Ambiente e burocrazia

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Di passi importanti ne sono stati fatti veramente pochi. Che cosa chiede un cittadino (imprenditore o meno) alla p.a.? Chiarezza, tempi certi ed economicità. Oggi abbiamo il contrario. In campo ambientale non si ha il coraggio di affrontare una risoluta razionalizzazione delle procedure amministrative autorizzative, peraltro ormai quasi tutte onerose per il cittadino che già paga il funzionamento della p.a. attraverso la fiscalità generale (da Villaggio globale del 10 dicembre 2019 e la Repubblica – Bari del 06 febbraio 2020)

 

«La burocrazia in se stessa non è buona né cattiva. È un metodo di gestione che può essere utilizzato in differenti sfere dell’attività umana. Esiste un campo, vale a dire la direzione dell’apparato governativo, in cui i metodi burocratici sono necessari. […]».

Queste parole le ha scritte Ludwig von Mises, un economista ultra liberista e liberale del secolo scorso che ha titolato «Burocrazia» un saggio del 1944. Son tornate in mente assistendo alle continue «battaglie» che politici pure avvertiti pensano di combattere contro il Moloch «burocrazia».

In Puglia, recentemente, la battaglia ha ripreso vigore contro la pervasività di una sorta di «burocrazia ambientale», pronta ad intromettersi ed a frenare qualsiasi spinta ad intraprendere da parte di liberi cittadini. L’ultimo campo di scontro è dato dalle modifiche alla legge regionale sul turismo rurale contenute nell’articolo 36 della legge di assestamento di bilancio, la n. 52/2019, recentemente approvata dal Consiglio regionale.

L’intento del proponente dell’emendamento, poi accolto, il consigliere PD Fabiano Amati, è quello di «eliminare negoziazioni tra la pubblica amministrazione e gli imprenditori»; come dargli torto. A dire il vero, la portata della norma approvata appare piuttosto limitata poiché elimina l’obbligo di approvazione della variante urbanistica da parte della Giunta regionale e trasfonde direttamente nei piani urbanistici comunali le attività consentite dalla stessa legge sul turismo rurale nonché alcuni «auspici» ed indicazioni contenuti nelle norme di attuazione del Piano paesaggistico pugliese. Senza entrare nel merito della questione, un appunto di metodo istituzionale potrebbe essere rivolto ad Amati. Ossia, far operare direttamente negli strumenti urbanistici comunali norme che sono attualmente al vaglio della Corte Costituzionale, pur se vigenti, non è il massimo della correttezza.

Infatti, la legge regionale sul turismo rurale è stata modificata nel corso di quest’anno su proposta di un altro consigliere del PD, Donato 

Pentassuglia, ma il Governo ha deciso di impugnarla dinanzi alla Consulta per, a suo dire, aver esorbitato le competenze regionali. Ma quel che preme notare è come il rapporto tra tutela ambientale (nel senso più ampio del termine) e paesaggistica ed iniziativa privata non riesca a trovare un punto di sintesi a livello di sistema. Il continuo intervento su norme spot ad uso di questo o di quel portatore di interesse può depotenziare di certo la tutela ma, allo stesso tempo, non rende un buon servigio alla possibilità di intraprendere in tranquillità.

Il sistema di regole in questi ambiti, la disciplina di organizzazione dei relativi procedimenti amministrativi in capo ad una miriade di soggetti (Regione, Province, Comuni, Enti parco, Soprintendenza, Autorità di Bacino e chi più ne ha più ne metta) rende il percorso di investimento per un privato (ma anche per enti pubblici) tortuoso, quasi disperato, comportando l’altissimo rischio di corruzione e di concussione. E dire che ogni Governo di questo Paese ha posto la riforma della pubblica amministrazione tra le priorità, poi sfumata in interventi normativi del tutto asfittici ed inefficaci.

Di passi importanti, quindi, ne sono stati fatti veramente pochi. Che cosa chiede un cittadino (imprenditore o meno) alla p.a.? Chiarezza, tempi certi ed economicità. Oggi abbiamo il contrario. In campo ambientale non si ha il coraggio di affrontare una risoluta razionalizzazione delle procedure amministrative autorizzative, peraltro ormai quasi tutte onerose per il cittadino che già paga il funzionamento della p.a. attraverso la fiscalità generale.

La distribuzione a pioggia di competenze tra i vali livelli amministrativi non consente di avere certezza degli esiti di un procedimento: su un progetto del tutto simile si può avere in un Comune un parere paesaggistico negativo ed in un altro uno positivo. E così dicasi per le procedure di valutazione ambientale e di valutazione di incidenza. E se hai superato questi ostacoli, ce n’è sempre un altro che si frappone. Interpretazioni arbitrarie, scarsa preparazione tecnica, terrore di sbagliare, incubo manette attanagliano funzionari e dirigenti (teniamo ovviamente fuori la corruttela).

C’è un progetto politico condiviso per superare questa situazione? Non sembra ed i funzionari pubblici si arrabattono per cercare soluzioni. E così gli interventi puntuali, la modifica normativa specifica e limitata ad usum di qualcuno prendono il sopravvento. I portatori di interessi che hanno sollevato la questione ringraziano, il resto dei cittadini resta in balìa del Moloch.

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