Se la ricerca danneggia la natura…

Contro una difficoltà nota specialmente negli ambienti protetti, in Francia ricercatori dell’Istituto di Ricerca per la Conservazione delle Zone Umide del Mediterraneo «Tour du Valat» di Arles, hanno trovato una soluzione, hanno messo a punto un protocollo di azione per minimizzare gli impatti della ricerca scientifica sulle popolazioni di uccelli e, soprattutto, sulle loro stagioni riproduttive (da Villaggio globale del 18 ottobre 2019)

 

Il disturbo agli ecosistemi protetti ed alle specie animali ad essi collegati sono causa del rispettivo declino. Attività sportive, attività escursionistiche, transito di mezzi motorizzati determinano situazioni di perdita secca di naturalità, compromettendo in molti casi la capacità riproduttiva di molte specie.

Tra le cause di disturbo bisogna anche annoverare la ricerca scientifica che, per una serie di conseguenze inintenzionali, contribuisce alla perturbazione delle condizioni di stabilità di habitat e popolazioni.

(A) Far levare in volo gli adulti quando si entra nella colonia. Aironi guardabuoi, Garzette, Sgarze ciuffetto e Mignattai sono identificabili. Credito fotografico: Tour du Valat.

Il rapporto tra ricercatori ed Autorità di gestione di aree protette è sempre piuttosto complesso. I primi pensano di poter svolgere la propria meritoria attività senza alcun tipo di confronto e di autorizzazione da parte della seconda, prelevando materiale, campioni, individui di specie protette. Ma, più di tutto, rifiutandosi di fornire i dati raccolti, contravvenendo alle norme. La gelosia dei dati a volte rasenta il ridicolo. Ma è ancora del nostro tempo, per molti ricercatori, la segretezza dei dati e della loro analisi, utile solo per la propria carriera e per le proprie pubblicazioni, quando non per i propri affari, senza alcun beneficio per i cittadini contribuenti.

Il disturbo agli ecosistemi protetti ed alle specie animali ad essi collegati sono causa del rispettivo declino. Attività sportive, attività escursionistiche, transito di mezzi motorizzati determinano situazioni di perdita secca di naturalità, compromettendo in molti casi la capacità riproduttiva di molte specie.

Tra le cause di disturbo bisogna anche annoverare la ricerca scientifica che, per una serie di conseguenze inintenzionali, contribuisce alla perturbazione delle condizioni di stabilità di habitat e popolazioni.

Il rapporto tra ricercatori ed Autorità di gestione di aree protette è sempre piuttosto complesso. I primi pensano di poter svolgere la propria meritoria attività senza alcun tipo di confronto e di autorizzazione da parte della seconda, prelevando materiale, campioni, individui di specie protette. Ma, più di tutto, rifiutandosi di fornire i dati raccolti, contravvenendo alle norme. La gelosia dei dati a volte rasenta il ridicolo. Ma è ancora del nostro tempo, per molti ricercatori, la segretezza dei dati e della loro analisi, utile solo per la propria carriera e per le proprie pubblicazioni, quando non per i propri affari, senza alcun beneficio per i cittadini contribuenti.

(B) Esempio di cattura di un pulcino di Mignattaio nel suo nido. Credito fotografico: Jean-Emmanuel Roché.

Jocelyn Champagnon, Hugo Carré e Lisa Gili, ricercatori dell’Istituto di Ricerca per la Conservazione delle Zone Umide del Mediterraneo «Tour du Valat» di Arles, Francia, hanno messo a punto un protocollo di azione per minimizzare gli impatti della ricerca scientifica sulle popolazioni di uccelli e, soprattutto, sulle loro stagioni riproduttive. E ritengono che questo protocollo possa essere applicato alla ricerca su qualsiasi specie di uccello selvatico.

Il lavoro di ricerca è stato pubblicato qualche giorno fa su «PeerJ – Life and Environment» con il titolo «Effects of research disturbance on nest survival in a mixed colony of waterbirds». I ricercatori spiegano come nel corso del lavoro di monitoraggio delle specie di colonie di uccelli, i pulcini sono spesso contrassegnati con bande codificate per valutare i parametri demografici della popolazione. Prelevare e contrassegnare i pulcini nelle colonie di più specie è una sfida perché comporta disturbi alle stesse specie che si trovano in diverse fasi di progresso nella loro riproduzione.

(C) Pulcini di Mignattaio di circa tre settimane, in cima agli alberi. A due individui sono stati applicati cinturini identificativi in PVC e metallo. Credito fotografico: Jean-Pierre Trouillas.

Per mettere a punto il loro protocollo hanno approfittato di un programma di marcatura a lungo termine che ha interessato una colonia di Mignattaio (Plegadis falcinellus) mista ad una grande colonia di varie specie di aironi nel Parco Naturale Regionale della Camargue, sempre in Francia, per valutare l’effetto del disturbo dell’operazione di marcatura sul successo riproduttivo delle tre specie più numerose nella medesima colonia. In due stagioni riproduttive (2015 e 2016), 336 nidi di Mignattaio, di Garzetta (Egretta garzetta) e di Airone guardabuoi (Bubulcus ibis) sono stati monitorati da un capanno galleggiante in due zone della colonia: una zona disturbata due volte l’anno dall’attività di marcatura ed un’altra zona non disturbata. È stato applicato un metodo di analisi statistica di regressione logistica per stimare il tasso di sopravvivenza giornaliero (Dsr) di nidi e pulcini fino a tre settimane di età.

Ne è emerso che il tasso di sopravvivenza giornaliero del Mignattaio si è ridotto nella zona disturbata mentre è aumentato per le garzette e per gli aironi guardabuoi. Tuttavia, il tasso di sopravvivenza giornaliero non si è ridotto nella settimana successiva alla marcatura, dimostrando che non vi è un effetto diretto della manipolazione sul successo riproduttivo del Mignattaio. Secondo i ricercatori, il protocollo e l’analisi statistica sono «robusti e possono essere applicati a qualsiasi specie di uccello» per testare l’effetto di un disturbo della ricerca o di altri eventi temporali brevi e ripetuti che possono influenzare il successo riproduttivo in una o più stagioni riproduttive.

(D) Il capanno galleggiante utilizzato per monitorare il successo riproduttivo. Credito fotografico: Clément Pappalardo.

Il declino degli uccelli selvatici causato dai pesticidi

Secondo alcuni scienziati il livello è prossimo alla catastrofe. Allarme partito da Francia e Regno Unito.

 

Secondo Josh Gabbatiss, corrispondente scientifico del quotidiano britannico The Independent, il numero di uccelli selvatici in tutta la Francia è diminuito di un terzo negli ultimi 15 anni. Lo dimostrano le cifre ricavate da recenti ricerche scientifiche. Il drammatico crollo è paragonabile alle tendenze osservate in altre parti d’Europa, incluso il Regno Unito e sarebbe legato all’uso di pesticidi nelle pratiche agricole. Gli ultimi dati hanno scioccato gli scienziati che in precedenza pensavano che la popolazione di uccelli della Francia fosse relativamente stabile. «Abbiamo avuto qualche segnale perché quando si lavora in campagna si trovano luoghi in cui gli uccelli sono scomparsi», ha detto all’Independent il professor Romain Julliard, un biologo della conservazione del Museo Nazionale di Storia Naturale della Francia. In alcune aree alcune specie sembrano totalmente scomparse, notando una forte e generale  accelerazione del declino.

I nuovi dati provengono da due studi, uno condotto su scala nazionale e l’altro incentrato su una specifica regione agricola. Entrambi sono stati condotti nel corso di 20 anni ed hanno rivelato un declino negli uccelli legati a suoli agricoli ad un “livello che si avvicina a una catastrofe ecologica“, secondo una dichiarazione rilasciata dal Museo frencese. “Il dato medio ci dice della scomparsa di circa un terzo della popolazione di specie di uccelli delle fattorie, ma con molta variabilità“, ha detto il professor Julliard, che ha lavorato ad una delle ricerche. «In alcune aree – prosegue Julliard – allodole, fanelli e pernici sono spariti». I dati per l’indagine nazionale, raccolti da una rete di centinaia di volontari in tutta la Francia, indicano una significativa accelerazione di questo declino negli ultimi due anni. «Durante il periodo 2000-2010 i dati erano stazionari e il declino sembrava aver rallentato. Ma da allora abbiamo scoperto che anno dopo anno gli esemplari di uccelli diminuivano, e l’idea che sta prendendo piede è che, in alcune aree, perderemo tutti gli uccelli», ha detto il professor Julliard.

Allodola (Getty Images)

Julliard ha anche detto che i suoi colleghi del Museo e del Centro nazionale per la ricerca scientifica (CNRS) sono rimasti così scioccati dai risultati tanto da decidere di pubblicarli, prima della pubblicazione in una rivista scientifica come “allarme”. «È un segnale per i cittadini francesi; il nostro patrimonio naturale e la fauna selvatica comune stanno scomparendo», ha affermato il professor Julliard. Gli scienziati sostengono che il declino generale del numero di uccelli europei è probabilmente il risultato della mancanza di insetti volanti – una delle principali fonti di cibo – che si ritiene derivi dall’uso eccessivo di pesticidi.

«Molti di questi uccelli agricoli che stanno diminuendo, mangiano invertebrati e nutrono i loro piccoli con gli invertebrati i quali vengono uccisi dai pesticidi utilizzati nelle pratiche agricole“, ha detto il professor Richard Gregory, capo del monitoraggio e della ricerca delle specie alla Royal Society for the Protections of Birds. «I volumi di utilizzo dei pesticidi – aggiunge Gregory – stanno aumentando ed i composti stanno diventando molto più potenti, quindi esistono prove evidenti per collegare i pesticidi al declino della fauna selvatica di diversi tipi».

Per quanto riguarda l’uso di pesticidi, si ritiene che anche altre pratiche agricole, come l’espansione delle monocolture vegetali, contribuiscano alla drammatica riduzione del numero di insetti. «Non siamo in grado di individuare con certezza qual è il fattore principale, ma tutti questi coincidono con il declino principale“, ha affermato il professor Julliard. Gli scienziati hanno affermato che l’azione volta a rendere l’agricoltura più rispettosa dell’ambiente è stata finora insufficiente e sarà necessario ridurre drasticamente l’uso dei pesticidi e premiare gli agricoltori per il sostegno alla biodiversità. «La situazione è molto simile altrove e questo è supportato da molte ricerche e dati. Sappiamo che gli uccelli delle fattorie in Europa sono diminuiti di oltre il 50 per cento colmplessivamente negli ultimi 30-40 anni», ha affermato il professor Gregory. Martin Harper, direttore della conservazione presso la RSPB, ha concordato che la questione non riguarda certamente solo la Francia. «Nel Regno Unito la situazione è altrettanto preoccupante. Tra il 1970 e il 2015 i nostri uccelli da fattoria sono diminuiti del 56 per cento, insieme al calo di altre specie selvatiche legate ai cambiamenti nelle pratiche agricole, compreso l’uso di pesticidi», ha affermato. «Abbiamo urgente bisogno di azioni da entrambe le parti del Canale – conclude Harper -, e questo è quel che speriamo di vedere dal governo del Regno Unito mentre ci prepariamo a lasciare l’UE».