui versa la zootecnia non industriale, la frittata è fatta. Il declino è inevitabile.
Fonti di energia e rischi annessi – RINNOVABILI MA CON GIUDIZIO (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 09 agosto 2023)
La bozza di decreto del Ministro dell’Ambiente per l’individuazione delle aree idonee all’installazione di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili è pronta da qualche settimana. È stata inviata alle regioni che devono dire la loro e poi applicare le norme. Le Regioni individueranno con legge le aree idonee per contribuire al raggiungimento dell’obiettivo nazionale di 80 GW al 2030. Alla Puglia, che è già al secondo posto per potenza installata tra eolico e fotovoltaico, spetta raggiungere l’obiettivo di 7.284 MW installati al 2030, più di 10 volte quelli di partenza del 2023 (687 MW). Un sacrificio spropositato di suolo agricolo. Ma lo stesso decreto prevede una percentuale massima di utilizzo del suolo agricolo nella disponibilità del soggetto che realizza l’intervento comunque non inferiore al 5% e non superiore al 10%, percentuale raddoppiata per impianti agrivoltaici. Una disposizione che pare abbia mandato su tutte le furie le imprese produttrici industriali di energia che hanno fatto la voce grossa con il Ministro dell’Ambiente minacciando, addirittura, di andare all’estero a cercare miglior fortuna (chissà se gli si garantirebbero i lauti sussidi italiani). La Puglia ha oggi un’occasione importante, anche con la revisione del Piano energetico, per fare chiarezza sulla destinazione del proprio territorio da offrire in pasto agli impianti per rinnovabili. Intanto ponendo un freno all’occupazione di suoli coltivati, utilizzando le indicazioni del Piano paesaggistico vigente, prediligendo le aree industriali dismesse e le aree degradate. Le cave possono essere utilizzate per installare fotovoltaico ma, anche in questo caso, con le dovute attenzioni rispetto, ad esempio, agli eventuali mancati obblighi di messa in sicurezza e di recupero paesaggistico da parte dei gestori. Il decreto indica anche la possibilità di utilizzare specchi d’acqua artificiali e canali artificiali per posizionare gli specchi fotovoltaici con “specifici criteri” adottati dalla Regione. Questione molto delicata per la Puglia in questa fase di transizione verso il Consorzio unico di bonifica e verso la “Acque del Sud S.p.A.”, società pubblica nella quale confluiranno bacini e competenze dell’attuale Ente irrigazione e trasformazione fondiaria in Puglia, Lucania e Irpinia (EIPLI). Il rischio è di compromettere la già delicata funzionalità di questi specchi d’acqua, molte volte divenuti vere e proprie zone umide per l’avifauna migratoria, se le scelte non verranno fatte con oculatezza. Una per tutte, ad esempio, la finalizzazione di eventuali impianti fotovoltaici sui bacini artificiali. Devono soddisfare la speculazione finanziaria di fondi internazionali di investimento e di banche d’affari oppure possono essere strumenti di riduzione effettiva dei costi energetici di aree più o meno vaste? Questo richiede un ragionamento di larga scala, di dimensionamento e di utilizzazione dell’energia per il reale sviluppo di territori attraverso strumenti di governo innovativi ma legati ad essi. La tutela paesaggistica, ambientale e degli ecosistemi non può e non deve essere subordinata a devastazioni e ad interessi che impoveriscono l’economia pugliese. Può convivere con scelte di produzione energetica innovative che aiutino i territori, soprattutto le aree più interne, l’”osso” della Puglia, a migliorare la propria condizione evitandone lo spopolamento e mantenendo anche attività imprenditoriali tradizionali con costi energetici quasi nulli.
Ignorate le norme ambientali – SE ANCHE IL PNRR È POCO GREEN (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 17 agosto 2023)
C’è un problema rilevante nell’attuazione del PNRR, sollevato più volte sul Corriere: la relazione dei progetti con le procedure di valutazione ambientale e con il principio di non arrecare danni significativi all’ambiente che nel regolamento UE per la gestione dei PNRR viene chiamato DNSH (Do not significative harm). E poiché si tratta di progetti datati, ripescati dai cassetti dove giacevano da decenni, la loro compatibilità con le politiche di tutela ambientale è molto a rischio. Tra questi vi sono quelli di rigenerazione urbana (che in alcuni casi sarebbe meglio definire “degenerazione urbana”). In Puglia sono candidati a finanziamento progetti del capoluogo, Bari, che riguardano il nodo ferroviario e la sistemazione a verde dell’area ex Fibronit, a rischio cancellazione dal PNRR per essere candidati poi su fondi FSC. Il Comune di Trani ha candidato a finanziamento la riqualificazione della costiera di levante. Un intervento da quasi 3 milioni di euro di cui 2,5 a carico del PNRR e la restante parte oggetto di mutuo a 29 anni a tasso fisso contratto con Cassa Depositi e Prestiti (CdP). Il progetto preliminare e poi quello definitivo sono stati esclusi dalla valutazione ambientale strategica (VAS) anche se il complesso degli interventi va in variante al piano urbanistico e l’intervento principale, ossia il consolidamento della falesia al piede ed alla sommità, che dovrebbe essere assoggettato a valutazione di impatto ambientale (VIA), non lo è stato. Con la scusa dei tempi stringenti del PNRR anche quest’intervento elude le procedure ambientali che pure la legislazione UE impone. Il tutto condito da diffida legale a procedere da parte di associazioni ambientaliste e proprietari dei suoli e da un esposto alla Procura della Repubblica di Trani. A poca distanza dalle aree di intervento vi è, peraltro, l’istituto pricopedagogico posizionato sul mare e di rilevante cubatura, realizzato negli anni ’70, di proprietà della Provincia BAT e mai entrato in funzione, del quale si sta valutando l’alienazione tramite Invimit, la società del Ministero dell’Economia dedicata alla gestione del patrimonio immobiliare pubblico guidata dal leghista pugliese Trifone Altieri. Insomma, i rischi che l’intervento tranese non decolli nei termini del PNRR sono reali a conferma del fatto che quel Piano, elaborato e consegnato in tempi record alla Commissione UE, contiene all’origine i germi della sua difficile realizzabilità. D’altra parte, ne è ben consapevole il Ministro Raffaele Fitto che ha dovuto rimodularlo anche a causa di situazioni come questa.
La norma che non convince – UNA REGIONE ALL’ULTIMA DUNA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 26 agosto 2023)
Il disegno di legge regionale di disposizioni per la formazione del bilancio 2023 è entrato in Aula consiliare, a fine anno scorso, con 36 articoli ed è divenuto un corpaccione normativo grande 4 volte di più. Tra gli emendamenti approvati in Commissione consiliare vi è quello proposto dal gruppo del PD che modifica una norma precedente (del 2015) con la quale si era inteso sottrarre i cordoni dunali alle concessioni per i lidi balneari. La nuova norma, l’articolo 66 della legge regionale pugliese n. 32/2022, consente di estendere le concessioni demaniali anche ai cordoni di dune limitatamente all’applicazione delle disposizioni del Piano paesaggistico regionale (Pptr) il quale prescrive si possano realizzare pedane di scavalco delle dune e strutture rimovibili a difesa delle stesse ma anche la «ristrutturazione degli edifici legittimamente esistenti e privi di valore identitario, con esclusione di interventi che prevedano la demolizione e ricostruzione […]». Alcune riflessioni si pongono. Introdurre in Commissione consiliare, da parte della principale forza di maggioranza, un emendamento del genere ad un disegno di legge della Giunta regionale appare quantomeno strano. Sembra quasi fatto di soppiatto. A motivare l’emendamento i consiglieri del PD hanno portato anche il fatto che i Comuni non riescono, con le proprie risorse, a tutelare le dune costiere. Ma, nella stessa legge, è presente una norma, il successivo articolo 67, introdotto con emendamento del M5S in Aula, rubricata “Contributi ai comuni per interventi di tutela dei cordoni dunali” che stanzia 100mila euro per il 2023. La Giunta regionale avrebbe dovuto, entro marzo scorso, stabilire criteri per la loro concessione, quantità e modalità di richiesta ma non se ne ha notizia. Ma poi basta farsi un giro delle coste pugliesi per capire quanti Comuni hanno utilizzato fondi europei per realizzare interventi di salvaguardia e consolidamento delle dune con ingegneria naturalistica, comprese le passerelle sopraelevate di passaggio. Non che i privati non possano e, per certi versi, non debbano fare la loro parte. Motivare la modifica di una norma di tutela di habitat così delicati come i sistemi di dune costiere con la considerazione che i Comuni non siano in grado di farlo, suona fuori luogo. Soprattutto se il governo regionale non ottempera alle proprie leggi ed al proprio Piano paesaggistico che “auspica” progetti «finalizzati al mantenimento e all’eventuale recupero dell’assetto geomorfologico, paesaggistico e della funzionalità e dell’equilibrio eco-sistemico […] ed al rifacimento dei cordoni degradati».
Decaro e la politica urbanistica – POCHE SCELTE, MOLTE OMISSIONI (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 03 settembre 2023)
Una qualità va riconosciuta al Sindaco di Bari e Presidente dell’Anci, Antonio Decaro: non si nasconde. Le sue affermazioni durante l’ultima seduta del Consiglio comunale del capoluogo pugliese hanno fatto emergere questa qualità. Decaro ha sostenuto che la delega all’urbanistica l’ha voluta tenere per sé «per concretizzare i piani particolareggiati che sono in piedi da 39-44 anni» e che «noi [l’amministrazione da lui guidata] abbiamo fatto tanti progetti come Costa sud, come i waterfront: sono tutte anticipazioni del Pug». Decaro, ed è un dato positivo, assume così la piena responsabilità di quel che dice e che fa. Epperò, assume anche la responsabilità di quel che non dice e che non fa. Ossia non dice perché il Piano urbanistico generale di Bari non esce dai cassetti per affrontare il dibattito pubblico stabilendo strategie e priorità di governo della città. O, meglio, cerca di dirlo dando voce alla “pancia della gente”: «i cittadini – ha detto – non stanno aspettando il Pug, si ribellano per le strade scassate dagli altri enti che non ripristinano dopo i lavori dei sottoservizi, non di certo per il Pug». La sempre non meglio specificata “gente” se ne frega del Pug. E quindi Bari, come ha rimarcato anche il presidente dell’Ordine degli ingegneri, Umberto Fratino, fa i conti ancora con un PRG degli anni ’70 dimensionato per 600.000 abitanti al 2000 e con ancora 15 milioni di metri cubi non realizzati. Nel frattempo, sempre Bari, ha stabilito il record di volumi realizzati extra pianificazione (1,6 milioni di metri cubi) con il Piano casa costituendo, in molti casi, varianti urbanistiche di fatto e non di diritto, sottratte così alla disciplina amministrativa. Le decine di milioni di euro pagate dalle imprese edili per la monetizzazione delle aree a standard non si sa come siano state utilizzate. In una sorta di fascinazione per il ruolo di condottiero del popolo, Decaro dichiara, di fatto, che la pianificazione urbanistica è morta perché non interessa alla “gente”. La pianificazione urbanistica, la discussione sullo sviluppo di una città, il confronto tra visioni diverse sulla base di dati e conoscenze, non serve. Tutto passa per le idee che maturano di giorno in giorno nella mente dei condottieri e dei loro soldati. Chi la pensa diversamente ancora oggi, sulla base dalle norme vigenti per cui la pianificazione è lo strumento principale del governo urbanistico delle città, è fuori dalla storia. Ci sono i progetti che anticipano un Pug mai giunto in Consiglio comunale, e che quindi non esiste, ma bisogna fidarsi ed affidarsi al condottiero.
L’espansione della Porsche – I CAVILLI USATI PER AGGIRARE L’UE (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 13 settembre 2023)
Si sta verificando un cortocircuito per la pista Nardò technical center – Ntc – a Nardò, utilizzata soprattutto dalla Porsche per collaudare bolidi a quattro ruote. Un cortocircuito che sembra riguardare in particolare la Regione Puglia ed il suo rapporto con le aree che hanno conservato un minimo di naturalità: boschi, dune e macchia mediterranea. Nel primo caso il Corriere si è occupato del progetto relativo alla diga di Saglioccia tra Altamura e Gravina in Puglia. Un intervento finanziato dal PNRR per 5 milioni di euro che dovrebbe cancellare 14,5 ettari della Selva di Gravina “compensata” con la piantumazione di una superficie di 36,25 ettari. Le dune vengono, per la legge regionale n. 32/2022, date in concessione ai privati gestori di stabilimenti balneari perché i Comuni non riuscirebbero, con le proprie risorse, a tutelarle. Ma agli stessi Comuni quella legge destina 100mila euro per il 2023 per la medesima finalità. La vicenda della pista Ntc a Nardò è però particolare. Nell’area di pertinenza della pista sono presenti habitat naturali di particolare valore tutelati dalla Direttiva UE sulla biodiversità 92/43 CEE anche come prioritari. Non possono essere trasformati se non per imperativi motivi di interesse pubblico legati alla salute dell’uomo oppure alla sicurezza pubblica. Per altri motivi, anche economici e sociali, bisogna chiedere alla Commissione UE un parere vincolante. A Nardò il progetto è finalizzato ad incrementare le attività del gestore della pista con il potenziamento delle attività di collaudo e sperimentazione di veicoli. Le finalità legate alla tutela della salute dell’uomo ed alla sicurezza pubblica sembrano del tutto giustapposte per evitare il coinvolgimento della Commissione UE che, su questi temi, non è per nulla tenera. La realizzazione di un eliporto per trasporto di ammalati e quella di un centro di protezione civile regionale sembrano del tutto fuori contesto. Il primo si sarebbe potuto realizzare molto più in prossimità di residenze e di strutture sanitarie. Il secondo avrebbe potuto tranquillamente trovare collocazione nei pressi dei centri urbani su suoli e fabbricati pubblici inutilizzati. A Nardò, alla fine, saranno oltre 170 gli ettari di vegetazione naturale cancellati per l’intervento oggetto di accordo di programma per interesse pubblico tra Regione Puglia ed Ntc e le specie animali ad essi legati dovrebbero trovarsi, bontà loro, secondo le relazioni di progetto, altri siti analoghi. C’è da chiedersi perché in Regione si sia sviluppata questa idiosincrasia per i pochi, e sempre meno, territori naturali pugliesi.
Ambiente e la legge abrogata – UN PATRIMONIO MANDATO IN FUMO (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 22 settembre 2023)
Camminare in questo periodo nei territori coperti da pascoli naturali sui Monti Dauni, in Capitanata, sulle Murge e nel Salento fa piangere. Non più il giallo estivo della vegetazione naturale erbacea secca tipica, della stipa e delle altre graminacee che compongono quell’habitat della Regione biogegrafica mediterranea protetto dall’UE al massimo livello. No, solo il nero del fuoco che ancora una volta ha azzerato quella vegetazione. L’incendio dei pascoli naturali viene declassato, di solito, rispetto a quello dei boschi, eppure quelle fiamme determinano danni ecologici profondi. Sul Corriere del 17 settembre scorso è stato meritoriamente evidenziato che nel disegno di legge (n. 107/2023) proposto dalla Giunta regionale pugliese relativo a modifiche alla legge n. 1/2023 sulla gestione forestale, è presente una norma di abrogazione del divieto di raccolta di funghi, di asparagi e di lumache sui suoli non boscati percorsi dal fuoco. E se nella relazione di accompagnamento al disegno di legge si motiva, più o meno convincentemente, il perché delle modifiche apportate alla prima legge di quest’anno, arrivati al punto dell’abrogazione della norma di cui ci occupiamo non troviamo alcuna motivazione. E, allora ci si domanda: perché abrogarla? I motivi per cui i pascoli naturali vengono bruciati sono molteplici. Nella civiltà rurale e pastorale i pascoli vengono bruciati per consentire alle greggi di avere erba tenera che spunta appena arrivano le prime piogge autunnali. Ma nell’attuale società urbanizzata, in cui il patrimonio zootecnico che pascola all’aperto è quasi scomparso, altre sono le cause. Raccoglitori di funghi, di asparagi e di lumache, come recita la norma che si vuole abrogare, provenienti da ogni dove si danno da fare incendiando questi territori aperti per avere più facilità, con le prime piogge, nella raccolta di funghi (soprattutto cardoncelli selvatici) e di “municeddhe”, le lumache salentine che nel periodo caldo si rifugiano sottoterra. Inoltre, il calore del suolo favorisce la crescita dei germogli dell’asparago selvatico. Ora, se si pensa che un chilo di funghi cardoncelli selvatici viene venduto almeno a 30 euro, uno di asparagi selvatici viene venduto almeno a 25 euro ed uno di “municeddhe” selvatiche viene venduto ad almeno 40-45 euro, si capisce perché quella norma sensata possa essere stata oggetto di pressioni per essere abrogata. Tocca ora alla politica regionale non perseverare con norme che tengono in poca o alcuna considerazione il patrimonio naturale pugliese. Lo scetticismo, per ora, prevale.
La proliferazione dei movimenti – PACCHETTI DI VOTI E CINISMO CIVICO (Corriere del Mezzogiorno – Puglia dell’11 ottobre 2023)
Nel risiko pugliese delle prossime competizioni elettorali (europee, comunali e poi regionali) la “chiamata alle armi” dei movimenti civici è stata avviata con veemenza. Nei giorni scorsi è stata l’associazione “Orbita”, presieduta da Luigi De Santis, presidente dei giovani costruttori edili pugliesi, a proporre un’agenda programmatica da mettere a disposizione di chi, tra i candidati alle prossime elezioni regionali del 2025, voglia utilizzarla. In prima fila, esponenti del centrodestra e del centro-sinistra, tutti ad abbeverarsi a quella fonte. La società civile ha, in questi ultimi 30 anni, supplito ai partiti politici liquefatti da Tangentopoli ma il rischio di conflitti di interesse e di mobilitazione di pacchetti di voti al miglior offerente è sempre in agguato. Soprattutto ora che a Bari il Piano urbanistico generale (Pug) pare essere definitivamente sepolto e che in Puglia si stanno mettendo a punto le nuove norme che dovrebbero sostituire il famigerato “Piano casa”, tante volte azzoppato dalla Corte costituzionale. Il civismo sembra continuare, quindi, a fare rima con cinismo. Qualche idea mutuata, un riguardo particolare alla pancia della “gente”, molti voti disponibili, straordinaria capacità di cambiare posizione politica alla bisogna. Non è un caso che i movimenti civici passino da un fronte all’altro con estrema facilità. Il movimento “Con”, molto vicino a Michele Emiliano, ha ora come coordinatore un altro imprenditore, Michele Boccardi, già senatore di Forza Italia, il quale ha ingaggiato in questi giorni un duello con l’assessore regionale all’Ambiente, Anna Grazia Maraschio, sul Piano energetico regionale (Pear) non ancora aggiornato. Si vuole che vengano individuate le aree idonee all’installazione di impianti di rinnovabili. Per farlo, con legge regionale, c’è bisogno di decreti ministeriali che non ci sono. Ci si guarda bene però dal chiedere che nel Pear, oppure, parallelamente al suo aggiornamento anche con legge regionale, la Regione individui le aree non idonee all’installazione. Per far questo non c’è bisogno di provvedimenti statali. Per il civismo pugliese è importante alzare sempre di più l’asticella mentre nell’ombra si mobilitano pacchetti di voti ed interessi economici rilevanti. Purtuttavia, nelle associazioni di cittadini, politiche e culturali, vi sono pure figure dal pensiero chiaro ed indipendente, teste pensanti. Ma la gran parte di essi si guarda bene dall’affacciarsi all’agone politico perché non ha null’altro da offrire che la propria testa raziocinante. Niente pacchetti di voti ed interessi economici da mobilitare.
Energia rinnovabile e falsi miti – PERCHÉ CERANO FUNGE DA MONITO (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 17 ottobre 2023)
Una notizia di questi giorni fa impressione: la Germania in soli otto mesi (gennaio-agosto 2023) ha bruciato più di 58 milioni di tonnellate di lignite e di carbone. Più di 10 mila tonnellate/ora. Parliamo della locomotiva d’Europa che ora arranca sulla salita della crisi economica globale e che ha lanciato una crociata ideologica energetica per affrancarsi dal nucleare e puntare tutto sulle rinnovabili. Evidentemente la crociata per ora è fallita ma le centrali nucleari sono state chiuse e per far sì che l’economia tedesca resti a galla si è costretti ad emettere più CO2 che in tutti i decenni industriali precedenti. Questo è un monito anche per la Puglia che si appresta ad aggiornare il proprio Piano energetico (Pear)? Sembra proprio di sì. Però si continua a diffondere dati sull’efficacia della transizione energetica verso fonti energetiche, le rinnovabili, per loro natura intermittenti e scarsamente efficienti. L’energia elettrica prodotta (perché solo di questa stiamo parlando) costituisce appena il 20% del fabbisogno energetico del Paese. A fronte di queste realtà, il Pear pugliese dovrebbe scatenarsi nel programmare ulteriore quantità di energia prodotta da fonti rinnovabili, con ulteriore occupazione di suolo agricolo, certo individuando anche aree industriali dismesse per la collocazione degli impianti. Parallelamente il Consiglio regionale dovrebbe, con legge, individuare le aree idonee all’installazione di quegli impianti ma può farlo solo dopo che il Ministro dell’Ambiente ha dettato i criteri con proprio decreto. Intanto, si chiede ad Enel di non chiudere la centrale di Cerano (Brindisi sud) tra due anni perché il costo sociale sarebbe troppo alto. In quasi vent’anni non un megawatt prodotto da rinnovabili ha sostituito uno prodotto dal carbone di Cerano, dimostrando che il 100% di energia da rinnovabili è una fake news propalata da stregoni. Ma quindi, oltre alle poco efficienti rinnovabili, che cosa potrebbe stabilire il Pear? Indicare, anche attraverso legge regionale, le aree non idonee per rinnovabili industriali; favorire il risparmio energetico con le tecnologie più avanzate (ben oltre i pannelli di polistirolo dei cappotti termici); incentivare sistemi di cattura e stoccaggio di CO2; spingere sulla maggiore integrazione con la tutela ed il miglioramento di aree boscate e di vegetazione naturale, eccellenti accalappiacarbonio; favorire la produzione secondaria di energia con teleriscaldamento (perché mai l’ex ILVA non produce energia per la città di Taranto come invece accade con l’acciaieria a Brescia?). Si chiede troppo?
Bocciati quattro impianti energetici – PNRR CON LE PORTE SBARRATE. NO DELLA SOPRINTENDENZA A PROGETTI PER 540 MILIONI (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 21 ottobre 2023
Quando è stata istituita la Soprintendenza Speciale per il PNRR, con il decreto-legge n. 77 del 2021, governo Draghi e Ministro dell’Ambiente Roberto Cingolani, non pochi hanno paventato il rischio concreto che il territorio potesse essere colonizzato in ogni dove da interventi molto impattanti a livello paesaggistico ed ambientale. In particolare il timore era riferito ai progetti di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili, soprattutto nel sud del Paese. Invece la Soprintendenza Speciale, struttura del Ministero della Cultura con il compito di assicurare la più efficace e tempestiva attuazione degli interventi del Piano assicurando la tutela degli aspetti paesaggistici ed archeologici, sta riservando non poche sorprese. Per gli interventi previsti dal PNRR in Puglia nel campo delle fonti rinnovabili, la Soprintendenza Speciale ha assunto posizioni di tutela forse inaspettate. È il caso di alcuni impianti eolici, fotovoltaici ed agrifotovoltaici ma anche di impianti di accumulo idroelettrico funzionali a compensare l’inefficienza intrinseca degli stessi impianti eolici e fotovoltaici che producono energia solo in presenza di vento e di sole. Progetti di quest’ultimo tipo ne sono stati presentati almeno due in provincia di Bari per utilizzare le acque della medesima diga (Serra di Corvo in agro di Gravina in Puglia), da parte delle società multinazionali Edison e Fri-El. Quest’ultima ha inoltre presentato, sempre nella stessa zona, istanza di autorizzazione per un impianto eolico da 74,4 MW e, sempre in agro di Gravina in Puglia, è stato presentato da Ambra Solare 13 s.r.l., un progetto per un impianto agrifotovoltaico da 50,11 MW con annesso impianto di accumulo di 20 MW. Su queste quattro istanze, del valore di circa 540 milioni di euro, la Soprintendenza Speciale ha espresso pareri negativi sulla base del contrasto con le previsioni del Piano paesaggistico (Pptr) della Regione Puglia, facendo valere le aree non idonee per impianti da rinnovabili indicate nello stesso Pptr. In particolare, per i progetti di invasi da realizzare a monte della diga di Serra di Corvo, la Soprintendenza Speciale non ha potuto non rilevare la incredibile sovrapposizione quasi totale delle aree di intervento e la mancanza di adeguate valutazioni, anche di impatti cumulativi con altri progetti, archeologiche, paesaggistiche e naturalistiche. La diga in questione è un ecosistema che subirebbe notevoli ripercussioni dal prelievo e dall’immissione di una quantità d’acqua non indifferente rispetto alla sua capacità d’invaso (5,3 milioni di metri cubi da prelevare e restituire su un accumulo massimo di 24 milioni di metri cubi, con un volume disponibile di circa il 50% di questa capacità). Queste carenze progettuali e valutative mettono a repentaglio molta parte del PNRR confermando, così, i timori più volte espressi dal Ministro competente, Raffaele Fitto, che hanno portato ad una sensibile revisione del PNRR ora all’esame della Commissione UE.
IL 14mo PIANO E QUELLE SCELTE URBANISTICHE ANCORA BLOCCATE (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 02 novembre 2023)
La Giunta regionale pugliese, con il disegno di legge approvato il 30 ottobre scorso, tenta di levare l’àncora dai fondali melmosi del Piano casa. Infatti il provvedimento è titolato “Disciplina regionale degli interventi di ristrutturazione edilizia ai sensi dell’art. 3, co. 1, lett. d) del DPR n. 380/2001”. In pratica si adegua la legislazione regionale alla modifica della definizione di ristrutturazione edilizia apportata al Testo Unico sull’edilizia con il decreto-legge n. 76/2020. Tra le innovazioni legislative quella per la quale l’intervento di ristrutturazione degli edifici «può prevedere altresì, nei soli casi espressamente previsti dalla legislazione vigente o dagli strumenti urbanistici comunali, incrementi di volumetria anche per promuovere interventi di rigenerazione urbana». Forse non c’era per ora altro modo di togliersi di mezzo le leggi pugliesi, sul Piano casa (poi Eco casa). Tutto bene, quindi? Si può di certo dire che il testo approvato dalla Giunta regionale riporta il pallino delle scelte nelle mani delle amministrazioni comunali che dovranno deliberare nei propri Consigli dove – nelle zone B e C dei piani regolatori ma anche nelle aree agricole che non saranno, pertanto, fatte salve – e come concedere gli incentivi volumetrici nel rispetto delle norme del Piano paesaggistico (Pptr) e senza derogare agli standard urbanistici stabiliti dalle norme del 1968. Evitando di scendere nello specifico tecnico del disegno di legge, che affronterà il difficile esame nella Commissione consiliare competente e nell’Aula del Consiglio regionale, si può ragionevolmente prevedere che la tentazione di modificarlo soddisfacendo le varie richieste che perverranno ai consiglieri regionali, c’è già eccome. I punti di forza del testo sono, come detto, il riportare nei Consigli comunali i destini di parti dei territori costruiti per rigenerarli urbanisticamente ed un quadro normativo sicuramente meno scivoloso di quello del Piano casa-Eco casa. Tra i punti di debolezza, non aver voluto legare le premialità volumetriche alla capacità/volontà di pianificazione urbanistica comunale, non aver voluto rendere obbligatori gli impegni di edilizia sociale in capo a chi usufruisce dei benefici volumetrici e non aver disciplinato con chiarezza l’eventuale delocalizzazione perequativa degli interventi. Ma resta forte il rumore di fondo delle scelte non fatte in materia di legislazione e di pianificazione urbanistica comunale, da troppo tempo in attesa d’essere affrontata. E così gli sforzi fatti per superare il Piano casa-Eco casa sembrano ben poca cosa.
I porti e la cura dell’ambiente – ESEMPI NATURALI DI TRANSIZIONE (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 17 novembre 2023)
Qualche giorno fa il Presidente dell’Autorità di sistema portuale del mare Adriatico meridionale, l’ottimo Ugo Patroni Griffi, ha lamentato che Soprintendenza e Comune di Bari stiano ostacolando la realizzazione di un impianto fotovoltaico per alimentare le navi ormeggiate a motore spento. Un progetto sensato e di effettiva riduzione di inquinamento anche a favore degli abitanti dei complessi edilizi che attorno al porto stanno via via aumentando. Un progetto per il quale le valutazioni negative di impatto sul paesaggio (portuale industriale) sono a dir poco ardite. Ma nel comunicato diramato dall’Autorità portuale c’è un passaggio poco felice. Si dice, infatti, che «notoriamente un porto è privo di naturalità, caratterizzato piuttosto da luoghi ampiamente antropizzati…». Affermazione solo parzialmente vera. Un porto commerciale è sicuramente un luogo “industriale”, dove le manomissioni dell’ambiente sono evidenti ed anche pesanti. Ma, come nel caso di Bari e di Brindisi, possono nascondere lembi residuali di naturalità che neanche ci si potrebbe immaginare. Il porto di Bari è stato recentemente il luogo dove una specie di uccello migratore ad elevata protezione a livello europeo, il cavaliere d’Italia, ha nidificato. Lo ha fatto in una zona a ridosso dell’area interessata dall’ampliamento della colmata di Marisabella, con ruspe che andavano avanti ed indietro, camion ed operai in piena attività. E la riproduzione ha avuto successo. Sempre in quella zona è facile osservare gallinelle d’acqua e aironi cenerini. A Brindisi, appena fuori dalle bocche di quello che ricordiamo è uno dei pochi porti naturali italiani, vi sono le isole Pedagne dove si era formata una colonia (oggi non più presente poiché pare i nidi siano stati depredati da bracconieri) del raro gabbiano corso probabilmente trasferitasi lì dall’isola dell’Eremita, di fronte a Polignano a Mare, perché continuamente disturbata dai bagnanti che si arrampicavano sulle facili falesie senza che l’amministrazione comunale ponesse rimedio. Le Autorità portuali hanno ora una responsabilità in più: non soltanto consentire che le strutture portuali migliorino e si sviluppino ma anche difendere questi lembi di naturalità che smentiscono la loro assenza improvvidamente evocata. La transizione ecologica significa anche, forse soprattutto, questo e cioè difendere e potenziare le aree naturali ovunque e di qualunque dimensione esse siano. A volte le Soprintendenze non sanno neanche che esse esistono e si incaponiscono nel tutelare qualcosa che non c’è guardando il dito e perdendo di vista la luna.
Città ciclabile e altre questioni – UNA DISCUSSIONE USCITA DI PISTA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 28 novembre 2023)
Le piste ciclabili a Bari, capoluogo di regione, sono utilizzate, hanno una ragion d’essere per la riduzione dei mezzi a motore e rendono effettivamente migliore la vivibilità della città? Queste alcune delle domande che il cittadino medio barese si pone ogni qualvolta incroci le piste ciclabili su via Re David, su viale della Repubblica, su viale Japigia e su via Bruno Buozzi. Arterie stradali differenti tra loro, con piste ciclabili “light” (cioè segnalate sulla carreggiata stradale) oppure realizzate ex novo. A Japigia è scoppiata la rivolta dei residenti e dei commercianti che hanno visto diminuire di molto il proprio già ridotto giro d’affari. La pista ciclabile ha determinato la realizzazione di un’area di parcheggio staccata dal marciapiede con le auto posteggiate praticamente quasi in mezzo alla carreggiata, con poche aree di carico e scarico lontane. Sono state raccolte migliaia di firme per una petizione finalizzata alla rimozione della pista ciclabile ma il Consiglio comunale di Bari, su richiesta del Sindaco Decaro appoggiata dalla maggioranza e dal M5S, ha solo approvato un ordine del giorno con cui si impegna la Giunta a rimodulare l’assetto della pista con più aree di sosta. Un pannicello caldo. Quel che però ci interessa non è il “se” le piste ciclabili debbano essere realizzate (su cui però un dibattito pubblico dovrebbe essere pure aperto) ma il “come” queste scelte vengono adottate ed applicate in concreto. Ancora una volta il Sindaco di Bari, Antonio Decaro, in Consiglio comunale ha sostanzialmente detto ai cittadini presenti di aver deciso di non recedere dalle scelte fatte “per il bene di Bari”. Ma se il problema si è posto, se la petizione ha raccolto migliaia di firme, vuol dire che qualcosa di sbagliato, quantomeno nel metodo di adozione delle decisioni, c’è. Ed ammetterlo non sarebbe un atto di debolezza ma di forza e di intelligenza politica. Invece, come per altre scelte, ben più rilevanti relative all’urbanistica, sembra che il dibattito pubblico sia ignoto assieme alle norme che lo regolano. Così è stato per la localizzazione del porto turistico, così è stato per la localizzazione della cittadella della giustizia, così è stato per lo stesso Piano urbanistico generale (Pug), come detto altre volte, scomparso dai radar del confronto anche in Consiglio comunale. Sembra quindi ci sia una coazione a ripetere questi errori (è un eufemismo) da parte del Comune anche a qualche mese dalle prossime elezioni amministrative. E non è, di sicuro, un buon segnale per la politica.
L’INUTILE NORMA SU COSTA RIPAGNOLA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 29 novembre 2023)
Il Tar Puglia ha stabilito, con la sentenza pubblicata il 24 ottobre scorso, che i comitati per la sua tutela e l’ex consigliere regionale e deputato dei Verdi, il polignanese Mimmo Lomelo, avrebbero dovuto impugnare il provvedimento autorizzativo (Paur) del resort di Serim rilasciato dalla Regione Puglia nel marzo 2019, ma non lo hanno fatto. Hanno invece impugnato l’atto finale del riesame di quel Paur, emesso ad agosto 2022. Quest’ultimo altro non è, secondo il Tar, che un provvedimento di “mera conferma” del Paur 2019 e quindi non impugnabile di per sé. E nulla conta, a leggere la sentenza del Tar, che il Consiglio di Stato abbia invece sospeso, in sede di pronuncia cautelare a giugno scorso, l’efficacia del Paur 2022 ritenendo che esso non fosse una “mera conferma” di quello del 2019 ma il risultato di un profondo riesame a seguito del quale è stata stralciata l’area interessata da una lama (tombata) modificata illecitamente in precedenza. È verosimile che la questione torni al Consiglio di Stato per la definizione della vicenda giudiziaria amministrativa. Ma al di là di questi aspetti, ci sono altre vicende che è opportuno seguire. La principale è il negoziato tra Regione Puglia, Comune di Polignano a Mare e Serim in merito al progetto del resort super lusso in una delle zone paesaggisticamente meno compromesse e naturalisticamente più interessanti di Terra di Bari, negoziato del quale non si conoscono termini ed obiettivi. Si vorrebbe però sapere se sia condivisa tra i negoziatori l’idea che quel lembo residuale di territorio praticamente intonso debba restare così com’è, non ad uso turistico-residenziale ma ad uso pubblico. Un’ultima considerazione riguarda la proposta di legge che il consigliere regionale Stefano Lacatena ha predisposto per recepire le censure della Corte costituzionale alla legge istitutiva dei parchi regionali di Costa Ripagnola e del Mar Piccolo a Taranto (legge regionale n. 30/2020), iscritta all’ordine del giorno della V Commissione del 30 ottobre prossimo. Una norma praticamente inutile perché la sentenza demolitoria della Consulta aveva lasciato, emendata delle parti illegittime, una legge già di per sé “perfetta”. Ma forse il vero nodo che si intende sciogliere è quello di far prevalere la perimetrazione catastale su quella cartografica. Un pasticcio combinato in Aula consiliare nel 2020 con il quale però si è fatto in modo, tra l’altro, che l’area destinata al resort Serim passasse dalla zona 1, a maggiore tutela, a zone 2 e 3 a tutela molto meno stringente che consentono senza dubbio alcuno quell’intervento.
SI NASCE DI MENO, SI COSTRUISCE DI PIÙ (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 09 dicembre 2023)
C’è un indicatore, relativo alla città metropolitana di Bari, che colpisce più degli altri nelle valutazioni del Sole sulla qualità della vita. Il tasso di natalità 2022 su 2021 ogni 1.000 abitanti è in calo dell’1,4% ma lo spazio abitativo (superficie media delle abitazioni in metri quadri per componenti medi per famiglia), sempre 2022 su 2021, è aumentato dell’1,1%. Si nasce sempre meno, si costruisce sempre di più. Potrebbe essere un dato marginale ma è purtuttavia rappresentativo di come la provincia barese, con il capoluogo in testa, abbia accumulato più cemento e superficie impermeabilizzata che nuovi nati. E vari sono gli indicatori in cui l’area metropolitana barese non brilla: ricchezza e consumi, giù di 4 posizioni, affari e lavoro, giù addirittura di 52 posizioni con la sensibile riduzione di start-up innovative (-8,3%), ambiente e servizi con un crollo di 25 posizioni e con gli apparentemente contrastanti dati in aumento delle auto circolanti per 100 abitanti (+7,8%) e delle piste ciclabili in metri equivalenti per 100 abitanti (+1,2%) che sanciscono la scarsa utilità di queste ultime. Nei commenti susseguitisi alla pubblicazione della classifica, alcuni Sindaci di città del sud hanno lamentato che tra gli indicatori non fosse stato adeguatamente valorizzato quello del turismo. Come se il turismo sia cosa del tutto slegata, per esempio, dalla dotazione di verde per abitante e dalla presenza di imprese anche innovative. E in realtà questo sta avvenendo molto più a Bari che a Napoli, ad esempio. Nel capoluogo pugliese, che continuiamo ad avere difficoltà a definire “città turistica”, il boom turistico di questi ultimi anni è a sé stante, circoscritto nel quadrilatero murattiano con qualche derivazione semi centrale e non accompagnato da tutto quel che rende una città attraente per qualità della vita. Infatti, la provincia di Udine, classificatasi in testa alla classifica del Sole-24 Ore, non è definibile meta turistica eppure ha conquistato il primato per la propria tradizione (asburgica) di tranquillità, di coesione sociale, di dimensione a misura d’uomo, di efficienza dei servizi alla popolazione e di intraprendenza economica evidentemente “sostenibile” al di là degli slogan. Alla pubblicazione della classifica delle province dove si vive meglio, a Bari le forze politiche erano intente a scambiarsi colpi d‘arma bianca per la scelta del candidato Sindaco di Bari, città metropolitana. Noi, evidentemente, ci contentiamo così.
Urbanistica finita – L’ADDIO A UN’IDEA DI CITTÀ (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 17 dicembre 2023)
Il giubilo con cui è stata accolta l’approvazione da parte del Consiglio regionale del disegno di legge sulle ristrutturazioni edilizie fa il paio con il voto favorevole all’unanimità dei consiglieri regionali. Unanimità che sa però molto di unanimismo e quindi di assoggettamento di chi non era totalmente d’accordo con quella proposta al volere dei più. Ancora una volta per una legge in materia urbanistica (anche se formalmente l’oggetto è l’edilizia) centrodestra e centrosinistra sono d’accordissimo così come lo sono stati in altri casi. Per esempio in tutte le occasioni in cui il Consiglio regionale ha licenziato le leggi sul Piano casa prendendo poi sonori ceffoni dalla Corte costituzionale. Unanimità anche nell’andare a sbattere consapevolmente contro un muro. Questa volta il Movimento 5 Stelle è stato in dubbio fino all’ultimo se unirsi al coro di “sì” perché voleva che le aree agricole fossero preservate da norme derogatorie per ampliamenti in caso di demolizione e ricostruzione di edifici rurali. Alla fine, però, hanno ceduto votando contro l’articolo specifico ma approvando il testo finale. Unanimità salva. Quel che sicuramente esce azzoppata ancora una volta dall’approvazione di una legge così importante è il ruolo e la rilevanza della pianificazione urbanistica. Da sinistra a destra si sono udite parole nette: da «alla gente non importa nulla del PUG», pronunciate dal Sindaco di Bari qualche tempo fa in consiglio comunale, a «quella di oggi è una misura che consentirà meno pianificazione e più possibilità di realizzare per i cittadini. Il Piano Casa – di fatto – è stata la vera operazione urbanistica della città di Bari negli ultimi anni» contenute in un comunicato del gruppo di FdI in Consiglio regionale. La pianificazione urbanistica è dunque ufficialmente morta, almeno qui in Puglia, anche se sopravvive nelle leggi vigenti. Con essa escono azzoppati, perché resi derogabili da molti emendamenti approvati, anche gli standard urbanistici che dovrebbero preservare gli usi pubblici di territori urbani ed agricoli. Il paradosso è che questo accade mentre il Comitato scientifico incaricato dal Ministro Calderoli di mettere a punto una proposta di Livelli essenziali di prestazione (LEP) finalizzata all’attuazione dell’autonomia differenziata, per la materia “governo del territorio” così scrive nel rapporto finale consegnato: «Gli standard urbanistici, a ben vedere, sono i primi livelli essenziali delle prestazioni che il nostro ordinamento ha conosciuto e ai quali le alte Corti hanno attribuito natura legislativa per “proteggerli” da deroghe regionali».
Gli effetti del sì alla sanatoria – L’ETEROGENESI DEI FINI (EDILIZI) (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 23 dicembre 2023)
Ci sono emendamenti approvati in Consiglio regionale pugliese, durante la seduta di approvazione delle norme per la formazione della legge di bilancio 2024, di cui probabilmente si dovrà fare ammenda. Su tutti quello che introduce la possibilità di ottenere un permesso in sanatoria in caso di interventi edilizi realizzati in assenza di permesso di costruire o in difformità da esso. «Il responsabile dell’abuso o dell’attuale proprietario dell’immobile, possono ottenere il permesso se l’intervento risulti conforme alla disciplina urbanistica ed edilizia vigente sia al momento della realizzazione dello stesso sia al momento della presentazione della domanda […]». Questo il succo dell’emendamento proposto dai consiglieri Pentassuglia e Cera ed approvato dall’Aula, contenuto in un comunicato stampa ufficiale. Il problema è che il comunicato diffuso non dice cose esatte. In realtà la norma approvata entra in contrasto frontale con il testo unico in materia edilizia (D.P.R. n. 380/2001) che richiede, all’articolo 36, per la sanatoria edilizia la cosiddetta “doppia conformità”, ossia conformità allo strumento urbanistico vigente al tempo della realizzazione dell’abuso e conformità a quello vigente al momento della domanda di autorizzazione in sanatoria. La norma regionale inserita nella legge di bilancio 2024 cancella la conformità al primo strumento urbanistico e lascia che essa venga dimostrata solo con riferimento a quello vigente al momento dell’istanza di autorizzazione. Che cosa può produrre questa disposizione? Che chi ha commesso un abuso e non è stato ancora “beccato”, potrà proporre istanza di autorizzazione in sanatoria nel momento in cui, ad esempio, un nuovo strumento urbanistico sani di fatto la situazione, legittimando tipizzazione dei suoli e cubature realizzate illegittimamente. Cioè, si commette l’abuso edilizio e ci si precostituisce una sanatoria che troverà legittimazione nel nuovo strumento urbanistico non impermeabile ad esigenze di questo tipo. I giuristi la chiamano “sanatoria giurisprudenziale” spazzata via nel 2001 dal testo unico in materia e dalla giurisprudenza amministrativa che ne è seguita. Peraltro, l’eventuale sanatoria edilizia è di competenza esclusiva dello Stato e non delle Regioni, come più volte affermato dalla Corte costituzionale e quindi l’impugnazione da parte del governo è più che probabile. Ma nella norma pugliese potrebbe esserci anche un’eterogenesi dei fini: i Comuni potrebbero essere spinti, per risolvere quelle situazioni, ad approvare nuovi piani urbanistici. Chissà, dal male può nascere un bene?
La posizione sui conflitti – VIETATO GIRARSI DALL’ALTRA PARTE (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 03 gennaio 2024)
A Bari si è manifestato nello scorso weekend per la pace, silenziosa, specificamente per quella in medio oriente. Promotori l’Arcidiocesi di Bari-Bitonto, il comitato per la pace Terra di Bari ed il Comune di Bari. E chi non è d’accordo nel volere la pace. Poi si aggiunge «immediato cessate il fuoco e ritorno all’ONU». Qui la questione si fa più complessa. Quel che manca, ad esempio, è la richiesta di rilascio immediato e senza condizioni degli ostaggi rapiti e la resa dell’organizzazione terroristica Hamas. Il Comune di Bari, quindi, sembra aver sposato una linea politica molto impegnativa. Anche perché non si ha notizia che l’amministrazione del Comune capoluogo regionale abbia mai organizzato una manifestazione per condannare l’attacco terroristico del 7 ottobre scorso contro i kibbutz israeliani in cui sono morte oltre 1.400 persone, tra cui molti bambini. E tornando indietro, non si ha notizia di manifestazioni organizzate dal Comune capoluogo, in quanto istituzione, per condannare l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Putin, chiedendo il ritiro delle truppe e la restituzione di territori occupati e di bambini rapiti. Lo stesso dicasi nei confronti dell’assassinio di massa in corso in Iran ad opera del regime teocratico. Insomma, per la situazione in medio oriente il Comune di Bari sembra aver scelto da che parte stare. Negli altri casi, non sappiamo. Ma la voce delle amministrazioni locali è fondamentale nel panorama geopolitico così complesso. Di fronte a noi i Balcani occidentali stanno ribollendo con la Russia che soffia sul fuoco in Serbia come nel Kosovo. Questo potrebbe comportare nuovi flussi migratori verso le nostre sponde ed un aumento del traffico di armi, per non parlare dei rischi di allargamento dei conflitti. Per altro verso, il conflitto mediatico e cibernetico, con la diffusione di fake news, di attacchi informatici ed il sostegno sotto traccia a movimenti e candidati nelle elezioni nei Paesi occidentali, è già in atto. Ma non una parola. Né si può affermare che la politica estera non sia materia di competenza degli enti locali perché quanto accade per il medio oriente dice il contrario e perché finora, ad esempio, i rapporti politici e religiosi con la Russia di Putin hanno visto Regione Puglia e Comune di Bari in prima fila. In un momento storico nel quale non si può girare la testa dall’altra parte mentre è in corso un attacco alla nostra vita in “pace” occidentale, bisogna guardare in faccia la realtà e stare dalla parte delle democrazie e della libertà. Soprattutto se si rappresenta istituzionalmente una comunità.
Arriva il codice dell’ambiente, nel team c’è un giurista barese: «TUTELARE IL DIRITTO ALLA SALUTE» (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 07 gennaio 2024
Giancarlo Montedoro, barese, è Presidente della VI Sezione del Consiglio di Stato ed è stato nominato nella commissione interministeriale che deve rendere coerenti le vigenti norme ambientali con la legge costituzionale n. 1/2022, con cui sono stati modificati gli articoli 9 e 41 della Costituzione, e con i principi dell’UE e internazionali.
D. In che modo la commissione adeguerà le normative ambientali alle modifiche costituzionali?
R. «La riforma costituzionale n. 1 del 2022 ha introdotto l’ambiente nella Carta Costituzionale dalla porta principale, ossia fra i principi fondamentali. La normazione in materia ambientale potrebbe essere rivista ed aggiornata cercando di passare dall’attuale disciplina (sostanzialmente un testo unico) ad un vero e proprio codice di settore che contenga una visione organica della materia ambientale anche nella sua interrelazione con il diritto alla salute. Tale interrelazione è ormai prevista dalle fonti di diritto internazionale ed europeo. Valuterei se prevedere la fissazione per legge di principi generali della materia ben presenti ormai nella giurisprudenza europea e nazionale, civile penale ed amministrativa che potrebbero essere di guida all’interprete anche nel conformare le attività di impresa».
D. Il nuovo articolo 9 della Costituzione subordina la tutela paesaggistica, ad esempio, alle rinnovabili?
R. «Indubbiamente stiamo scoprendo che il paesaggio e l’ambiente (inteso anche come strategia che punti sulla produzione di energie ecocompatibili perché rinnovabili anche al fine di garantire l’autonomia energetica in tempi caotici e purtroppo caratterizzati dal ritorno a conflitti bellici) possono essere in conflitto. Del tema – assai appassionante e complesso – mi sono occupato più volte in sede scientifica ed è costantemente discusso nelle Corti. Va rimarcata la peculiarità e la validità della legislazione italiana di tutela del patrimonio artistico culturale e paesaggistico dovuto al genio di Benedetto Croce (figura intellettuale che ha avuto – come è noto – profondi rapporti con la nostra città di Bari). Si tratta di una tradizione da mantenere. Dobbiamo accogliere le novità della modernità (come le politiche energetiche ecosostenibili) con coscienza della profondità storica dello spazio di straordinaria bellezza nei quali tali politiche energetiche si sviluppano, proteggendo i beni vincolati e sempre cercando un punto di equilibrio che non leda il paesaggio nella sua accezione più lata (definita dai piani paesaggistici), ma soprattutto nel suo “nucleo duro” collegato alla nostra identità nazionale».
D. È possibile che la Commissione incroci la strada della legge sull’autonomia differenziata con i LEA ambientali?
R. «La Commissione è guidata con autorevolezza dal prof. Eugenio Picozza e dall’Avvocato Generale della Cassazione Pasquale Fimiani e farà ogni sforzo utile per condurre in porto il lavoro nei tempi previsti. I Lea sono oggetto di un’altra iniziativa normativa in corso di svolgimento che andrà tenuta presente nel corso dei lavori come variabile incidente sul dimensionamento delle funzioni amministrative».
D. Per concludere, impianti industriali ad alto impatto ambientale, tutela ambientale e della salute umana. C’è un diritto che tiranneggia l’altro?
R. «La salute umana viene spesso trattata in giurisprudenza come un diritto indegradabile. Ciò significa che ne esiste un nucleo duro che deve essere tutelato a tutta oltranza per ragioni legate alla protezione della dignità umana. Per garantire il diritto alla salute al di là di tale nucleo – tuttavia – è necessario uno Stato sociale che ha i suoi costi. Nel contempo occorrono regole procedimentali amministrative per la localizzazione e l’esercizio delle imprese centrali per la vita economica. La Corte costituzionale insegna che non esistono diritti “tiranni”; in democrazia i valori vengono bilanciati ed il primo bilanciamento spetta sempre al legislatore ed è quanto inevitabilmente dovrà essere fatto dalla Commissione per la redazione della disciplina ambientale».
Giancarlo Montedoro, barese, è Presidente della VI Sezione del Consiglio di Stato ed è stato nominato nella commissione interministeriale che deve rendere coerenti le vigenti norme ambientali con la legge costituzionale n. 1/2022, con cui sono stati modificati gli articoli 9 e 41 della Costituzione, e con i principi dell’UE e internazionali.
D. In che modo la commissione adeguerà le normative ambientali alle modifiche costituzionali?
R. «La riforma costituzionale n. 1 del 2022 ha introdotto l’ambiente nella Carta Costituzionale dalla porta principale, ossia fra i principi fondamentali. La normazione in materia ambientale potrebbe essere rivista ed aggiornata cercando di passare dall’attuale disciplina (sostanzialmente un testo unico) ad un vero e proprio codice di settore che contenga una visione organica della materia ambientale anche nella sua interrelazione con il diritto alla salute. Tale interrelazione è ormai prevista dalle fonti di diritto internazionale ed europeo. Valuterei se prevedere la fissazione per legge di principi generali della materia ben presenti ormai nella giurisprudenza europea e nazionale, civile penale ed amministrativa che potrebbero essere di guida all’interprete anche nel conformare le attività di impresa».
D. Il nuovo articolo 9 della Costituzione subordina la tutela paesaggistica, ad esempio, alle rinnovabili?
R. «Indubbiamente stiamo scoprendo che il paesaggio e l’ambiente (inteso anche come strategia che punti sulla produzione di energie ecocompatibili perché rinnovabili anche al fine di garantire l’autonomia energetica in tempi caotici e purtroppo caratterizzati dal ritorno a conflitti bellici) possono essere in conflitto. Del tema – assai appassionante e complesso – mi sono occupato più volte in sede scientifica ed è costantemente discusso nelle Corti. Va rimarcata la peculiarità e la validità della legislazione italiana di tutela del patrimonio artistico culturale e paesaggistico dovuto al genio di Benedetto Croce (figura intellettuale che ha avuto – come è noto – profondi rapporti con la nostra città di Bari). Si tratta di una tradizione da mantenere. Dobbiamo accogliere le novità della modernità (come le politiche energetiche ecosostenibili) con coscienza della profondità storica dello spazio di straordinaria bellezza nei quali tali politiche energetiche si sviluppano, proteggendo i beni vincolati e sempre cercando un punto di equilibrio che non leda il paesaggio nella sua accezione più lata (definita dai piani paesaggistici), ma soprattutto nel suo “nucleo duro” collegato alla nostra identità nazionale».
D. È possibile che la Commissione incroci la strada della legge sull’autonomia differenziata con i LEA ambientali?
R. «La Commissione è guidata con autorevolezza dal prof. Eugenio Picozza e dall’Avvocato Generale della Cassazione Pasquale Fimiani e farà ogni sforzo utile per condurre in porto il lavoro nei tempi previsti. I Lea sono oggetto di un’altra iniziativa normativa in corso di svolgimento che andrà tenuta presente nel corso dei lavori come variabile incidente sul dimensionamento delle funzioni amministrative».
D. Per concludere, impianti industriali ad alto impatto ambientale, tutela ambientale e della salute umana. C’è un diritto che tiranneggia l’altro?
R. «La salute umana viene spesso trattata in giurisprudenza come un diritto indegradabile. Ciò significa che ne esiste un nucleo duro che deve essere tutelato a tutta oltranza per ragioni legate alla protezione della dignità umana. Per garantire il diritto alla salute al di là di tale nucleo – tuttavia – è necessario uno Stato sociale che ha i suoi costi. Nel contempo occorrono regole procedimentali amministrative per la localizzazione e l’esercizio delle imprese centrali per la vita economica. La Corte costituzionale insegna che non esistono diritti “tiranni”; in democrazia i valori vengono bilanciati ed il primo bilanciamento spetta sempre al legislatore ed è quanto inevitabilmente dovrà essere fatto dalla Commissione per la redazione della disciplina ambientale».
Treni e stallo del nodo verde – UN FIUME DI FERRO ALLA PIASTRA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 13 gennaio 2024)
Scriveva esattamente quaranta anni fa Vittorio Chiaia, uno dei maestri dell’architettura pugliese ed italiana, che la stazione ferroviaria di Bari lasciata lì dov’è è stato il più grande tradimento del piano regolatore Quaroni (variante generale al PRG) approvata dieci anni prima. Quella “variante” prevedeva lo spostamento della ferrovia e Chiaia si batteva per la realizzazione della stazione di testa a San Giorgio, a sud della città. Bari senza una stazione di testa, diceva, è sostanzialmente una città ostaggio delle ferrovie. Da allora, zero progressi. Dieci anni fa, però, fu presentato un “grande” progetto di bosco urbano di 70 ettari su una piattaforma di acciaio alta 18 metri per 3 chilometri di lunghezza, firmato dai coniugi Fuksas vincitori del concorso di idee “Baricentrale”. Quel progettone si è ora ridotto ad una “piastra” sopraelevata con «nuovo Hub per la riconnessione urbana e la mobilità sostenibile, nuovo parco urbano con 200 alberi ad alto fusto (?) e rinnovamento delle aree esterne». Il tutto per il costo di 100 milioni di euro finanziato dal PNRR dal quale, in realtà, potrebbe essere stralciato per trovare copertura finanziaria in altro modo. Intanto, la gara per la progettazione esecutiva bandita da Rfi è andata deserta. Il nuovo termine per presentare offerte è il 19 gennaio. Ma con quei 100 milioni di euro sarebbe stato possibile realizzare interventi puntuali di effettiva rigenerazione urbana: pedonalizzazioni, servizi al cittadino ed aree verdi (non certo come il “parco Rossani”, concentrato di asfalto ed in preda alla criminalità comune). La nuova piastra dovrebbe superare la ferrovia con un sovrapasso pedonale che dalla Rossani va a Piazza Aldo Moro; ma sarebbe bastato che uno dei sottopassi attuali fosse prolungato sotto l’estramurale Capruzzi per raggiungere la Rossani o semplicemente il marciapiedi di fronte con spesa irrisoria. Inoltre, la piastra verrebbe considerata area per servizi continuando così a consumare aree per standard urbanistici, oltre quelle già occupate da residenze, che non è possibile reperire altrove. Ora la ricucitura delle due parti di Bari divise dal fiume di ferro, diventa sempre più difficile. Il dinamismo dell’amministrazione comunale sembra paradossalmente tradursi in un immobilismo di fatto in cui, senza una visione complessiva di ridisegno della città, tutto resta gattopardianamente com’è. Parafrasando Fabrizio De Andrè, ad alcuni quartieri il «buon Dio non dà i suoi raggi» restando entità dimenticate ed a sé stanti perché «ha già troppi impegni per scaldare gente d’altri paraggi».
L’invasione di pale eoliche – LA NUOVA GIUNGLA DELL’ENERGIA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 20 gennaio 2024)
Parafrasando il formidabile personaggio di Antonio Albanese, Cetto Laqualunque, potremmo dire che in Puglia abbiamo ed avremo “chiù pale pe’ tutti!”. Il trend di crescita dell’eolico in questa regione non ha pari in Italia e nuovi impianti, on-shore ed off-shore (a terra ed a mare), si prospettano all’orizzonte. Mentre un progetto di impianto eolico da 90 torri alte quasi 300 metri nel mare Adriatico a pochi chilometri dalla costa tra Otranto e S. Maria di Leuca (parco naturale regionale), sta mobilitando cittadini ed associazioni salentini nella protesta, altri impianti a terra incombono. Nell’ultima seduta del Consiglio dei Ministri, quella del 16 gennaio scorso, è stato deliberato il parere favorevole, con valore di valutazione di impatto ambientale (VIA) su progetti per la realizzazione di un impianto eolico in territorio di Lucera, di due impianti agrivoltaici in territorio di Manfredonia e di Foggia e di un impianto fotovoltaico in territorio di Foggia. La potenza nominale di questi impianti è di molte centinaia di megawatt, quella effettiva, come sappiamo, sarà al massimo del 10%. Non è da tralasciare il fatto che, come informa puntualmente il comunicato stampa di Palazzo Chigi, «all’esame dei punti relativi ai progetti da realizzare nella Regione Puglia ha partecipato il Presidente della Regione, Michele Emiliano». Una sorta di sigillo di accondiscendenza e di condivisione delle scelte compiute dal governo Meloni nella totale, perdurante, colpevole assenza dello strumento di pianificazione regionale in materia energetica, il Pear, il cui testo finora elaborato non è pubblico e men che meno sono conosciuti gli indirizzi per la sua elaborazione. Come sostenuto più volte, la mancanza del Pear determina un vero e proprio assalto al territorio pugliese da parte dei produttori industriali di energia da fonti rinnovabili che si muovono, così, in una prateria con pochissime regole di tutela dei paesaggi e delle risorse naturali. Se a ciò aggiungiamo i recenti pronunciamenti di Tar e Consiglio di Stato per i quali l’agrivoltaico (fotovoltaico integrato con attività agricola) è fattispecie diversa dal fotovoltaico e quindi può “sfuggire” alle tutele ambientali dettate, ad esempio, dal Piano paesaggistico regionale, il quadro è completo. Dal canto suo, la Regione Puglia, con la legge di bilancio 2024, ha anche esteso la soglia di applicazione della procedura abilitativa semplificata (Pas) agli impianti per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili fino ad 1 MW dai precedenti 200 kW. Rinnovabili, comunquemente, qualunquemente.
Leggi regionali e Costituzione – L’AUTONOMIA IN SALSA PUGLIESE (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 26 gennaio 2024
Sarebbe utile sapere qual è il Virgilio che guida il Consiglio regionale pugliese nel periglioso viaggio alla ricerca di un’autonomia fuori dalle regole costituzionali. Ora, poi, che il Parlamento si accinge ad approvare definitivamente la legge sull’autonomia regionale ma differenziata, contrariamente a quel che da tempo sostiene Michele Emiliano che sul tema vuole lanciare un referendum. In questo viaggio “la navicella dell’ingegno” della Puglia sbatte da diverso tempo contro gli scogli dell’incostituzionalità delle proprie norme. L’ultimo caso in ordine di tempo riguarda quella contenuta nella legge regionale di bilancio 2024 con la quale si è cercato di ribaltare la disciplina dell’accertamento di conformità di abusi edilizi. Come scritto sul Corriere del 23 dicembre scorso, quella disposizione, frutto di un emendamento in Consiglio regionale proposto peraltro anche da un assessore, era destinato ad essere censurato per incostituzionalità dal governo poiché in evidente contrasto con il testo unico in materia edilizia (D.P.R. n. 380/2001) che richiede, all’articolo 36, per la sanatoria edilizia la cosiddetta “doppia conformità”, cioè conformità allo strumento urbanistico vigente al tempo della realizzazione dell’abuso e conformità a quello vigente al momento della domanda di autorizzazione in sanatoria. La norma regionale (art. 63) della legge di bilancio 2024 cancella la conformità al primo strumento urbanistico e lascia che essa venga dimostrata solo con riferimento a quello vigente al momento dell’istanza di autorizzazione. In questo modo la Regione Puglia ha esorbitato dalle competenze attribuitele dalla Costituzione e il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, guidato dal leghista Salvini, ha chiesto alla Regione di cancellare quella norma, pena l’impugnazione davanti alla Consulta. Una specie di legge del contrappasso. La qualità della legislazione pugliese appare sempre più scadente, frutto di un Consiglio regionale sempre più impegnato a rincorrere soluzioni per esigenze definibili eufemisticamente puntuali. Gli emendamenti presentati in Aula all’istante spesso non riescono ad avere uno straccio di referto di ammissibilità e di legittimità dagli uffici, zero filtri per i consiglieri regionali. E quella navicella è sempre più senza nocchiero. L’autonomia che “si va cercando” evidentemente non è tanto conosciuta e porta a produrre norme chiaramente illegittime che espongono enti locali e cittadini a rischi oltre ogni ragionevolezza. Se è questo che si oppone al ddl Calderoli, è ben poca cosa.
Perché è una protesta sbagliata – CON I TRATTORI IN RETROMARCIA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 07 febbraio 2024)
Agricoltori sul piede di guerra, agricoltori disintermediati, a quanto pare. Nel senso che le organizzazioni di categoria (almeno “la trimurti” Coldiretti, Confagricoltura, Cia) non hanno organizzato i cortei e le proteste a suon di trattori e di blocchi stradali. Manifestazioni anche violente come nel caso di Bruxelles dalle quali gli stessi agricoltori dovrebbero prendere le distanze e denunciare i violenti. Da nord a sud della nostra penisola gli imprenditori agricoli, evidentemente con proprietà medio-piccole, reclamano maggiore reddito, maggiori corrispettivi per le produzioni, contratti equi da parte della grande distribuzione, una politica agricola europea (Pac) meno “green” (senza la tagliola della riduzione di utilizzazione di pesticidi) che consenta di utilizzare anche i terreni (4% di quelli ammessi ad aiuti Pac) da tenere obbligatoriamente a riposo. Ma come si può conseguire maggiore corrispettivo per i prodotti e quindi maggiore reddito nel momento in cui si va in solitaria sui mercati? Come si fa in Puglia, nella parte che è “osso” della regione, la Murgia barese, ad aumentare prezzi di produzione e reddito se il grano duro che si produce è di bassa qualità e sostanzialmente inidoneo alla pastificazione? Ricordiamo che è stata sempre la Pac, ma negli anni ’80, ’90 e per buona parte dei primi anni 2000, a foraggiare la trasformazione dei pascoli naturali per farli diventare aride pietraie con soprassuolo di neanche 5 centimetri da destinare alla produzione di quel grano duro. Come si fa ad aumentare il proprio reddito ottenendo un giusto compenso dalla grande distribuzione se a contrattare con quest’ultima si va ciascuno per sé, senza costituire massa critica associata, consorziata, in grado di presentare prodotti di qualità di territori di qualità come possono essere le aree protette? E come si fa a non rendersi conto che è possibile un’agricoltura con meno prodotti chimici e meno acqua mantenendo rese soddisfacenti utilizzando la ricerca avanzata delle modificazioni genetiche? La Pac, che assorbe un terzo sul bilancio dell’UE, premia le grandi proprietà poiché per gran parte attuata con aiuti “a superficie”. Infine, la protesta degli agricoltori chiede un sostanziale mercato chiuso, stabilendo dazi e limiti alle importazioni. Sotto accusa il grano dall’Ucraina, l’olio tunisino e gli accordi internazionali di libero scambio come il Ceta. Però quegli accordi hanno consentito a prodotti italiani di qualità di conquistare mercati esteri prima sconosciuti. Ah, già ma sono prodotti di qualità di consorzi di produttori agro-zootecnici.
Emiliano e Porsche – FRENARE PER NON FARSI MALE (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 13 febbraio 2024)
«Lecce e Nardò sono vicinissime, quindi sarebbe assurdo andarci con l’elicottero», afferma giustamente il Presidente Michele Emiliano in un’intervista alla trasmissione televisiva di Rai 3 “Report” sull’affaire ampliamento della pista Ntc-Porsche di Nardò. Ed ancora «può darsi che [nella delibera che approva l’accordo di programma con Ntc] ci sia un fraintendimento…». Inoltre, vi è la disponibilità della Ntc di mettere a disposizione del territorio il proprio sistema antincendio boschivo. Ma è proprio all’interno dell’anello di pista di collaudo di NTC che c’è il nucleo più importante di relitto di macchia mediterranea tutelato. Un altro fraintendimento. In ogni caso, verificati i fraintendimenti, dalle parole è necessario passare ai fatti. E per fortuna nella pubblica amministrazione, anche se in tempi e modi ben definiti, la possibilità di fare ammenda e correggere errori oppure sviste negli atti amministrativi è garantita dalla legge. In questo caso, nell’affaire pista di Nardò, il Corriere è stato tra i primi ad evidenziare gli elementi di ambiguità nel progetto e nell’accordo di programma tra Regione ed Ntc. Sempre sul Corriere, il 13 settembre dello scorso anno, è stata sollevata la questione, apparentemente molto tecnico-giuridica ma che ha sostenuto l’impianto del provvedimento della Giunta regionale, dell’elusione della norma dell’Unione europea (la Direttiva “Habitat”). Quella norma (articolo 6, paragrafo 4, secondo capoverso) consente di approvare interventi che necessitano di distruzione di habitat naturali di prioritario interesse comunitario solo per imperativi motivi di rilevante interesse pubblico legati alla salute dell’uomo oppure alla sicurezza pubblica, senza parere della Commissione UE, una volta verificato che non vi siano alternative possibili. Invece, le alternative possibili non sono state considerate e, a sentire le dichiarazioni di Emiliano, gli imperativi motivi di rilevante interesse pubblico, a partire da quello relativo alla tutela della salute dell’uomo che hanno consentito di approvare il progetto NTC-Porsche a Nardò senza avere il placet della Commissione UE, non sussistono. Sembra che nella deliberazione della Giunta regionale n. 53 del 31 gennaio 2022, atto di indirizzo per la sottoscrizione dell’accordo di programma, nella successiva deliberazione n. 600 del 30 maggio 2023, in quella ancora successiva n. 1096 del 31 luglio 2023 di approvazione dello schema di accordo di programma e nel definitivo decreto a firma del Presidente Emiliano n. 537 del 20 novembre 2023, ci sia un “fraintendimento” grande quanto una casa che però ha portato ad eludere le norme dell’UE sulla tutela di habitat e specie naturali. Ora, le associazioni protezionistiche del territorio neretino, a partire da Italia Nostra, hanno presentato ricorso al Tar Puglia–Bari impugnando quegli atti amministrativi. Ma il Presidente Emiliano ha più di un motivo per riportare quegli stessi atti all’attenzione della Giunta regionale proponendone altrettanti in autotutela a partire dalla sospensione della loro efficacia per approfondimenti fino al loro annullamento. Perché da un fraintendimento, se è tale, ci si può sempre ravvedere.
Il voto dimenticato – L’EUROPA INTANTO È LONTANA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 02 marzo 2024)
Che a giugno si voti anche per eleggere i parlamentari europei è circostanza a Bari, e forse in tutta la Puglia, per ora non considerata. La ribalta della cronaca politica è tutta per lo scontro interno alla coalizione del centrosinistra che deve scegliere se candidare Sindaco del capoluogo di regione e della Città Metropolitana Michele Laforgia oppure Vito Leccese. Il centrodestra per ora non ha scelto alcunché e quindi la ribalta è rinviata. Ma quali sono i candidabili alle elezioni per il Parlamento europeo? Come si sa, le circoscrizioni elettorali sono enormi, pluriregionali ed il sistema elettorale è proporzionale puro. Quindi i candidati giocano sul filo delle preferenze. Ma per candidarsi a fare che cosa? A dire che cosa? A sostenere quali politiche a livello continentale? Certo, è difficile pensare alle politiche europee quando le indagini della Procura penale barese hanno svelato (forse non del tutto) rapporti torbidi tra criminalità organizzata, politica ed imprenditoria locale. È difficile ragionare da elettori baresi sul destino del green deal, della politica agricola dell’UE, del restauro degli ecosistemi naturali, della transizione energetica e delle risorse finanziarie necessarie a portarli avanti. Ancora più difficile, immaginiamo, concentrarsi su che cosa sia meglio fare per evitare che l’Ucraina cada nelle mani di Putin, se rifornirla ancora più di armi oppure dirle di arrendersi ben sapendo che il probabile passo successivo russo sarebbe invadere un altro Paese dell’est, questa volta aderente alla Nato con quello che potrebbe conseguirne. Altrettanto difficile immaginiamo sia per l’elettore nostrano, inondato dalla quantità di informazioni criminologiche che provengono dai social media, dalle tv e dai giornali, ragionare sul destino dei Balcani occidentali qui di fronte a noi, presi nella morsa putiniana e sempre pronti ad esplodere per antichi e mai sopiti odî cavalcati all’occorrenza. Tutte queste difficoltà, però, le immaginiamo per gli elettori. Ma per i candidati? Se l’attuale Sindaco di Bari, chiusa la partita per ora persa del terzo mandato, sta tessendo la sua tela per la candidatura all’europarlamento, e come lui la in tanti negli opposti schieramenti, sarebbe utile, necessario, che questi candidati in pectore dicano qualcosa, abbiano un pensiero, magari più d’uno, sui temi cruciali che dovrà affrontare l’europarlamento. Invece, regna il silenzio, un angosciante silenzio che non si comprende se sia indice di assenza di pensiero oppure di non si sa che cosa. Sempre silenzio è, non d’oro ma molto, molto preoccupante.
Come si specula sulle rinnovabili – PIÙ RISPETTO PER IL PAESAGGIO (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 08 marzo 2024)
A dire di Legambiente il Ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, sarebbe colpevole di non aver mai detto una parola, sottinteso “buona”, sulle rinnovabili. E sarebbe colpa del suo dicastero, attraverso le Soprintendenze, compresa quella unica nazionale che si occupa della compatibilità dei progetti finanziati dal PNRR con le tutele paesaggistiche, se l’installazione di impianti per la produzione – industriale – di energia da fonti rinnovabili (Fer) non decolla come dovrebbe. Contro la posizione di Legambiente si sono schierate altre importanti associazioni ambientaliste a cominciare da Italia Nostra. Legambiente chiede, quindi, deroghe ulteriori alla già martoriata normativa di tutela del paesaggio che risponde ai dettati dell’articolo 9 della Costituzione della Repubblica italiana dove ora convivono però, con le modifiche apportate nel 2022, quella tutela e la non meglio specificata tutela dell’”ambiente” che porta con sé pure lo sviluppo delle rinnovabili nella titanica ed impari “lotta contro” i cambiamenti climatici. Benedetto Croce, padre costituente promotore della norma costituzionale originaria, di cui Sangiuliano è cultore, si sta ancora rivoltando nella tomba. E tuttavia, lo sviluppo delle rinnovabili in Puglia (in particolare eolico on-shore ed off-shore e fotovoltaico) non riesce a migliorare la situazione delle emissioni di CO2 nei vari settori economici. Lo dimostra il database “Ciro” elaborato da Italy for Climate presentato nei giorni scorsi. La Puglia è la seconda regione d’Italia per potenza installata di impianti Fer ma, al contempo, è agli ultimi posti per consumo di energia rinnovabile. Cioè, com’è accaduto per gli impianti energetici tradizionali alimentati con fonti fossili, la Puglia produce per altri e consuma l’energia più inquinante. Non solo. La decarbonizzazione tanto conclamata non è stata neanche avviata perché la Puglia è ai primi posti per CO2 prodotta in assoluto e per quella prodotta dall’industria. Rinnovabili che salverebbero il mondo sostituendo al 100% le fonti fossili e decarbonizzazione industriale come se fosse a portata di mano, sono le grandi bugie che alimentano il mercato delle rinnovabili dovunque e comunque. E l’assenza di una politica regionale in materia e l’assenza ormai insopportabile di un piano energetico regionale con l’individuazione delle aree non idonee agli impianti di rinnovabili, fanno da tappeto alle bugie ed alle speculazioni energetiche che si consumano in Puglia. Legambiente ne gioisce e pretende sempre di più, il paesaggio pugliese no e pretende più rispetto e meno bugie.
Nel centenario della nascita di mio padre, tratteggio la sua figura – LA LEZIONE DI GIOVANNI MODESTI (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 23 marzo 2024)
Il 24 marzo di cento anni fa è nato Giovanni Modesti, mio padre e padre di mia sorella Mariella, morto nel marzo 1996. Primo di quattro figli, vide la luce nell’anno in cui Giacomo Matteotti fu ucciso dai fascisti. Il padre, mio nonno Alfonso, era segretario della sezione del PSI di Corato e fu incarcerato durante le manifestazioni antifasciste seguite a quel delitto. Mio padre nacque, quindi, socialista quasi per destino genetico e culturale. Dopo gli studi liceali classici a Corato, l’assunzione nelle Ferrovie dello Stato allora “militarizzate” (si era dopo l’8 settembre 1943), quindi l’arruolamento negli Alpini con destinazione il Veneto dove a Mestre conobbe Livio Maitan, un anno più grande di lui, dirigente della IV Internazionale. Mi raccontava delle armi nascoste e disponibili dopo la liberazione per la rivoluzione marxista. Finita la guerra, l’iscrizione al PSI-PSIUP, l’apertura della prima sezione del partito a Bari con i più giovani Rino Formica e Michele Digiesi. Ancora dopo, nel 1947, la scissione di Palazzo Barberini e la scissione in famiglia con mio padre ventitreenne che rimase iscritto al PSI-PSIUP e mio nonno Alfonso che decise di entrare nel PSLI-PSDI. Padre e figlio non si parlarono per lunghissimi anni. L’inizio dell’attività giornalistica avvenne con “l’Avanti!” diretto da Pietro Nenni; poi, l’adesione al Fronte Democratico Popolare nel 1948 ed ancora l’attività giornalistica con “Il Lavoro nuovo” di Genova diretto da Sandro Pertini, con “Il Paese”, “Paese Sera” e “Milano Sera”. Divenne segretario provinciale della CGIL Ferrovieri scontrandosi con l’ala comunista del sindacato che, mi raccontava, faceva accordi sottobanco con la dirigenza delle FS. Diresse gloriosi giornali dei ferrovieri come “Il Pungolo”, diffusi in tutta Italia e che portarono vento nuovo tra lavoratori fondamentali per la crescita del Paese.

La Città nuova
Alla fine degli anni ’50, fondò il settimanale “La Città nuova”, di cui fu anche direttore responsabile, che per decenni ha fatto da contraltare all’informazione locale paludata e governativa. Ma le FS non videro di buon occhio l’iniziativa editoriale e posero l’aut-aut: le FS o il giornale. Peppino Papalia, senatore del PSI e Sindaco di Bari con una maggioranza di sinistra durata sette mesi, convinse mio padre a cedere la proprietà, in famiglia oppure costituendo una società di cui lo stesso Papalia si propose nel ruolo di presidente «per consentirti – gli disse – di rompere le scatole a certa gente alla quale, del resto, io sono legato da rapporti di dialettica parlamentare e, quindi, di scarsa amicizia». La proprietà del giornale fu intestata a mia nonna materna. “La Città nuova”, palestra di numerosi professionisti del giornalismo pugliese, cui si aggiunse “La Città domani”, era una spina nel fianco. Ricordo, avevo 8 anni, quando nel giorno della Festa dell’Immacolata del 1970 (onomastico di mia madre) vidi arrivare a casa mio padre trafelato e sudato e raccontare a mia madre che lui non poteva stare con noi per almeno qualche giorno: gli avevano detto che il nome era in un elenco di persone da prelevare per le patrie galere. Era il tentato golpe Borghese. Per qualche giorno effettivamente non tornò a casa. Il resto è storia nota o forse ancora non del tutto.
Tierre (tuttaregione)
Nel 1972, con la nascita della Regione Puglia nacque anche quella che è stata, forse è ancora oggi, l’unica agenzia di stampa dedicata ad una Regione intesa come ente territoriale: TIERRE (tuttaregione). TIERRE era un maglio, un colpo fendente ad ogni uscita per decenni quotidiana. L’attività politica regionale ed i suoi retroscena erano messi a nudo; presidenti, assessori, gran commis, tutti sotto la lente di ingrandimento di TIERRE senza sconti per nessuno. Dopo il congresso al Midas nel 1976, mio padre non rinnovò più la tessera del PSI.


Il racconto dell’occupazione delle terre d’Arneo
Nel 1984 decise di mettere nero su bianco le vicende vissute in prima persona da inviato de “Il Paese” e “Paese Sera” nelle terre dell’Arneo, in territorio di Nardò, provincia di Lecce, occupate dai braccianti che chiedevano, ai proprietari latifondisti, fossero messe in coltura. Vicende vissute con Vittorio Bodini, scrittore, poeta ed ispanista salentino di pregio, lì inviato dal primo rotocalco italiano di avanguardia, “Omnibus” diretto da Titta Rosa. Quell’esperienza è raccontata nell’unico libro da lui scritto ed autoprodotto “Puglia anni ’50 Cronache – Con Vittorio Bodini sulle terre del marchese”, dedicato «ai giovani, agli immemori, in memoria di Vittorio Bodini»; oggi ne esistono pochissime copie, l’impegno è rieditarlo. Carteggi, collezioni dei giornali da lui diretti ed altri importanti documenti sono raccolti in un fondo archivistico voluto da Gianvito Mastroleo e costituito presso la Fondazione Giuseppe Di Vagno a Conversano. La Puglia di un cinquantennio è stata raccontata da Giovanni Modesti con spirito libero, senza padroni se non sé stesso e senza paraocchi. Continuare a farlo era la sua speranza da concretizzare nelle azioni di chi la condivide.
La legge e i ritardi dei Comuni – NEL GINEPRAIO DEL PIANO CASA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 10 aprile 2024)
La storia è piena di personaggi e momenti cruciali appellati con nomi ormai radicati nell’opinione pubblica. Nomi che si tramandano per inerzia senza correzioni. Uno stigma. È quel che sembra accadere alla legge regionale pugliese n. 36/2023 che, pur riguardando aspetti edilizi ed in particolare la disciplina delle ristrutturazioni edilizie conformando la normativa regionale al Testo Unico nazionale sull’edilizia, continua ad essere appellata “Piano casa”. In realtà, lo sforzo che il consigliere regionale Stefano Lacatena, proponente della legge ed al quale Michele Emiliano ha affidato la patata bollente della politica urbanistica in Puglia, è stato più che commendevole. Lacatena è riuscito a mettere a punto un testo, di stimolo alla rigenerazione urbana, che ha superato quelli succedutisi in nome del “Piano casa” e che notevoli danni hanno provocato alla certezza del diritto ed al territorio pugliese. La legge 36/2023, certamente perfettibile, ha rimesso la palla al centro, per così dire, responsabilizzando le amministrazioni comunali al proprio ruolo di autorità costituzionalmente deputate alla pianificazione urbanistica, così come ha ribadito la Corte costituzionale nelle sentenze che hanno di volta in volta demolito le norme pugliesi sul “Piano casa”. In questi giorni circola la notizia che evidenzierebbe come l’applicazione della legge 36/2023 sia al palo poiché solo tre Comuni pugliesi hanno deliberato le modalità della sua attuazione. Epperò sfugge che solo il 2 aprile scorso sono state pubblicate sul bollettino ufficiale della Regione le modifiche alla stessa legge concordate tra Regione e Ministero della Cultura per scongiurare l’impugnazione da parte del governo davanti alla Consulta. Eventualità che si sarebbe concretizzata a causa degli emendamenti accolti in Consiglio regionale e che, come sempre più spesso accade, avevano modificato in peggio il testo di Lacatena. Ora, quindi, la palla passa ai Consigli comunali che dovranno fare uso accorto e responsabile delle nuove norme. E tuttavia, le traversie per le leggi sul “Piano casa” che la Regione Puglia ha finora adottato, non sono finite. La Corte costituzionale, nonostante l’ingresso nell’ordinamento regionale della legge 36/2023, ha fissato al 16 giugno prossimo l’udienza per discutere l’impugnativa del governo dell’ultima legge pugliese della stagione del “Piano casa”, la n. 20/2022. Una legge che, appunto, seppur superata, ha comunque esplicato effetti in molte città. E ora quelle amministrazioni potrebbero essere responsabili di aver applicato norme notoriamente incostituzionali.
QUEL CORTOCIRCUITO (ANCORA) IN CORSO TRA COSTO E RISULTATO (Corriere del Mezzogiorno – Puglia “Speciale Sostenibilità ambientale” del 19 aprile 2024)
La sostenibilità ambientale è una chimera oppure è un obiettivo raggiungibile in tempi relativamente brevi e con costi economici e sociali accettabili? La seconda ipotesi è suggestiva e riscalda i cuori e le menti di molti. In realtà, la sostenibilità ambientale sembra essere diventata più un imperativo morale e dialettico davanti al quale, in molti casi e contraddicendo Kant, raziocinio ed equilibrio recedono. Prendiamo il caso dell’elettrificazione spinta del fabbisogno energetico. Il tentativo è abbandonare, attraverso le fonti rinnovabili, l’uso di combustibili fossili per produrre energia elettrica anche per far funzionare impianti industriali oltre che per uso domestico e per autotrasporto. Ma la sostenibilità ambientale nella realizzazione di torri eoliche oppure di specchi fotovoltaici è lontana dall’essere raggiunta. La quantità di metalli critici e di terre rare, oltre che di acciaio, necessari per realizzarli affinché si raggiungano gli obiettivi di decarbonizzazione stabiliti a livello europeo, è di gran lunga maggiore della disponibilità attuale nei giacimenti sulla terraferma. E se si raggiunge il fondo (dei giacimenti), si inizia a scavare ancora oltre. Così, l’International Seabed Authority (ISA), l’autorità internazionale attraverso la quale gli Stati aderenti organizzano ed amministrano le risorse minerarie presenti sui fondali oceanici, istituita dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), sta lavorando per allentare le regole di protezione di quei fondali. Il Codice Minerario che l’ISA sta realizzando sembra del tutto ignorare criteri di precauzione e di tutela degli ecosistemi delle zone abissali oceaniche con lo scopo di incentivare la ricerca di minerali e metalli rari. Giovanni Brussato, ingegnere minerario che da tempo segue il settore delle terre rare e dei metalli critici e collabora con periodici a tiratura nazionale, afferma che «solo nella zona conosciuta come Clarion-Clipperton, o CCZ, una pianura abissale ampia quanto gli Stati Uniti continentali e punteggiata da montagne sottomarine che si estende per 4,5 milioni di chilometri quadrati tra le Hawaii e il Messico, una stima conservativa valuta in circa 21 miliardi di tonnellate (a secco) la quantità di metalli disponibili che, in questo caso, contengono manganese, rame, nichel e cobalto». Metalli di cui si ha bisogno per produrre energia elettrica in modo “sostenibile”. La sostenibilità ambientale sembra così sviluppare un cortocircuito a causa di un imperativo morale che rischia di trasformarsi in pericoloso dogma.
Mappa delle rinnovabili – TROPPI IMPIANTI, I RISCHI PER LE COSTE (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 28 aprile 2024)

La mappa che pubblichiamo cattura l’occhio con tutti quei colori e tutte quelle appendici in mezzo al mare. Tanti puntini rossi, magenta e ciano, poligoni gialli, azzurri con campiture diverse. Sembra un quadro tra l’espressionismo tedesco e l’avanguardismo della pittura russa di Malevich. Invece, nulla di tutto questo. Semplicemente è la rappresentazione cartografica della presenza di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili (FER, in particolare fotovoltaico, agrifotovoltaico, eolico on-shore ed off-shore) in Puglia. La mappa è stata resa pubblica in un parere, negativo, della Soprintendenza speciale per il PNRR su un progetto di impianto eolico off-shore nel golfo di Manfredonia la cui procedura di valutazione di impatto ambientale (VIA) è in corso presso il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE). Un impianto la cui descrizione rende bene lo scenario nel quale si troverà, già per buona parte si trova, la Puglia: il progetto partiva da 85 aerogeneratori da 4 megawatt (MW) con diametro del rotore di 130 metri e torri alte tra i 90 ed i 100 metri; la Soprintendenza PNRR si è espressa una prima volta con parere negativo. La società proponente ha modificato il progetto passando dagli 85 aerogeneratori da 4 MW a 68 aerogeneratori da 15-16 MW ciascuno con diametro del rotore pari a 236 metri e torri alte 160 metri. Il tutto per un totale di potenza pari a poco meno di 1,1 gigawatt (GW). La Soprintendenza ha ribadito il parere negativo.
Un po’ di dati
Per capirci, l’aggiornamento del Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec) fissa per l’Italia a 2,1 GW di potenza da impianti off-shore l’obiettivo di decarbonizzazione al 2030. Ma nel periodo 2021-2024 sono stati presentati al Ministero dell’Ambiente 82 progetti di eolico off-shore nei mari italiani e le proposte di impianti di fronte alle coste pugliesi raggiungono una potenza complessiva di circa 27,5 GW, oltre 10 volte l’obiettivo nazionale. Un progetto previsto al largo di Otranto occuperebbe da solo 175 kmq di mare Adriatico. Nel caso in cui il MiC esprima il parere negativo, come per l’impianto proposto al largo di Manfredonia, la questione viene rimessa al Consiglio dei Ministri che si deve esprimere definitivamente. E finora il governo ha dato il via libera a tutti gli impianti di rinnovabili che gli sono stati sottoposti. Il problema è che alla Presidenza del Consiglio dei Ministri sono depositati oltre 1.500 progetti.
Progetti sovrapposti ed assenza di pianificazione
Quel che sta emergendo in modo preoccupante è che gli impianti FER a terra ormai si sovrappongono per cui, sempre in Puglia, non sono rari i casi in cui impianti fotovoltaici risultano contigui ad impianti eolici tanto da determinare pericolo per l’incolumità pubblica oltre che per gli impianti stessi. A mare la situazione non è molto diversa. Di fronte alle coste pugliesi si sta sviluppando una cortina di acciaio dalla testa del Gargano fino alla punta di Leuca nel Mar Adriatico, proseguendo nel Mar Jonio. Gli ecosistemi marini saranno fortemente condizionati così come le attività di pesca. Per non parlare delle questioni legali internazionali che stanno sorgendo e sorgeranno a causa delle prossimità di impianti italiani in Adriatico e nel Mediterraneo con quelli di Paesi transfrontalieri sui confini delle acque internazionali rivendicati da ciascuno. Il tutto causato dal fatto che la maggiore distanza dalle coste attenua l’impatto paesaggistico. Resta comunque irrisolto il problema legato all’intermittenza della produzione energetica degli impianti FER (se c’è vento gli aerogeneratori producono ed altrettanto fanno gli specchi fotovoltaici se c’è sole), considerato che gli impianti di accumulo industriale hanno ad oggi costi enormi e necessità di enormi spazi. Eppoi, l’assenza ormai immotivata di pianificazione energetica regionale fa il resto. In Puglia la questione energetica con le rinnovabili sembra essere del tutto sfuggita di mano, basta vedere la mappa che pubblichiamo.
Il caso del Piano strategico – QUEI PROGRAMMI SENZA CONTENUTI (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 30 aprile 2024)
Lo scorso anno fa i Sindaci della Città Metropolitana di Bari, capeggiati dal Sindaco del capoluogo, Antonio Decaro, s’incontrarono a Bari in un grande evento con spettacoli e mostre per complimentarsi con sé stessi per aver avviato il Piano strategico della Città Metropolitana 2020-2030. Il precedente Piano era temporalmente più ambizioso (2015-2035) ma non ha avuto particolare fortuna. Il nuovo Piano strategico con orizzonte 2030 è però un oggetto sconosciuto ai più. Nel sito web messo in piedi non si trovano documenti rilevanti per capirne struttura e contenuti se non le slide di una presentazione predisposta lo scorso anno. Da lì possiamo leggere una quantità di progetti e di risorse disponibili da varie fonti di finanziamento, compreso il PNRR. I progetti sono riconducibili a 5 assi di intervento (infrastrutture, ambiente e territorio, sviluppo economico e produttivo, turismo e cultura, riqualificazione sociale e servizi metropolitani). Ma il testo del Piano non c’è, il documento integrale manca. Così come non si riesce a capire se sia stata avviata ed a che punto sia la procedura di Valutazione Ambientale Strategica (VAS) cui il Piano deve essere obbligatoriamente sottoposto. Non ve ne è traccia né nel portale ambientale della Regione Puglia né in quello della Città Metropolitana. E poiché la VAS è una procedura di consultazione pubblica, con le fasi di osservazione da parte dei cittadini, non sembra un buon segno che non si trovino documenti a partire dal Rapporto preliminare e dal Rapporto ambientale. Eppoi, non possiamo non rilevare come nell’avvio del confronto tra i candidati Sindaci per la città di Bari, che sono anche candidati ad essere Sindaci della Città Metropolitana, la visione ed il futuro dei 41 Comuni che la compongono in un rapporto sinergico ed osmotico con il capoluogo non è all’ordine del giorno. Il confronto tra i due candidati del centrosinistra, Michele Laforgia e Vito Leccese, e con il candidato del centrodestra, Fabio Romito, non si avventura per quei sentieri. Si ha la sensazione che le mazzate cui la città di Bari è sottoposta giudiziariamente negli ultimi tempi abbiano svuotato teste ed anime delle diverse visioni politiche. Semmai visioni ve ne siano, beninteso. Uno dei temi fondanti di una visione strategica della città metropolitana barese dovrebbe essere il collegamento ecologico tra entroterra e costa, attraverso le lame e le aree protette collegate in sistema. Ma, per fare un esempio, sulla vicenda travagliata del parco regionale di Costa Ripagnola il Sindaco della Città metropolitana si dichiarò incompetente.
La Puglia e una legge epocale – MAI DIVORZIARE DA QUEL RICORDO (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 14 maggio 2024)
Sono trascorsi 50 anni dalla celebrazione del referendum sul divorzio ma sembra che il ricordo sia totalmente svanito nelle competizioni elettorali locali. Eppure quel referendum cambiò le sorti civili di questo Paese. Il quesito referendario mirava ad abrogare la legge n. 1º dicembre 1970, n. 898 che il Parlamento italiano approvò dopo un tormentato iter. La proposta di legge ebbe primi firmatari il deputato socialista Loris Fortuna e quello liberale Antonio Baslini, sostenuta da movimenti libertari e soprattutto dal Partito Radicale guidato da Marco Pannella e Mauro Mellini. Fu il momento in cui maturò nei cittadini la consapevolezza che la libertà di scegliere la propria vita e le proprie relazioni fosse più importante dello status sociale del matrimonio indissolubile. Fino a quel 13 maggio 1974 la spinta verso la conquista di libertà civili aveva avuto, dal 1965, la propulsione della Lega italiana per il divorzio di Pannella e Mellini con l’obiettivo di difendere la proposta di legge già depositata in Parlamento da Loris Fortuna. Il mondo politico libertario e liberale iniziò una battaglia politica straordinaria cui non furono estranee larghe fasce del mondo cattolico più avanzato. Il mondo comunista italiano seguiva dubbioso l’evolversi della “questione divorzio” ed i dirigenti del PCI non osavano prendere una posizione netta per non rompere gli equilibri con il mondo cattolico più retrivo e con il Vaticano. Ma i suoi militanti erano, come spesso è accaduto in tema di diritti civili, molto più avanti. Alla fine, il 13 maggio 1970, la legge Fortuna-Baslini non fu abrogata, l’Italia diventò un Paese più libero ed iniziò un lungo e straordinario periodo di conquiste civili e sociali per i cittadini. In Puglia i risultati referendari furono di segno opposto. Il “Sì” all’abrogazione della legge vinse con il 52,60%, tutte le province segnarono questo risultato tranne quella di Taranto in cui gli operai dell’Italsider guidarono la vittoria del “No”. Nella sinistra pugliese il Partito Socialista ebbe un ruolo di primo piano nella battaglia per il “Sì”. Ma la Puglia aveva un’arretratezza culturale e politica ancora molto pronunciata ed il mondo cattolico non aveva ancora sviluppato libero pensiero su questi temi. Addirittura in Sicilia, in Calabria ed in Sardegna il “No” prevalse. Il ricordo della conquista civile di 50 anni fa dovrebbe caratterizzare le importanti competizioni elettorali locali in corso in Puglia, perché di essa continuano ad usufruirne anche i pugliesi nonostante il loro maggioritario “No” al divorzio.
La legge sui parcheggi – NUOVE NORME E PARCHI A RISCHIO (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 22 giugno 2024)
La Commissione Bilancio del Senato della Repubblica ha voluto emulare (peggiorando) la Regione Puglia con l’approvazione, il 18 giugno scorso in sede di conversione in legge del decreto-legge “Coesione”, di un emendamento proposto dal senatore abruzzese Guido Liris e dalla senatrice pugliese Maria Nocco, ambedue di Fratelli d’Italia. Parità di genere tutta meridionale per un emendamento che consente fino al 31 dicembre 2026 la realizzazione di «parcheggi temporanei ad uso pubblico» fino a 500 posti ciascuno anche nei parchi nazionali, mutuando ed allargando la norma approvata dal Consiglio regionale pugliese poco tempo fa su proposta del piddino Paolo Campo. Potendolo fare, l’emendamento del Senato ha allargato anche le maglie dell’esenzione di queste opere dalla valutazione d’impatto ambientale, dalla valutazione ambientale strategica e dall’autorizzazione paesaggistica. Le opere, considerate ora di edilizia libera, dice l’emendamento, devono essere «immediatamente rimosse al cessare della temporanea necessità e, comunque, entro un termine non superiore a centottanta giorni comprensivo dei tempi di allestimento e smontaggio dei manufatti nonché di ripristino dello stato dei luoghi, e previa comunicazione dell’avvio dei lavori all’amministrazione comunale» (ma non, incredibilmente, all’ente parco). Tutto questo purché i parchi nazionali e regionali non abbiano degli strani «strumenti di pianificazione dell’accessibilità dei parchi nazionali e regionali attuativi dei piani del parco». Di nuovo, come nel caso della norma pugliese che aveva inventato i “piani stralcio dei piani per i parchi regionali” al di fuori delle norme quadro nazionali sulle aree protette, si va d’inventiva. Perché, ci sembra di ricordare, non esistono strumenti di pianificazione dell’accessibilità nei parchi nazionali poiché questo aspetto è demandato dalla legge quadro sulle aree protette ai regolamenti dei parchi. A che cosa si riferisce esattamente, quindi, l’emendamento approvato dalla Commissione bilancio del Senato? Eppoi, sarebbe interessante sapere, ma non lo si può consultando gli atti della seduta di Commissione sul sito web del Senato, come hanno votato i senatori di opposizione del centrosinistra per capire se c’è stata identità di veduta con i consiglieri regionali pugliesi di maggioranza sempre di centrosinistra. La Puglia apripista bipartisan ad un ennesimo strappo alle regole di gestione di territori delicati e protetti quali sono i parchi nazionali e regionali. Coerentemente con le fumose ecolalìe propinate un giorno sì e l’altro pure in modo bipartisan.
Oltre la Cittadella della giustizia – VERDE PUBBLICO E CONTRADDIZIONI (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 29 giugno 2024)
Tra i paradossi più interessanti, come ad esempio quello famoso di Schrödinger (un gatto chiuso in una scatola con una pistola attivabile dalle radiazioni di un atomo di uranio del quale, però, non si può sapere quando emetterà radioattività attivando la pistola e uccidendo il gatto), ora c’è anche quello delle aree a verde a Bari. Infatti, con un piano regolatore ormai vetusto (1976) ed una proiezione demografica fatta allora totalmente sballata (630.000 abitanti nel 2011), Bari si ritrova con una dotazione standard di verde urbano per abitante sovrabbondante. Lo certifica il TAR Puglia nella sentenza pubblicata il 20 giugno scorso con la quale è stato rigettato il ricorso di una serie di associazioni contro la realizzazione della cittadella della giustizia nell’area delle ex casermette Capozzi e Milano, nel quartiere Carrassi. L’area destinata alla cittadella della giustizia è tipizzata dal PRG vigente come “verde urbano di quartiere” e si è resa necessaria una variante urbanistica, sottratta a qualsiasi procedura di valutazione ambientale, per attuare il progetto edificatorio pubblico. Uno dei cardini del ricorso al TAR era proprio la violazione degli standard urbanistici relativi alle aree a verde pubblico. I giudici amministrativi dimostrano che quell’«indicazione programmatica del P.R.G. […] di fatto non ha trovato mai concreta attuazione». Il calcolo degli standard per le aree a verde urbano va effettuato sull’intero complesso della città costruita, identificata come “Aree Centrali” (escludendo dal novero i municipi di Carbonara, Ceglie, Santo Spirito, Torre a Mare). Ne deriva che «se si considera che la popolazione residente a Bari è di 321.600 (cioè inferiore di 35.100 persone rispetto a quella residente all’epoca della redazione del P.R.G. del 1976), si desume che il verde necessario per rispettare le previsioni del P.R.G. è inferiore di 38,61 ettari rispetto a quella necessaria nel 1976» e che « […] rispetto alla popolazione attualmente residente nelle “Aree Centrali” indicate nel P.R.G., sussiste un esubero di aree a verde di 130 ettari». Affoghiamo nel verde e non ce ne accorgiamo. Ciò induce almeno due riflessioni (amare): la prima è che produrre un piano urbanistico sovradimensionato “conviene” sempre perché, com’è accaduto a Bari anche con il Piano casa, le aree a standard da sacrificare sono più che abbondanti. La seconda è che il verde vero, quello di qualità che rende una città del meridione più vivibile anche con 40 gradi ed in grado di adattarsi ai tanto paventati cambiamenti climatici, forse ce lo possiamo scordare.
Oltre la narrazione – BARI TURISTICA, LA STRADA DA FARE (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 07 luglio 2024)
Fa specie leggere alcuni commenti che i turisti, italiani e stranieri, hanno lasciato sul portale PayTourist del Comune di Bari, il canale web che (tra l’altro) dovrebbe consentire ai turisti di prenotare in strutture ricettive sicure e certificate. Commenti che, accanto a quelli positivi pure presenti, mettono in evidenza una città sporca, trasandata così come alcune strutture ricettive. «Dirty sidewalks, bad smell from the drains, dog poop on the sidewalks», dice una turista. Traducendo, «marciapiedi sporchi con cacche di cane e cattivi odori dagli scarichi». Oppure, «la stanza affittata in Bari vecchia aveva caratteristiche inaccettabili quanto a dimensioni (meno di 10mq) ricambio aria e umidità. Ho segnalato formalmente l’abuso edilizio al Comune di Bari e spero si prendano provvedimenti opportuni per evitare che gente senza scrupoli offra in affitto delle cantine!». Ed ancora «peccato, la gente lascia rifiuti a terra (bottiglie di vetro anche rotte, carta, sacchetti di plastica) a terra sulle piazze!». E, per chiudere, «i viaggi in treno da e per Bari sono stati gravemente in ritardo. Non sono sicuro che ciò sia abituale, ma ci ha fatto perdere quasi due giorni interi»; « Bari è troppo cara rispetto al resto d’Italia. Non tornerò per questo. 3 giorni a Bari hanno lo stesso costo di 5-6 giorni in altri posti d’Italia». Insomma, Bari città turistica è ancora tutta da fare, da inventare, forse. Per ora abbiamo inventato una comunicazione che non corrisponde, almeno non del tutto, alla realtà dei fatti. Eppure la città maleodorante e piena di rifiuti è questione antica. Lo scrittore di origine svizzera ma stabilitosi in Francia, Charles Didier, poco prima della metà del XIX secolo, scriveva, tra l’altro, di Bari, allora centro di circa 28.000 abitanti, «la città vecchia è sporca […]» ed altri elogiavano l’appena nata Bari murattiana così ordinata e cartesiana ma allo stesso tempo narravano di una «città mefitica» a causa dei reflui maleodoranti che scorrevano lungo le vie. Così dicendo si pensa quindi che il capoluogo di regione non abbia da allora fatto progressi? No di certo. Ma essere città turistica è altra cosa dalla compiacente narrazione di modo fatta sui social oppure nelle campagne pubblicitarie. La nuova amministrazione deve afferrare finalmente per le corna il toro della gestione ordinaria della città finora lasciato libero di non essere governato. Compito più arduo di quel che si pensi soprattutto con l’annebbiamento che sta calando sulla città del miliardo di euro del PNRR per nuovi progetti infrastrutturali che poi dovranno essere comunque gestiti.
I ritardi sulla sfida energetica – SE SI DECIDE DI NON DECIDERE (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 23 luglio 2024)
Mettiamo in fila le cose e cerchiamo di capire che cosa sta accadendo nel settore più importante per tutti noi, quello energetico. Senza energia a buon prezzo e disponibile sempre e costantemente, niente crescita economica e sviluppo sociale, niente riduzione delle diseguaglianze. L’Italia ha trasmesso a Bruxelles la proposta di Piano nazionale integrato per l’energia ed il clima (Pniec) proiettato al 2030. Prevede 131 GW elettrici prodotti da rinnovabili al 2030 ed anche 8 GW da fonte nucleare al 2050 per coprire l’11% della richiesta nazionale. Poco tempo prima, il 2 luglio scorso, è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto del Ministro dell’Ambiente, Pichetto Fratin, che stabilisce le regole per l’individuazione da parte delle Regioni delle aree idonee, di quelle non idonee e delle aree ordinarie per l’installazione di impianti per la produzione energetica da fonti rinnovabili. Un decreto che ha visto una lunga battaglia in Conferenza Stato-Regioni con la Regione Sardegna, coordinatrice per materia, che è riuscita ad ottenere qualche risultato di non poco conto per la tutela di paesaggi e risorse naturali. Dalla Puglia nessuna posizione ufficiale in merito. Tocca ora alle Regioni individuare con legge le aree con le varie destinazioni. Intanto in mare, in particolare di fronte alle coste pugliesi, si sta preparando una vera e propria cortina di acciaio e pale eoliche che nominalmente produrranno tanti di quei GW da far superare alla grande gli obiettivi di potenza installata previsto dal Pniec al 2030. Peccato che, se si arriverà a realizzare tutti quegli impianti dagli alti costi realizzativi e manutentivi, la produzione effettiva di energia elettrica si attesterà ad un quarto, forse ad un terzo della potenza nominale. Il pensiero unico che si è affermato circa le rinnovabili dovunque e comunque che salveranno il mondo (ben sapendo che così non è e non sarà), somiglia sempre più al pensiero unico sull’energia nucleare che pervase l’Italia negli anni ’70 della crisi energetica, fino al referendum che ne bloccò lo sviluppo. Quei quesiti referendari non abrogavano la scelta nucleare in sé (erano già state realizzate quattro centrali ed altre otto erano in programma) ma ne azzoppavano l’espansione. La motivazione forte del fronte referendario era che, appunto, nella pianificazione energetica nazionale fosse prevalso il pensiero unico nucleare senza prendere in considerazione altre fonti energetiche. La questione si ripete oggi con le rinnovabili. Oggi che la fame energetica non può essere soddisfatta con pannelli fotovoltaici e torri eoliche ovunque, a pena di scomparsa di biodiversità e di patrimonio paesaggistico, e che una riflessione profonda sulla necessità di una fonte stabile e costante come quella nucleare a zero emissioni di CO2 si rende obbligatoria, le Regioni, anche la Puglia, devono pianificare quali tipi di energia produrre e dove. Ma, tranne qualche esempio più avanzato, sul tema c’è il silenzio più assoluto. Men che meno la Puglia dice qualcosa. L’aggiornamento del Piano energetico regionale (Pear) è cominciato nel 2017 e poi è scomparso nei cassetti degli assessorati coinvolti. Si parla di forti contrasti tra essi e di visioni diametralmente opposte. Il risultato è la totale assenza di dibattito pubblico. Entro fine gennaio 2025 le Regioni devono legiferare sulle aree idonee o meno ed a molti osservatori questo sembra un modo per evitare di addentrarsi nell’elaborazione complicata di Piani energetici. È probabile sia così e la Puglia lascerà ancora una volta ad altri la prerogativa di decidere del proprio territorio.
Il documento da aggiornare – PIANO ENERGETICO, LA NUOVA VERSIONE DOPO IL FLOP PUGLIESE (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 28 luglio 2024)
È piovuta sui tavoli della Regione Puglia l’ultima versione dell’aggiornamento del Piano energetico ambientale regionale (Pear) messa a punto da un gruppo di lavoro composto da Arti (l’Agenzia regionale per la tecnologia e l’innovazione), Asset (l’Agenzia regionale per lo Sviluppo Ecosostenibile del Territorio) e dirigenti e funzionari di alcuni assessorati. Un documento di 160 pagine ricco di grafici, di tabelle e di dati che confermano come la Puglia non abbia particolarmente brillato nel raggiungimento degli obiettivi (ambiziosi, per usare un eufemismo) fissati a livello europeo e nazionale nel percorso di decarbonizzazione. È lo stesso documento a confermare che «nonostante i progressi registrati, va tuttavia sottolineato che la Puglia presenta una intensità energetica superiore alla media italiana, a causa del settore industriale che registra un dato largamente peggiore della media nazionale […] e che la regione si posiziona tra quelle con maggiori emissioni di CO2 a livello nazionale, rappresentando circa l’8% delle emissioni nazionali nel 2019». E questo nonostante la Puglia sia la maggiore produttrice di energia elettrica da fonti rinnovabili, dopo la Lombardia e produca il doppio dell’energia che consuma. Il precedente Pear era particolarmente spinto sulla produzione di energia da fonti rinnovabili (FER) con un forte sviluppo del cosiddetto “revamping”, il potenziamento degli impianti giunti a fine vita dopo 20-25 anni. Il nuovo Pear mutua acriticamente gli obiettivi “ambiziosi” di decarbonizzazione al 2030, con grosso rischio di non centrarli neanche stavolta: riduzione del 55% delle emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990, riduzione dei consumi energetici del 9% rispetto allo scenario di riferimento 2020, copertura di almeno il 40% dei consumi energetici da fonti di energia rinnovabile (42,5%), capacità installata da FER addizionale di 7.387 MW rispetto al 2021. Tuttavia, rispetto all’apertura recentemente espressa dall’Italia verso il nucleare di ultima generazione, il nuovo Pear asserisce, senza alcuna motivazione ed alcun ragionamento, che «la Regione Puglia ribadisce sin d’ora la posizione contraria ad ospitare impianti alimentati ad energia nucleare nel proprio territorio». Se per quanto riguarda l’individuazione delle aree idonee, non idonee ed ordinarie per l’installazione di impianti FER, è tutto rinviato alla legge regionale che dovrà essere approvata entro gennaio 2025, per l’eolico offshore (in mare) il nuovo Pear rinvia ai Piani per la gestione degli spazi marittimi i quali, però, nulla dicono sulla materia ed anche per questo sono bloccati in sede di valutazione ambientale strategica (Vas) al Ministero dell’Ambiente. Ma sulla questione in Puglia si ha il caso di un’associazione ambientalista, Legambiente, schierata senza se e senza ma per gli impianti eolici a mare con una posizione anche in questo caso dogmatica. La bozza del nuovo Pear pugliese sarà discusso domani tra dirigenti ed esperti della Regione.
Incendi e negligenze assortite – QUANDO L’INCURIA IRROMPE IN PINETA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia 06 agosto 2024)
Bruciano i pini d’Aleppo di Lido Silvana a Taranto, bruciano i pini d’Aleppo di Vieste nel parco nazionale del Gargano, bruciano i pini marittimi della riserva naturale di Monte Mario a Roma, bruciano le pinete del parco nazionale di Biokovo in Croazia. Bruciano, spesso, anche le pinete in Liguria ed in Toscana. Bruciano le pinete nella Regione biogeografica Mediterranea perché, diceva il grande botanico inglese Oliver Rackham, il paesaggio dominante nel bacino mediterraneo è frutto di fuoco e di capre. Le pinete, i boschi di conifere in generale, sono veri e propri serbatoi di carburante che, per fatti dolosi o colposi, diventano possibili agenti di morte per animali e per persone, così come è accaduto per l’ottantaseienne signora tarantina morta a seguito delle ustioni provocate dall’incendio della pineta di Lido Silvana. Le nostre pinete sono per lo più frutto di opere di rimboschimento effettuate a partire dagli anni ’60 in molte zone della Puglia con i fondi della Cassa per il Mezzogiorno. Si dava lavoro a migliaia di operai e si cercava di frenare il dissesto idrogeologico anche dove questo non era presente come nel caso dei “suoli saldi”, cioè pascoli naturali, nelle zone scoscese dell’Alta Murgia. Laddove ci sono pinete c’è ombra e c’è frescura e così l’offerta immobiliare turistica e di seconde case si è sempre più avvicinata loro determinando situazioni di rischio enorme. Se scoppia un incendio nelle pinete e nei pressi ci sono insediamenti residenziali oppure aziendali, il rischio di carneficina è enorme. Sono le cosiddette “aree di interfaccia” che nella pianificazione contro gli incendi boschivi assumono rilevanza massima. Le pinete dovrebbero essere gestite, soprattutto se rimboschimenti, perché i pini sono cosiddette specie pioniere all’ombra delle quali dovrebbe svilupparsi la vegetazione originaria di quel luogo. Ma questo accade se la pineta viene gestita con questa finalità naturalistica e quindi diradata con attenzione per creare le zone più idonee all’insediamento di quella vegetazione. È un lavoro delicato che richiede tecnici forestali capaci e d’esperienza, qualità ormai sempre più rara. Ora, per il progetto CostaSud del Comune di Bari, finanziato con 75 milioni di euro dal PNRR, sono stati ordinate quasi mille piante di pino d’Aleppo sulle 40mila di varie specie della macchia mediterranea. Sarebbe interessante capire chi, con quali finalità e come gestirà la nuova pineta ed il resto dell’area vegetata in un contesto ad alta frequentazione umana, perché di questo non v’è traccia nelle carte di progetto disponibili.
Distrazioni e incoerenze – I DISSALATORI CHE CI MANCANO (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 18 agosto 2024)
La Puglia ha attraversato molte crisi idriche anche più intense di quella attuale. Nel corso dei decenni, dopo la scomparsa della Cassa per il Mezzogiorno, ci si è affidati alla programmazione regionale che faceva affidamento sulle risorse economiche messe a disposizione dai Fondi europei per le infrastrutture. È così che nel 2003 è stata sottoscritta un’intesa istituzionale di programma tra Regione Puglia e vari ministeri per interventi, tra l’altro, nel settore dell’approvvigionamento di acqua potabile con un costo complessivo di oltre 355 milioni di euro (di cui solo il 35% a carico di AQP) disponibili attraverso i Fondi strutturali UE. Era prevista la realizzazione di dissalatori a Bari, a Brindisi, a Taranto e sul fiume Chidro a Manduria in provincia di Taranto. L’intesa istituzionale non si è mai concretizzata, AQP sta ancora pagando gli interessi sui prestiti contratti per la propria quota di cofinanziamento e nessuno degli interventi è stato realizzato. Quello sul Chidro si è scontrato con una serie di problematiche ambientali (il Chidro è riserva naturale regionale). Quello di Brindisi è scomparso dai radar. Ora, AQP ha in programma, con fondi PNRR, la realizzazione del dissalatore più grande d’Europa sul fiume Tara, in provincia di Taranto, ma si profilano seri problemi ambientali a causa dell’impatto del prelievo di acque da un ecosistema molto delicato e perché si sottrarrebbe acqua all’ex Ilva che emunge 400 litri al secondo. Il dissalatore previsto a Bari, invece, si è volatilizzato. Eppure la progettazione era in fase avanzata e gli impatti ambientali e paesaggistici di fatto inesistenti. Era prevista la realizzazione di una batteria di pozzi in adiacenza al canale derivatore Lamasinata per attingere acque di mare di invasione continentale destinate ad alimentare il dissalatore. Si prevedeva il prelievo di circa 1.500 litri/secondo, con una produzione di acqua dissalata di circa 700 litri/secondo destinata ad uso potabile ed uno scarico in mare delle acque di scarto ad elevata concentrazione salina (salamoia) di circa 800 litri/secondo. Ma l’elevata salinità sarebbe stata resa del tutto compatibile con l’acqua marina dalla confluenza nello scarico delle acque reflue del depuratore di Bari occidentale. Era stata già individuata l’area per l’impianto e le fonti di finanziamento per una spesa allora stimata di oltre 50 milioni di euro. Come per tutti i dissalatori l’approvvigionamento energetico è fondamentale poiché impianti altamente energivori. Però oggi la possibilità di utilizzare energie da fonti rinnovabili in modo efficiente ed efficace, con relativi accumuli, abbatterebbe di molto i costi di gestione. Un dissalatore, quello di Bari, del tutto compatibile dal punto di vista ambientale e paesaggistico, che darebbe un senso alla realizzazione di impianti di energia rinnovabile nel posto giusto, colpevolmente dimenticato mentre si scelgono localizzazioni a dir poco problematiche come per quello sul Tara.
Il nuovo assetto in giunta – L’URBANISTICA SPEZZETTATA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 25 agosto 2024)
L’urbanistica è stato il leitmotiv della campagna elettorale per il rinnovo del consiglio comunale di Bari. L’assenza del piano urbanistico generale (Pug), pronto ormai da 15 anni e rimasto chiuso nei cassetti, in sostituzione del piano regolatore del 1976, l’esplosione di costruzioni e del numero di vani al di fuori della pianificazione vigente spinta dall’applicazione delle leggi regionali sul piano casa ed alcune scelte di trasformazione urbana come il progetto CostaSud, sono stati oggetto di dibattito acceso prima della tornata elettorale. Ora che il nuovo Sindaco c’è, c’è pure la nuova Giunta comunale ma le deleghe all’urbanistica ed alla pianificazione urbanistica non sono state affidate ancora ad alcun assessore. Queste materie, quindi, restano nelle mani dell’attuale Sindaco Vito Leccese. Rumors attribuiscono allo stesso Leccese la volontà di conferire più in là la delega all’urbanistica al consigliere Pierluigi Introna. Nella nuova Giunta, però, le deleghe alla rigenerazione urbana e sociale, al decentramento, ai beni comuni, al riuso spazi dismessi ed all’arredo urbano sono state affidate a Giovanna Iacovone, avvocata, docente all’Università di Basilicata e molto esperta in diritto urbanistico, nominata anche vice Sindaca. Quest’ultimo, peraltro, è incarico molto impegnativo e la nomina è un goal pesante della convenzione guidata da Laforgia. Sarebbe interessante comprendere qual è la logica che ha spinto Leccese, s’immagina d’intesa con la stessa Iacovone e con Michele Laforgia che l’ha proposta, a tenere distinte rigenerazione urbana e pianificazione urbanistica visto che gran parte del nuovo Pug dovrà essere incentrato proprio sulla rigenerazione. Queste scelte impongono una ristrutturazione di non poco conto della macchina comunale e degli uffici di riferimento degli assessori. Una situazione tutta da definire ma anche da spiegare compiutamente all’opinione pubblica poiché l’urbanistica e la sua pianificazione ha, dovrebbe avere, alla base una visione di città chiara e precisa per comporre anche i vari interessi particolari in campo. Se aggiungiamo che altre deleghe assegnate all’assessore all’ambiente, Elda Perlino, riguardano forestazione urbana, tutela dei corridoi ecologici, politiche energetiche e parchi, parti costituenti della pianificazione urbanistica, l’organizzazione di unitarietà di visione e di azione comunale richiederà fatica enorme. Tutto questo prestando fede a quel che Leccese ha promesso in campagna elettorale ossia che nei cinque anni della sua sindacatura farà approvare il Piano urbanistico generale.
LO SPETTACOLO DELLA TERRA DELLE GRAVINE TRA CANYON, CASE GROTTA E CHIESE RUPESTRI (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 08 settembre 2024)
C’è un mondo a parte in Puglia, scomodo, fatto di discese impervie, di roccia, di ombre e di luce, di natura indomita, di magia e di religiosità autentica. È il mondo della Terra delle gravine, l’arco geologico che sovrasta il golfo di Taranto da ovest ad est o viceversa. Terra di grotte e di condomìni ante litteram, di chiese stupefacenti nella roccia, di affreschi degni della Cappella Sistina, ma anche di racconti di economia chiusa, di fughe da persecuzioni e da guerre, di un rapporto simbiotico con l’ambiente circostante. Questo e molto altro è scandagliato da Antonio Sigismondi nel suo “Il parco della Terra delle gravine – Tra canyon e grotte di Dio” appena uscito per i tipi dell’editore barese Adda e prodotto con il contributo dell’Amministrazione provinciale di Taranto che gestisce anche il parco. Il libro parte da un assunto è cioè che quel territorio da Ginosa, in provincia di Taranto, a Villa Castelli, in provincia di Brindisi, sia un territorio protetto perché parco naturale istituito con legge regionale dal 2005. Eppure quella legge ha subìto tali e tante manomissioni e quei confini tali e tante modifiche da rendere quantomeno dubbiosi sull’assunto. Però il racconto che Sigismondi fa di quel mondo è intimo e coinvolgente, superbamente documentato non solo da fonti di alto livello ma anche da un apparato fotografico emozionante, a volte commuovente. Nei nove capitoli de “La Terra delle gravine” si percorre la storia di quella parte di Puglia così nascosta e posta ai margini della narrazione dominante. Intanto, dice Sigismondi, quei nuclei abitativi che si possono vedere, tra gli altri nel villaggio della Madonna della Scala a Massafra, costituiscono solo una tipologia di abitazioni rupestri. Poi ci sono strutture singole con o senza alloggi per gli animali o altre ancora più grandi e complesse con vari ambienti formatisi nel corso della vita del nucleo familiare. In ogni caso, l’origine di queste straordinarie opere architettoniche, che dal pieno della roccia calcarenitica hanno ricavato i vuoti degli alloggi e delle stalle, è la casa grotta, riparo più o meno naturale dove i primi nuclei si sono insediati. Alcuni villaggi rupestri, probabili evoluzioni di quei nuclei, come Casalrotto e Petruscio (a Mottola), erano sulla via Appia. Altri invece erano più isolati, quasi in regime di difesa, ma dotati di fosse granarie, di cisterne per l’acqua raccolta attraverso sistemi ingegnosi alimentate anche da quella sorgiva che in molte gravine scorre tutt’ora, di terrazzamenti ad orti, di botteghe, di frantoi, di colombaie, di neviere e di chiese. Queste ultime, le quasi 170 chiese rupestri della Terra delle gravine, con quelle di Matera ed alcune tra Gravina in Puglia ed Altamura, sono la testimonianza più impressionante di quel mondo. Non solo perché ve ne sono di dimensioni notevolissime ma per gli affreschi ancora oggi visibili pure se in qualche caso oltraggiati dalla stupidità umana. Sono le chiese rupestri cui ha dedicato la sua vita di storico Cosimo Damiano Fonseca. Lui con altri storici ha dimostrato che quelle chiese non erano il risultato dell’arrivo dei monaci basiliani dal vicino Oriente ma sedi di culto a servizio delle comunità dei villaggi rupestri. Culto cristiano e natura, religione e magia, utilizzazione di prodotti vegetali e del miele per curare e lenire dolori. Chissà se nelle centinaia di nicchie nella roccia della “farmacia del mago Greguro” nella gravina di Massafra venivano preparati unguenti e pozioni a base di erbe selvatiche oppure si allevavano soltanto colombi destinati all’alimentazione umana, fondamentale base proteica per quelle comunità. “Il parco della Terra delle gravine” è un libro da non perdere per capire e conoscere le testimonianze della civiltà rupestre di Puglia ancora oggi fortunatamente per gran parte sottratte alla “valorizzazione” turistica e che fanno da contraltare agli insediamenti umani costruiti affianco ed attorno ad esse aggiungendo, non sottraendo, cemento.
La questione dell’autonomia – IL REFERENDUM NON BASTA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 13 settembre 2024)
Il cittadino elettore che potrebbe essere chiamato ad esprimersi in una consultazione referendaria sull’abrogazione o meno della legge che disciplina il processo di autonomia differenziata stabilito dalla Costituzione modificata nel 2001, dovrebbe essere informato correttamente. Ma la qualità e la correttezza dell’informazione in occasione delle consultazioni referendarie sono sempre stati il lato oscuro dei mass media italiani. Oggi sembra che l’opinione di chi vorrebbe l’abrogazione della “legge Calderoli” sull’autonomia differenziata prevalga di gran lunga. Mettiamo il caso che il quesito referendario venga ammesso dalla Corte costituzionale e che vinca il SI all’abrogazione. La domanda che ci si dovrebbe porre a prescindere dall’orientamento politico è: e poi che succede? Il cittadino elettore che cercasse di formarsi un’opinione senza paraocchi arriverebbe alla conclusione che, abrogata la legge che cercava di disciplinare i procedimenti attraverso i quali le Regioni possono ottenere «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia», quelle forme e condizioni sarebbero comunque ottenibili. Resterebbe vigente ed applicabile, infatti, il Titolo V della Costituzione modificato dal Parlamento nel 2001 con una maggioranza di centro-sinistra con il quale è stata sancita, appunto, la possibilità di ottenere ulteriore autonomia in modo differenziato tra Regioni. Rimarrebbe in piedi, così, la possibilità, già esperita nel 2018 da Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna e che in Puglia avrebbe voluto esperire Michele Emiliano, di concludere intese con il governo in carica per il trasferimento di funzioni anche in materie di competenza esclusiva dello Stato come la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali. Se il problema è a monte, si potrebbe chiedere il cittadino elettore medio con domanda sicuramente banale, cioè nel Titolo V modificato nel 2001 con il voto favorevole anche di molti amministratori locali allora parlamentari di centro-sinistra per i quali il gioco valeva la candela per portare dalla propria parte la Lega “costola della sinistra” di dalemiana memoria, perché non intervenire sulla causa più che sull’effetto? Un effetto, la “legge Calderoli”, necessitato proprio per dare una disciplina attuativa (dopo 23 anni) ad una norma costituzionale così vaga ed elastica da determinare effettivi scompensi territoriali ed economici. Ed ancora, si chiederebbe il cittadino elettore medio, ma perché l’attuale opposizione non deposita un disegno di legge costituzionale per correggere quell’errore esiziale del 2001?
Le osservazioni di Lipu e Wwf alla Regione – L’AMPLIAMENTO PORSCHE «GIÀ BRUCIATI 350 ETTARI» (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 25 settembre 2024)
Cinque anni fa la Commissione UE ha messo in mora il governo italiano, e con esso le Regioni inadempienti compresa la Puglia, per aver omesso di individuare nelle Zone Speciali di Conservazione – le aree tutelate dalla direttiva UE “Habitat” – obiettivi di conservazione specifici e dettagliati e di stabilire misure di conservazione necessarie alle esigenze ecologiche degli habitat naturali presenti. Dal 2019 la Puglia è rimasta in silenzio. All’improvviso, con una deliberazione della Giunta regionale dell’8 luglio scorso pubblicata sul Bollettino ufficiale oltre un mese dopo, la Regione ha avviato il procedimento richiesto dall’UE ma per la sola Zona che comprende il circuito Ntc-Porsche tra Nardò e Porto Cesareo. Come si ricorderà, il circuito Ntc è oggetto dell’accordo di programma da 450 milioni di euro per il suo ampliamento sottoscritto da Michele Emiliano e dalla società tedesca e successivamente sospeso dallo stesso Emiliano dopo che la Commissione UE ha evidenziato violazioni della direttiva “Habitat”. La Commissione UE ha in particolare eccepito la validità delle motivazioni di approvazione riguardanti la salute dell’uomo e la sicurezza pubblica in base alle quali il progetto ha aggirato la stringente norma europea sulla valutazione di incidenza dell’intervento su habitat e specie presenti nella Zsc. Entro l’11 settembre scorso dovevano pervenire alla Regione le osservazioni in merito alla deliberazione di luglio. Leggendo quelle presentate da WWF e Lipu si viene a sapere che il circuito Ntc ha già avuto, a fine 2006, un’autorizzazione all’ampliamento che ha determinato una devastazione degli habitat dei boschi di leccio, della pseudosteppa mediterranea e delle specie collegate tanto che nel provvedimento di quasi vent’anni fa si legge che «l’area interessata dall’intervento è di circa 350 ettari; di pari estensione è l’habitat compromesso dai lavori, ove per compromissione si deve intendere non solo la materiale eliminazione dell’habitat medesimo, ma anche la sua frammentazione ed il peggioramento delle condizioni di vita delle specie (rumori, inquinamento, disturbi di vario genere portati dalla gestione delle opere)». L’unica prescrizione data dalla Regione fu l’obbligo per Ntc di realizzare opere di rinaturalizzazione «attraverso l’impianto di vegetazione riconducibile agli habitat degradati, utilizzando specie ed ecotipi locali, su una superficie pari alla estensione dell’habitat compromesso». Dell’esito di quella rinaturalizzazione, però, non vi è traccia e tantomeno è possibile verificarla sul campo poiché l’ingresso al circuito è consentito solo a chi vi opera. Oggi Ntc chiede, nell’intervento oggetto dell’accordo di programma firmato e poi sospeso da Michele Emiliano, di distruggere circa 170 ettari di vegetazione naturale tra leccete e pseudosteppa, una superficie che con molta probabilità si sovrappone a quella oggetto dell’obbligo di rinaturalizzazione prescritto nel 2006.
La pista di Nardò – NEL 2006 IL PROGETTO FU DI PROTOTIPO (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 29 settembre 2024)
Nell’articolo dal titolo «Nel 2006 il primo sì all’ampliamento. Porsche ha già cancellato 350 ettari» pubblicato sul Corriere del 25 settembre scorso, c’è un errore. Nel 2006 il proponente dell’intervento di ampliamento del circuito Nardò Technical Center (Ntc) di Nardò non era il gruppo Porsche ma Prototipo group da cui solo nel 2012 Porsche ha rilevato la proprietà del circuito. Di questo errore ci scusiamo con il gruppo Porsche. Il fatto tuttavia resta e cioè che la Regione Puglia nel 2007 ha autorizzato l’ampliamento del circuito consentendo a Prototipo group di sottrarre 350 ettari di habitat naturali, anche di rilevanza prioritaria cioè a massima tutela a livello europeo, senza rispettare le norme della direttiva UE “Habitat” che quegli ecosistemi tutela, compensando con interventi di rinaturalizzazione, di cui nulla si sa, di altre superfici nel compendio del circuito. Oggi il nuovo progetto presentato da Porsche chiede di sottrarre 170 ettari di habitat tutelati a livello europeo con il rischio che le superfici rinaturalizzate e quelle da sottrarre si sovrappongano e, comunque, determinando una perdita netta di ecosistemi protetti.
La posizione di Regione e Comune – MENO EQUIVOCI SUL MEDIO ORIENTE (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 04 ottobre 2024)
Vorremmo fare una scommessa e vorremmo perderla. Scommettiamo che il 7 ottobre prossimo sui balconi e sulle facciate dei palazzi delle istituzioni pugliesi non sarà esibita la bandiera israeliana listata a lutto in memoria dell’eccidio di un anno fa perpetrato nei kibbutz dai terroristi di Hamas. Ma vorremmo perdere la scommessa perché crediamo ancora che gli amministratori pubblici pugliesi siano in grado di riconoscere che quello del 7 ottobre 2023 è stato un attacco spietato e vigliacco contro un popolo, quello israeliano, che i terroristi di Hamas vogliono cancellare dalla faccia della Terra come voleva Hitler. Vorremmo tanto perderla e vedere la bandiera israeliana garrire sul palazzo della Regione sul lungomare di Bari e sul palazzo del Comune di Bari dove, invece, ha fatto bella mostra di sé quella palestinese come condanna per quel che sta accadendo a Gaza. Vorremmo vederla esposta in tutti i palazzi del potere perché si possa comunicare l’empatia nei confronti di un popolo-Stato che ha subito il più feroce attacco dopo la soluzione finale nazista. Si dirà che lo Stato di Israele sta distruggendo la striscia di Gaza, sta annientando a sua volta un’altra popolazione, quella palestinese. Ma chi amministra la cosa pubblica non può fare di tutt’erba un fascio e ritenere che Netanyahu sia tutti gli israeliani che pure lo hanno eletto. Il premier israeliano ha commesso e sta commettendo gravi errori e pagherà per questo perché il suo popolo potrà cancellarlo dalla scena politica con nuove elezioni. Cosa che non può accadere a Gaza se Hamas ed i suoi despoti prevarranno, continueranno ad usare i civili come scudi umani ed a bersagliare Israele con missili ed incursioni armate. Israele è e resterà un Paese occidentale e democratico nel medio-oriente, i cui cittadini sono ben consapevoli quando esercitano il proprio diritto elettorale. Per questo dobbiamo esprimere tutta la vicinanza a quel popolo-Stato perché possa difendersi dalle minacce esterne e da quelle interne come la deriva nazionalista e religiosa dei coloni in Cisgiordania. Scommettiamo, però, che i palazzi delle istituzioni pugliesi non avvertiranno queste necessità e piegheranno ancora una volta testa e cuore alla violenza, alla misoginia, all’odio verso gli omosessuali che nella striscia di Gaza si perpetra ogni giorno. D’altra parte, la posizione di estrema vicinanza ai movimenti “ProPal” del Sindaco di Bari e del Presidente della Regione Puglia è stata confermata qualche giorno fa durante la visita a Bari dell’ambasciatrice dell’Autorità Nazionale Palestinese in Italia.
Bari e le sue scelte urbanistiche – UNA CITTÀ DIFFICILE DA RIGENERARE (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 18 ottobre 2024)
Piste ciclabili fatte male e dove non si sarebbero dovute realizzare, città sporca e cittadini sporcaccioni, città in preda alla movida più molesta, progetti discutibili di rigenerazione urbana che determinano disagi per i cittadini senza una prospettiva di effettivo miglioramento urbano come la piastra sopraelevata della stazione centrale e la stazione pullman lì vicino. Tutti lasciti delle amministrazioni guidate dal Sindaco Decaro negli ultimi dieci anni e che ora la nuova amministrazione del Sindaco Vito Leccese si trova sul groppone. E non sono pochi i casi in cui l’attuale Sindaco, già Capo di Gabinetto di Decaro, critica sia pure sottovoce oppure prende le distanze da scelte urbanistiche e di rigenerazione urbana adottate dal suo predecessore sostanzialmente in solitudine. Il dibattito pubblico su progetti rilevanti per la città, come quelli che abbiamo appena citato, non è certo stato lo strumento utilizzato da Decaro ed ogni volta che lo si è invitato a farlo non ne è seguito nulla. Ora Leccese deve mettere una pezza alla movida smodata e violenta nel quartiere murattiano ed a Poggiofranco, deve constatare l’assurdità della pista ciclabile al quartiere Japigia sulla quale non transita nessuna bicicletta ma che ha creato problemi seri al commercio ed al traffico su una strada già stretta e complicata. E fa pure i conti con il budello che è diventata via Capruzzi, davanti al nuovo edificio di Reti ferroviarie italiane (Rfi) che lì si affaccia, senza che si sia pensato di prolungare i sottopassi pedonali fino al “parco” Rossani (un’altra realizzazione molto discutibile); non si sono potuti prolungare perché, a detta dell’allora Sindaco Decaro, «c’è la grande condotta dell’AQP». Un’affermazione che fa saltare sulla sedia anche i suoi colleghi ingegneri ed i cittadini di buon senso considerate le tecniche e le tecnologie disponibili da decenni che hanno consentito di realizzare il tunnel sotto la Manica e le metropolitane in città ben più complesse quanto a presenza di acqua e di sottoservizi. Ma tant’è, la città è da tempo remoto ostaggio della “ferrovia”. Oggi il capoluogo di regione, in attesa di giudizio per quanto attiene alla presenza o meno di infiltrazioni della criminalità organizzata nell’apparato politico-amministrativo, è un oggetto difficile da gestire anche perché negli ultimi decenni il rapporto tra politica, amministrazione e cittadini sembra essere stato di facciata a colpi di social e di narrazioni di comodo. La realtà prima o poi si manifesta e chiede conto delle scelte fatte e di quelle non fatte.
Medio Oriente in fiamme – «VEDO TROPPI CATTIVI MAESTRI» (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 24 ottobre 2024)
Silvia Godelli è un’importante esponente della sinistra pugliese. Già professore associato di Psicologia Clinica nell’Università di Bari, è stata Consigliere regionale del PCI nella legislatura 1985-90, poi come indipendente nelle liste di Rifondazione comunista nelle legislature dal 1990 al 2000. Ma è anche legata alla comunità ebraica pugliese ed italiana. Le vicende che stanno sconvolgendo il medio oriente e che coinvolgono lo Stato d’Israele ci hanno portato da lei.
Silvia Godelli, la sinistra ha problemi con Israele?
Dal PD al M5S ad AVS, parliamo di realtà talmente eterogenee da non poter essere inquadrate sotto il solo termine sinistra. Se considero il solo PD posso dire che ha una posizione ondivaga ma non mi sentirei di dire che si oppone all’esistenza di Israele come Stato e che sia antisemita. Nella varietà di realtà che si autoascrivono alla sinistra, però, troviamo anche l’antisemitismo più becero.
Che cosa ha significato il 7 ottobre 2023 per gli ebrei che vivono lontani da Israele?
Una dimensione fisica di sofferenza, almeno per me. Mi sono sentita violata, stuprata, rapita, smembrata. Ho vissuto un momento di disintegrazione personale. Tra l’altro appartengo ad una famiglia di deportati e perseguitati e c’è un ritorno del rimosso che ovviamente non vale solo per me. Mi è sembrato impossibile fosse accaduto non tanto per ragioni militari, che pure hanno la loro drammatica spiegazione, ma per ragioni umane. Non si può agire in quel modo su persone che stavano vivendo una vita normale. D’altra parte, però, sappiamo che i terroristi usciti da Gaza per compiere quel massacro erano drogati, cioè essi stessi non erano in grado di sopportare quel che stavano facendo.
Ha ricevuto solidarietà qui in Puglia?
Sono andata a Roma con mia figlia ed abbiamo partecipato alle manifestazioni dell’associazione “Sinistra per Israele”. Qui in Puglia non parlo con nessuno. Ho cancellato 2-300 amici da Facebook. Solo Nichi Vendola in una trasmissione su La7 è stato molto chiaro, al contrario di suoi compagni di partito, ed ha detto che o si riparte da quel che è accaduto il 7 ottobre oppure non si può parlare di soluzione per il popolo palestinese.
Esporre la bandiera palestinese sul balcone del Comune di Bari è stata una buona idea?
Hanno dimostrato poca fantasia. Diciamo che è stata un’azione assolutamente scorretta perché ha riguardato la casa di tutti i cittadini baresi.
Hamas, Hezbollah, Houti, sono “resistenza islamica” oppure gruppi terroristici che attentano alla vita di Israele e dell’occidente democratico?
La resistenza, nelle forme storicamente date, ha ben altre caratteristiche, non pratica l’odio in quanto tale, non è razzista, non stermina civili. Hamas, Hezbollah, Houti non sono movimenti resistenziali.
Quando i “pro-Pal” inneggiano a “Palestina libera dal fiume al mare” comprendono quel che dicono?
Secondo me non sanno neppure dov’è il fiume Giordano. Ritengo che nel 90% dei casi sia un’ubriacatura sloganistica.
I ragazzi che nelle università si dicono antisionisti, forse senza sapere che il sionismo è un movimento politico socialista, sono anche antisemiti? Ci sono molti cattivi maestri?
Ci sono troppi cattivi maestri che stanno sdoganando l’antisemitismo sotto la forma dell’antisionismo e che non spiegano che dire no al sionismo significa dire no all’esistenza di Israele. Gran parte dei ragazzi non crede di essere antisemita ma finisce per esserlo. Eppoi gli ebrei piacciono solo morti, vivi piacciono molto meno.
Dopo il 7 ottobre Israele avrebbe potuto reagire in altro modo?
Israele è circondato ed attaccato da tutte le parti e quindi deve difendersi. Gli arabi non vogliono gli ebrei in quell’area, ma non tutti tant’è che si stava andando verso la stipula degli accordi di Abramo. Il 7 ottobre ha determinato un salto di qualità negativo nei rapporti ma già dopo la morte di Rabin i tentativi di mediazione si sono fermati. Però un Paese democratico come Israele non può avere quale unica risposta la guerra consentendo pure ai coloni in Cisgiordania di occupare territori e usare violenza contro le popolazioni arabe. Questo si paga a livello internazionale e credo che Netanyahu passerà alla storia non come quello che ha eliminato i capi di Hamas e di Hezbollah ma come il Premier che ha messo a repentaglio la sicurezza di Israele. Mio zio era un importante esponente della sinistra israeliana, del movimento kibbutzim, e dopo il 1967 mi disse «questi territori vanno restituiti subito altrimenti ci alleviamo la serpe in seno».
Dal salva-Milano al caso Bari – PIANI URBANISTICI DELEGITTIMATI (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 01 novembre 2024)
Il nuovo atto di indirizzo approvato dalla Giunta municipale di Bari il 22 ottobre scorso per l’elaborazione del Piano urbanistico generale della città (Pug) (“umanistico” preferisce chiamarlo il Sindaco forse con un po’ di pretenziosità), sembra una summa di prese d’atto e di non detto. Prende atto, infatti, della serie di “interventi anticipatori del PUG” (tra cui CostaSud, nodo ferroviario e piastra sulla stazione di Bari centrale) che, di fatto, ipotecano il destino di una parte della città sottraendolo al dibattito pubblico. Prende pure atto dell’oltre milione e 600.000 metri cubi realizzati fuori da ogni pianificazione con il Piano casa «mutando – dice l’atto di indirizzo – in maniera rilevante le condizioni insediative di partenza per la pianificazione urbanistica, e rendendo in alcuni casi inadeguata sia la strumentazione vigente che le soluzioni pianificatorie del Pug». Poi c’è il non detto, ossia che il Pug in realtà è stato già elaborato e consegnato agli uffici comunali ormai dieci anni fa sulla base del Documento preliminare programmatico approvato dalla Giunta comunale nel 2009 ma mai dal Consiglio comunale. Di tutto questo non c’è quasi traccia nell’atto di indirizzo forse a marcare un ulteriore distanziamento dall’(in)attività delle precedenti amministrazioni. Dopodiché, il nuovo provvedimento della Giunta barese indica alcuni obiettivi da raggiungere (per buona parte contenuti anche nel Documento programmatico del 2009), sicuramente condivisibili ma per raggiungere i quali saranno anche necessarie “riforme” non di poco conto dell’assetto istituzionale nella città (leggi decentramento effettivo). Insomma, il (nuovo) Pug di Bari è stato per buona parte già attuato senza dibattito pubblico ed ora si vorrebbe realizzare altro su cui però pesano inevitabilmente gli interventi già realizzati. Un ibrido pianificatorio che sconta un sistema di deroghe della stessa pianificazione urbanistica posto in essere in questi decenni a livello regionale (il famigerato Piano casa) ed a livello comunale (interventi anticipatori). Un processo di delegittimazione della pianificazione urbanistica ben evidenziato, ad esempio, da un recente articolo del giurista pugliese Pier Luigi Portaluri sul portale della giustizia amministrativa (www.giustizia-amministrativa.it) nella sezione “Ufficio studi”. L’oggetto è la norma cosiddetta “salva Milano” dove si sono realizzati interventi di rigenerazione urbana con semplici comunicazioni di inizio attività ma le amare, dotte e spiritose considerazioni sono valide anche per la Puglia e per Bari.
Il piano sulle fonti rinnovabili – PRODURRE ENERGIA SENZA VANTAGGI (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 12 novembre 2024)
Strategia e tattica in campo energetico in Puglia non sembrano andare di pari passo. La revisione del Piano energetico ambientale regionale (Pear) è ancora all’inizio (in realtà avviata oltre 10 anni fa ma incredibilmente arenatasi) con una proposta appena approvata dalla Giunta regionale (contenente un “no” immotivato ed apodittico al nucleare) e che dovrà affrontare il lungo processo di valutazione ambientale e di dibattito pubblico. Nel Pear si delinea la strategia attraverso la quale la Regione intende raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione parziale al 2030 anche con l’apporto di altri 7 gigawatt (GW) da fonti rinnovabili andandone a raddoppiare la produzione nominale già oggi installata. Parallelamente è all’esame del Consiglio regionale il disegno di legge che stabilisce i criteri per l’individuazione delle aree idonee, non idonee ed ordinarie per l’installazione di quegli impianti di rinnovabili al fine di raggiungere la produzione dei 7 GW al 2030. Il disegno di legge deve divenire legge entro la fine di quest’anno, pena l’esercizio dei poteri sostitutivi da parte del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, e sta ora affrontando una fase di dibattito pubblico alquanto striminzito, fino al 16 novembre, con risultati non chiari alla fine del percorso. L’individuazione delle aree idonee, non idonee ed ordinarie dovrebbe costituire la tattica attenta e precisa con la quale attuare la strategia del Pear. Invece i due strumenti non dialogano, non si incontrano. Invano è stato più volte sollecitato nel tempo da queste colonne la necessità di porre mano al Pear in modo compiuto anche con le aree da destinare oppure da interdire agli impianti industriali di rinnovabili e con le relative procedure autorizzative. Invece è successo quel che non doveva accadere e cioè che le cose andassero come stanno andando. La Puglia è la seconda Regione italiana per produzione elettrica da fonti rinnovabili ma i cittadini pugliesi verificano questo quasi primato soltanto dalla riduzione di paesaggi, di biodiversità e di territori liberi. Le migliaia di torri eoliche alte 200 metri, per ora solo a terra, fra un po’ anche in mare, e le distese di specchi su suoli agricoli non producono alcun beneficio diretto né in termini di riduzione di tariffe nelle bollette elettriche né in termini di miglioramento della qualità della vita. Anche questi aspetti sarebbero parte della strategia politica energetica ma sono del tutto assenti a vantaggio della privatizzazione dei profitti con relativa pubblicizzazione dei costi ambientali ed economici.
CINGHIALI, CIBO FACILE PER I LUPI. IN PUGLIA PREDATORI IN ESPANSIONE (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 19 novembre 2024)
Uomini e lupi in Puglia. Non è il remake regionalizzato del famoso film del 1957 con Silvana Mangano ed Yves Montand. Da metà anni ’70 il lupo in Italia è specie protetta ed ha ripreso spazi e numeri. L’ultima stima fornita da Ispra dice che sono presenti circa 3.300 esemplari. È una specie in forte espansione in tutta Europa e la Commissione UE ha proposto alla Convenzione di Berna per la conservazione della vita selvatica in Europa la riduzione dello status di protezione da “rigorosamente tutelata” a “tutelata”. In Puglia la rinnovata presenza del lupo risale alla fine degli anni ’90 con alcuni esemplari provenienti dalle popolazioni lucane che hanno trovato cibo facile nei cinghiali nel frattempo introdotti improvvidamente dai cacciatori. In questi oltre 30 anni il lupo ha espanso il suo areale. La stima effettuata da Ispra per la Puglia è di una densità media di 5,3 esemplari/100 km2 in provincia di Foggia e di 5,9/100 km2 nelle province di Bari e BAT. Mancano i dati delle province di Brindisi, Lecce e Taranto dove la presenza di alcuni nuclei è stata scientificamente accertata negli ultimi anni. I grandi predatori, su tutti orsi e lupi, sono associati a predazioni di bestiame e ad attacchi anche mortali a persone. Ma se gli orsi, in particolare l’orso bruno reintrodotto in Trentino, possono effettivamente arrecare danni mortali agli umani pur sempre per difesa, il lupo si guarda bene dall’attaccare l’uomo. La sua espansione è avvenuta in modo naturale rioccupando nicchie già occupate e poi svuotate per la presenza antropica poi diradatasi per l’abbandono di aree interne e per la spinta all’inurbamento. Allo stesso tempo, però, le aree urbane si sono espanse determinando almeno due fenomeni di interazione uomo-lupo: quello dell’abbondanza di cibo attraverso l’abbandono dei rifiuti e quello dell’occupazione di spazi naturali. E l’incontro si è fatto certo. Però in Puglia i dati ci parlano di danni da lupi tutto sommato contenuti se rapportati ad altre Regioni e ad altri territori europei. Sempre Ispra ci dice che nel periodo 2015-2019 in Puglia la media è di 137 eventi ogni anno. La media dei capi di bestiame (bovini ed ovicaprini) predati in ognuno dei cinque anni è di 389,4 unità. La spesa a carico della Regione per indennizzare gli allevatori è aumentata passando da zero euro del 2015 a 404.120 euro del 2019 per una media di 101.030 euro all’anno. La stessa Regione ha finanziato un progetto, costo complessivo di 40.000 euro, che ha visto collaborare il Dipartimento di Veterinaria dell’Università di Bari ed il Centro studi per l’ecologia e la biodiversità degli Appennini (Cseba) per valutare anche l’efficacia dell’uso dei cani da pastore abruzzesi nella difesa del bestiame dall’attacco di lupi, attività già messa in campo con successo oltre 10 anni fa dal parco nazionale dell’Alta Murgia. Le aziende su cui si è intervenuti sono state Masseria Russoli, nel territorio di Crispiano (TA) di proprietà regionale per l’allevamento della razza autoctona dell’asino di Martina Franca, e Monti di Basile a Martina Franca (TA) che alleva capre ioniche e cavalli murgesi. In ambedue i casi i risultati sono stati più che notevoli: la prima, che ha subìto 16 predazioni dal 2017 al 2020, ha visto azzerare gli attacchi da lupi così come la Masseria Monti di Basile. Una soluzione antica ma attuale e pienamente efficace, affiancata da alcuni accorgimenti gestionali come l’innalzamento e l’elettrificazione delle recinzioni perimetrali. Ma si susseguono iniziative anche legislative per contenere le popolazioni di lupi. Nel Consiglio regionale pugliese sono annunciate proposte di legge in questo senso ma ad oggi non ne risulta depositata neanche una. Intanto in Conferenza Stato-Regioni non si riesce ad approvare il nuovo Piano di azione per la tutela e la gestione del lupo perché la richiesta di alcune associazioni agricole e zootecniche di procedere con l’abbattimento di lupi è fermamente osteggiata da alcune Regioni tra cui la Puglia.
I lasciti di Decaro – UN’EREDITÀ PESANTE RICADUTA ANCHE SUI PALAZZI STORICI (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 29 novembre 2024)
Un detto popolare barese recita: “Le monache di S. Chiara prima furono derubate e poi misero le porte di ferro”. Roba antica che però sembra oggi di grande attualità venendo a sapere che il Comune di Bari si prepara a tutelare 200 edifici di rilevanza architettonica tra cui anche lo stadio progettato da Renzo Piano. È una buona notizia. Peccato la decisione arrivi dopo che, appunto, una parte del patrimonio edilizio storico e di rilevanza architettonica di Bari è andato perso. Da alcune ville di metà ‘800, abbattute per far posto ad edifici con bonus volumetrici venuti su con il Piano casa, al palazzo già sede de La Gazzetta del Mezzogiorno, progettato da Onofrio Mangini, abbattuto per far posto ad un edificio residenziale di sette piani per 88 appartamenti in un’operazione finanziaria condotta da Vito Ladisa, Antonio Albanese e Vito Miccolis, questi ultimi due proprietari proprio de La Gazzetta del Mezzogiorno. Per non parlare della questione Parco Gentile a Torricella, accanto al quartiere di Enziteto, dove il Comune stabilì, d’intesa con il privato costruttore del complesso residenziale, canoni agevolati per alcuni appartamenti in social housing. Ma ora lo stesso Comune rischia di avventurarsi in una proposta di eccessiva mediazione al ribasso con la società subentrata (che gestisce un fondo riconducibile a Cassa Depositi e Prestiti della cui governance fa parte anche ANCI, fino a qualche mese fa presieduta da Decaro) che quei patti ha unilateralmente modificato violando la convenzione con il Comune e chiedendo ai locatari aumenti stratosferici dei canoni omnicomprensivi di tutte le spese. Insomma, eredità negative che l’amministrazione comunale barese ora guidata da Vito Leccese si trova a dover gestire. Eredità che comprendono le orecchiette industriali spacciate per fatte a mano con tournée all’estero a carico del Comune della magica signora di Bari vecchia a capo della “filiera” orecchiettara, ma anche la movida selvaggia e l’afflusso non gestito di un mare di turisti a causa del quale il mercato immobiliare si è ritorto contro gli stessi residenti del capoluogo regionale. No, non dev’essere piacevole cercare di tappare le falle che ora si stanno aprendo, dopo che comunicazione e propaganda hanno anestetizzato l’opinione pubblica per tanti anni. Si potrà dire che Leccese era pur sempre il Capo di Gabinetto di Decaro, che poteva vedere le cose che non andavano e suggerire di aggiustare il tiro. Ma in certi casi non c’è suggeritore o suggerimento che tenga.
Paure e proteste dei georgiani – DARE MANFORTE A UNA COMUNITÀ (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 08 dicembre 2024)
In dodici anni, fino al 2023, la popolazione straniera a Bari è quasi raddoppiata. La gran parte dei residenti stranieri proviene dall’est Europa, il resto da Cina, Pakistan, Nigeria, Bangladesh. Ma il record di stranieri residenti è dei georgiani la cui comunità nel 2023 è composta da quasi 2.500 persone. Una comunità operosa, unita ed integrata ma che vive lontano dal proprio Paese, la Georgia, oggi all’attenzione del mondo per la volontà di gran parte di quel popolo di aderire all’Unione Europea, volontà fino ad ora conculcata. E per affermare questa volontà i georgiani stanno occupando da giorni in modo nonviolento le strade di Tbilisi, la capitale, sventolando le bandiere dell’UE e gridando a squarciagola il “no” alla russificazione ormai più che strisciante. L’anelito di libertà di quel popolo è ben presente sui mezzi di informazione occidentali ma sembra che a Bari quel che sta lì sta accadendo, e quindi anche alla più grande comunità straniera nel capoluogo pugliese, non interessi a nessuno e men che meno all’amministrazione comunale. Eppure è proprio l’amministrazione guidata oggi da Vito Leccese ad aver prodotto il Documento unico di programmazione 2025-2027, approvato in Giunta municipale a fine novembre scorso, nel quale sono riportati i dati relativi appunto alle comunità di residenti stranieri a Bari. Un documento interessante dal quale si apprende che la complessiva popolazione residente è in calo più che sensibile da più di un decennio ma anche che gli stranieri residenti aumentano e contribuiscono fattivamente alle attività economiche e sociali. Sappiamo che molta parte delle donne georgiane sono occupate nell’assistenza alla popolazione anziana, sempre crescente, di Bari, un aiuto importante e degno di lode per tante famiglie. Però sarebbe anche importante sapere e capire di più di questa comunità i cui fratelli e le cui sorelle stanno combattendo la battaglia per la propria vita nella libertà dell’UE. Quei fratelli e quelle sorelle che temono, ora come non mai, che la ferocia e la politica imperialistica di Putin violenti, come già sta avvenendo, anche la Georgia dopo l’Ucraina. Sarebbe interessante sapere se anche i georgiani di Bari hanno la stessa pulsione verso l’UE che le istituzioni ed i baresi tutti dovrebbero sostenere e promuovere con iniziative pubbliche, con sondaggi, con ricerche, con vicinanza. Sapere di essere dalla stessa parte dell’anelito di libertà di un popolo rende più forti anche noi europei un po’ rammolliti ed adagiati sui divani ad assistere agli scempi che si compiono tra i Balcani ed il Caucaso.
Tante poltrone, poca autonomia – PER CHI SUONA L’ARPA PUGLIA? (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 22 dicembre 2024)
La laconicità della relazione che ha accompagnato l’emendamento proposto dal consigliere regionale del PD Caracciolo nella legge di bilancio 2025 per modificare l’assetto dell’agenzia regionale per la protezione ambientale (Arpa), è significativa: «Il presente emendamento prevede la rivisitazione della governance dell’Agenzia, prevedendo l’istituzione del Consiglio di Amministrazione, mantenendo invariata la continuità amministrativa della stessa Agenzia». In realtà la modifica, tra l’altro così mal scritta, comporta anche la nomina di un presidente componente pure del CdA assieme ad altri due consiglieri ed un incremento di spesa per il bilancio regionale che però Caracciolo non ha quantificato prendendosi il referto negativo della Ragioneria regionale. Ma non importa, l’emendamento è stato approvato in Commissione bilancio e poi in Aula. La stessa modifica degli organi è toccata anche ad altre agenzie regionali ma quella dell’Arpa ha un significato diverso. In primo luogo, e questo vale per tutte le agenzie, la previsione di CdA e di presidenti significa brutalmente distribuire poltrone e prebende in vista delle elezioni regionali prossime. In secondo luogo la modifica alla governance dell’Arpa ha un significato più fosco. L’Arpa è una struttura della Regione deputata a compiti sensibili e complessi di tutela e controllo sanitario-ambientale il cui espletamento richiede un rilevante grado di indipendenza dal potere politico. In particolare perché l’Arpa collabora con l’autorità giudiziaria per le questioni ambientali ed esprime pareri tecnico-scientifici nei procedimenti autorizzativi di impianti ed infrastrutture. Se il CdA stabilisce gli indirizzi politici dell’attività dell’Arpa è ragionevole attendersi anche pressioni perché si faccia o non si faccia qualcosa, si dica o non si dica qualcosa. Non che ora non sia possibile, ma l’attuale strutturazione dell’Agenzia lascia ampi margini di autonomia operativa e relazionale. Trattare le governance dell’Arpa allo stesso modo delle altre Agenzie regionali pugliesi è contro il buon senso e cancella di fatto le finalità ad essa assegnate mettendole una sorta di mordacchia. Ma tutto questo sembra avere ben poco rilievo nel dibattito pubblico pugliese al di là di una lettera aperta di protesta inviata a Michele Emiliano. In Italia c’è solo un caso di Arpa con la figura del presidente ed è quello della Lombardia con una modifica voluta dalla Lega. Le uscite pubbliche di quel presidente hanno creato non poco imbarazzo nel mondo scientifico. Ma la Puglia va oltre, come si sa, forse verso il baratro.
NUOVI SEGNALI IN TRASPARENZA (Corriere del Mezzogiorno 03 gennaio 2025)
Non possiamo non fare i complimenti ad Antonella Laricchia, consigliera regionale, tutt’ora del Movimento Cinque Stelle, per aver da sola azzoppato il sistema di nomine nel sottobosco del potere regionale. Lei con l’aiuto dell’opposizione e di qualche consigliere di maggioranza, ha dettato le regole per la trasparenza e la massima pubblicità nella scelta di rappresentanti regionali negli enti strumentali, nelle agenzie regionali, in altri enti pubblici, negli organismi interni di controllo contabile, articolando le competenze tra Giunta regionale e Consiglio regionale. Le nomine devono osservare i criteri di trasparenza e di selezione attraverso procedure di evidenza pubblica e non più secondo la distribuzione di incarichi per opportunità, per utilità politica e per cooptazione. La Laricchia ha combattuto la sua battaglia fino alla fine perché dopo averla vinta con i voti nell’Aula del Consiglio regionale, la presidente dell’Assemblea, Loredana Capone, avrebbe voluto annullare quella decisione con motivazioni poco fondate. Insomma, non l’hanno vista arrivare la Laricchia e quando l’hanno vista hanno tentato di buttare i chiodi sulla strada. Alla fine ha prevalso il buon senso ed il senso dell’istituzione quando l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale ha preso atto che l’emendamento era stato legittimamente votato ed approvato. Nel testo finale è tra le disposizioni finali, articolo 242 della legge di bilancio regionale 2025 proprio perché per la collocazione nel testo finale delle legge si è dovuto attendere l’esito dell’Ufficio di presidenza. E così Antonella Laricchia ha rispolverato quel po’ di buono che il M5S delle origini aveva almeno nelle intenzioni ed in qualche modo il suo emendamento potrebbe aiutare se non ad aprire la Regione Puglia come una scatoletta di tonno almeno a fare in modo che la scatoletta sia trasparente. Nulla di particolarmente innovativo, intendiamoci. Ma farlo in Puglia, in questo periodo e prima della tornata elettorale per il rinnovo del Consiglio regionale ha un buon sapore. Né pare conveniente tentare di abrogare vigliaccamente la “norma Laricchia”. Emiliano pare abbia dovuto ingoiare questo rospo nonostante avesse chiesto alla presidente Capone di procedere all’approvazione del bilancio prescindendo dall’emendamento approvato. La Capone in Aula il 18 dicembre scorso lo ha dichiarato non approvato salvo doversi poi ricredere in sede di Ufficio di presidenza a seguito del ricorso gerarchico intentato dalla Laricchia. Non una delle pagine migliori nella cinquantennale vita del Consiglio regionale.
L’impianto previsto a Taranto – PERCHÉ DISCUTERE DEL DISSALATORE (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 21 gennaio 2025)
Quel che più colpisce nella vicenda del dissalatore sul fiume Tara è la mancanza di qualsivoglia canale di comunicazione con l’opinione pubblica da parte di AQP. Al di là delle questioni di carattere ambientale e paesaggistico e di quelle strettamente ecologiche, un intervento che dovrebbe alleviare la carenza idrica per 380.000 persone ed allo stesso tempo ridurre l’emungimento dalla falda, dovrebbe essere accompagnato da forti azioni di informazione e di confronto con i cittadini. Soprattutto lì, in quella parte della provincia di Taranto, dove le acque del Tara sono ritenute quasi miracolose, rifugio di benessere in un territorio fortemente compromesso dalla presenza di industrie pesanti e di plurime fonti di inquinamento. Certo, le procedure sono state rispettate anche se non si capisce come molte riserve sollevate da organismi tecnico-scientifici da Arpa (i cui rilievi non sono mai rientrati) e dal Comitato regionale V.I.A. siano state perlopiù ignorate nella conclusione della conferenza dei servizi. Della molto scarsa compatibilità del dissalatore con le condizioni ecologiche del Tara è stato scritto anche sul Corriere e detto sui social ed in TV. Preme però sottolineare come AQP sembri impermeabile ad ogni sollecitazione di discussione nel merito dell’intervento con l’opinione pubblica. Che la Puglia abbia bisogno di dissalatori non c’è dubbio. Quello previsto a Bari, in combinata con il depuratore che ha sede al quartiere San Paolo, sarebbe dovuto essere realizzato da tempo e non aveva alcuna controindicazione paesaggistica ed ecologica. Anzi, la salamoia di scarto sarebbe stata miscelata con i reflui del depuratore e lasciata al mare con lo stesso contenuto salino dell’acqua marina. Invece, non è stato realizzato pur avendo finanziamenti già disponibili dai primi anni 2000 e relativi mutui già assunti. Ora si sceglie di ripescare un progetto, quello del dissalatore sul Tara, già messo da parte avendo più o meno gli stessi problemi di quello sul fiume Chidro, ossia un impatto rilevante sull’ecosistema fluviale già messo a dura prova dai periodi di siccità. Non depone certo a favore di AQP arroccarsi sulle proprie posizioni in modo apodittico e non depone neanche a favore dei programmi di finanziamento utilizzati come il PNRR, oltre al Fondo di Sviluppo e Coesione, che fa della sostenibilità ambientale un punto ineludibile. Bene farebbe AQP, e la Regione a sostegno, ad aprire un dibattito pubblico approfondito fornendo quante più informazioni possibile e senza scorciatoie. Taranto ed i tarantini ne hanno diritto forse più degli altri.
Leggi propizie contrastate – I DUE PILASTRI SALVA-PAESAGGIO (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 12 febbraio 2025)
Quaranta e dieci sono rispettivamente gli anni che in questo 2025 segnano due importanti provvedimenti per la tutela del paesaggio italiano e pugliese. Nel 1985 venne varata la cosiddetta “legge Galasso” che faceva seguito ad una serie di decreti ministeriali (denominati “Galassini”) voluti spasmodicamente da Giuseppe Galasso, parlamentare del partito repubblicano, sottosegretario ai Beni culturali nel primo e secondo governo Craxi. Galasso era docente di storia medievale e moderna all’Università Federico II di Napoli e collaboratore del Corriere della Sera. I decreti ministeriali prima e la legge Galasso dopo, aggiornarono profondamente la concezione di tutela del paesaggio conferendo una più ampia applicazione nella protezione dell’ambiente naturale collegata ai beni paesaggistici. Fu la modifica più importante alla politica di tutela paesaggistica dopo la “legge Bottai” del 1939. I “Galassini” integrarono gli elenchi di beni paesaggisticamente tutelati della legge del 1939 e furono oggetto di molti ricorsi ai TAR con la Puglia in prima linea. Molti, ma non tutti, furono annullati individuando nella lesione del diritto alla proprietà privata la principale illegittimità. Ma Galasso non si diede per vinto e riuscì a far approvare dal governo un decreto-legge che ribadiva quelle tutele ambientali insieme a quelle paesaggistiche, convertito poi nella legge n. 431/1985. Per la Puglia la sua applicazione fu una frustata verso l’approvazione degli strumenti di pianificazione paesaggistica: nel 2000 con il Piano urbanistico territoriale tematico del Paesaggio (Putt/P) e poi, dopo l’entrata in vigore nel 2004 del Codice “Urbani” del paesaggio e dei beni culturali, con il Piano paesaggistico territoriale regionale (Pptr). Quest’ultimo, entrato in vigore definitivamente nel 2015, è stato il primo piano paesaggistico approvato secondo le procedure del Codice del paesaggio d’intesa con il Ministero della Cultura. È un Piano complesso, straordinariamente strutturato nella parte di conoscenza dei territori, con un apparato normativo sicuramente migliorabile ma che resta di notevole qualità. Certo, il Pptr non è servito ad evitare che la Puglia sia ai primi posti tra le Regioni in cui il consumo di suolo avanza inesorabilmente. Però ha costituito un argine ad esempio alla diffusione comunque e dovunque di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili. Ora il Pptr è in fase di valutazione (tardiva) dell’efficacia attraverso un piano di monitoraggio. Ma non pochi, tra gli amministratori pugliesi, vorrebbero metterlo totalmente in discussione.
Dalla politica all’ambiente – PERCHÉ A TARANTO SERVE LA SVEGLIA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 23 febbraio 2025)
Se Taranto non è solo siderurgico ed area ad alto inquinamento a livello nazionale bisogna dimostrarlo al di là di ogni ragionevole dubbio, anche se l’amministrazione della città è deflagrata con la sfiducia dei consiglieri comunali nei confronti del Sindaco Melucci. Ora che le procedure di vendita dell’ex Ilva sono ai titoli di coda, bisogna avere uno scatto di orgoglio e di chiarezza per fornire le prove. I cittadini di Taranto sono impegnati in un aspro confronto con l’Acquedotto pugliese (AQP) per la realizzazione del dissalatore sul Tara, fiume simbolo storico della città e luogo di riposo con acque che alcuni ritengono taumaturgiche. L’ex Ilva da lì preleva almeno 500 litri al secondo e non intende rinunciarvi. Il presidente di AQP, Domenico Laforgia, ha dato per certo che l’ex Ilva non preleverà più dal Tara perché utilizzerà le acque trattate dal depuratore sul Gennarini. Quando questo accadrà, però, non si sa e non si ha molta speranza lo possa essere a breve anche perché questa soluzione è stata più volte data per operativa nel corso degli ultimi 20 anni senza avversi. I tarantini, quindi, hanno tutto il diritto, anzi il dovere, di pretendere che senza questa soluzione da subito operativa il dissalatore non si può fare perché il prelievo combinato di acque dal Tara da parte di agricoltura, dissalatore e siderurgico metterebbe a rischio il minimo deflusso vitale ecologico del fiume. Ma forse bisognerebbe legare il futuro siderurgico della città (perché ad oggi non si vede altra soluzione industriale) anche ad altro, oltre che alla decarbonizzazione (chissà quando), alla bonifica di alcune parti del territorio e del Mar Piccolo (speriamo) ed agli investimenti tutti da verificare del Just Transition Fund. Ad esempio a finirla una volta per tutte con l’assenza di gestione del parco regionale della Terra delle gravine. Il destino di Taranto e di quella parte di Puglia è legata anche alla possibilità di offrire, di fronte al “mostro” di acciaio, un territorio ben gestito, protetto ed esempio di corretta fruizione turistica. Il parco delle gravine deve essere il contraltare dell’immagine tarantina così negativa. Non solo gli effimeri giochi del Mediterraneo, quindi, ma qualcosa di duraturo e di piacevole per il corpo e per l’anima. E invece ancora oggi, a 20 anni dall’istituzione del parco, i Comuni sono l’un contro l’altro, gli amministratori regionali del territorio brancolano nel buio tirati per la giacchetta dai pochi cacciatori e da qualche associazione agricola, il governo regionale appare fuori fase. La caduta libera, così, continua.
Il gesto di Leccese pro Ucraina – UNA DIFFERENZA DA APPLAUDIRE (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 27 febbraio 2025)
Viva la differenza! Possiamo dirlo anche a Bari mutuando la frase di Anatole France, premio Nobel per la letteratura nel 1921. Ma qui la dobbiamo riferire alla palese differenza di atteggiamento del primo cittadino in carica del capoluogo di regione, Vito Leccese, rispetto al suo predecessore Antonio Decaro di fronte al dramma dell’invasione dell’Ucraina da parte del dittatore russo Putin. Il 24 febbraio, in occasione del terzo anniversario della tragedia vissuta dall’Ucraina, Leccese ha postato sui social quella che alcuni hanno definito una provocazione ma che tale non è. «Una ricorrenza dolorosa e vergognosa per l’intera umanità. La città di Bari rinnova la sua vicinanza al popolo ucraino. Bari è e sarà sempre una città di pace, unita contro ogni guerra e ogni forma di violenza», ha scritto l’attuale Sindaco di Bari. No, non si tratta di una provocazione aver detto la cosa giusta al momento giusto ed aver deposto fiori con i colori della bandiera ucraina ai piedi della statua di San Nicola donata da Putin alla città di Bari. Viva la differenza! con l’assenza di parole e di gesti da parte di chi ha preceduto Leccese sullo scranno più importante della città ed ora è parlamentare europeo e che in quel consesso si è distinto per non aver votato le risoluzioni per armare l’Ucraina contro l’invasore. Viva la differenza! che è stata giustamente ed opportunamente applaudita dal Console generale dell’Ucraina a Napoli, Maksym Kovalenko. Anche la bandiera ucraina sventola sul Comune di Bari in segno di vicinanza e di comunanza di intenti con un popolo vilipeso dal dittatore Putin ma capace di resistere oltre ogni aspettativa nonostante gli aiuti militari siano sempre più risicati soprattutto da parte italiana. In questo momento storico in cui c’è l’uomo più potente del Pianeta, il presidente degli USA, che rovescia la realtà delle cose negando che l’Ucraina sia stata attaccata dalla Russia, da Bari un anelito di buona politica che vive di parole e di azioni che alcuni, sbagliando, ritengono provocazioni. Vito Leccese ha dimostrato in questo caso schiena dritta marcando la differenza dalle posizioni cerchiobottiste della dirigenza PD e dalle posizioni pilatesche, quando non vicine a quelle rossobrune, del resto della compagine che si ritiene a sinistra del panorama politico. Viva la differenza!, quindi, che speriamo di poter rilevare anche in altre situazioni per le quali, invece, come nel caso del pogrom di Hamas il 7 ottobre 2023 contro Israele e della relativa risposta difensiva, sul balcone del Comune di Bari è sventolata la sola bandiera palestinese.
La Xylella che sfonda a nord – I TANTI COMPLICI DI UN’AVANZATA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 08 marzo 2025)
La Xylella è arrivata anche nella zona dell’Alta Murgia. Gli esemplari di mandorlo trovati tra Cassano delle Murge e Santeramo in Colle sono finora le piante infette più a nord in Puglia. Chi conosce un po’ le dinamiche naturali e di espansione dei patogeni non solo vegetali, sa che la velocità di diffusione è enorme. Soprattutto quando si è brancolato nel buio perdendo tempo oppure ancora si è pensato di avere chiara una situazione ed invece non si è capito nulla. La diffusione della Xylella è colpa per grandissima parte di responsabilità umane. Ricordiamo che dopo la rilevazione dei primi esemplari di ulivo nel 2012 a Gallipoli, pseudo ambientalisti e vari stregoni, appoggiati dal presidente della Regione Michele Emiliano, gridarono all’attentato contro il piano messo a punto dall’allora commissario straordinario Peppino Silletti. Presentarono, con l’appoggio di Emiliano, un esposto alla Procura di Lecce contro Silletti e contro alcuni dirigenti regionali. La Procura sequestrò le aree con le piante da abbattere, la Xylella ebbe campo libero per diffondersi, Silletti e gli altri sono stati assolti. Quel che è accaduto dopo è stata l’imposta ma necessaria strategia “al napalm”, frutto dell’insipienza pugliese, con l’eradicazione delle piante risultate positive alla Xylella ed anche di tutte quelle asintomatiche in un raggio di 50-100 metri. Obbligatoriamente e per 10 anni. Ma non sarebbe stato necessario se è vero che l’incidenza della Xylella nelle zone “contenimento” e “tampone” è molto bassa: nelle ultime tre campagne dal 2020-2021 al 2022-2023 il batterio è stato rilevato nello 0,06% e lo 0,07% delle piante campionate. Ora la Xylella è diventata endemica e si propaga con ritmi naturali. Ma si continua con polemiche sterili come quella seguita ad un’intervista al Segretario regionale per la Puglia del Ministero della Cultura, Maria Piccarreta, la quale ha detto quel che ha visto e che è riscontrabile sul terreno, senza atteggiarsi ad agronoma: non tutte le piante in disseccamento sono colpite da Xylella, non tutte le piante colpite da Xylella disseccano ed alcune di quelle colpite, aiutate dalle potature e da particolari trattamenti, ricacciano polloni. Ma la colpevole negligenza della Regione, tenuta al principio della vicenda e per lungo tempo, unita alla cattiva conduzione agronomica degli uliveti nonché alla monocoltura ad ulivi, hanno comportato la tabula rasa del paesaggio. Nessuno può andarne fiero, nessuno, soprattutto tra i pubblici amministratori, dovrebbe avere atteggiamenti stregoneschi ma neanche di scientismo dogmatico.
ADDIO PAESAGGIO STORICO. DOVE MORÌ FEDERICO II ORA NASCERÀ UN PARCO EOLICO (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 12 marzo 2025)
Ne avrebbe buon diritto Federico II di Hohenstaufen-Altavilla, Puer Apuliae, Grande Svevo, Stupor Mundi, ad essere preoccupato ed arrabbiato. Il sito della sua morte, Castel Fiorentino in territorio di Torremaggiore, provincia di Foggia, bene architettonico e paesaggistico tutelato, potrebbe essere accerchiato da impianti eolici con turbine alte anche oltre i 150 metri. E Castel Fiorentino è a 200 metri sul livello del mare, poggio solitario nella piana a nord ovest di Foggia. Sembra quasi che per ironia della sorte qualcuno voglia realizzare torri eoliche da quelle parti in spregio a ciò che lo stesso Federico II statuì (come riportato nella Historia diplomatica Friderici secundi di Jean Louis Alphonse Huillard-Bréholles) «vietiamo che nelle terre del nostro demanio vengano edificate costruzioni che impediscano la difesa dei luoghi, la protezione dei sudditi e il libero transito. Comandiamo in modo speciale che nei luoghi predetti non vengano costruite torri ad iniziativa dei privati». Invece oggi è difficile venire a capo di quante torri eoliche siano state proposte per quella zona perché le amministrazioni competenti ai procedimenti di valutazione ambientale sono diverse: Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Regione, Provincia. Un caso interessante è quello di un impianto eolico proposto nel 2008 e che, a seguito di vicende giudiziarie amministrative, ottiene nel 2010 dalla Provincia di Foggia una valutazione di impatto ambientale (Via) favorevole. Dal provvedimento provinciale non si capisce neanche quante torri eoliche siano state proposte e di quali dimensioni. Sta di fatto che nonostante la VIA favorevole l’impianto non si realizza nei 5 anni di validità del provvedimento. La società proponente, AEnergy s.r.l., si volatilizza e nel febbraio del 2024 una nuova società, la Torremaggiore Energia s.r.l. con sede a Foggia ed un capitale sociale di 36.600 euro nel 2024 e zero dipendenti, chiede alla Provincia di Foggia non già di riavviare la procedura di Via ma un semplice accertamento di compatibilità paesaggistica sulla base del Piano paesaggistico regionale (Pptr). L’amministrazione provinciale lo conclude positivamente ad aprile 2024 ma condividendo il parere della commissione per il paesaggio nel quale viene esplicitamente detto che «le norme tecniche di attuazione (Nta) del Pptr inerenti ai coni visuali considera[no] non ammissibili tutti i piani, progetti e interventi in contrasto con gli obiettivi di qualità e le normative d’uso di cui all’art. 37 e in particolare […] quelli che comportano la realizzazione e ampliamento di impianti per la produzione di energia […]. Nelle suddette Linee guida Castel Fiorentino rientra tra i coni visuali fascia “B” e pertanto gli aereogeneratori posti all’interno del cono visuale risultano non ammissibili per le loro caratteristiche intrinseche ed estrinseche». Gli aereogeneratori non ammissibili sono 12. Ma, le vie del ripensamento sono infinite e così la stessa società inoltra un’istanza di riesame del provvedimento motivata dall’aver verificato il superamento del termine per l’espressione dell’accertamento da parte della Provincia e da un’interpretazione molto discutibile delle norme intervenute (il decreto legislativo n. 199/2021) per cui le aree non idonee all’installazione di impianti rinnovabili dichiarate dal regolamento regionale n. 24/2010 e poi dal Pptr non esisterebbero più. La Provincia di Foggia accetta supinamente i rilievi della società e, a dicembre 2024, corregge il precedente provvedimento: l’incompatibilità paesaggistica con Castel Fiorentino non vi è più per 7 delle 12 torri eoliche non consentite. L’accerchiamento di Castel Fiorentino appare quindi molto preoccupante se si considera che i progetti di impianti da fonti rinnovabili con relative opere di connessione presentati per il territorio di Torremaggiore ed in fase di valutazione del solo Ministero dell’Ambiente sono 31. Quelli presentati alle altre amministrazioni sono un’incognita.
La stretta soffocante dei cantieri – MA I CITTADINI PAGANO PEGNO (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 15 marzo 2025)
La città sviluppata è quella capace di essere allo stesso tempo adeguata alle esigenze che nel corso del tempo si manifestano ed a quelle dei propri cittadini in termini di benessere, affezione alla propria identità, salubrità, mobilità sicura. Bari sta vivendo un momento di adeguamento alle prime esigenze derivanti da circa un miliardo di euro di investimenti infrastrutturali finanziati da fondi PNRR e di Coesione. Le seconde esigenze, quelle dei cittadini, sembrano passate in second’ordine. Ci sono i tempi ristretti da rispettare per finire i lavori e rendicontare come sono stati spesi i soldi ricevuti, il resto passa in cavalleria. Eppure, la vita quotidiana fatta di spostamenti, figli da andare a prendere a scuola, lavoro fuori città oppure in città provenendo dalla provincia o da altrove ed altro, è profondamente segnata dalla numerosità di cantieri in ogni dove. Perché accanto a quelli dei “grandi lavori” finanziati ci sono quelli delle manutenzioni ordinarie e straordinarie, dei gestori delle infrastrutture a rete (gas, luce, acqua, fogna) cha a loro volta hanno i propri tempi da rispettare, le proprie esigenze tecniche, il proprio modo di operare perlopiù menefreghista nei confronti dei cittadini e dell’amministrazione comunale. Così, la frittata è fatta. E siamo appena all’inizio. Quando partiranno i cantieri del BRT (Bari Rapid Transit), ossia pullman elettrici con corsie preferenziali e posti auto persi, e quelli della “fantastica” piastra sulla ferrovia che taglia in due la città e continuerà a farlo, con annessi rifacimento e pedonalizzazione di piazza Moro, sarà da ridere o da piangere. Quel che non è chiaro, perché non è stato mai detto, è se l’amministrazione comunale abbia approntato un programma scandito dell’apertura dei cantieri che fosse anche in relazione alle operazioni di manutenzione dei gestori delle reti ed alle esigenze di ingresso e di uscita dalla città e di vita quotidiana dei cittadini. Insomma, se sia mai stata fatta una valutazione d’impatto ambientale, se non strategica, e sociale e, (perché no?), anche sanitario di questo. Ma a Bari le procedure di valutazione ambientale provocano allergia. CostaSud, ad esempio, è stato escluso dalla valutazione ambientale strategica (Vas), procedura di partecipazione pubblica per eccellenza, solo perché la variante urbanistica prevede una riduzione delle cubature in quell’area e così non sono stati affrontati tutti gli altri, e ben importanti, aspetti. Ora l’attuale Sindaco di Bari, Vito Leccese, si trova ad affrontare anche questa grana proveniente dal passato. Che fare?
Come incide il fattore siccità – INNOVAZIONE SFIDA IN SALITA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 25 marzo 2025)
Puglia California del Sud ed all’avanguardia nello sviluppo di sistemi informatici e nell’elaborazione dati. Ma si era tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 del secolo scorso quando, sulla spinta di queste idee forti, si sviluppava da un lato un’agricoltura molto esigente di acqua e di prodotti chimici e dall’altro si metteva in piedi uno dei primi consorzi per lo sviluppo di tecnologie avanzate. Il suo nome era CSATA, il fondatore il professor Aldo Romano, docente di Fisica all’Università di Bari e poi di Economia dell’innovazione presso Ingegneria all’Università di Roma Tor Vergata ed ancora all’Università del Salento. Il CSATA poi è stato smembrato ed una parte è diventata pubblica con l’agenzia InnovaPuglia. Da allora, alcune iniziative private molto interessanti. Con la recente legge di bilancio regionale 2025, articolo 105, si tenta di rilanciare il tema dell’innovazione tecnologica con la spinta verso la realizzazione di centri di elaborazione dati, data center in inglese. Ottima idea, verrebbe da dire. Ma con giudizio e, soprattutto con tanta energia disponibile e tanta acqua. Infatti, nel tempo dell’intelligenza artificiale (IA) sempre più performante, i data center nei quali la si mette a punto richiedono quantità sempre maggiori di energia e di acqua per il raffreddamento dei sistemi. Gli ultimi dati in merito sono quelli di Terna S.p.A., la società pubblica che gestisce le reti elettriche ad alta tensione: le richieste di connessione da parte di data center in Italia a febbraio 2025 ammontano a 39,6 gigawatt (1 gigawatt = 1 miliardo di watt), più di 40 volte quella richiesta nel 2021 e l’85% della richiesta è concentrata nel nord Italia. La Puglia si colloca al terzo posto nella richiesta di connessioni (4,41 GW), dopo Lombardia e Piemonte. Dopodiché, ad un data center di alto livello, dove si sviluppa l’IA, serve acqua per raffreddare i supercomputer utilizzati, dai 3 ai 5 milioni di litri al giorno. Ecco, forse prima di lanciarsi in una sfida così impegnativa, peraltro con competitori molto più avvantaggiati, sarebbe utile fare due calcoli per capire se siamo in grado di soddisfare queste necessità con le attuali e previste fonti energetiche ed idriche. Questo perché l’energia che la Puglia produce va a soddisfare soprattutto le esigenze del nord del Paese e di acqua ce n’è sempre meno. Una valutazione attenta dei costi e dei benefici e degli impatti va fatta ora, sapendo però, ad esempio, che i competitori si stanno attrezzando anche con piccole centrali nucleari.
Perché serve un’altra strategia – CAMBIO DI ROTTA CONTRO LA XYLELLA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 01 aprile 2025)
La notizia è passata in sordina. Ma nei giorni scorsi sono state rese note le relazioni di qualche anno fa della polizia giudiziaria che sta conducendo indagini per conto della Procura della Repubblica di Bari sulla questione Xylella. Le conclusioni cui sono giunti gli investigatori nel 2022 è che l’emergenza Xylella sia un «disegno criminoso di raggiro dei pugliesi» ordito da istituti pubblici di ricerca, trafficanti di olio dal nord Africa e vari soggetti pubblici. Ma ad oggi i magistrati baresi non hanno assunto alcuna iniziativa. Insomma, punto e daccapo rispetto alle ipotesi di reato su cui ha già indagato la Procura di Lecce archiviando però tutto. Ora c’è da chiedersi se a quasi quindici anni dai primi ulivi disseccati trovati a Gallipoli (ma la polizia giudiziaria afferma che la Xylella era già stata individuata nel 2005) la Puglia sia ancora in uno stato emergenziale per questo patogeno. Oppure se bisogna stabilire ufficialmente che la Xylella, con le sue sottospecie (o si ratta di specie diverse?), sia endemica e che quindi la questione va affrontata in modo meno drastico. Ancora oggi, che la Xylella viene rintracciata sempre più a nord in Puglia, la prassi degli uffici regionali competenti è procedere all’abbattimento degli esemplari infetti e delle altre piante in un raggio di almeno 50 metri. Ma in alcune aree, come quelle protette (parchi nazionali e regionali, riserve naturali ed aree tutelate a livello europeo), questo significa incidere profondamente sugli equilibri ecologici e paesaggistici poiché non si abbatterebbero solo piante agrarie (ad esempio mandorli e ulivi) ma piante selvatiche, compagini arboree di rilevante importanza ecologica. Allora forse è arrivato il momento di rivedere completamente la situazione, confrontarsi con la Commissione UE, con l’Efsa (l’Autorità europea per la sicurezza alimentare) e con i ministeri competenti per ridefinire il perimetro di azione e le azioni stesse. Tanto più perché già ora la disciplina UE applicabile alla questione Xylella consente deroghe agli abbattimenti in aree altamente sensibili e tutelate dal punto di vista ambientale. Ma pare che in Puglia stia prevalendo un’interpretazione immotivatamente rigida che rischia di creare più danni della Xylella stessa. Ordinare e discutere tutto questo è compito della politica sulla base dei discutibili risultati finora ottenuti per il contenimento del patogeno, partendo dal dato di fatto che la Xylella non può più essere gestita come un’eterna emergenza ma come una presenza con cui convivere attentamente ed in modo adattativo.
Il destino (incerto) di Taranto – ALLA DERIVA NEL MAR PICCOLO (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 10 aprile 2025)
Triste destino fino ad ora quello di Taranto. Una delle città più belle del Belpaese, con un bagaglio di storia come poche al mondo, con una posizione invidiabile nel Mediterraneo, capitale della massima espressione artistica della classicità, l’ellenismo. I viaggiatori del Grand Tour che nel diciottesimo secolo vi arrivavano, rimanevano incantati dalla città-giardino. Ma ora quali sentimenti suscita Taranto? Stando a quel che accade in vista delle prossime elezioni comunali a maggio, sono sentimenti di allontanamento dalla cosa pubblica ancora più evidenti rispetto al passato. D’altra parte Taranto funge da tempo da cavia per le alchimie “politiche” e non trova pace, ossia stabilità. Ora lì si è infranto il campo largo mai nato tra PD e M5S e quest’ultimo ha deciso di competere da solo perché può contare su una buona base massimalista ambientalista o pseudo tale e su un’attesa di assistenzialismo municipale. Il centro-sinistra non sembra particolarmente compatto ed il centro-destra va diviso alla competizione elettorale con la Lega salviniana che gioca da sola. Ognuno si conta e pensa di contare al ballottaggio. Ma la città soffre per l’inaffidabilità del ceto politico, per il rischio di non farsi trovare pronta per i prossimi Giochi del Mediterraneo tra poco più di un anno, per il suo Mar Piccolo in eterno bilico tra risanamento, protezione ed oltraggio. Né sembra che aver sottoscritto alcuni giorni fa la “Carta del Mar Piccolo – Per una governance sostenibile e partecipata” costituisca garanzia di successo. La “Carta” è stata promossa dal Dipartimento jonico dell’Università di Bari che ha raccolto idee e suggerimenti da una quantità di soggetti del terzo settore e non solo, ma altre realtà associative si dicono piuttosto scettiche. Ed in effetti, a scorrere quelle pagine, si nota un lastricato di buone intenzioni con priorità ed azioni che per buona parte ricalcano quelle già avviate con le bonifiche mai terminate. Anzi, sembra quasi si voglia tornare indietro o che comunque non si voglia andare più a fondo nell’individuare le responsabilità del degrado, isolandole. Epperò, lì, nel Mar Piccolo vi sono fonti di inquinamento, tra cui l’Arsenale della Marina militare, ben consolidate nel tempo ma che sembrano non poter essere scalfite da alcun intervento. Il Mar Piccolo è un po’ il simbolo di Taranto, bello, poetico, ricco di storia ma senza una guida e senza strategie di protezione e di miglioramento anche ora che è diventato parco regionale. Il triste destino sembra irreversibile.
Tutti gli errori di gestione – VERDE PUBBLICO E SOLDI SPRECATI (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 29 aprile 2025)
C’è una cosa che le amministrazioni locali pugliesi, capoluogo di regione in testa, fanno con tristissima ed offensiva abitudine: distruggere il poco verde pubblico esistente. E c’è un’altra cosa che fanno con altrettanta pervicacia: ottenere fondi pubblici cospicui per altro verde pubblico che non saranno capaci di gestire riempiendosi la bocca di “forestazione urbana” (un ossimoro) e di riduzione di CO2 in atmosfera attraverso gli alberelli striminziti messi a dimora. A Bari come a Foggia e negli altri capoluoghi, per non parlare dei centri minori, sono in atto in questo periodo, a poco più di un mese dall’inizio della primavera, azioni di mala gestione del verde pubblico. A Bari in pieno aprile, anziché in autunno, vengono potati i poveri lecci di corso Cavour già debilitati da un processo di essiccamento comune a molte città ed a qualche bosco. Così facendo le piante devono spendere una quantità di energia enorme per cicatrizzare le ferite e cacciare nuovi germogli e divengono oggetto di ulteriori attacchi di patogeni. Per non parlare della perdita delle nidificazioni di varie specie di uccelli, soprattutto passeri, ma anche verdoni, verzellini e tanti altri, che utilizzano quelle piante per riprodursi nel folto delle chiome al riparo da predatori e gatti. Allo stesso modo si fa scempio, lungo le murature di un secolo fa che conducono a piazza Luigi di Savoia dall’omonimo sottopasso, delle bellissime piantine di capelvenere che nascono negli interstizi da cui attingono acqua. Probabilmente gli operatori incaricati non conoscono la differenza con l’allergenica parietaria che pure vegeta lì. Così, ancora, in piena primavera si abbattono alberi ritenuti pericolanti con i medesimi risultati. Non serve piantare nuovi alberi, che chissà che destino avranno perché non adeguatamente assistiti, se non si riesce a gestire il poco verde pubblico esistente. Eppure l’Associazione nazionale dei Comuni d’Italia (l’Anci) ha diffuso in questi giorni le indicazioni tecniche, elaborate con la Lega italiana per la protezione degli uccelli (Lipu), per la gestione del verde urbano con riguardo alle nidificazioni. E vanno in senso diametralmente opposto a quello che sta accadendo nelle nostre città. Ci sono norme nazionali e regionali che dovrebbero guidare i Comuni in una gestione migliore del verde urbano. Invece è un disastro. A Bari, ad esempio, nonostante la competenza sul verde pubblico afferisca alla ripartizione Ambiente, la gestione operativa sembra del tutto analoga a quella dei lavori pubblici che nessun rapporto ha con la vita biologica.
Rinnovabili ad alta produzione – UN BOOMERANG CARICO DI ENERGIA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 08 maggio 2025)
Il blackout che ha messo al buio la Spagna (oltre una parte del Portogallo e della Francia ma per breve tempo) il 28 aprile scorso fornisce alcuni avvertimenti in tema di produzione e distribuzione di energia. Li fornisce non solo allo Stato italiano, competente in materia in virtù delle disposizioni della Costituzione, ma anche alle Regioni che in quella competenza sono concorrenti. Tanto più a Regioni come la Puglia in testa alla classifica della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili. E sì, perché uno degli avvertimenti, forse il principale, che scaturisce da caso spagnolo è che la sovraproduzione di energia elettrica da quelle fonti può mettere in crisi le reti di distribuzione, anche le più avanzate. Certo, sarà una commissione governativa ad hoc a verificare quali siano state le effettive cause del blackout iberico, ma il gestore della rete elettrica spagnola già due mesi fa aveva messo in guardia dall’eccesso di produzione da parte degli impianti eolici e soprattutto fotovoltaici che avrebbe potuto mettere a repentaglio la rete. Perché? Per il solito motivo: sono impianti intermittenti e non programmabili, producono energia (e tanta) se c’è vento continuo e sole continuo e nulla quando questi elementi naturali non ci sono o sono deboli. Quei picchi di produzione, non programmabili, appunto, richiedono una capacità di distribuzione in determinati momenti che la rete potrebbe non avere. In Italia, in queste situazioni, si ricorre al fermo di quegli impianti comunque ben remunerato da sussidi pubblici anche se il costo dell’energia prodotta e pari a zero euro. In ogni caso è energia persa perché mancano gli impianti di accumulo i cui enormi costi si scaricherebbero in bolletta. Queste considerazioni dovrebbero portare a ponderare attentamente la pianificazione energetica che oggi la Regione Puglia sta predisponendo. L’obiettivo assegnatole di produrre ulteriori 7 gigawatt di energia elettrica da fonti rinnovabili (oltre altri 7 già in produzione) potrebbe rivelarsi un boomerang per la tenuta della rete elettrica italiana che già ora ha difficoltà a gestire le quantità di energia prodotta da rinnovabili. E pensare che le richieste di allacciamento di nuovi impianti pervenute a Terna per la Puglia sono relative ad una produzione 12 volte maggiore di quell’obiettivo. La domanda è se il Consiglio regionale riuscirà mai ad approvare il Piano energetico entro la fine della legislatura e se, soprattutto, si soffermerà a ragionare quantomeno sugli avvertimenti provenienti dalla Spagna. Ci si consentirà un profondo scetticismo.
L’ex Sindaco detta la linea – GREEN DEAL, SVOLTA DECARO (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 17 maggio 2025)
Che il green deal fosse per gran parte un accordo di poco buon senso si è cominciato a comprenderlo da tempo. Solo che riconoscere quelle caratteristiche è difficile per chi ne ha fatto un motore propulsivo politico e mediatico. Sull’onda dei movimenti guidati dalla ex ragazzina Greta Thumberg, oggi ventunenne, e delle molto discutibili posizioni assunte dall’allora Commissario UE all’Ambiente Frans Timmermans, sparito dai radar europei, anche in Italia si è sviluppato negli ultimi anni un’adesione incondizionata alle clausole capestro di quell’accordo. Tra i sostenitori nostrani del green deal c’erano (ci sono ancora?) molti Sindaci, perlopiù di centro sinistra ma anche di centro destra, capitanati dalla loro associazione, l’Anci, guidata fino allo scorso anno dal Sindaco di Bari Antonio Decaro, ora europarlamentare e candidato in pectore come futuro presidente della Regione per il centrosinistra. L’Anci ha perorato il green deal con tale fervore da spingere, ad esempio, ad atomizzare le risorse del PNRR in migliaia di piccoli interventi molto poco influenti sulla crisi climatica e sul benessere ambientale in genere. Questo è accaduto anche in Puglia e nell’area metropolitana barese il green deal, così mal concepito, sta mietendo vittime tra le imprese legate all’automotiv come le sta mietendo in Germania. Gli obiettivi fissati a livello europeo di raggiungere la neutralità climatica nel 2050 e di azzerare le emissioni di CO2 delle auto nel 2035, sanzionando i produttori che già da quest’anno non producano motori con emissioni di CO2 inferiori dialmeno il 15% rispetto 2021, si stanno infrangendo contro il principio di realtà. E Decaro, che ha imparato ad avere fiuto politico tanto più ora che è presidente della Commissione Ambiente del Parlamento UE, è stato tra coloro che hanno guidato la modifica al regolamento comunitario che prevedeva quelle sanzioni. Il distretto (piccolo) dell’automotive barese, nel quale si è sviluppata la rivoluzionaria tecnologia del common rail per i motori diesel, sta collassando e la realtà si è imposta anche a chi faceva del green deal la bandiera della nuova europea. La transizione verso zero emissioni può attendere per ora almeno tre anni durante i quali è possibile che motori a combustione sempre meno inquinanti e più performanti vengano alla luce. L’approccio ideologico ed irrazionale alle cose determina quasi sempre povertà per molti ed arricchimento per pochi. Sembra si sia cominciato a rendersene conto. E sembra anche che qualcuno stia pensando che Decaro a Bruxelles possa assumere un ruolo più rilevante, nonostante il suo destino sembri segnato dal ritorno in Puglia da governatore.
Perché la politica si è spaccata – I PRO E I CONTRO DEL PIANO COSTE (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 23 maggio 2025)
L’attivismo di Stefano Lacatena, consigliere regionale delegato dal Presidente Michele Emiliano ad occuparsi di urbanistica, paesaggio e pure di demanio costiero, rischia di nuocergli più che di favorirlo. Le elezioni regionali sono alle viste ed il movimento politico di Lacatena, CON, inventato da Michele Emiliano, lotta strenuamente per essere nuovamente presente nell’Assemblea legislativa pugliese. Così Lacatena ha deciso di prendersi la croce per mettere a punto nuove norme sull’utilizzazione del demanio costiero per la balneabilità. Ha fatto alcune scelte che hanno spaccato l’opinione pubblica (più che altro il mondo politico). Sono norme anche di buon senso come riallineare in modo equo le percentuali di spiagge libere e di quelle occupate da stabilimenti balneari: 50 e 50% contro le precedenti della legge regionale voluta dall’allora assessore Guglielmo Minervini, con il 60% per spiagge libere. Ma di quel 60% il 40% è destinato a spiagge libere attrezzate, definizione che si è rivelata un escamotage per realizzare altri stabilimenti balneari. Nella proposta di Lacatena il Piano regionale delle coste non c’è più e la responsabilità della pianificazione ricade tutta sui Comuni. Finora su 69 Comuni costieri solo 8 hanno pianificato, la maggior parte delle volte eludendo le procedure di valutazione strategica (VAS) delegate assurdamente dalla Regione agli stessi Comuni. Con la proposta Lacatena, la VAS diverrebbe obbligatoria e sarebbe l’unico possibile argine, con la conferenza di co-pianificazione, ad una pianificazione potenzialmente dannosa per l’ambiente. I Comuni, ovviamente non ci stanno e protestano ma la scelta non sembra peregrina. La Regione produrrebbe il Quadro di assetto delle coste che dovrebbe servire come vademecum per la pianificazione locale. Predisporre questo strumento significa avere dati solidi a disposizione e capacità di aggiornarli ripetutamente e di monitorare i Piani comunali. Programma ambizioso viste le condizioni strutturali ed operative della stessa Regione e dei Comuni. In ogni caso una maggiore attenzione alle questioni ambientali costiere nella proposta di Lacatena è necessaria a partire dal destino dei sistemi dunali che si volevano sacrificare agli stabilimenti balneari. Per come si sono messe le cose, però, è difficile che la proposta del volenteroso Lacatena vada avanti anche perché c’è troppa carne al fuoco dell’agenda legislativa regionale. Lacatena il tentativo, ovviamente migliorabile, lo ha fatto. Che l’eventuale risultato finale possa uscire dal Consiglio regionale migliore della proposta lascia tuttavia molto scettici.
Tutti gli errori sulla caccia – ECOLOGISTI SOLO A PAROLE (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 05 giugno 2025)
Da un po’ di giorni si fa un gran chiasso sul disegno di legge del governo Meloni che vorrebbe riformare la legge nazionale sulla caccia, la n. 157 di trentatré anni fa. Quella legge, che è dedicata alla “protezione della fauna omeoterma ed al prelievo venatorio” è stata modificata altre volte sempre destando mal di pancia e proteste. Questa volta i dolori sono maggiori e così le proteste forse perché è un governo di centro-destra a proporle. Ma in realtà la proposta del governo non c’è o, meglio, circola un testo che viene attribuito al ministero guidato da Lollobrigida che, però, non ha alcuna ufficialità. Si tratta di alcune modifiche alla legge del 1992 rispondenti ad altrettante evidenti sollecitazioni come quella, più che altro del nord Italia, «di rispondere all’esigenza di soddisfare la domanda di approvvigionamento di richiami vivi» consentendo alle Regioni di autorizzare il prelievo con reti o con altri strumenti di uccelli per utilizzarli a quel fine. Una barbarie cui però finora si è fatto fronte con animali allevati e non catturati allo stato naturale. E si va oltre con una «considerazione olistica della caccia […] intesa come attività sportivo-motoria avente importanti ricadute di ordine culturale, economico e sociale». In realtà il numero di cacciatori diminuisce con parallelo loro invecchiamento e l’approccio è sempre più quello di cittadini inurbati che non hanno più alcun rapporto con la campagna, con i boschi e con le aree aperte. Si spara a piccoli uccelli con cartucce che hanno un contenuto di piombo doppio rispetto al peso di quegli animali ma di questo e di tanto altro, come di un approccio scientifico alla caccia in una dimensione di corretto rapporto con la fauna selvatica, non si parla in quel testo. A questo fa eco la Regione Puglia che, nella legge che modifica la disciplina l’utilizzo delle acque sotterranee e superficiali approvata qualche giorno fa dal Consiglio regionale, non si è fatta sfuggire l’occasione di introdurre una norma in materia di immissioni faunistiche per la caccia che consente di posticipare, rispetto alla scadenza del 30 aprile, il rilascio di animali a scopo di ripopolamento fino al 30 giugno. Ecco un chiaro esempio di come, nonostante ci si riempia la bocca di “contrasto” al riscaldamento globale e di estati sempre più lunghe e calde, oggi l’attività venatoria è fuori da ogni regola di buon senso e di utilità ecologica. Gli animali che verranno immessi a giugno saranno abbattuti a partire da settembre senza neanche la possibilità di riprodursi in favore degli stessi cacciatori. Contro ogni ragionevolezza.
Il rebus delle concessioni – L’ASSIST EUROPEO AI BALNEARI (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 14 giugno 2025)
Chi l’avrebbe mai detto che la possibilità di evitare le gare per la concessione del demanio marittimo agli stabilimenti balneari potesse passare attraverso la tutela della biodiversità? Accade che una cittadina italiana di Comacchio ha presentato una petizione al Parlamento europeo sostenendo che la direttiva Bolkestein (quella che appunto prevede la concessione delle attività balneari solo mediante gara pubblica ogni 5 anni) confligga con gli obiettivi primari di tutela della biodiversità dettati dal Trattato dell’UE e dalla direttiva UE “Habitat”. Quest’ultima ha consentito di individuare in Europa una rete di siti (detti “Natura 2000”) per i quali gli Stati membri hanno l’obbligo di conservare ed aumentare la diversità biologica. La notizia importante è che la petizione è stata accolta (non è cosa scontata) dalla competente commissione del Parlamento UE ed è stata inviata alla Commissione guidata da Ursula von der Leyen per un’istruttoria e poi sarà trasmessa alla Commissione Ambiente del Parlamento di Strasburgo guidata dal pugliese Antonio Decaro. Secondo la proponente della petizione «il punto centrale è molto semplice, la direttiva mette a repentaglio un territorio; l’Italia è il paese con la percentuale più alta in Europa di siti Natura 2000. Qui quelle gare non si possono fare. Nuovi imprenditori vuol dire nuove costruzioni, ruspe, operai, cemento. No, sono convinta che la mia tesi passerà. L’Europa si professa paladina della sostenibilità, di un futuro verde e poi emana quel testo senza rendersi conto che distrugge coste e mare». I Siti Natura 2000 in Puglia comprendono almeno il 60-70% degli 800 chilometri di costa regionale e, dice la proponente, l’UE «potrebbe anche ammettere che la Bolkestein non può essere applicata nei siti protetti, aprendo la strada a una concessione speciale ambientale». Insomma, è possibile che per buona parte dei balneari, che di tutela della biodiversità certo non ne hanno fatto una bandiera nella loro gestione del demanio costiero ormai pluridecennale, si apra uno spiraglio inatteso per evitare le gare. In Puglia lo spiraglio diverrebbe maggiore in considerazione dell’estensione dei siti Natura 2000 costieri e perché quest’eventualità potrebbe essere valutata anche nel corso della messa a punto della legge regionale di riforma delle concessioni balneari di cui si occupa, delegato da Michele Emiliano, il consigliere regionale Stefano Lacatena. In tutto questo complesso processo Antonio Decaro diventa crocevia fondamentale. Un altro puntello alla sua rilevanza in UE anche per la Puglia?
I permessi per le Zone speciali – IL NUOVO SCONTRO SULL’URBANISTICA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 24 giugno 2025)
A Bari è in atto uno scontro istituzionale, per ora sotto traccia, tra amministrazione comunale e struttura di missione della Zona Economia Speciale (ZES) chiamata a velocizzare gli investimenti produttivi nel Mezzogiorno mediante autorizzazioni uniche. Oggetto del contendere è la semplificazione procedimentale per l’approvazione di progetti edilizi nel capoluogo. L’amministrazione comunale si è recentemente espressa negativamente su alcuni interventi proposti da imprenditori che mirano a realizzare edifici destinati a residenze ed uffici in aree libere tra aree già edificate. Gli imprenditori, dopo aver attivato i procedimenti edilizi ed urbanistici presso il Comune, hanno attivato procedimenti alla ZES che ha convocato tempestivamente le conferenze dei servizi per l’approvazione degli interventi. La loro idea è che per questi interventi basti solo un permesso di costruire convenzionato. L’amministrazione comunale ritiene invece che quegli interventi siano soggetti ad approvazione di piani urbanistici esecutivi e che la ZES non possa rilasciare alcuna autorizzazione in tal caso; inoltre ritiene che nelle proposte presentate le funzioni produttive non risultano provate. Eppure sono le stesse norme tecniche di attuazione del vigente PRG che contengono una specifica sezione titolata “Zone destinate ad attività produttive” all’interno della quale è prevista la disciplina delle zone per attività terziarie, quelle a cui gli investimenti proposti si riferiscono, mediante soli permessi di costruire in convenzione. E se la ZES è nata per velocizzare gli investimenti produttivi, gli imprenditori si affrettano legittimamente ad utilizzare lo strumento più veloce. Le questioni che si pongono in questo scontro istituzionale sono rilevanti e riguardano la competenza primaria del Comune nella pianificazione urbanistica anche esecutiva, con lunghi tempi per decidere, e la risoluzione dei problemi interpretativi delle norme di diverso rango. Per quanto riguarda il primo il Comune di Bari non ha finora brillato. Il nuovo PUG era pronto e validato dagli uffici ma l’ex Sindaco Decaro lo ha chiuso nel cassetto mentre durante la sua approvazione si sarebbero potuti chiarire questi aspetti. La nuova amministrazione vorrebbe farne un altro senza dire che fine fa tutto quel che è stato già elaborato. Sul fronte della risoluzione dei problemi interpretativi potrebbe essere utile che l’attuale Sindaco, Vito Leccese, si facesse promotore di un confronto decisivo nella sede istituzionale preposta a dare una cornice di certezza di regole giuridiche condivise, la Conferenza Unificata Stato-Regioni-Città.
I progetti flop delle rinnovabili – IMPROVVISANDO TRA SOLE E MARE (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 28 giugno 2025)
Con un gioco di parole inglesi ed un po’ di humor britannico, potremmo chiamarlo il “flop del float”. Dove per flop si intende il fallimento e per float si intende un impianto galleggiante di specchi fotovoltaici. Questa volta è toccato a quello previsto e proposto per le acque del Mar Piccolo di Taranto: potenza di 100 Megawatt (MW), con annessi impianto di produzione di idrogeno verde di 25 MW, impianto di mitilicoltura e strutture relative al turismo sostenibile e relative opere di connessione alla rete di trasmissione nazionale, da realizzare nel Sito di Interesse Nazionale (SIN) nel comune di Taranto. È andata male, nel senso che il 24 giugno è stato pubblicato il decreto del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, d’intesa con il Ministero della Cultura – Soprintendenza Speciale per il PNRR, che ha dichiarato la “non compatibilità ambientale dell’impianto”. Il decreto è stato preceduto dal parere negativo dell’apposita commissione tecnica presso lo stesso Ministero dell’Ambiente. Su questo progetto avevano speso parole non proprio benevole molte associazioni tarantine, anche se nello staff che ha elaborato lo studio di impatto ambientale vi sono conosciuti esperti di ecologia marina. Tra i rilievi formulati dalla Soprintendenza Speciale per il PNRR del Ministero della Cultura vi è quello per cui l’impianto non sarebbe localizzato in area idonea poiché il Mar Piccolo è da tempo oggetto di interventi di bonifica ambientale (tuttavia con scarsi risultati). Ma l’impianto di fotovoltaico flottante nel Mar Piccolo non è l’unico proposto in Puglia. C’è anche quello nella laguna di Varano, in provincia di Foggia, che sta suscitando notevoli rimostranze anche da parte del M5S che pure è tra i più accaniti sostenitori dello sviluppo di impianti energetici da fonti rinnovabili un po’ dovunque e comunque. Contro quello proposto nella laguna di Varano, nel Parco nazionale del Gargano, la protesta ha come capofila la consigliera regionale foggiana del M5S, Rosa Barone, con il WWF di Foggia. Non a torto. Gli impatti dell’ombreggiamento e del riscaldamento dei moduli fotovoltaici potrebbero compromettere gli equilibri ecologici di un sistema lagunare già fortemente compromesso. E non importa che i progettisti abbiano pensato di disporre gli specchi a forma di fiore di cisto di Clusio (una rara specie botanica protetta endemica di quell’area). Insomma, si continua proporre impianti industriali di rinnovabili dovunque e comunque meno che nei luoghi più idonei, in attesa del Piano energetico regionale ormai devoluto alla prossima legislatura.
Legge per il parco dell’Ofanto – FIUME DI SPERANZE MA POCHE CHANCE (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 06 luglio 2025)
Ci hanno provato in molti in Parlamento ad istituire con legge il parco nazionale dell’Ofanto, ma non ci sono riusciti. Tra di essi anche Nicola Rossi, attuale elemento di punta dell’Istituto Bruno Leoni, esponente della cultura liberale ma con un passato governativo e parlamentare nel PDS-DS-PD. Ora ritentano la fortuna in Senato Dario Damiani, di Forza Italia, e Antonio Salvatore Trevisi, del M5S. Da parti opposte due proposte di legge per l’istituzione di quest’area protetta nazionale il cui iter è iniziato in Commissione Ambiente. Eppure non si comprende bene perché impuntarsi sull’istituzione di un parco nazionale per un fiume che è gia parco naturale regionale per la parte pugliese e che quindi dovrebbe vedere garantite la tutela ambientale e quella paesaggistica. A ben guardare tra i 25 parchi nazionali istituiti in Italia, non ce n’è uno che riguardi un fiume. Per la verità, la legge quadro sulle aree protette, del 1991, in una delle sue tante modifiche ha provato ad istituire quello del Delta del Po interregionale tra Emilia-Romagna e Veneto ma il decreto di delimitazione e con le misure di salvaguardia non ha mai visto la luce. Anche in quel caso si voleva intervenire su due aree protette regionali già istituite ed il parco nazionale sarebbe dovuto scaturire dall’intesa tra ministero dell’Ambiente e le due Regioni: intesa mai raggiunta. Per di più, l’autorità di gestione del parco pugliese dell’Ofanto, ossia la Provincia BAT, ha pure fatto un passo importante predisponendo il Piano territoriale del parco, strumento principale di gestione di un’area protetta. Solo che da oltre quattro anni il Piano langue negli uffici regionali in una procedura di valutazione ambientale strategica (Vas) senza fine. La proposta di legge del senatore Damiani, con i suoi sette articoli, vorrebbe essere lo strumento con il quale tre Regioni, Basilicata, Campania e Puglia ed almeno 29 Comuni trovano un’intesa per gestire unitariamente l’Ofanto e tutto quel che gli sta attorno (2.764 km² di bacino idrografico) nel suo percorso di quasi 170 chilometri, con invasi importanti e strategici ora più che mai, come Conza, Locone, Rendina. Insomma, sembra più una missione impossibile e che, qualora diventasse possibile, rischierebbe di schiantarsi contro una serie di ostacoli. Forse una politica di piccoli passi per ciascuna Regione sarebbe più oculata. La Puglia ha cominciato a compierla, abbastanza male, ma l’ha fatto. Che continui a farla, quindi, mettendoci impegno e cuore. Dall’esperienza finora fatta, sembra che un parco nazionale non si addica ad un fiume.
Bari e l’onorificenza ad Albanese – NARRAZIONE A SENSO UNICO (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 16 luglio 2025)
Il conferimento della cittadinanza onoraria barese a Francesca Albanese, discussa relatrice speciale dell’ONU sui territori palestinesi occupati, è sembrata più una battuta tipica del simpatico carattere del Sindaco di Bari Vito Leccese che un’iniziativa istituzionale. L’ha detta a Nicola Porro durante “La Ripartenza”, l’evento ideato dallo stesso giornalista televisivo delle reti Mediaset giunto alla nona edizione. Sì, è sembrata più una battuta quasi tesa a provocare la reazione del conduttore di talk di origini andriesi e forse, soprattutto, per vedere l’effetto che fa a sinistra. Alla Albanese i Verdi e Sinistra Italiana vorrebbero pure assegnare il Nobel per la Pace dopo che Trump ha imposto sanzioni personali. La mossa di Trump ricompatta il fronte politico della sinistra italiana contro il “nemico” USA e Leccese sembra aver colto l’occasione per tentare di ricompattare, a sua volta, la sinistra pugliese dilaniata dai veti incrociati tra Decaro, Emiliano e Vendola in vista delle elezioni regionali del prossimo autunno. La cittadinanza alla Albanese diventa così un elemento strumentale per fini domestici. Eppure il Sindaco di Bari dovrebbe mantenere il giusto equilibrio in questioni estremamente complesse come quelle medio-orientali. Un lavoro fatto di confronti senza pregiudizi, di discussioni pubbliche tra le posizioni, per capire e far sì che si formi un’opinione quanto più informata attingendo da più fonti e non da quella più utili alla bisogna. Il lavoro del Sindaco di Bari “città di pace” potrebbe avere in tal modo grande importanza e grande valore di libertà. Invece è in atto nel capoluogo pugliese, come altrove, una narrazione a senso unico sicuramente alimentata dagli errori politici e militari che Israele sta commettendo ma che non possono in alcun caso essere etichettati come genocidio. I morti di Gaza, conseguenza di quelli dei kibbutz israeliani del 7 ottobre 2023, divengono così strumento di gestione del consenso di una sinistra pugliese che ormai guarda sempre più alle utilità di breve periodo ed alle sistemazioni personali che alle idee per una migliore politica. Tuttavia, l’impressione è che la strumentalizzazione aiuterà poco in campagna elettorale e che l’elettore medio colga questi aspetti disaffezionandosi sempre di più alla vita politica. In questi tempi difficili e complicati avere la capacità di usare il ragionamento e di discutere apertamente senza paraocchi è merce rarissima sottoposta ai dazi dell’ideologismo; invece bisogna incentivarne la libera circolazione anziché sacrificarla al piccolo cabotaggio politicante.
Zes unica e quartieri lampo – LA SCORCIATOIA DEL MATTONE (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 23 luglio 2025)
L’urbanistica è materia politicamente dannata. Ha a che fare con visioni politiche di ampio spettro per le città ma ha a che fare anche con le aspettative degli imprenditori edilizi. Chiunque, tecnico o meno, si cimenti con lei (l’urbanistica) nelle compagini di governi locali, regionali o nazionali rischia di bruciarsi le mani. Eppure ci sono casi in cui sembra che le omissioni di scelte politiche oppure, al contrario, la spinta verso altre del tutto frutto di apprezzamenti slegati da una visione a lungo termine della città, non sortiscano alcun effetto. Quel che accade a Milano, con le inchieste della magistratura su progetti di rigenerazione urbana di quartieri una volta industriali ed ora appetiti dagli investitori internazionali con prezzi delle case esorbitanti, dovrebbe aprire gli occhi ai cittadini. Lì si sono realizzati grattacieli al posto di capannoni con semplici Scia (Segnalazione Certificata di Inizio Attività) per demolizione e ricostruzione con aumenti volumetrici senza Piani urbanistici esecutivi e relative procedure. In Parlamento una proposta di legge bipartisan molto astrusa ha tentato di sanare queste situazioni ritenute illegittime senza riuscirci lasciando il Sindaco Sala solo con il suo destino e gli acquirenti di appartamenti in balìa degli eventi giudiziari. Al di là della fondatezza o meno delle accuse formulate dalla Procura milanese, resta il fatto che lì la questione urbanistica è fortemente legata ad una straordinaria capacità di attrazione di capitali finanziari che ha posto Milano all’attenzione del mondo. Veniamo alla Puglia, invece. Il capoluogo di regione, Bari, ha un Piano regolatore di 50 anni fa. Ne avrebbe anche uno tutto nuovo predisposto 10 anni fa dai professionisti incaricati ma tenuto chiuso nei cassetti ancora oggi. Intanto Bari è stata primatista nell’attuazione del cosiddetto Piano casa – oggetto di varie leggi regionali alcune delle quali dichiarate incostituzionali – con cui si è sostanzialmente fatta la stessa cosa esercitata a Milano realizzando fuori da qualsiasi pianificazione oltre un milione di metri cubi per una popolazione cittadina in costante calo ma con una richiesta di vani incredibilmente in aumento. Oggi imprenditori locali che vogliono investire nel mattone si rivolgono alla Zes Unica per avere in pochi mesi autorizzazioni che in sede comunale richiederebbero molti anni ed esito incerto in una altrettanto incerta cornice giuridica. Ed a Bari non c’è la corsa ad investire da parte di fondi internazionali. Ma sembra che tutto questo non susciti alcuna reazione rispetto ad un’anomalia, non solo da parte dei cittadini.
La ricerca – SAZI DI CINGHIALI. LA NUOVA DIETA DEI LUPI SALENTINI (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 29 luglio 2025, pagg. 1, 6)
Sull’origine del nome di Lecce ci sono varie ipotesi ma una delle più accreditate è quella che lo farebbe risalire a lupus (lupo in latino) tanto che il suo antico nome in epoca romana era Lupiae. Ma Lecce potrebbe derivare anche da leccio (in latino ilex), la quercia che componeva la grande foresta esistente in quell’area. Sia come sia, il lupo ed il leccio sono presenti nello stemma della città. Il legame di Lecce e del Salento con il lupo, quindi, si perde nella notte dei tempi e, come è accaduto per quasi Italia, la presenza del lupo anche nella penisola salentina è acclarata fino a più di un secolo fa. Poi, la scomparsa che forse tale non è mai stata. Di certo il lupo, a partire dalla metà degli anni ’70 del secolo scorso, grazie ad una serie di misure di protezione, ha ripreso ad essere presente nel nostro Paese come nel resto d’Europa, con una notevole capacità di espansione nonostante le profonde trasformazioni territoriali. D’altra parte le capacità adattative della specie sono ben note come quella di essere elusiva. In Puglia la ripresa della sua presenza fa data almeno dalla fine degli anni ’90 (ma è una stima per difetto), nel Salento da almeno dieci anni fa. Ora i dati relativi alla presenza ed alla distribuzione del lupo nel Salento nel corso degli ultimi dieci anni (2015-2024) sono stati pubblicati sulla rivista scientifica MDPI Animals (www.mdpi.com/2076-2615/15/13/1958). Emerge che il numero di coppie di lupi nella penisola salentina si attesta attorno a dieci. «I risultati – scrivono i ricercatori – hanno mostrato una significativa espansione dell’areale del lupo con un aumento della presenza del 120% soprattutto nelle aree con elevata copertura forestale. […] L’analisi della dieta di 75 escrementi ha rivelato un’elevata presenza di bestiame e animali da compagnia, insieme a tutte le specie selvatiche presenti nell’area (ungulati, mammiferi di taglia media e micromammiferi)». I lupi hanno fatto il “lavoro sporco” azzerando sostanzialmente la già limitata popolazione di cinghiale nel Salento e la loro dieta è fatta di lepre europea, volpe rossa, tasso, faina e di animali domestici da compagnia. I risultati mostrano che le aree maggiormente occupate nel periodo 2015-2019 erano localizzate lungo le coste orientali e occidentali del Salento, mentre nel periodo 2020-2024 si sono estese sia lungo la costa che verso le aree interne con nuovi siti di riproduzione confermati. Durante il periodo di studio le aree interessate da nuove riproduzioni erano caratterizzate da una percentuale inferiore di aree forestali e da un numero crescente di allevamenti ovicaprini. Scelta fatale per molti esemplari; «il numero di lupi investiti sulle strade è aumentato significativamente nel secondo periodo, concentrandosi principalmente nelle aree interne. Qui, la presenza di aree di copertura più piccole e frammentate potrebbe aver portato a maggiori spostamenti, costringendo gli individui ad attraversare strade rischiose e aumentando le probabilità di essere investiti». Al di là di questi preziosi dati, resta da risolvere un problema tutto umano: come razionalizzare i tanti progetti finanziati con soldi pubblici sullo stesso argomento, in questo caso il lupo in Puglia. La Regione ha recentemente approvato il progetto “Wolf-Puglia”, per il monitoraggio e la gestione del lupo in Puglia del valore di oltre 100mila euro (di cui il 70% è a carico della Regione) affidandolo all’Istituto di Ricerca sugli Ecosistemi Terrestri (Iret) del CNR, una delle cui sedi è a Lecce. Allo stesso Iret era stato precedentemente affidato, sempre dalla Regione, il progetto “Hic sunt lupi” per il monitoraggio del lupo nel Salento con un costo di oltre 60mila euro. La provincia di Lecce ha speso 10.000 euro coinvolgendo le aree protette salentine per acquisire ed analizzare dieci anni di dati. Progetti e professionisti eccellenti, sia chiaro. Eppure non c’è neanche una banca dati unica sul lupo in Puglia. Nessun lupo, in vesti umane, sarebbe così irragionevole.
Le concessioni balneari – SPIAGGE E POLITICA BINOMIO FATALE (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 22 agosto 2025)
Sembra esserci un’attrazione, non si sa se e quanto fatale, della politica e dei politici pugliesi verso il demanio costiero. Intendiamo dire dell’investimento di risorse economiche proprie, certo, in stabilimenti balneari. Quegli stessi stabilimenti balneari sotto la spada di Damocle, dopo anni di deleterio traccheggiamento, del recepimento della direttiva UE “Bolkestein” che dovrebbe affermare il regime di concorrenza anche per i lidi costieri. L’ultima notizia in ordine di tempo è quella che vede il senatore della Lega, Roberto Marti, uomo forte del partito di Salvini in Puglia, acquisire, in società con il deputato anch’egli leghista Salvatore (Toti) Di Mattina, il famoso “Lido Pizzo” nel territorio di Gallipoli da Vincenzo Portaccio. Il lido è parte della più ampia proprietà di Portaccio che comprende anche la famosa masseria luogo di incontri della sinistra di lotta e di governo, da Prodi a D’Alema. Portaccio è cugino di Di Mattina e quest’ultimo è titolare del famoso lido di Punta della Suina sempre a Gallipoli. Nella proprietà di Portaccio sarebbe dovuto sorgere, molti anni fa, un resort alberghiero tramite un accordo con Valtur sotto gli auspici dalemiani attraverso l’allora Sindaco gallipolino Flavio Fasano. Ma l’operazione saltò per la concomitante sconfitta del PDS alle comunali del 2001 e l’elezione a Sindaco del fittiano Giuseppe Venneri nonché per l’istituzione del parco naturale regionale Litorale di Punta Pizzo-Isola di S. Andrea fortemente voluta dall’amministrazione regionale di centro-destra guidata allora da Raffaele Fitto. Nella disciplina del parco, comunque, l’esistenza dei lidi in concessione fu ben tenuta in considerazione poiché diritti acquisiti ed anche per evitare intralci alla gestione dell’area protetta. Questo portò l’allora presidente della provincia di Lecce, Giovanni Pellegrino, a paragonare in modo pungente quelle scelte della normativa di tutela del parco a “corridoi di Danzica”. Tuttavia il parco di Punta Pizzo ha consentito la salvaguardia di un’area naturalisticamente straordinaria nel territorio pugliese. La cessione del lido Pizzo mette così in evidenza l’attenzione che la politica pugliese riserva, con accordi commerciali bipartisan, alle concessioni demaniali delle quali invece poco ci si cura della migliore resa dei relativi canoni per le casse pubbliche. D’altro canto fa emergere, dal punto di vista antropologico-culturale e quindi anche politico, la fortissima strutturazione dei legami familiari tra i salentini; elemento, allo stesso tempo, di forza e di debolezza per quel magnifico territorio.
Il nuovo piano urbanistico – REGOLATORE SOLO DEL PASSATO (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 29 agosto 2025)
In attesa di capire in che cosa consista il “piano casa” annunciato dalla presidente del Consiglio dei Ministri, Giorgia Meloni, e dal Ministro alle Infrastrutture, Matteo Salvini, qui in Puglia del “piano casa” di berlusconiana memoria ne abbiamo abbastanza, quantomeno per come è stato attuato (male) a livello regionale. Dopo l’ubriacatura, quasi tutta barese, delle deroghe alla pianificazione urbanistica, appunto con il “piano casa” dal 2014 in poi, e la realizzazione nel capoluogo di regione di circa 1,6 milioni di metri cubi fuori dalle previsioni del PRG, l’amministrazione comunale guidata da Vito Leccese si dà i compiti per arrivare al nuovo piano urbanistico generale (PUG). Un nuovo piano che, immaginiamo, non potrà che partire da quello già elaborato e consegnato nel 2015 dal raggruppamento di professionisti incaricato nel 2008. Nei dieci anni in cui la bozza di PUG è rimasta chiusa nei cassetti molte sono state le trasformazioni urbane a partire proprio dal piano casa ed a seguire con opere pubbliche. Il nuovo PUG, quindi, sarà probabilmente una collazione dei documenti esistenti con la fotografia aggiornata della città, compreso il progetto CostaSud “anticipatore” del PUG che sarà. Poi ci sarà da rilocalizzare le cubature non realizzate derivanti dal vecchio PRG (quasi 11 milioni di metri cubi). Il Comune di Bari come intende governare questo complesso processo di trasferimento di volumetrie? Vorrà definire le regole e affidare il tutto alle capacità e volontà del mercato, ove questo esista, o vorrà assumere un ruolo attivo esercitando non solo il necessario controllo ma anche una capacità di stimolo, di regia e di coordinamento generale nell’interesse, ovviamente, pubblico? Le risorse economiche potrebbero essere forse reperite con la nuova programmazione dei fondi UE. Sarà possibile un’interlocuzione con i costruttori edili con alla base una visione delle trasformazioni urbane che abbracci il decennio a venire ed oltre? Per farlo è necessario non arroccarsi su posizioni pregiudiziali ed evitare quel che è accaduto finora con il PUG elaborato ma mai discusso pubblicamente ed è necessario creare un vero e proprio Ufficio di piano sempre aperto per seguire passo passo la sua attuazione. Una partecipazione pubblica effettiva, insomma, non di facciata. Sarà interessante confrontare le linee di indirizzo per il nuovo PUG dell’amministrazione di centro – sinistra guidata da Leccese con quelle del precedente “desaparecido” per comprendere se la visione del destino urbanistico di Bari ci sia davvero ed in che cosa si differenzi. Attendiamo con curiosità civica.
Ex Sindaco al test dell’ambiente – ENERGIA E ALTRI BANCHI DI PROVA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 13 settembre 2025)
Dopo la stagione dei veti e dei risentimenti nel PD pugliese e nell’alleanza o campo largo del centrosinistra, Antonio Decaro, candidato presidente della Regione per quello schieramento, sta lavorando alla definizione del programma per la prossima legislatura. A cominciare, probabilmente, dall’ambiente, settore dove resta in piedi la questione dell’ex Ilva di Taranto anche se la partita si gioca sul tavolo romano e la Regione ha competenze residuali per deciderne il futuro. Se Michele Emiliano negli anni dichiarato si è applicato ad un progetto di decarbonizzazione improbabile nei tempi, nei modi e nelle risorse dichiarando comunque che il siderurgico non può e in alcun modo chiudere, Antonio Decaro ha sempre glissato sull’argomento. Anche da presidente della Commissione Ambiente del Parlamento europeo. Siamo quindi curiosi di comprendere quale sia la sua posizione sulla vicenda. Così come siamo anche curiosi anche di capire quale sarà la strategia programmatica sull’utilizzazione delle energie rinnovabili in Puglia. La regione che è tra quelle con il maggior numero di richieste di allacciamento alla rete Terna per impianti eolici, fotovoltaici ed agrivoltaici, oltre 12 volte gli obiettivi di produzione assegnati, non ha ancora un piano energetico. Il documento adottato dalla Giunta regionale alla fine dello scorso anno è fermo ed il Consiglio regionale non se ne occuperà prima delle elezioni. Decaro continuerà a non scegliere ed a consentire che il territorio pugliese sia aggredito con impianti industriali di rinnovabili dovunque e comunque? Vorrà avere coraggio nell’individuazione delle aree non idonee alla loro installazione? Ancora, la Puglia ha subìto un drastico calo nella conservazione della biodiversità naturale. Molti habitat sono fortemente degradati oppure minacciati e così molte specie animali e vegetali. L’istituzione di tante aree protette regionali non ha attenuato questo declino ed i siti tutelati dalle direttive europee sono privi di gestione. Questo è un altro banco di prova per Decaro che dovrà eventualmente far seguire alle parole del programma azioni incisive ed efficaci per invertire la rotta. E che cosa intende fare in merito all’aggiornamento del Piano paesaggistico (Pptr) ed alla revisione delle norme urbanistiche regionali? Le pregresse esperienze da Sindaco di Bari nell’applicazione delle norme sul Piano casa pugliese e nel congelamento del nuovo Piano urbanistico di Bari sembrano collidere con un profilo di immediato cambiamento.
La vicenda Marom e le minacce – UNA COLONIA DEL PREGIUDIZIO (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 04 ottobre 2025)
Mala tempora currunt, viviamo tempi bui. Rombi di guerra, morti ammazzati da pogrom e da bombardamenti. Eppure c’è ancora chi pensa che investire in Puglia per realizzare strutture turistiche sia un buon affare. Gli ultimi in ordine di tempo a pensarla così sono spagnoli, francesi, inglesi, americani ma anche arabi e israeliani. Un componente della famiglia reale del Kuwait ha incontrato a luglio dello scorso anno il Sindaco di Bari, Vito Leccese, per esporgli l’interesse ad investire nel capoluogo nel settore del turismo. Ad Ostuni la società Four Season intende realizzare un resort di gran lusso in una zona particolarmente affascinante del litorale della città bianca. Four Season da qualche anno è nelle mani di Bill Gates, cofondatore e proprietario di Microsoft, che lo ha rilevato da un principe saudita il quale però mantiene una posizione societaria di rilievo. Il progetto è ora nelle mani della ZES Unica che cerca di sbloccarlo ma trova la Soprintendenza al Paesaggio che lo ritiene di notevole impatto sul paesaggio costiero; ed effettivamente quello è uno dei lembi meglio conservati del territorio ostunese. In tutti questi casi, non si sono levate proteste nei confronti di imprenditori di Paesi non certo campioni di rispetto dei diritti umani. Peraltro proprio Bill Gates è stato accusato negli USA di tollerare che negli hotel Four Season, soprattutto in quello di Doha, in Qatar, alloggino senza problemi dirigenti di Hamas. Tra gli imprenditori che vorrebbero investire in strutture turistiche in Puglia c’è anche Orit Lev Marom, israeliana stabilitasi a Lecce e che nel Salento vorrebbe realizzare una “Israeli colony”. L’iniziativa imprenditoriale della Marom, che rappresenta solo sé stessa e non il governo israeliano, ha però immediatamente sollevato proteste offensive per il fatto d’essere israeliana e perché qualcuno pensa che anche in Puglia, regione definita d’accoglienza per eccellenza, si vogliano realizzare colonie come in Cisgiordania. Ma il termine inglese “colony” si può anche tradurre con “comunità” e che male ci sarebbe se si costituisse una comunità israeliana nel Salento, rispettosa delle leggi italiane e dove si parla l’italiano? Non sono forse comunità quelle costituitesi nelle nostre città in modo del tutto spontaneo con persone di varie nazionalità, soprattutto di religione musulmana, alcune delle quali molto poco integrate? O forse le proteste nei confronti della signora Marom hanno motivazioni che albergano in antichi e mai superati pregiudizi? Lei, per ora, è partita con le querele.
Riaprire una riflessione sulle chiavi ad Albanese (Corriere del Mezzogiorno – Puglia dell’11 ottobre 2025)
E ora? Ora che il piano di pace di Donald Trump comincia a produrre i suoi effetti, ora che l’ONU ha dimostrato tutta la sua incapacità ad affrontare le crisi più importanti a livello globale, ora che le flottille non solcheranno più il Mediterraneo in cerca più che altro di gloria per i propri navigatori, ora che l’azione di Trump ha scombinato le carte creando non poca vedovanza tra epigoni duri e puri pro-Pal presenti in Puglia a iosa tra gli intellettuali, che ne sarà, ad esempio, di Francesca Albanese? Che ne sarà della cittadina onoraria di Bari a cui sono state consegnate simbolicamente le chiavi della città dal Sindaco Vito Leccese? La domanda non è peregrina se solo si pensi a come la relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi ha scalato in poco tempo la notorietà mediatica suggellata da pessime figure, a tacer d’altro, con le istituzioni italiane. Come ha detto Silvia Godelli in una recente intervista al Corriere «guardiamoci dal conformismo di convenienza, dal narcisismo di certe esibizioni, dalla criminalizzazione di Israele messo in discussione nella sua stessa esistenza, dalla colpevolizzazione del mondo ebraico nel suo complesso: lo dico in riferimento a chi regala chiavi della città senza pensare bene a chi le sta destinando. Si rischia di diventare cattivi maestri nei confronti delle giovani generazioni». Basterebbero queste parole di una militante e dirigente storica della sinistra pugliese ed amministratrice regionale con Nichi Vendola Presidente, per indurre l’amministrazione comunale barese ed il suo Sindaco in testa, a ripensare a quella consegna improvvida. Perché nel frattempo Francesca Albanese ha ecceduto in presenzialismo e con le parole. Dal “perdono” concesso, bontà sua, al Sindaco PD di Reggio Emilia, che pure le aveva consegnato come premio il Primo Tricolore, perché si era permesso di evocare la liberazione di tutti gli ostaggi israeliani nelle mani di Hamas, all’abbandono dello studio di In Onda su La7 nel momento in cui è stata citata la posizione sul genocidio della senatrice a vita, sopravvissuta dei campi di sterminio nazisti, Liliana Segre. La Albanese mette in grande difficoltà anche una parte del PD. Lo ha evidenziato il deputato salentino Claudio Stefanazzi. Insomma, il buon senso indica quantomeno che a Bari una seria riflessione sulla consegna di quella cittadinanza onoraria vada fatta. Se non altro per far comprendere che non si è cattivi maestri assillati dalla necessità di non avere nessun nemico a sinistra ma amministratori attenti e responsabili.
L’ex Ilva e la nazionalizzazione – SEGNI DI RUGGINE SULL’ACCIAIO VERDE (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 21 ottobre 2025)
Il candidato presidente della Regione Puglia del centro sinistra, tuttora presidente della Commissione Ambiente del Parlamento europeo, Antonio Decaro, ha finalmente detto la sua sul destino della più grande acciaieria d’Europa, l’ex Ilva di Taranto, oggi Acciaierie d’Italia. E l’ha detta all’incontro del Joint research center, il centro comune di ricerca della Commissione UE, voluto per discutere del futuro della siderurgia in Europa, del rapporto sulla decarbonizzazione e dell’utilizzo dei rottami nel settore della siderurgia. «L’Europa – ha detto Decaro – sta andando verso la produzione di acciaio pulito con l’utilizzo di forni elettrici e allo stesso tempo sta proteggendo le nostre industrie dalla concorrenza sleale degli altri Paesi. Mentre ascoltavo gli esperti, pensavo all’Ilva e allo sciopero dei lavoratori» concludendo con il rilancio dell’ipotesi di nazionalizzazione del siderurgico tarantino. Mentre Decaro si pronunciava così sulle magnifiche sorti e progressive del Green Deal nella siderurgia, alcuni dei più competenti giornalisti che seguono le istituzioni UE, David Carretta, Christian Spillman e Oliver Grimm, scrivevano sulla testata on-line “Il Mattinale europeo” che il «sogno europeo verde europeo si sta arrugginendo». Il Green Deal europeo, scrivono, quest’anno è stato ribattezzato “Clean Industrial Deal”, alla luce delle proteste di industriali e associazioni d’impresa. Ma sempre con la stessa idea: decarbonizzare le industrie pesanti europee. Uno degli esempi virtuosi di questo processo, da tempo citato dalla presidente della Commissione UE, von der Leyen, è lo stabilimento siderurgico di Boden di Stegra, in Svezia, sostenuto dal Fondo europeo per l’innovazione con 250 milioni di euro provenienti dal sistema di scambio delle emissioni. «Il più grande progetto al mondo di idrogeno rinnovabile» secondo la presidente. Ma, ci dicono i colleghi di “Mattinale europeo” citando il Financial Times, «un anno dopo, Stegra lotta per sopravvivere. I soldi sono finiti. Servono 1,5 miliardi di euro di sussidi per evitare che le luci di Boden si spengano ancora prima di essere accese. Durante una riunione del consiglio di amministrazione, una settimana fa, è stata pronunciata la parola “insolvenza”». I problemi per l’acciaio verde nascono dai costi. Con prezzi di gas ed elettricità estremamente alti, il gioco non vale la candela della decarbonizzazione, quantomeno in tempi rapidi. Nazionalizzare il siderurgico di Taranto, quindi, potrebbe significare affibbiare un possibile fallimento alle casse dello Stato. Siamo sicuri sia la strada migliore?
I programmi per l’ambiente – L’IMPEGNO A FARE SENZA DIRE COME (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 31 ottobre 2025)
Presentate le liste per le elezioni regionali del prossimo novembre, forse sentiremo qualcosa su ciò che i candidati presidenti e le rispettive coalizioni vorranno fare (o non fare) per la tutela dell’ambiente, della natura e dei paesaggi pugliesi. Qualcosa però già filtra soprattutto dai post sui social media. Però mentre dal candidato presidente del centrodestra, Luigi Lobuono, arrivano pochi ma veramente pochi segnali, dal candidato presidente del centrosinistra, Antonio Decaro, ancora ora presidente della Commissione Ambiente del Parlamento UE, pervengono alcune indicazioni. Decaro ha annunciato un piano di forestazione della Puglia e lo ha fatto nella cornice della foresta di Mercadante, in territorio di Cassano delle Murge. Uno dei palcoscenici migliori dai quali fare quell’annuncio, non c’è dubbio. Infatti quel complesso boscato è frutto dell’intuizione dell’allora Ministro fascista per i lavori pubblici, il barese Araldo Di Crollalanza, che realizzò i 1.400 ettari di bosco a monte della città di Bari assieme ai due canali scolmatori che ancora oggi abbracciano la città, opere che hanno consentito al capoluogo di non andare sott’acqua dopo le tremende alluvioni dei primi vent’anni del ‘900. Ora, però, una cosa è ragionare su come arginare il dissesto idrogeologico mediante oculate operazioni di imboschimento, altra cosa è lanciare suggestivi piani di forestazione senza spiegarne il come ed il perché. Peraltro, la Puglia è già stata oggetto di azioni di imboschimento ostinato durante il periodo di esistenza della Cassa per il Mezzogiorno e mediante i Consorzi di Bonifica. Migliaia di ettari di pinete piantate su terreni tutt’altro che dissestati, che hanno richiesto molta manodopera ma che poi sono stati abbandonati al loro destino, senza alcun piano di gestione ed ora sono veri e propri serbatoi infiammabili per gli incendi boschivi estivi. Nonostante tutto ciò, la Puglia resta la regione meno boscata d’Italia ed i pochi boschi naturali ancora esistenti, veri gioielli di biodiversità da difendere e rafforzare, vengono messi a repentaglio da non poca ignoranza. Anche la misura del PNRR dedicata agli imboschimenti, con una quantità di denaro spropositata e con criteri tecnici a dir poco folli, non farà risalire la regione nella graduatoria della boscosità. Quando si parla di boschi e di imboschimenti bisogna sapere ciò di cui si parla e dire come si vogliono attuare i piani che vengono propalati sui mezzi di comunicazione. Il problema, come sempre irrisolto, è spiegare all’elettore “come” fare le cose che ci si propone di fare.
Ferrovie (e disastri) a confronto – LA RASSEGNAZIONE VIAGGIA SU ROTAIA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 08 novembre 2025)
I ragazzi e le ragazze di Serbia stanno dimostrando al mondo che è possibile mettere in crisi il potere politico con manifestazioni oceaniche e nonviolente. Nel cuore dell’Europa, quindi, non c’è solo la guerra d’invasione russa in Ucraina ma anche questo splendido esempio di democrazia e di maturità di un popolo, dei suoi giovani, che vorrebbero un governo meno corrotto e vorrebbero che non accadessero più tragedie come quella di Novi Sad. Una tragedia ferroviaria, questa, causata dal crollo di una pensilina nella stazione appena ristrutturata con la partecipazione di imprese cinesi. Il 1. novembre del 2024 sotto quella pensilina crollata morirono 16 persone, perlopiù giovani, ed i responsabili non sono stati ancora individuati. Da allora i ragazzi e le ragazze di Serbia, che per l’ultima manifestazione a Belgrado hanno percorso anche più di 300 chilometri a piedi per evitare i blocchi stradali della polizia, non hanno dato pace al governo ed al Presidente Vucic accusati di non aver contrastato la corruzione che attanaglia il Paese e che ha portato a realizzare opere edili, come nel caso di Novi Sad, con materiali scadenti ed ignorando le più elementari norme di sicurezza. Vucic, pur godendo dell’appoggio di Putin e di Xi Jinping, è costretto ad indire nuove elezioni nonostante ancora ora opponga resistenza. Se facciamo un parallelo con le recenti manifestazioni in Italia non ne possiamo considerare l’abissale distanza: lì nonviolenza e dignità, qui violenza ed ignoranza. Ma ancor più abissale distanza troviamo soprattutto tra la reazione suscitata nell’opinione pubblica dal disastro di Novi Sad e quella (non) suscitata dal più grave disastro ferroviario accaduto in Puglia il 12 luglio 2016 nelle campagne tra la stazione di Andria e la stazione di Corato sulla linea gestita da Ferrotramviaria. Le vittime furono 23 ed i feriti 58 ma nessuna vera riprovazione popolare ne è scaturita contro la situazione da terzo mondo dei trasporti ferroviari pugliesi. Solo alcuni parenti delle vittime hanno chiesto e cercato giustizia ottenendo però la condanna penale di soli due ferrovieri. La protesta nonviolenta, dignitosa ed efficace di centinaia di migliaia di studenti serbi contrapposta all’incuranza ed alla rassegnazione della nostra opinione pubblica oppure alle violenze, alla protervia ed al sussiego di una parte della gioventù nostrana seguace di non pochi cattivi maestri. Il centro della Puglia dista da Novi Sad poco più di 500 chilometri in linea d’aria ma sembra si tratti di migliaia di anni luce.
Immersi nel cuore verde di Puglia con le fotografie di Alberta Zallone (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 28 novembre 2025)
Cuore verde di Puglia, foresta della Montagna sacra (il Gargano), scrigno di biodiversità tra i più importanti in Europa: è la Foresta Umbra. «Nell’età di Orazio – scriveva Padre Michelangelo Manicone nella sua Fisica Appula del 1806 – il Gargano era tutto boscoso: Garganum mugire putes nemus. Boscoso è stato sino al 1764. Da quell’epoca ha cessato di muggire. La cesinazione ne’ monti si è fatta in una maniera talmente barbara che toglie ogni speranza di spontanea riproduzione». Eppure oggi abbiamo un tesoro la cui storia è storia di uomini e di animali, di utilizzazione dei suoli e degli alberi, di vita e di economia. A questo cuore verde di Puglia, nel parco nazionale del Gargano, Alberta Zallone dedica un libro fotografico, ma non solo, “Foresta Umbra – L’anima verde della Puglia” edito da Adda che sarà presentato presso la libreria Laterza a Bari il prossimo 10 dicembre. Alberta Zallone, già docente di Istologia ed Embriologia alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Bari con varie esperienze scientifiche negli Stati Uniti e nel Regno Unito, compie un viaggio emozionale cui l’ha iniziata il padre facendole scoprire Umbra e scoprendosi cultrice della fotografia. Quasi come un redivivo Claude-François Denécourt, detto “Le Sylvaine”, che per primo tracciò i sentieri nel bosco di Fontainbleau in Francia, Alberta Zallone “segna” sentieri, li illustra, li fa vivere perché «lo scopo del mio libro è fornire informazioni e immagini della foresta ad un pubblico più vasto. Nei libri sul Gargano ci sono solo due-tre pagine sulla foresta poco informative. Ogni volta che giro per sentieri trovo qualcuno che mi chiede informazioni, spesso stranieri». Umbra, fino a qualche decennio fa, deteneva un’aura di magia e di spettralità. Ai camionisti che dovevano attraversare il Gargano si consigliava di evitare la statale che taglia la foresta. Ma quella foresta è stata luogo di lavoro che ha prodotto non poco reddito per molte famiglie dei Comuni che le stanno attorno. Il compianto Vittorio Gualdi, che di Foresta Umbra è stato amministratore dal 1964 ed il 1973 e poi è stato docente di Selvicoltura ed Assestamento forestale dell’Università degli Studi di Bari, riteneva che con accurati interventi per evitare la rinnovazione degli alberi di maggior età mediante interventi di prelievo legnoso su piccole superfici, seguiti dal diradamento degli alberi più giovani, l’assetto generale della foresta non era diverso da quello della piccola riserva naturale integrale, denominata “Parcella Pavari” di quasi 6 ettari all’interno di Umbra, dove dal 1954 non si è più tagliata una pianta e dove il pascolo è stato vietato. Insomma, una foresta dalle grandi capacità rigenerative se gestita abilmente. Nella “selva selvaggia aspra e forte” di Umbra, Alberta Zallone è accompagnata dal suo Virgilio ossia da Vittorio Leone, già docente di Selvicoltura e di protezione dagli incendi boschivi presso l’Università di Basilicata, profondo conoscitore della foresta garganica. Traccia la storia documentata di Umbra, oggi demanio regionale e prima dello Stato, di cui una parte, quella delle faggete con acero campestre e tasso delle riserve di Falascone, Sfilzi e Pavari, è stata dichiarata “foresta vetusta” e patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Immergersi nella Foresta Umbra, spiega Vittorio Leone, «diventa un bagno di salute» con effetti benefici su psicologia, neurologia, apparati cardiocircolatorio ed immunitario. È la Terapia Forestale o Silvoterapia. Curiamoci così.
La replica ai sistemi di potere – IL «NO» ALLE URNE COME UN VOTO (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 30 novembre 2025)
Se dovessimo prendere alla lettera i commenti negativi sulla legge elettorale pugliese per la composizione del Consiglio regionale, il presidente eletto Antonio Decaro dovrebbe depositare, come primo atto legislativo, l’abrogazione di quella legge e la concomitante proposta di una nuova. La legge elettorale pugliese risale al gennaio del 2005, una delle ultime della legislatura con Raffaele Fitto presidente. Approvata a larghissima maggioranza in Consiglio regionale, è stata oggetto di modifiche determinate da un intervento della Corte costituzionale e, soprattutto, da interventi legislativi nel corso della legislatura con la presidenza di Nichi Vendola. Ne sono scaturite norme poco comprensibili, scritte in modo criptico e per questo dense di contraddizioni ed ambiguità. Nel corso dell’ultima legislatura, con la presidenza di Michele Emiliano, si è tentato di modificarla ulteriormente, assieme allo Statuto ed al ripristino del trattamento di fine mandato (Tfm), con un blitz in Consiglio regionale ancora una volta nelle ultime sedute dell’Assemblea, secondo la peggiore tradizione. Il blitz non è riuscito per mancanza di accordo tra i gruppi ammantato da un certo senso di vergogna. C’è chi sostiene che l’astensione dal voto dei pugliesi, particolarmente rilevante nelle ultime due tornate elettorali, sia dovuta soprattutto a queste norme. C’è anche chi sostiene che una nuova legge elettorale sia necessaria per riequilibrare la rappresentanza dei territori. In realtà la vera ragione per cui i pugliesi, e gli italiani in genere, vanno in numero sempre minore a votare è la scarsa offerta politica e la scomparsa del coinvolgimento politico mediante i partiti. Lo ha ben scritto Sabino Cassese sul Corriere di qualche giorno fa. I continui cambiamenti delle regole elettorali con norme cervellotiche ed autoreferenziali di amministratori eletti da blocchi di potere e da truppe cammellate, che ben si avvalgono della scarsa partecipazione al voto, si collocano in questo alveo mefitico. Anche se l’astensione dal voto è comune a molte realtà occidentali e democratiche europee, in queste, Regno Unito su tutte, i sistemi elettorali sono gli stessi da molto tempo, le norme chiare, i risultati disponibili immediatamente e poco soggetti a ricorsi giurisdizionali. Insomma, la sensazione è che ancora una volta il vero obiettivo, quando si tratta di rimetter mano alle leggi elettorali in Italia e quindi anche in Puglia, sia quello di trovare il modo di perpetuare sistemi di potere nei territori e non certo di favorire l’espressione libera e democratica dei cittadini.
Il parco nazionale del Gargano – UN PATRIMONIO DA TUTELARE (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 07 dicembre 2025)
I trent’anni del parco nazionale del Gargano sono da celebrare ma soprattutto da analizzare. Che la Montagna del Sole dovesse diventare patrimonio nazionale da difendere era pensiero che nel secondo dopoguerra ha preso sempre più piede. Da Cesare Brandi ad Enrico Mattei fino a Sabino Acquaviva ed a Fulco Pratesi, il movimento culturale per l’istituzione di un territorio protetto sul promontorio garganico è andato via via affermandosi. Ma quando, dopo l’entrata in vigore della legge quadro sulle aree protette nel 1991, che peraltro avrebbe potuto istituire direttamente il parco nazionale ma non lo fece lasciando che la nascita avvenisse dopo un lungo procedimento, si cominciò a fare sul serio le avversità e le avversioni vennero tutte a galla. La Regione Puglia, che doveva esprimere il proprio assenso indispensabile all’istituzione del parco, era governata da maggioranze di centro-destra ma non si tirò mai indietro nello svolgere un ruolo proattivo e determinante. I numerosi incontri che si svolsero in territorio garganico erano caratterizzati da un’atmosfera “brillante” con minacce di morte, proiettili inviati a domicilio ed auto saltate in aria. Le riunioni istituzionali che si tenevano soprattutto nella Commissione competente per materia del Consiglio regionale, erano un compendio di urla, insulti ed accuse di tutti i tipi da parte di molti Sindaci con successivi blocchi stradali. Alla base, come quasi sempre accade nei procedimenti di istituzione di aree protette, le paure di agricoltori, allevatori e, soprattutto di cacciatori. Questi ultimi i più acerrimi avversari delle aree protette perché in esse la caccia è vietata, senza vederne l’importanza come incubatrici di fauna selvatica cacciabile. Comunque, dopo il fenomenale susseguirsi degli episodi appena citati, alla fine la Giunta regionale di centro-destra dette il via libera al provvedimento istitutivo del parco. Il Gargano è un territorio tanto stupefacente quanto difficile, un’isola biologica ed antropologica, ricco di cultura e di natura. Uno scrigno di biodiversità come pochi in Europa. Quel parco oggi vive una fase di riassetto istituzionale che dovrebbe, finalmente, produrre il piano territoriale di governo di natura e paesaggio per non farsi sopraffare da logiche troppo lontane dalle finalità di protezione. Logiche che purtroppo si stanno sempre più impossessando delle aree protette italiane. Se la nuova guida istituzionale del parco saprà collegare queste finalità ai 17 Comuni che ne fanno parte, la Puglia intera e l’Italia non potranno che trarne solo vantaggi.
L’incuria e gli alberi sequestrati – «Xylella, epidemia della follia» (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 12 dicembre 2025)
«Di questo periodo cruciale è da evidenziare il deficit di consapevolezza da parte di ambienti istituzionali della Regione circa la necessità di nominare un potere monocratico in grado di essere presente in modo permanente sui luoghi, anche per dialogare con i diversi soggetti istituzionali e associativi nella gestione dell’emergenza. Parliamo della resistenza opposta dall’Ente Regione alla nomina di un commissario dotato di poteri straordinari, forse anche per effetto della virulenza della propaganda negazionista dei soliti noti, che nella campagna elettorale determinò l’ambiguità di diversi candidati sull’argomento. Quando finalmente si corse ai ripari, il danno era fatto». Enzo Lavarra, già parlamentare europeo e consigliere dell’ex Ministro per le risorse agricole, Maurizio Martina, scrive così nel suo libro “La Xylella – Distruzione e rinascita degli ulivi”, edito da Rubbettino, con la prefazione di Gianfranco Viesti. Il libro sulla Xylella è per buona parte cronaca temporale degli eventi con annotazioni personali derivanti da ricordi ma è anche contenitore di valutazioni politiche. Sulla vicenda dell’”epidemia” di Xylella tra gli ulivi pugliesi aleggia sempre un paragone duplice: da un lato con la pandemia umana dovuta al virus Sars-CoV-2 e dall’altro con le tante epidemie che si sviluppano nel mondo dell’allevamento animale. Nella vicenda Xylella e nella pandemia umana possiamo dire che il ritardo con cui sono state messe in atto le azioni di contenimento hanno determinato per buona parte il seguito disastroso. Cosa che non accade, oppure accade in misura molto minore, con le epidemie che colpiscono gli allevamenti animali. In questi ultimi casi la sanità veterinaria pubblica agisce come un corpo d’armata, immediatamente e con azioni radicali per fermare la diffusione di batteri e virus, anche con limitazioni draconiane. Quel che è mancato nel caso della Xylella e che si è applicato con colpevole ritardo nella pandemia. Ma la Xylella è effetto oppure causa della devastazione del paesaggio ulivetato pugliese? Probabilmente entrambe le cose nel senso che la cattiva gestione dei suoli e delle piante e l’uso spropositato di prodotti di sintesi (diserbanti ed antiparassitari) hanno consentito al batterio trasportato dall’insetto vettore, ossia la Sputacchina, di diffondersi; allo stesso tempo la presenza di Xylella nella subspecie Pauca ha costituito un elemento nuovo e sconosciuto nel panorama dei patogeni in Puglia. Sono situazioni che Lavarra descrive con cura nel suo libro così come ben descrive la follia dell’intervento della magistratura penale leccese nella questione con il sequestro prolungato delle piante oggetto di abbattimento e la conseguente espansione della batteriosi. Un’inchiesta, quella della Procura di Lecce, sostenuta dall’allora presidente della Regione Michele Emiliano che tuonò – come ricorda Lavarra – contro il piano di contenimento messo a punto da Giuseppe Silletti nominato commissario straordinario dal Ministro per le Risorse agricole ed indagato in quell’inchiesta. L’inchiesta è stata archiviata, Silletti ha rinunciato all’incarico, Emiliano è diventato più realista del Re abbracciando la linea dura degli abbattimenti senza se e senza ma, la Xylella ha continuato a diffondersi. Adesso, anziché gestire la situazione come si gestisce una malattia ormai endemica, si continua a tagliare alberi a tutto spiano e si è aperto il commercio a varietà di ulivo oggi resistenti, domani chissà, con brevetti a tutto vantaggio dei depositari. Lavarra, però, non affronta l’attuale problema dei problemi per la Xylella: che destino avranno i suoli senza più un ulivo in piedi? La domanda non è mal posta se si pensa che a Bitonto, in provincia di Bari, 2.000 ulivi vivi e vegeti sono stati estirpati per far posto all’ennesimo, poco utile impianto fotovoltaico che non ridurrà di un centesimo le bollette energetiche di quei cittadini. Una prece per quegli ulivi e per gli altri che saranno sacrificati.
UN PIANO CHE SUPERI QUARONI (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 28 dicembre 2025)
Eravamo curiosi di comprendere che cosa intendessero il Sindaco di Bari, Vito Leccese, e l’assessora alla Rigenerazione urbana, Giovanna Iacovone, per “nuovo corso” dell’urbanistica a Bari. Un nuovo piano urbanistico generale (Pug), d’accordo, ma sulla base di quali presupposti, di quali indirizzi nuovi che potessero eventualmente rimettere in discussione quelli precedentemente assunti dall’amministrazione municipale guidata da Michele Emiliano? Una prima risposta arriva dalle dichiarazioni di Giovanna Iacovone che ha anticipato una parte delle linee di indirizzo che la Giunta comunale di Bari fornirà ai suoi uffici per la redazione del nuovo Pug. Nuovo perché, come abbiamo spesso ripetuto, uno già elaborato c’è ma non è mai stato reso pubblico e tantomeno discusso in pubblico. E quindi, una prima indicazione è che il milione e 600mila e passa metri cubi realizzati con il Piano casa andranno a scomputo delle cubature residuate dal vecchio piano regolatore, firmato Quaroni, della metà degli anni ’70 del secolo scorso. E di queste cubature residue (circa 12 milioni) se ne potrà realizzare la metà (circa 5 milioni di metri cubi) ma in zone specifiche. A quanto pare l’intento è quello di “densificare” le aree già urbanizzate e fornite di servizi eliminando previsioni di sviluppo urbano in aree marginali. La densificazione è sempre una medaglia con due facce: se da un lato vi è la riduzione di ulteriore consumo di suolo in aree agricole periurbane, dall’altro vi è il rischio di creare situazioni di sovraffollamento con servizi inadeguati e spazi pubblici ridotti. D’altra parte la progettazione di alcuni interventi di rigenerazione urbana oppure di recupero delle periferie già realizzati non sono esempi da seguire. Il nuovo Pug, quindi, si baserà molto sul trasferimento di cubature da aree previste dal piano Quaroni in altre aree. Chi e come le individuerà? Chi e come gestirà questa delicata procedura con adeguati trasparenza, equilibrio, coinvolgimento effettivo di cittadini ed operatori economici? Quali parametri ecologici, fisici e giuridici saranno alla base? Rendere pubblici questi elementi da subito (peraltro già prodotti nella bozza di Pug mai nato e quindi solo da aggiornare) e stabilire se acquisire al pubblico i suoli individuati per le perequazioni mediante evidenza pubblica oppure esercitare una forte regìa competente ma stimolatrice del mercato, sarebbe un buon inizio per l’elaborazione del nuovo Pug e nei confronti della cittadinanza. Anche in questo caso è il “come” si pensa di realizzare i propositi che interessa più che le enunciazioni di principio.
Lo scenario – Sui terreni confinanti con gli stabilimenti in crisi si aspetta il via libera al polo dell’energia alternativa – DUE IMPIANTI EOLICI, QUATTRO FOTOVOLTAICI. NATUZZI CHIUDE MA ATTORNO SI CAMBIA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 07 gennaio 2026)
C’è un luogo tra Altamura, Santeramo in Colle e Matera che a partire dall’inizio degli anni ’80 del secolo scorso ha visto l’insediamento di molte industrie manifatturiere. Si chiama Jesce ed è diventata la zona industriale di Altamura e di Santeramo, estesa circa 216 ettari in un’area lungo la via Appia. Tra le aziende insediatesi anche il produttore di salotti imbottiti Natuzzi che lì ha ora uno degli stabilimenti principali. All’inizio degli anni 2000 il Comune di Altamura certificò che in quell’area industriale non potevano insediarsi attività manifatturiere per problemi idrogeologici. Per questo motivo l’allora Sindaco Vito Plotino propose alla Regione Puglia oltre 110 accordi di programma per consentire di realizzare opifici singoli ma anche consorziati, quasi tutti dedicati al settore del salotto imbottito oppure ad essere satelliti produttivi della Natuzzi, sparsi nel territorio altamurano. Lo propose utilizzando una legge regionale (la n. 34 del 1984 abrogata nel 2004) che consentiva la delocalizzazione a patto che si certificasse l’impossibilità di utilizzare le zone industriali esistenti. L’operazione, tuttavia, non fu un successo anche perché le localizzazioni si scontravano inesorabilmente con le tutele degli ecosistemi nel frattempo intervenute con la direttiva UE “Habitat”. Alla fine quasi nulla di quelle centinaia di proposte è stata realizzata e lungo la statale 96 si notano ancora scheletri di opifici abbandonati. Ora Natuzzi dichiara l’ennesimo stato di crisi e cerca di cedere anche lo stabilimento di Jesce nonostante abbia usufruito da almeno 50 anni di tutte le agevolazioni finanziarie pubbliche utilizzabili, dai finanziamenti a fondo perduto alla defiscalizzazione degli oneri contributivi. Ma a Jesce sta accadendo anche altro. È in corso una vera e propria trasformazione territoriale ed economica con grandi porzioni di territorio agrario, adiacenti agli insediamenti industriali, destinate ad ospitare una delle maggiori concentrazioni di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili. Attualmente sono almeno cinque i progetti di sviluppo di fotovoltaico a terra, di agrivoltaico e di eolico in corso di valutazione di impatto ambientale al Ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica (Mase). Un altro, agrivoltaico, ha già ottenuto la compatibilità ambientale dalla presidenza del Consiglio dei Ministri; si tratta di un impianto da quasi 60 megawatt (MW) nominali di potenza che occuperà quasi 72,5 ettari a sud della zona industriale, in territorio di Matera. A nord dell’area industriale, invece, è previsto un impianto agrivoltaico da 44 MW a circa 1 chilometro di distanza da Masseria Jesce, capolavoro dell’architettura rurale del XV secolo sulla via Appia, per una superficie di più di 53 ettari. Ad incastro con quest’impianto, uno fotovoltaico da 27,09 MW per una superficie occupata di oltre 46,5 ettari. Ad ovest dell’area industriale un impianto fotovoltaico da 38,61 MW per una superficie di 52 ettari. Inoltre, due impianti eolici di cui uno a sud-est dell’area industriale con potenza nominale di oltre 47,5 MW e 7 torri alte 200 metri ed un altro, a nord, della potenza nominale di 54 MW con 9 aerogeneratori da 200 metri di altezza. Complessivamente 272 MW di potenza eventualmente prodotta con un’occupazione di suolo di almeno 224 ettari, superiore a quella della stessa area industriale. E questo senza alcuna certezza che quell’energia prodotta serva a decarbonizzare i processi industriali che lì si svolgono. Quel che emerge, poi, è che i suoli destinati alle rinnovabili siano intestati a varie industrie tra cui anche la Natuzzi S.p.A. ma sembrerebbe che a quest’ultima spettino pochi euro con valori di esproprio estremamente bassi dichiarati in una proposta di agrivoltaico. In un’altra proposta per fotovoltaico, invece, suoli con la stessa tipologia di copertura agraria ma di proprietà di un’importante industria molitoria di cereali hanno un valore al metro quadro almeno doppio.
Aspettando il Piano urbanistico – COSTRUTTORI MA DI UN METODO (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 22 gennaio 2026)
Si susseguono le precisazioni sugli intendimenti dell’amministrazione comunale di Bari per la redazione del nuovo PUG dopo che quello già elaborato è stato congelato e mai reso pubblico. Sono precisazioni interessanti ed importanti ma che, ameno per ora, in attesa di un atto di indirizzo della Giunta municipale a quanto si sa in corso di discussione politica con maggioranza ed opposizione, eludono alcuni temi fondamentali. Uno è stato qui già sollevato e riguarda la procedura con cui avverranno i trasferimenti di cubature da aree precluse all’edificazione ad aree in cui sarà consentita. Se, cioè, sarà un’operazione (complessa e che richiede massima trasparenza) che vedrà l’amministrazione comunale alla guida con la massima pubblicità. Un altro tema, peraltro emerso recentemente sui social e sulla stampa, riguarda la fase di transizione dal piano regolatore (PRG) di Quaroni del 1976, con le sue previsioni e le relative attuazioni che hanno determinato quantomeno interessi legittimi se non diritti acquisiti, al nuovo PUG. Come si sa il PRG ancora vigente nel capoluogo di regione prevedeva, ai primi anni 2000, una popolazione doppia rispetto a quella effettivamente presente in costante decrescita. Prevedeva anche destinazioni per edifici in base alle quali gli imprenditori edili hanno legittimamente proposto i loro progetti approvati ma non ancora realizzati. In uno di questi casi, quello relativo alla realizzazione da parte della società Noema della famiglia Degennaro di tre edifici a torre da 17, 22 e 29 piani nel quartiere Poggiofranco, il Comune di Bari ha negato la variazione di destinazione d’uso (di 50 anni fa) da terziario a residenziale ed il TAR ha ritenuto legittimo il diniego a seguito di deliberazione del Consiglio comunale. Al di là della vicenda giudiziaria che seguirà il suo corso, appare evidente che la questione investe più la ragionevolezza del fare che la formalità degli atti. In una fase di transizione, cioè, forse sarebbe utile articolare con chi ha acquisito legittimamente il diritto di costruire, un percorso di dialogo e di reciproco convincimento sulle soluzioni migliori per l’interesse pubblico e per gli imprenditori. Un modulo da adottare potrebbe essere quello dei progetti anticipatori del PUG, già utilizzato per CostaSud, nonostante tutte le riserve espresse, da mettere a sistema in casi come quello appena citato anche per imparzialità e buon andamento dell’amministrazione pubblica. Ragionarci su in modo aperto e pubblico più che affilare le armi per battaglie giudiziarie potrebbe essere più giusto e più utile.
Il paesaggio dell’Alta Murgia, un territorio da proteggere (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 08 febbraio 2026)
Con la microstoria e con l’ecologia storica il divenire di un territorio può essere letto con più attenzione percependone dettagli che la “grande storia” tralascia quando non ignora. È il caso del destino dei boschi nel territorio pugliese dell’Alta Murgia nella parte in cui guarda alla Murgia tarantina ed alla Lucania. Un caso analizzato da Giuseppe Silletti, già generale dei Carabinieri forestali, che al territorio di Santeramo in Colle, sua città natale e nella quale tutt’ora vive, dedica “Storia della trasformazione del paesaggio forestale dell’Alta Murgia – Passato e presente della flora e della vegetazione del territorio” edito dall’altamurana LAB edizioni. I tre ponderosi volumi (contenenti anche un’analisi floristica con relativo elenco ed un’analisi delle tipologie forestali con prefazione, tra gli altri, di Francesco Petretti) saranno presentati il 12 febbraio prossimo alle 18:30 a Santeramo in Colle presso la biblioteca comunale “G. Colonna”. Silletti è, dal punto di vista professionale, un agronomo-forestale e quindi sa di che cosa parla. La storia delle trasformazioni forestali del territorio di Santeramo possono essere prese a misura di quelle avvenute nell’ampio territorio dell’Alta Murgia che va da Minervino Murge fino almeno ad Acquaviva delle Fonti. Un territorio composito quello di Santeramo. Conserva una delle più vaste superfici a pascolo naturale di tutta l’Alta Murgia, habitat tutelato a livello internazionale, ma ospita anche alcuni dei boschi relitti più significativi nel panorama pugliese. Ha anche una zona di pianura caratterizzata dalla presenza di falda acquifera superficiale e di piccoli corsi d’acqua: una zona umida, insomma, chiamata “Matine” (toponimo ricorrente in Puglia per le pianure allagabili e per buona parte bonificate) a ridosso della via Appia. Santeramo compendia quindi tutte le caratteristiche ambientali più importanti per l’Alta Murgia. Silletti ritiene, avendo analizzato molte fonti storiche e scientifiche locali e non, che le zone più elevate dell’altopiano murgiano siano sempre state occupate da una vegetazione steppica e senza boschi. Fanno eccezione le parti più fertili delle fenditure scavate dall’acqua nella roccia calcarea, le lame, ossia il loro fondo dove nei millenni si è accumulata una quantità di terreno idoneo alla presenza di alberi. Laddove, poi, ci sono piccole conchette e avvallamenti il bosco prende il sopravvento. È il caso dei boschi santermani della Parata e del bosco della Gravinella. Per Silletti «l’attuale vegetazione esistente nel nostro territorio deve intendersi come il risultato di intense e prolungate attività umane che si sono perpetrate nel tempo con opere di disboscamento, di dissodamento, di urbanizzazione e di attività legate al pascolo; il tutto aggravato da continui incendi». Rifacendosi al tutt’ora insuperato “Saggio di fitostoria della Puglia” (1950) del padre rosario cappuccino Antonio Amico, Silletti afferma giustamente che «nelle alture della Murgia i disboscamenti più incisivi risalgono al XVII secolo e sono proseguiti fino a non molti decenni fa; invece, lungo le vie più importanti, già all’epoca romana vennero distrutte le foreste dei terreni più fertili (centuriazione agraria). Per le accresciute esigenze sociali dovute all’aumento demografico e per la poca attenzione della legge, fu il secolo XVIII che vide, con ogni probabilità, la maggiore distruzione dei boschi per fare posto alle colture agrarie». Oggi ci si pone l’obiettivo di imboschire quanto più possibile per far fronte all’aumento di CO2 in atmosfera ma senza criterio, diversamente da quanto avveniva con la competenza in capo allo Stato. Tuttavia dei boschi relitti, oggetto di gestioni scellerate tanto da farli divenire “boschi bonsai”, sembra non occuparsene nessuno. Anzi, ci sono spinte verso il loro ulteriore degrado. Eppure sono loro i più grandi “catturatori” di quell’anidride carbonica. Questo Silletti lo sa molto bene e ce lo fa capire attraverso il suo libro.
Gli effetti delle onde sulla costa – STAVOLTA IL CLIMA NON C’ENTRA (Corriere del Mezzogiorno – Puglia del 17 febbraio 2026)
È crollato l’arco dell’amore lungo la costa di Melendugno, nel Salento. Un residuo di falesia modellata dal mare nel corso di centinaia di migliaia di anni che aveva assunto la forma di arco; ce ne sono tanti in giro per il mondo. Ma, si sa, il proprio arco è il più bello. Quello di Melendugno è crollato nel giorno di San Valentino e con lui sembrano essere crollate certezze per la prossima stagione turistica-balneare. Basta vedere le immagini che girano all’impazzata sui social e sui siti web di giornali nazionali che mostrano tanti bagnanti sotto quell’arco ancora in piedi. Non rischieranno più la vita perché la natura ha chiuso il conto geologico, per ora, con quel residuo di falesia che si reggeva con chissà quale stabilità precaria. Il destino delle coste alte e frastagliate, come quella di Melendugno così come di altre, ad esempio a sud di Brindisi, è un destino segnato dal moto ondoso. In questo periodo dell’anno le perturbazioni alimentate da forti venti meridionali creano onde particolarmente alte e violente che s’infrangono contro le falesie erodendo la roccia tufacea e calcarenitica. Il mare, insomma, fa il suo lavoro. Ma il dolore per la perdita di un simbolo dell’amore genera odio e spirito di rivalsa. Ed ecco affacciarsi strani pensieri, emergere sentenze senza appello del tipo «è conseguenza dei cambiamenti climatici che stanno mettendo a dura prova il nostro territorio e che richiama l’attenzione sulla fragilità e sulla continua evoluzione delle nostre coste: paesaggi simbolo che oggi cambiano più velocemente rispetto al passato». Maledetto cambiamento climatico, l’arco è crollato per questo perché diversamente sarebbe rimasto lì al suo posto, garantito. Lo dice la Regione Puglia aggiungendo che «la Regione continuerà a lavorare con i Comuni costieri per individuare le aree più esposte e programmare interventi sostenibili, con l’obiettivo di coniugare tutela del paesaggio, sicurezza e valorizzazione turistica». E qui sta il problema: programmare interventi sostenibili sulla falesia di Melendugno che cosa significa? Consolidare tutto il tratto costiero in che modo? Non vorremmo si ceda all’illusoria tentazione di poter bloccare l’evoluzione naturale di quella costa anziché mettere in sicurezza, anche delocalizzandole, le attività che vi si svolgono sopra. E non vorremmo pensare che, anche per ripristinare la memoria dei luoghi, a qualcuno venga in mente di ricostruirlo quell’arco dell’amore ma questa volta col cemento armato.