Mode ambientali/2 – Il turismo sostenibile? Per ora, non esiste.

Uno studio scientifico dimostra che la crescita tumultuosa del settore turistico determina impatti considerevoli sugli equilibri climatici. Emissioni di gas serra e consumo di risorse non riproducibili in tempi “umani”, fanno del turismo un vero e proprio settore industriale. E il turismo ecocompatibile è una chimera: si usano ugualmente gli aerei!

 

 

E’ apparso sulla rivista Nature Climate Change uno studio di ricercatori australiani, indonesiani e cinesi dell’Università di Sidney (Australia) sull’impronta ecologica del turismo globale (turisti globetrotter). Lo studio è stato ripreso in Italia dalla rivista dell’ARPA Umbria Micron sul numero dell’8 maggio scorso, con un articolo di Francesca Buoninconti che si chiede «Ma quanto costa all’ambiente tutto questo girovagare per il mondo?». E si risponde che «i risultati, pubblicati su Nature Climate Change, non sono dei migliori. Il team ha preso in considerazione un periodo di cinque anni, dal 2009 al 2013, analizzando i dati di 160 Paesi in tutto il mondo. E lo ha fatto tenendo conto di tutto ciò che ruota intorno al turismo: dai voli ai souvenir, dagli alberghi al cibo, fino ai trasporti locali. Senza tralasciare nulla. Si tratta dell’analisi più completa mai svolta sul tema. Ebbene, i globetrotter e i servizi da loro utilizzati producono l’8% di tutti i gas serra emessi ogni anno. Emissioni che crescono al ritmo del 3% all’anno: più velocemente persino di quelle generate dal commercio internazionale. Detta in numeri, solo nel 2013 l’anidride carbonica e gli altri gas serra prodotti dal turismo globale ammontavano a 4,5 miliardi di tonnellate. E nel 2025, secondo le stime, i miliardi di tonnellate potrebbero arrivare a 6,5.

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Sul podio dei principali responsabili di queste emissioni ci sono gli Stati Uniti, seguiti da Cina, Germania e India. Anche se in tutti questi casi la maggior parte dei turisti si muove entro i confini statali. Inquinano di più a casa loro, quindi. Poco attenti all’estero, invece, si dimostrano Canadesi, Svizzeri, Olandesi e Danesi, che hanno un’impronta ecologica molto maggiore in altri Paesi, piuttosto che nel loro. Ci sono poi i nuovi turisti, che girano il mondo partendo da Stati con economie in ripresa, come Brasile, India, Cina e Messico. Se invece si tiene conto delle emissioni pro-capite, sul podio troviamo i piccoli stati insulari: le Maldive, le Seyschelles, Mauritius e Cipro. Questo perché ovviamente larga parte dell’economia di queste isole si basa sul turismo in entrata. E infatti, addirittura fino all’80% delle emissioni nazionali sono attribuibili al turismo.
Ma paradossalmente sono proprio loro, le isole, a farne le spese maggiori in tutta questa storia. Piccole come le Maldive o enormi come l’Australia, non importa. Sono tutte minacciate dal cambiamento climatico. Per alcune il problema più grosso è l’innalzamento dei mari, che tende a sommergerle. Per altre, invece, il cruccio maggiore è la desertificazione e lo sbiancamento delle barriere coralline. Insomma non sono bazzecole. E se nel prossimo secolo queste mete saranno stravolte dai cambiamenti climatici, la colpa sarà anche del turismo.

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Un altro dato che emerge dall’approfondita analisi del team australiano, poi, riguarda i modelli di spesa. I turisti provenienti da Stati ad alto reddito, in genere, spendono principalmente per voli in aereo, acquisti di souvenir, trasporti privati, alberghi e ristoranti. Mentre i turisti che provengono da Paesi a basso reddito spendono di più per i trasporti pubblici e preferiscono mangiare dove alloggiano, senza andare al ristorante».

L’articolo di Micron prosegue affermando che «un altro problema, non da poco, è che il settore turistico ha una crescita rapidissima. Tanto che, secondo lo studio, l’impronta ecologica di chi guadagna più di 40.000 dollari all’anno aumenta del 13%, a ogni incremento del 10% del reddito. In pratica a ogni scatto di stipendio si viaggia di più, con una sete di vacanze che non sembra mai placata. E in effetti tra voli low cost, viaggi di lusso, offerte all inclusive, last-minute o addirittura last secondl’essenza del viaggio è cambiata nel tempo. In passato la gente si spostava solo se era obbligata a farlo. E per diversi secoli, soltanto i figli dei nobili potevano permettersi di viaggiare per piacere o per formazione. Poi, dopo la seconda guerra mondiale, ecco che i globetrotter hanno raggiunto quota 25 milioni, fino a fare del turismo l’industria del secolo. Un settore che solo nel 2013 ha generato 4,7 trilioni di dollari. Cifre da capogiro, raddoppiate in pochi anni: nel 2003 si arrivava “solo” a 2,5 trilioni di dollari.
Nonostante tutto, anche se l’impronta ecologica del settore turistico è ben marcata (per non dire minacciosa) questo studio va a colmare una lacuna cruciale che era stata già identificata dall’Organizzazione Mondiale del Turismo. Ma è solo avendo una conoscenza dettagliata del problema che si può provare a risolverlo. Pertanto meglio fare i conti fin da subito e trovare soluzioni efficaci, visto che il turismo è destinato a crescere più rapidamente di molti altri settori economici. E quello “sostenibile” è una piccolissima fetta, che comunque spesso comprende spostamenti aerei: i principali imputati
. Dalle pagine di Nature Climate Change, così, il team fa alcune considerazioni. La prima è che la comunità internazionale dovrebbe iniziare a considerare la possibilità di includere il settore turistico negli accordi riguardanti il clima. E a trattarlo come qualsiasi altro settore industriale. Un altro suggerimento è quello di tassare l’attività turistica più impattante: i voli, appunto. Il turismo internazionale, infatti, dipende interamente dal trasporto aereo. Uno dei più inquinanti, e chissà quando arriveranno aerei elettrici o a pannelli solari. Quindi, suggeriscono gli autori, sarebbe bene tassare i voli in base alla loro durata e far pagare ai viaggiatori una sorta di tassa sull’inquinamento. Un’ipotesi avanzata per scoraggiare le persone a intraprendere lunghi viaggi. Oppure, per non far ricadere i costi sui turisti, si dovrebbe puntare ad altre soluzioni, che prevedono per esempio l’impegno di tutte le compagnie aree in progetti di rimboschimento, in misura tale da riparare al danno provocato.
Ovviamente l’obiettivo è uno solo: rendere sostenibile il turismo. Perché a questi ritmi non lo è per niente. E anche se qualcosa si sta muovendo dal punto di vista della sostenibilità delle strutture ricettive, bisogna ripensare ai trasporti, per slegarli dalla dipendenza da fonti di energia non rinnovabile. La strada è ancora molto lunga, perciò urgono soluzioni. Tanto che, senza troppi mezzi termini, l’autrice principale dello studio, 
Arunima Malik, consiglia di «rimanere con i piedi per terra e volare meno possibile».

Mode ambientali – 1 – Aree protette: fruizione senza regole?

Da qualche tempo si sta facendo largo una concezione delle aree protette sempre più orientata al turismo, al tempo libero ed allo sport, senza disciplina. Forse, anche in questo caso, rispondendo “alla pancia” del cittadino medio, i territori e gli ambienti naturali per definizione più sensibili e delicati, vengono “fruiti” a prescindere da qualsiasi criterio gestionale.

 

E’ un periodo storico particolare, questo, per le politiche ambientali. Soprattutto per le politiche relative alla conservazione della natura.  Siamo passati, in quasi 30 anni, da un sacro (e per molti versi ragionevole) furore protezionistico ad una sorta di deregulation accompagnata da slogan dogmatici, addirittura più dogmatici di quelli conservazionistici. E, quindi, dopo la protezione è ora la volta del “liberi tutti” con una terminologia quasi sempre poco appropriata, mutuata dal gergo scientifico ma che, in realtà, molte volte nasconde pensieri poco coerenti con la protezione.

Prendiamo il caso della definizione di “turismo sostenibile” (per qualcuno frutto di “assolutismo morale” come tutti i sostantivi accompagnati da “sostenibile”). Nel 1993 EUROPARC (la Federazione Europea delle Aree Protette) pubblicò lo sconcertante rapporto “Loving them to death”, “Amarli da morire” sull’impatto del turismo e la necessità di promuovere il Turismo Sostenibile nelle aree protette in Europa. Più tardi, nel 1995, EUROPARC iniziò a definire e promuovere la Carta Europea per il Turismo Sostenibile nelle Aree Protette. Da allora, a fronte degli ottimi principi e delle ottime intenzioni di Europarc e delle aree protette che hanno aderito alla Carta, in realtà si è deviato, con un’accelerazione straordinaria negli ultimi anni, verso una concezione delle aree protette come “divertimentifici”. In tutta Europa.

Abbiamo parlato qualche tempo fa di ciò che accade nel Regno Unito, nel Parco Nazionale di Lake District, oppure in Bulgaria, nel Parco Nazionale di Pirin. Ma potremmo continuare con gli esempi, italiani, come questo http://bari.repubblica.it/cronaca/2018/03/28/foto/la_murgia_in_fuoristrada-192410554/1/#1 , oppure ancora come questo https://www.ecodibergamo.it/stories/bergamo-citta/maresana-invasa-dalle-mountain-bikeproblema-di-sicurezza-sui-sentieri_1176898_11/, o infine come questo https://www.telebari.it/cronaca/9782-cassano-motocross-nel-parco-nazionale-dell-alta-murgia-24enne-denunciato-e-moto-sequestrata.html.

Motocross nel Parco Nazionale dell’Alta Murgia

Insomma, il turismo e le attività di fruizione in genere, diventano, nelle aree protette, molte volte insostenibili. Sull’ecoturismo e sul suo impatto sugli ecosistemi delle aree protette, l’Università della California (UCLA) ha prodotto uno studio (pubblicato nell’ottobre del 2015 sulla rivista scientifica Trends in Ecology & Evolution), dal quale emerge che «Le aree protette in tutto il mondo ricevono un totale di oltre 8 miliardi di visite all’anno. Questa enorme “richiesta di natura”, con  l’ecoturismo, può essere aggiunta al lungo elenco di fattori che determinano un rapido cambiamento ambientale causato dall’uomo». Daniel Blumstein, autore senior dello studio,

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Giovane esemplare di Falco lanario (Falco biarmicus), una delle specie maggiormente impattate dal free-climbing

Docente di Ecologia e biologia evolutiva e Direttore del medesimo Istituto presso l’UCLA, afferma che «Quando gli animali selvatici interagiscono in modi apparentemente benevoli con gli umani, possono abbassare la guardia. Gli animali che imparano a rilassarsi alla presenza degli umani, possono diventare più audaci in altre situazioni; se questo si trasferisce alle loro interazioni con i predatori, è più probabile che vengano feriti o uccisi». Ed ancora: «La presenza di esseri umani può anche scoraggiare i predatori naturali, creando una sorta di rifugio sicuro per animali più piccoli che possono renderli più audaci. Ad esempio, quando esseri umani sono nei pressi, i cercopitechi verdi hanno meno occasioni di predazione da parte dei leopardi. E nel Grand Teton National Park, alci ed antilocapre americane, in aree con più turisti, sono meno vigili e passano più tempo a mangiare». Blumstein rincara la dose: «L’ecoturismo ha su queste specie effetti simili a quelli della domesticazione e dell’urbanizzazione. In tutti e tre i casi, le interazioni regolari tra persone e animali possono portare ad assuefazione – una sorta di addomesticamento. La ricerca ha dimostrato che le volpi argentate domestiche diventano più docili e meno timorose, un processo che deriva da cambiamenti evolutivi ma anche da interazioni regolari con gli umani. I pesci addomesticati sono meno reattivi agli attacchi simulati di predatori. Gli scoiattoli volpe e gli uccelli che vivono nelle aree urbanizzate sono più lenti a fuggire dal pericolo». E parliamo solo di fauna selvatica. Se ci addentrassimo negli impatti della fruizione non regolata su paesaggio, suolo e vegetazione, dovremmo riempire decine di pagine.

Insomma, l’ecoturismo o il turismo sostenibile (che, come in tutti i casi nei quali gli aggettivi “eco” e “sostenibile” accompagnano sostantivi, appaiono formare ossimori) non è sempre un bene per le aree protette. Certo, ci sono casi e casi ma, in definitiva, i rischi di esporre territori per loro natura delicati e fragili ad una fruizione non disciplinata sono infinitamente maggiori di quelli derivanti da eventuali proteste lobbistiche, ad esempio di free-climber o  cicloamatori.