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Alcuni privati cittadini, associazioni e comitati, tra cui il neonato “Le Vedette di Lama San Giorgio”, hanno presentato ricorso al Tar Puglia contro il rinnovo dell’autorizzazione paesaggistica in deroga relativa alla realizzazione della variante ferroviaria lungo la linea Bari-Lecce, tra Bari Centrale e Bari Torre a Mare. Opere del più vasto “nodo ferroviario di Bari”. In altra sede, e cioè nel dibattito pubblico sulla variante della strada statale 16 da Bari-Mungivacca a Mola di Bari, cittadini ed associazioni hanno presentato documenti molto critici nei confronti dell’opera e di come si è giunti alla sua progettazione tanto da chiederne l’annullamento. Ancora, il comitato “Per un parco verde di quartiere alle ex Casermette: Capozzi e Milano” si è rivolto al Tar Puglia per sospendere l’efficacia del bando di progettazione del Parco della Giustizia di Bari. Il Tar non ha concesso la sospensiva poiché la realizzazione della struttura è subordinata ad una variante urbanistica. Che cosa accomuna i tre casi? A primo acchito, le scelte ritenute strategiche dai vari poteri pubblici (a livello nazionale e locale) non sono ben accette da cittadini singoli oppure organizzati. Ma forse c’è qualcosa di più. Si palesa, in queste circostanze ed azioni, uno scollamento tra quei poteri ed i territori interessati da progetti pur rilevanti per l’interesse pubblico. Molto spesso quest’ultimo non combacia con le sensibilità dei cittadini verso la tutela di paesaggi, di beni archeologici, del verde urbano e degli ecosistemi.E poiché si tratta di investimenti economici molto cospicui, spesso con contributi finanziari dell’Unione Europea, lo scontro riguarda anche i tempi di realizzazione delle opere che hanno scadenzari ben definiti. Il finanziamento dell’opera, quindi, prevale sull’opera stessa, sulla sua qualità progettuale e sulle sue relazioni con territori e cittadini. I progetti sono spesso e per gran parte conservati nei cassetti da decenni per poi riemergere ad ogni occasione; sono magari ben concepiti tecnicamente, ingegneristicamente, ma poveri di molti elementi di quella che oggi viene compulsivamente definita “sostenibilità ambientale”. Sono proprio questi i temi per i quali cittadini, associazioni e comitati battono i piedi ed innescano lo scontro. Lama San Giorgio, che sarà attraversata dal fascio di binari e dalla variante della statale 16, non è mai divenuto parco regionale nonostante la giunta regionale ne abbia adottato il disegno di legge istitutivo nel dicembre 2018. Un’adozione che avrebbe fatto entrare in vigore specifiche norme di salvaguardia se solo il disegno di legge fosse stato pubblicato sul bollettino ufficiale, cosa mai avvenuta. E quindi i progetti non hanno mai preso in considerazione le tutele di quei residui lembi di natura e di storia e le procedure di valutazione ambientale sono state affrontate e chiuse in fretta e senza i necessari approfondimenti. Eppure questa è la Regione che ha legiferato sulla partecipazione dei cittadini ai processi che riguardano proprio la realizzazione di infrastrutture (legge numero 28 del 2017). Una legge inattuata. Così, la libertà, che è responsabilità ed anche partecipazione (in ricordo di Giorgio Gaber), rischia di venire compressa ogni qual volta il confronto tra potere pubblico e cittadini porta ad oggetto di discussione progetti preconfezionati, immodificabili o, se modificabili, modificati in camera caritatis, adducendo motivazioni finanziario-amministrative.

































































A dire di Legambiente il Ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, sarebbe colpevole di non aver mai detto una parola, sottinteso “buona”, sulle rinnovabili. E sarebbe colpa del suo dicastero, attraverso le Soprintendenze, compresa quella unica nazionale che si occupa della compatibilità dei progetti finanziati dal PNRR con le tutele paesaggistiche, se l’installazione di impianti per la produzione – industriale – di energia da fonti rinnovabili (Fer) non decolla come dovrebbe. Contro la posizione di Legambiente si sono schierate altre importanti associazioni ambientaliste a cominciare da Italia Nostra. Legambiente chiede, quindi, deroghe ulteriori alla già martoriata normativa di tutela del paesaggio che risponde ai dettati dell’articolo 9 della Costituzione della Repubblica italiana dove ora convivono però, con le modifiche apportate nel 2022, quella tutela e la non meglio specificata tutela dell’”ambiente” che porta con sé pure lo sviluppo delle rinnovabili nella titanica ed impari “lotta contro” i cambiamenti climatici. Benedetto Croce, padre costituente promotore della norma costituzionale originaria, di cui Sangiuliano è cultore, si sta ancora rivoltando nella tomba. E tuttavia, lo sviluppo delle rinnovabili in Puglia (in particolare eolico on-shore ed off-shore e fotovoltaico) non riesce a migliorare la situazione delle emissioni di COnei vari settori economici. Lo dimostra il database “Ciro” elaborato da Italy for Climate presentato nei giorni scorsi. La Puglia è la seconda regione d’Italia per potenza installata di impianti Fer ma, al contempo, è agli ultimi posti per consumo di energia rinnovabile. Cioè, com’è accaduto per gli impianti energetici tradizionali alimentati con fonti fossili, la Puglia produce per altri e consuma l’energia più inquinante. Non solo. La decarbonizzazione tanto conclamata non è stata neanche avviata perché la Puglia è ai primi posti per COprodotta in assoluto e per quella prodotta dall’industria. Rinnovabili che salverebbero il mondo sostituendo al 100% le fonti fossili e decarbonizzazione industriale come se fosse a portata di mano, sono le grandi bugie che alimentano il mercato delle rinnovabili dovunque e comunque. E l’assenza di una politica regionale in materia e l’assenza ormai insopportabile di un piano energetico regionale con l’individuazione delle aree non idonee agli impianti di rinnovabili, fanno da tappeto alle bugie ed alle speculazioni energetiche che si consumano in Puglia. Legambiente ne gioisce e pretende sempre di più, il paesaggio pugliese no e pretende più rispetto e meno bugie.


La prima pagina de La Città nuova del 20 aprile 1973
Mio padre, Giovanni, a sinistra, con a destra Franco Squicciarini (Ansa) ed Italo Palasciano (l’Unità) durante una conferenza stampa nella sede del Consiglio regionale pugliese nei primi anni ’80
Vittorio Bodini




















Silvia Godelli è un’importante esponente della sinistra pugliese. Già professore associato di Psicologia Clinica nell’Università di Bari, è stata Consigliere regionale del PCI nella legislatura 1985-90, poi come indipendente nelle liste di Rifondazione comunista nelle legislature dal 1990 al 2000. Ma è anche legata alla comunità ebraica pugliese ed italiana. Le vicende che stanno sconvolgendo il medio oriente e che coinvolgono lo Stato d’Israele ci hanno portato da lei.

Silvia Godelli, la sinistra ha problemi con Israele?

Dal PD al M5S ad AVS, parliamo di realtà talmente eterogenee da non poter essere inquadrate sotto il solo termine sinistra. Se considero il solo PD posso dire che ha una posizione ondivaga ma non mi sentirei di dire che si oppone all’esistenza di Israele come Stato e che sia antisemita. Nella varietà di realtà che si autoascrivono alla sinistra, però, troviamo anche l’antisemitismo più becero.

Che cosa ha significato il 7 ottobre 2023 per gli ebrei che vivono lontani da Israele?

Una dimensione fisica di sofferenza, almeno per me. Mi sono sentita violata, stuprata, rapita, smembrata. Ho vissuto un momento di disintegrazione personale. Tra l’altro appartengo ad una famiglia di deportati e perseguitati e c’è un ritorno del rimosso che ovviamente non vale solo per me. Mi è sembrato impossibile fosse accaduto non tanto per ragioni militari, che pure hanno la loro drammatica spiegazione, ma per ragioni umane. Non si può agire in quel modo su persone che stavano vivendo una vita normale. D’altra parte, però, sappiamo che i terroristi usciti da Gaza per compiere quel massacro erano drogati, cioè essi stessi non erano in grado di sopportare quel che stavano facendo.

Ha ricevuto solidarietà qui in Puglia?

Sono andata a Roma con mia figlia ed abbiamo partecipato alle manifestazioni dell’associazione “Sinistra per Israele”. Qui in Puglia non parlo con nessuno. Ho cancellato 2-300 amici da Facebook. Solo Nichi Vendola in una trasmissione su La7 è stato molto chiaro, al contrario di suoi compagni di partito, ed ha detto che o si riparte da quel che è accaduto il 7 ottobre oppure non si può parlare di soluzione per il popolo palestinese.

Esporre la bandiera palestinese sul balcone del Comune di Bari è stata una buona idea?

Hanno dimostrato poca fantasia. Diciamo che è stata un’azione assolutamente scorretta perché ha riguardato la casa di tutti i cittadini baresi.

Hamas, Hezbollah, Houti, sono “resistenza islamica” oppure gruppi terroristici che attentano alla vita di Israele e dell’occidente democratico?

La resistenza, nelle forme storicamente date, ha ben altre caratteristiche, non pratica l’odio in quanto tale, non è razzista, non stermina civili. Hamas, Hezbollah, Houti non sono movimenti resistenziali.

Quando i “pro-Pal” inneggiano a “Palestina libera dal fiume al mare” comprendono quel che dicono?

Secondo me non sanno neppure dov’è il fiume Giordano. Ritengo che nel 90% dei casi sia un’ubriacatura sloganistica.

I ragazzi che nelle università si dicono antisionisti, forse senza sapere che il sionismo è un movimento politico socialista, sono anche antisemiti? Ci sono molti cattivi maestri?

Ci sono troppi cattivi maestri che stanno sdoganando l’antisemitismo sotto la forma dell’antisionismo e che non spiegano che dire no al sionismo significa dire no all’esistenza di Israele. Gran parte dei ragazzi non crede di essere antisemita ma finisce per esserlo. Eppoi gli ebrei piacciono solo morti, vivi piacciono molto meno.

Dopo il 7 ottobre Israele avrebbe potuto reagire in altro modo?













































Si susseguono le precisazioni sugli intendimenti dell’amministrazione comunale di Bari per la redazione del nuovo PUG dopo che quello già elaborato è stato congelato e mai reso pubblico. Sono precisazioni interessanti ed importanti ma che, ameno per ora, in attesa di un atto di indirizzo della Giunta municipale a quanto si sa in corso di discussione politica con maggioranza ed opposizione, eludono alcuni temi fondamentali. Uno è stato qui già sollevato e riguarda la procedura con cui avverranno i trasferimenti di cubature da aree precluse all’edificazione ad aree in cui sarà consentita. Se, cioè, sarà un’operazione (complessa e che richiede massima trasparenza) che vedrà l’amministrazione comunale alla guida con la massima pubblicità. Un altro tema, peraltro emerso recentemente sui social e sulla stampa, riguarda la fase di transizione dal piano regolatore (PRG) di Quaroni del 1976, con le sue previsioni e le relative attuazioni che hanno determinato quantomeno interessi legittimi se non diritti acquisiti, al nuovo PUG. Come si sa il PRG ancora vigente nel capoluogo di regione prevedeva, ai primi anni 2000, una popolazione doppia rispetto a quella effettivamente presente in costante decrescita. Prevedeva anche destinazioni per edifici in base alle quali gli imprenditori edili hanno legittimamente proposto i loro progetti approvati ma non ancora realizzati. In uno di questi casi, quello relativo alla realizzazione da parte della società Noema della famiglia Degennaro di tre edifici a torre da 17, 22 e 29 piani nel quartiere Poggiofranco, il Comune di Bari ha negato la variazione di destinazione d’uso (di 50 anni fa) da terziario a residenziale ed il TAR ha ritenuto legittimo il diniego a seguito di deliberazione del Consiglio comunale. Al di là della vicenda giudiziaria che seguirà il suo corso, appare evidente che la questione investe più la ragionevolezza del fare che la formalità degli atti. In una fase di transizione, cioè, forse sarebbe utile articolare con chi ha acquisito legittimamente il diritto di costruire, un percorso di dialogo e di reciproco convincimento sulle soluzioni migliori per l’interesse pubblico e per gli imprenditori. Un modulo da adottare potrebbe essere quello dei progetti anticipatori del PUG, già utilizzato per CostaSud, nonostante tutte le riserve espresse, da mettere a sistema in casi come quello appena citato anche per imparzialità e buon andamento dell’amministrazione pubblica. Ragionarci su in modo aperto e pubblico più che affilare le armi per battaglie giudiziarie potrebbe essere più giusto e più utile.