Ma è odio aperto verso i boschi

Un «conflitto» atavico e mai sanato. Ora abbiamo un Pianeta dove la copertura forestale ha andamenti diversi nelle varie zone. In occidente è in aumento a causa del minore sfruttamento della risorsa forestale ed anche a causa dell’abbandono di terreni agricoli «difficili» nelle aree più interne, dove la vegetazione riconquista il proprio spazio. In oriente è in forte diminuzione in alcune zone del sud-est asiatico a causa dello sfruttamento per legname di pregio e per far posto all’allevamento intensivo oppure a palme da olio. Il caso Italia (da Villaggio Globale trimestrale on-line 1 marzo 2020).

 

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«Foreste, l’ombra della civiltà» di Robert Pogue Harrison resta uno dei libri cardine per comprendere il rapporto tra la nostra specie e quegli ecosistemi complessi, affascinanti e poco conosciuti chiamati boschi. «L’ordine delle cose umane procedette: che prima furono le selve, dopo i tuguri, quindi i villaggi, appresso le città, finalmente l’accademie». Harrison attinse da “La scienza nuova” di Giambattista Vico l’epigrafe del suo splendido libro uscito all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso.

 

Uomini e foreste

Ed è tutto un viaggio nel complesso e conflittuale rapporto tra essere umano e foreste. Così la leggenda di Gilgamesh, l’eroe dei Sumeri, «il primo vero eroe civico in un’opera letteraria», afferma Harrison, il cui vero antagonista è la foresta della Montagna dei cedri abitata dal demone-guardiano Huwawa. E così Dante nella sua “Commedia” con la selva selvaggia aspra e forte, e poi Ariosto con la pazzia di Orlando che si scatena nella foresta. Un susseguirsi di conflitti ma anche di riposi, di quiete e poi di nuovo conflitti con alberi giganteschi che precludono il rapporto con le divinità celesti. Il nostro odio-amore nei 

Foto Uno scorcio del parco di Bialowieza in Polonia © Adam Łavnik,Wwf Polandconfronti delle foreste è continuo e non siamo mai riusciti a risolverlo in un senso o nell’altro. Anche perché esse ci hanno comunque dato da vivere. Usiamo il passato perché quel combustibile (gli alberi) è stato soppiantato nei secoli da altri prodotti dalla decomposizione di composti animali e vegetali trasformatisi in combustibile fossile (petrolio). Ora abbiamo un Pianeta dove la copertura forestale ha andamenti diversi nelle varie zone. In occidente è in aumento a causa del minore sfruttamento della risorsa forestale ed anche a causa dell’abbandono di terreni agricoli “difficili” nelle aree più interne, dove la vegetazione riconquista il proprio spazio. In oriente è in forte diminuzione in alcune zone del sud-est asiatico a causa dello sfruttamento per legname di pregio e per far posto all’allevamento intensivo oppure a palme da olio. E ci sono zone in Europa, in particolare nell’est Europa, dove la copertura forestale è in netto calo. In Romania, ad esempio, “l’Amazzonia d’Europa” è in atto uno dei più grandi assalti alle ultime foreste primordiali, con il triste corollario di omicidi di guardie forestali, per ricavare legname da costruzione ma anche per produrre pellet. La foresta primigenia di Bialowieza, in Polonia, era destinata ad una “cura da cavallo” contro una fitopatologia piuttosto amplificata e solo grazie ad una mobilitazione di massa ed all’intervento della Corte di Giustizia europea è stata risparmiata.

 

La «valorizzazione» in Italia

Molte ombre, quindi, sul destino dei boschi in occidente. In Italia? Qui da noi la situazione è sicuramente meno allarmante ma negli ultimi anni si è assistito ad una forte ascesa di un fronte, scientificamente sostenuto, per la “valorizzazione” della risorsa legnosa. Una valorizzazione con molte esagerazioni. A partire dal Testo Unico in materia di Foreste e Filiere forestali (Decreto legislativo 3 aprile 2018, n. 34) che ha sostituito il Decreto legislativo del 2001. Su di esso è stata subito battaglia già in sedi di stesura e di esame parlamentare. Sono nati comitati per la difesa dei boschi italiani ed alcuni degli scienziati più conosciuti ed acclamati del nostro Paese, come il botanico Franco Pedrotti, hanno nettamente preso posizione contro le nuove norme. Ad esse si imputa una visione produttivistica dei boschi italiani, molto protesa verso la produzione di biomasse per impianti energetici. Si imputa anche l’introduzione di definizioni ambigue come “terreni abbandonati” e “terreni silenti”. I primi sono « i terreni forestali nei quali i boschi cedui hanno superato, senza interventi selvicolturali, almeno della metà il turno minimo fissato dalle norme forestali regionali, ed i boschi d’alto fusto in cui non siano stati attuati interventi di sfollo o diradamento negli ultimi venti anni, nonché i terreni agricoli sui quali non sia stata esercitata attività agricola da almeno tre anni (…)». I secondi sono – mutuando la definizione del gergo finanziario per indicare i conti correnti bancari inutilizzati – «i terreni agricoli e forestali di cui alla lettera g) – cioè i terreni abbandonati n.d.r. – per i quali i proprietari non siano individuabili o reperibili a seguito di apposita istruttoria». Per questi ultimi si è messa in moto nel nostro Paese una sorta di land grabbing, di accaparramento dei suoli finalizzato il più delle volte ad ottenere sussidi comunitari per l’agricoltura, facendo piazza pulita di ogni residuo di vegetazione, come abbiamo visto, anche matura ed ecologicamente rilevante. Solo l’anno successivo, il 2019, tra le definizioni di legge è stata inserita anche quella di bosco vetusto, ossia una «superficie boscata costituita da specie autoctone spontanee coerenti con il contesto biogeografico, con una biodiversità caratteristica conseguente all’assenza di disturbi da almeno sessanta anni e con la presenza di stadi seriali legati alla rigenerazione ed alla senescenza spontanee».

Carbonaia nel Parco Nazionale dell’Aspromonte (Foto Fabio Modesti)

La «finanziarizzazione» della natura

Dev’essere apparsa anche al legislatore tutta la pericolosità delle prime due definizioni senza alcun argine. Le proteste contro il Testo Unico hanno sviluppato sui social media una serie di gruppi compositi ma tutti orientati, anche con supporti scientifici di rilievo, a tentare di modificare le norme. Il Testo Unico deve ora trovare recepimento negli ordinamenti delle Regioni. Un lavoro difficile che ha visto alcune di esse portarsi avanti ed altre alle prese con processi di elaborazione testuale e partecipazione pubblica. Uno di questi casi è quello della Puglia, la regione meno boscata d’Italia. La proposta di adeguamento della legislazione forestale regionale al testo Unico è oggetto di osservazioni, correzioni ed integrazioni da parte di autorità pubbliche a vario titolo chiamate ad esprimersi. I pareri non sono molto positivi. Nel testo proposto si fa confusione tra “patrimonio naturale” e “capitale naturale” definendo il primo derivazione del secondo e non viceversa. Questo, purtroppo e ad onor del vero, è il risultato della “finanziarizzazione” della natura alla quale ci si è messi in testa di assegnare un valore economico così come lo si vuole assegnare ai servizi che essa ci rende. Anche in questa proposta normativa, che riguarda i pochi boschi pugliesi purtuttavia di estrema rilevanza ecologica anche a livello continentale, si preme perché i terreni abbandonati e rivegetati vengano riassegnati alla coltura ed alla produzione senza capire se vi siano e quali siano i reali spazi di mercato. Come considerare altrimenti la norma che esclude dalla definizione di bosco «le formazioni di specie arboree, associate o meno a quelle arbustive, originate da processi naturali o artificiali e insediate su superfici di qualsiasi natura e destinazione anche a seguito di abbandono colturale o di preesistenti attività agropastorali, nonché i terrazzamenti in origine di coltivazione agricola, riconosciute di interesse storico e meritevoli di tutela e ripristino a fini produttivi con determinazione della Regione»? Anche sulla definizione di boschi vetusti (in Puglia tali sono le faggete di Foresta Umbra nel Parco Nazionale del Gargano) la Puglia sembrerebbe marcare un’autonomia che, a ben vedere, va oltre ogni immaginazione. Infatti, diversamente dal Testo Unico, la proposta pugliese definisce i boschi vetusti «formazioni boschive naturali o artificiali ovunque ubicate che per età, forme o dimensioni, ovvero per ragioni storiche, letterarie, toponomastiche o paesaggistiche, culturali e spirituali nonché per particolare pregio naturalistico, e ambientali, presentino caratteri di preminente interesse, tali da richiedere il riconoscimento ad una speciale azione di conservazione ai sensi della Legge 14 gennaio 2013, n. 10 e successive modifiche». Definizione che non tiene in conto – come fa invece il Testo Unico nazionale – l’autoctonìa e la spontaneità delle specie nel contesto biogeografico nonché la biodiversità caratteristica conseguente all’assenza di disturbi da almeno sessant’anni. E nemmeno viene considerata la presenza di stadi seriali legati alla rigenerazione ed alla senescenza spontanee. Insomma, in Puglia per la definizione di bosco vetusto vengono considerati elementi del tutto opinabili come ragioni storiche, letterarie, toponomastiche o paesaggistiche, culturali e spirituali e si ignorano le ragioni scientifiche. Va così nella terra che fa di tutto per non non amare i suoi boschi, soprattutto se naturali.

Fabio Modesti

Contro l’irrilevanza delle foreste in Italia

In questo importante articolo apparso sul volume 15 della rivista della Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia Forestale (SISEF), Forest@, Alessandro Chiarucci, del Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università di Bologna e Gianluca Piovesan, del Dipartimento di Scienze Agrarie e Forestali dell’Università della Tuscia, Viterbo, mettono in evidenza l’inadeguatezza e la pericolosità del recente Decreto Legislativo n. 34 del 3 aprile 2018 “Testo unico in materia di foreste e filiere forestali”, anche in presenza dei Siti Natura 2000. Un lascito del Governo Gentiloni-Martina che il nuovo Governo M5S-Lega deve impegnarsi a modificare radicalmente, se non ad abrogare, per la tutela della biodiversità italiana, del paesaggio e della stabilità dei suoli.

 

Il dibattito che anima questi giorni sulla nuova legge forestale italiana è largamente conseguenza di una mancanza di una politica forestale comune della UE che, quindi, ruota intono ad una strategia di gestione forestale produttiva (Multi-annual Implementation Plan of the new EU Forest Strategy -) di impronta alpina e nord europea. Un ruolo centrale in questo processo viene da anni svolto dall’EFI (European Forest Institute) che considera le foreste una infrastruttura verde capace di dare una risposta fondamentale ai diversi problemi di sostenibilità ambientale attraverso una valorizzazione bioeconomica delle filiere forestali (EFI strategy 2025). La mancanza di una adeguata considerazione della complessità dei processi dell’ecosistema foresta preoccupa per gli impatti che possono derivare da un ritorno diffuso della gestione attiva, che giuridicamente viene dichiarata equivalente alla gestione forestale sostenibile, senza però prevedere nella legge una adeguata normativa per la tutela degli ambiti strategici per la conservazione delle foreste come specificatamente previsto nei criteri di Forest Europe e nella strategia europea per la conservazione della biodiversità.

Con l’approssimarsi dell’approvazione del nuovo Decreto Legislativo sulle foreste, una parte della comunità scientifica e numerose associazioni ambientaliste (p. es., Italia Nostra, Lipu, Greenpeace WWF, Pro Natura) che non erano state coinvolte nella discussione e nei diversi tavoli di lavoro (vedi anche il rapporto del WWF per i rilievi sulla adeguatezza del processo partecipativo) ha sentito il bisogno di lanciare una petizione per chiedere una revisione del Decreto Legislativo. Vari sono gli argomenti sollevati dal gruppo di botanici, zoologi, ecologi, forestali e altri che hanno sottoscritto un documento indirizzato al Presidente del Consiglio e al Presidente della Repubblica, ma il tema di fondo è quello che, alla luce delle conoscenze scientifiche attuali, e per le necessità strategiche di sostenibilità, i boschi non possono più essere considerati solo dal punto di vista della produzione, come del resto testimoniano gli stessi criteri del processo Forest Europe. La recente promulgazione del Decreto Legislativo da parte del Presidente della Repubblica rende tale discussione sulla attuale conoscenza ecologica e conservazionistica di interesse strategico al fine di perseguire una gestione forestale sostenibile.

Infatti, la Gestione Forestale Sostenibile, definita dalla Conferenza Ministeriale per la Protezione delle Foreste in Europa ad Helsinki nel 1993, si realizza quando come riportato nell’art. 3 comma 2 lettera b. del Decreto Legislativo: «la gestione e l’uso delle foreste e dei terreni forestali nelle forme e ad un tasso di utilizzo che consentono di mantenerne la biodiversità, produttività, capacità di rinnovazione, vitalità e potenzialità di adempiere, ora e nel futuro, a rilevanti funzioni ecologiche, economiche e sociali a livello locale, nazionale e globale, senza comportare danni ad altri ecosistemi». A questo proposito un primo rilevante problema della nuova legge forestale discende dall’equiparazione della gestione forestale sostenibile con la gestione attiva, attività che la legge intende rilanciare. Tuttavia, nella sua attuale forma, tale decreto sembra non tutelare in modo appropriato gli aspetti naturali in generale, e di biodiversità in particolare, degli ecosistemi forestali poiché nei principi della legge non vengono considerati in modo adeguato diversi criteri di Forest Europe (criteri 1, 2, 4 e 5). In questa nota critica, la discussione verterà principalmente intorno al criterio 4 (Maintenance, conservation and appropriate enhancement of biological diversity in forest ecosystems), con speciale riferimento alle componenti di biodiversità specializzate per gli ambiente forestali più naturali. È infatti ben noto nella biologia della conservazione che le attività selvicolturali, anche quelle a più basso impatto ambientale, possono interagire anche seriamente con quei processi naturali che sottendono strutture, composizioni e funzioni necessarie per conservare la biodiversità nemorale.

 

Le riserve integrali: un aspetto chiave nella gestione forestale sostenibile 

Eppure in Europa abbiamo interessanti esempi di casi di successo nella biologia della conservazione con una scuola applicata a questi temi strategici per il futuro della vita sul Pianeta che vede nello studio e nella conservazione delle foreste vetuste temperate un punto di riferimento internazionale. Un esempio tra tutti sono le foreste vetuste di faggio, dove l’interesse dei ricercatori e le misure di conservazione fondano le proprie radici negli anni ’20 e ’30 dello scorso secolo con un testimone passato ad almeno tre generazioni e che è stato recentemente coronato dal riconoscimento delle foreste vetuste di faggio come patrimonio UNESCO dell’umanità. Detto questo, si osserva anche come l’Unione Europea non abbia avuto mai una politica chiara sulla wilderness. Nella strategia per la biodiversità della UE, anche di fronte alle grandi sfide dei cambiamenti climatici e di perdita della biodiversità forestale, non si è andati molto oltre ai concetti, pur buoni, di rete Natura 2000. Sappiamo bene i limiti della valutazione di incidenza, per cui anche di fronte a formazioni forestali di estremo valore ecologico eventualmente presenti nei siti della rete Natura non sia praticabile l’interdizione all’uso, ma sia possibile solo dare dei vincoli sulla base del principio di cautela, in quanto la direttiva non prevede la realizzazione di aree di riserva integrale. A questo proposito, con specifico riferimento alle attività di pianificazione forestale è, tuttavia, interessante il Target 3 (Increase the contribution of agriculture and forestry to maintaining and enhancing biodiversity- Action 12: Integrate biodiversity measures in forest management plans) che prevede di preservare delle wilderness areas (ossia ecosistemi di interesse naturalistico da destinare al dinamismo naturale) nei piani di gestione forestale dei Stati Membri. Tali aree di riserva integrale, che nella forma spazialmente più ridotta prendono il nome di “isole” ad invecchiamento indefinito, opportunamente individuate nei boschi utilizzati sono fondamentali non solo per conservare la biodiversità forestale di habitat

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Uno scorcio del bosco vetusto di Sant’Antonio nel Parco Nazionale della Majella

prioritari, ma anche per la funzione di corridoio ecologico o di stepping stones tra le riserve integrali dei parchi. Il principio di lasciare porzioni di bosco al dinamismo naturale, senza alcun intervento antropico, è fondamentale per lo sviluppo sostenibile ed è pure auspicato da Forest Europe e dalla strategia europea per la conservazione della biodiversità, ma non viene recepito e sancito dalla legge. Va inoltre detto che recentemente il dibattito sulla conservazione della natura e sul rewilding, ossia su un approccio alla gestione del territorio che punta alla tutela integrale dei processi spontanei che sottendono la genesi dei paesaggi naturali, nel caso di quelli forestali dagli stadi pionieri alle foreste vetuste, sta interessando i decisori politici e finanziari riservando appositi finanziamenti per aprire nuovi orizzonti nella gestione e valorizzazione del paesaggio. 

Paradossalmente, in questo momento molto più ambizioso è l’approccio di Forest Europe nato con la conferenza di Strasburgo nel 1990, dove nel criterio 4 dedicato al tema delle biodiversità (Maintenance, conservation and appropriate enhancement of biological diversity in forest ecosystems) con gli indicatori 4.3 (superficie forestale nazionale classificata secondo i tre livelli di naturalità della FAO; naturalness: undisturbed by man, semi-natural, plantations,) e 4.9 (The individual classes of protected and protective forest and other wooded land, defined by the management objective and restrictions to interventions) vengono monitorati gli spazi privi di interferenza antropica occupati o da foreste vetuste o da processi che si esprimono secondo un diverso grado di naturalità. È forse accettabile che la legge non preveda concetti per garantire un’adeguata distribuzione di riserve forestali integrali, strategiche per garantire la salvaguardia a lungo termine di processi ecologici e di importanti servizi ecosistemici nelle diverse ecoregioni del territorio forestale nazionale? Eppure proprio in regioni importanti dal punto di vista biogeografico e forestale, quali ad esempio la Carnia, sono presenti lembi di foreste vetuste con funzioni protettive (quest’ultime tutelate dal Decreto, art. 3 comma 2 lettera r.), unici per la regione alpina, dove si stanno ricostituendo le complesse catene trofiche, come testimoniato dal ritorno di predatori apicali quali la lince e lo sciacallo dorato. Che sarà di queste foreste risparmiate da decenni dalle utilizzazioni forestali in seguito all’approvazione di questa legge? Come nel caso delle aree di riserva integrale di interesse strategico per la conservazione della biodiversità, sarebbe stato opportuno prevedere nell’articolo 6, sulla base dell’art. 117 della Costituzione, dei vincoli normativi a tutela dell’ambiente e dell’ecosistema foresta (per esempio, superficie minima da lasciare al dinamismo naturale attraverso apposita zonizzazione del territorio) supportati da adeguati criteri procedurali al fine di garantire l’attuazione del principio di gestione forestale sostenibile a scala regionale. In questo modo il Paese avrebbe potuto assolvere a quegli impegni di politica ambientale siglati a livello internazionale che sono stati il presupposto della presente legge.

Faggio vetusto (Fagus sylvatica) a Coppo dell’Orso nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise

Infatti, sebbene nella relazione illustrativa della nuova legge forestale si dichiari che questa è stata elaborata considerando le indicazioni e gli impegni delle conferenze ministeriali per la Protezione delle Foreste in Europa (Forest Europe), il testo della legge non riporta alcun articolo che declini nel contesto nazionale e regionale una politica per la tutela degli ambiti forestali di elevata naturalità, con dei chiari obiettivi di indirizzo anche ai fini di una loro eventuale espansione. Fa eccezione il richiamo alla necessità di speciali azioni di conservazione per i boschi vetusti, definiti però in modo troppo vago ed ecologicamente discutibile, poiché gli attributi che caratterizzano lo stato vetusto di un ecosistema non vengono individuati sulla base di specifiche soglie cronologiche e dimensionali (per esempio, età, biomassa e necromassa). Tale definizione “aperta” risulta, quindi, foriera di importanti problemi interpretativi e di tutela che non dovrebbero essere lasciati all’assoluta autonomia delle regioni per cui a questo punto andrebbero puntualmente disciplinati nell’ambito delle apposite disposizioni previste all’art. 6 comma 7. Poiché i numerosi contenziosi legali sulla presenza o meno di un bosco su una determinata area sono scaturiti anche in seguito alle differenti definizioni regionali rispetto a quella nazionale che questa legge finalmente risolve ritornando ad un’unica definizione di bosco – sebbene non coincidente con quella della FAO – situazioni problematiche simili, ma di bel altra gravità, potrebbero ripetersi mettendo a rischio la conservazione delle foreste vetuste. Così, un ritorno diffuso delle utilizzazioni in mancanza di una ricognizione rapida ed efficace – ossia operata da esperti finalizzata al loro rinvenimento e tutela – potrebbe compromettere la loro integrità bioecologica in conseguenza della riattivazione dei tagli. Al di là delle motivazioni, questa carenza di indirizzo delle politiche forestali regionali in relazione agli accordi internazionali (sottoscritti dal governo italiano come quelli di Parigi per la mitigazione dei cambiamenti climatici e quello di Aichi per la conservazione della biodiversità) e degli schemi di Forest Europe mina in modo serio la gestione forestale sostenibile. Con specifico riferimento alla strategia europea per la conservazione della biodiversità e a Forest Europe, le nazioni devono prevedere non solo spazi dedicati alla conservazione delle aree ad alta naturalità (foreste vetuste, censite da Forest Europe con l’indicatore 4.3: Naturalness), ma anche adeguate aree per la wilderness, censite in Forest Europe con l’indicatore 4.9: protected forest) e il rewilding, senza le quali una legge forestale al passo con i tempi non può raggiungere gli obiettivi della gestione forestale sostenibile. Pensiamo così alle foreste di Sasso Fratino (FC) dove con la magistrale gestione del CFS è stato sufficiente fermare per alcuni decenni le utilizzazioni forestali per assistere al ritorno di una foresta vetusta secondaria, ricca di necromassa, dove sono tornati a nidificare sugli alberi il picchio nero e l’aquila!

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