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Tag: Ministero dell’Ambiente

Si tratta dei danni da fauna selvatica. La Commissione europea ha sciolto il nodo rappresentato dalla possibilità che tali aiuti di Stato, ai sensi delle norme comunitarie, potessero determinare distorsioni del mercato interno europeo. Si attendono la firma e la pubblicazione del decreto del ministro delle Politiche Agricole, Gianmarco Centinaio, di concerto con il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa (da Villaggio globale 25 marzo 2019)

di Fabio Modesti

 

Qualcosa si muove nel campo degli indennizzi per i danni provocati dalla fauna selvatica. È di fine gennaio scorso, infatti, la decisione della Commissione europea C(2019)772 final sulle modalità di concessione degli aiuti per indennizzi dei danni provocati da animali protetti proposte dal governo italiano. In particolare la Commissione ha sciolto il nodo rappresentato dalla possibilità che tali aiuti di Stato, ai sensi delle norme comunitarie, potessero determinare distorsioni del mercato interno europeo.A giugno 2018 l’Italia ha notificato alla Commissione lo schema di decreto del ministro delle Politiche Agricole di concerto con quello dell’Ambiente, contenente le norme per il regime di aiuti in questione da applicarsi per i danni arrecati da animali protetti dalla legislazione dell’Unione e nazionale sull’intero territorio italiano o provocati dalla fauna selvatica sul territorio di aree protette nonché per sostenere gli investimenti per misure preventive. Lo stanziamento previsto dal governo italiano fino al 2020 è di 60 milioni di Euro.

Il regime di indennizzo

Saranno così indennizzati i danni provocati su tutto il territorio nazionale dalle specie tutelate dalla normativa comunitaria e nazionale (direttive 2009/147/CE sulla conservazione degli uccelli selvatici e 92/43/CEE relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche nonché le specie indicate all’articolo 2, comma 1, della legge n. 157/1992). Inoltre, saranno indennizzati i danni provocati da uccelli e mammiferi viventi nei Parchi nazionali e Regionali, Riserve naturali di cui alla legge n. 394/1991 e nelle oasi di protezione di cui all’articolo 10, comma 8. lettera a), della legge n. 157/1992.Per essere concreti, i danni provocati da cinghiali fuori dai territori di aree protette non potranno essere indennizzati perché il cinghiale non è specie protetta nell’intero territorio nazionale ma lo è solo all’interno delle stesse aree protette dove vige il divieto generale di caccia. I danni provocati da lupi, invece, potranno essere sempre indennizzati, sia se arrecati al di fuori sia all’interno di aree protette, perché il lupo è specie protetta indistintamente su tutto il territorio nazionale.I beneficiari degli indennizzi (cioè piccole e medie imprese attive nella produzione primaria di prodotti agricoli), però, potranno accedere al regime di aiuto solo se dimostreranno di aver messo in atto e mantenuto misure preventive ragionevoli (ad esempio, cani da guardiania, collari repellenti, dissuasori acustici), proporzionate al rischio di danni causati da animali protetti nella zona interessata. Qualora l’adozione di sistemi di protezione ragionevoli e proporzionati non sia possibile a causa dell’imprevedibilità dell’evento, della conformazione del territorio, dell’estensione dell’appezzamento, della tipologia dell’allevamento o di vincoli normativi, detta impossibilità sarà verificata dai tecnici incaricati del sopralluogo. È utile notare che i costi 

ammissibili sono quelli dei danni subiti

come conseguenza diretta dell’evento che ha determinato il danno, valutati da un’autorità pubblica, da un esperto indipendente riconosciuto dall’autorità che concede l’aiuto o da un’impresa di assicurazione.Sono ammissibili, in particolare, i seguenti costi alle condizioni sotto riportate:a. danni per animali uccisi o piante distrutte. L’indennizzo è calcolato tenendo conto del valore di mercato dell’animale ucciso o delle piante distrutte, basato sui prezzi di mercato alla produzione rilevati dall’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare (Ism

ea). Sono esclusi gli indennizzi per i danni subiti da cani da guardiania o da pastore;b. i costi veterinari relativi al trattamento di animali feriti e i costi del lavoro connessi alla ricerca di animali scomparsi;c. i danni materiali causati ai seguenti attivi: attrezzature agricole, macchinari, fabbricati aziendali e scorte. Il calcolo dei danni materiali deve essere basato sui costi di ripa

razione o sul valore economico che gli attivi colpiti avevano prima dell’evento che ha determinato il danno. Tale calcolo non deve superare i costi di riparazione o la diminuzione del valore equo di mercato a seguito dell’evento che ha determinato il danno, ossia la differenza tra il valore degli attivi immediatamente prima e immediatamente dopo l’evento. Il danno è calcolato sulla base di prezziari regionali o costi standard.I costi ammissibili sono indennizzati fino al 100% ma tra essi non risulta ammissibile il costo di smaltimento di carcasse di animali predati che pure da solo assorbe una notevole percentuale dell’indennizzo dovuto per la perdita di un capo ovino, caprino, bovino ed equino a seguito di attacco di lupi.Le Regioni, le province autonome di Trento e Bolzano e gli enti gestori delle aree nazionali protette possono prevedere criteri più restrittivi rispetto a quelli del regime di aiuti concordato con la Commissione Ue, ad esempio per tenere conto di situazioni locali specifiche.

Le misure di prevenzione

L’aiuto economico pubblico per misure di prevenzione dei danni causati dal fauna selvatica protetta sono l’altro caposaldo della decisione comunitaria in merito alla proposta del governo italiano. La stessa misura è prevista in alcuni programmi di sviluppo rurale (Psr) regionali per il 2014-2020.Per questi casi le autorità italiane hanno spiegato di preferire il finanziamento della misura con fondi nazionali, in quanto l’aiuto fornito nell’ambito dei Psr non sarebbe sufficiente e nella maggior parte dei casi è destinato a misure di sviluppo e rilancio economico.Per i casi in cui la misura è concepita come misura analoga a una misura di sviluppo rurale, le autorità italiane hanno spiegato che l’aiuto oggetto della Decisione della Commissione Ue è coerente con la relativa misura del Psr.Il regime di aiuto è un regime quadro a livello nazionale, da attuare a livello regionale. La base giuridica non definisce quindi una lista esaustiva di costi ammissibili all’aiuto, in quanto gli investimenti relativi alle misure di prevenzione possono variare da una Regione all’altra in funzione di diversi fattori (ad esempio territorio, 

clima, habitat).Il governo italiano ritiene che il regime potrebbe coprire i seguenti costi di investimento: acquisto di cani, recinzioni e reti protettive, protezioni meccaniche individuali, dissuasori acustici o luminosi, corsi educativi rivolti ai cani, collari repellenti, foraggiamento artificiale e altre misure analoghe.I costi relativi alle azioni di prevenzione possono essere coperti al 100% dall’aiuto pubblico.A questo punto non resta che aspettare la firma e la pubblicazione del decreto del ministro delle Politiche Agricole, Gianmarco Centinaio, di concerto con il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, e verificare che alcune disposizioni legislative in materia adottate negli ultimi tempi da alcune Regioni (Puglia compresa) sia conforme al regime di aiuti predisposto dal governo italiano.

Tra le pochissime modifiche accettabili del tentativo di modificare la legge quadro, vi era quella che avrebbe cominciato a risolvere una delle questioni che caratterizzano negativamente il rapporto tra aree protette e cittadini: le procedure autorizzative per piani e progetti. Il Veneto ce l’ha fatta la Puglia no (da Villaggio globale 12 febbraio 2019)

 

di Fabio Modesti

 

Durante la precedente Legislatura parlamentare, conclusasi a marzo del 2018, ci fu un tentativo di modificare la Legge quadro sulle aree protette (la n. 394 del 1991). La maggioranza «riformatrice» era piuttosto trasversale ma aveva il nocciolo duro nel PD. Il testo

arrivò alle soglie della definitiva approvazione in Senato e lì si arenò anche perché la Ragioneria Generale dello Stato formulò rilievi che, certo, potevano essere superati ma che, evidentemente, fecero breccia nella stessa maggioranza pure ormai sfaldatasi.Ed è stato un bene sia andata così, nel senso che la proposta di legge di riforma della Legge quadro era un mostriciattolo giuridico che, peraltro, non affrontava o affrontava male i veri nodi della materia.Tuttavia tra le pochissime modifiche accettabili (da contare su meno delle dita di una mano) vi era quella che avrebbe cominciato a risolvere una delle questioni che caratterizzano negativamente il rapporto tra aree protette e cittadini: le procedure autorizzative per piani e progetti «sparpagliate» tra una pletora di soggetti pubblici cui si aggiunge, in alcuni casi, l’Ente di gestione di un’area protetta nazionale.La proposta di legge naufragata all’articolo 24 aveva affrontato il problema e trovato una soluzione normativa chiara, auspicata da coloro che hanno a cuore i destini della protezione della natura in Italia ma anche da chi ha semplicemente buon senso.Aveva previsto infatti che, nei territori dei Parchi nazionali, l’autorizzazione paesaggistica fosse demandata all’Ente Parco e che la stessa autorizzazione fosse rilasciata contestualmente al nulla osta del medesimo Ente che verifica la conformità del progetto al Piano per il Parco vigente. Perché, appunto, la conditio sine qua non per la quale la norma si sarebbe potuta applicare era la vigenza del Piano territoriale dell’area protetta.Non è di poco conto osservare che la disposizione avrebbe avuto effetto in meno della metà dei Parchi nazionali italiani (ed in Puglia, ad esempio, solo in quello dell’Alta Murgia il cui Piano è entrato in vigore nell’aprile del 2016; unico Piano per il Parco in Italia adeguato al Codice del Paesaggio ed al Piano Paesaggistico regionale).

Ora, si sperava che con il decreto legge 14 dicembre 2018, n. 135 «Disposizioni urgenti in materia di sostegno e semplificazione per le imprese e per la pubblica amministrazione», recentemente convertito in Legge dal Parlamento, l’argomento potesse essere ripreso. Laddove, «semplificare» non significa

banalizzare né, con orrendo infinito, «sburocratizzare» ma razionalizzare procedure.Invece si è dovuto prendere atto dell’assenza di qualsiasi intervento sulle procedure autorizzative nelle aree protette nazionali. Si sarebbero così potute affidare ai loro Enti di gestione oltre che le autorizzazioni paesaggistiche anche le procedure di valutazione ambientale per i territori di competenza (dalla valutazione di incidenza per i Siti Natura 2000 coinvolti, alla valutazione d’impatto ambientale ed alla valutazione ambientale strategica), facendo pressione, inoltre, perché gli stessi Enti concludano volontariamente con le Regioni accordi di collaborazione per razionalizzare ulteriori procedure autorizzative.Un possibile accordo interistituzionale che ha già, come detto, il crisma di legittimità della Corte Costituzionale e che migliorerebbe la vita a migliaia di cittadini oggi costretti a vagare tra città ed uffici di varie Amministrazioni, non sempre senza cadere vittime di concussione.