Dall’omicidio di don Francesco Cassol nel Parco Nazionale dell’Alta Murgia, avvenuto esattamente otto anni fa, alla tragedia delle gole del Raganello nel Parco Nazionale del Pollino. Due vicende non paragonabili? Forse no, perché riguardano la sicurezza dell’incolumità personale nelle aree protette.

 

Nella notte tra il 21 ed il 22 agosto di otto anni fa veniva ucciso, nei pressi del Pulo di Altamura nel Parco Nazionale dell’Alta Murgia, don Francesco Cassol. Il sacerdote di Longarone, in provincia di Belluno, guidava un gruppo di preghiera, un “Raid dei GOUM“, che erano soliti recarsi negli splendidi ed isolati scenari del Parco per raccogliersi in preghiera errante nella Natura. L’omicida fu il reo confesso Giovanni Ardino Converso, bracconiere ed operaio 54enne di Altamura che aveva scambiato il sacerdote veneto per un cinghiale, al quale in sede processuale è andata piuttosto bene con la condanna, giunta nel 2014, ad un anno e sette mesi, con sospensione condizionale della pena subordinata al pagamento di una provvisionale di 5mila euro per ogni parte civile, ossia i  cinque parenti e il Parco Nazionale dell’Alta Murgia. Non si hanno notizie del procedimento civile contro Ardino Converso, che si dichiara nullatenente, per il risarcimento del danno patito dalle parti civili. I termini per attivarlo dovrebbero scadere a giugno del 2019. 

Il caso dell’omicidio di don Cassol e la concomitanza del suo ottavo anniversario con la tragedia delle gole del Raganello, nel Parco Nazionale del Pollino, spingono ad alcune brevi considerazioni in merito alla sicurezza di chi frequenta le aree protette per svago e per benessere interiore e fisico.

Le aree protette sono istituite prima di tutto per conservare fauna e flora selvatiche, paesaggi, sistemi agroecologici, sistemi idrogeologici. Poi, in ordine di priorità, per

consentire di sviluppare economie sostenibili con la salvaguardia delle attività agro-silvo-pastorali tradizionali ed infine, sempre in ordine di priorità, per promuovere attività ricreative compatibili. Queste finalità, direbbe qualche giurista, sono “scolpite” nella Legge quadro sulle aree  protette, la n. 394 del 1991.

Quindi, la fruizione delle aree protette, compatibile con le finalità di conservazione, è attività residua rispetto alla prime. Quel che invece sta accadendo da alcuni anni è l’inversione di tali priorità. Prima di tutto la promozione delle attività di svago di tutti i tipi nelle aree protette e poi, residualmente, quelle di conservazione e di tutela. Si assiste così periodicamente a situazioni che mettono in pericolo ecosistemi delicatissimi e l’incolumità delle persone. E, a dir la verità, non sono fenomeni che riguardano solo le aree protette italiane.

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don Francesco Cassol

Quando don Cassol fu ucciso dal bracconiere Ardino Converso, si sviluppò sui mezzi di informazione pugliesi e veneti un dibattito dai toni a volte anche esasperati. Il punto di partenza fu la constatazione che il gruppo di preghiera non avesse comunicato la sua presenza, con relativi bivacchi, all’Ente di gestione e, soprattutto, che la sorveglianza nel territorio protetto, finalizzata in partiocolare alla prevenzione del reato di bracconaggio, fosse non del tutto efficace. Tanto più che qualche giorno prima dell’omicidio, fu formalmente richiesta proprio al CFS del Parco l’intensificazione delle attività in questo senso, alla luce di informazioni relative al ripetersi di atti di caccia di frodo verso cinghiali.

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La sede dell’Officina del Piano per il Parco Nazionale dell’Alta Murgia, a Ruvo di Puglia, inaugurata nel 2011 intitolata a don Cassol

Quel che è accaduto nelle gole del Raganello è ancor più grave. In questo caso, nonostante l’allerta meteo delle Protezione Civile, gruppi di escursionisti, accompagnati da sedicenti guide escursionistiche che si fanno ben pagare, si sono avventurati in quello che tutti coloro che hanno a che fare con fruizione della natura sanno essere un luogo di grande fascino ma anche di grande pericolo. E non c’era alcuna restrizione agli ingressi, nessun provvedimento dell’Ente Parco che regolamentasse flussi e periodi. Si stava discutendo, stando alle notizie di stampa, una possibile riedizione più articolata. ma mai entrata in vigore, di un’Ordinanza del Sindaco di Civita del 1997 (come si sa, uno dei principi fondamentali di un atto contingibile ed urgente qual è un’Ordinanza, è il tempo determinato della sua efficacia…). Cioè, il Sindaco di uno dei Comuni del Parco avrebbe dovuto adottare un atto di regolamentazione della fruizione di una parte del territorio del Parco Nazionale, compito che per legge spetta all’Ente Parco.

Allora (omicidio di don Cassol nel 2010) come ora (tragedia nelle gole del Raganello) il problema resta la funzione di chi gestisce un’area protetta ed il rapporto di questi con i fruitori a vario titolo della stessa area protetta.

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Gole del Raganello in quiete.

Per i primi è doveroso adottare regole chiare, semplici, cogenti e ben comunicate per la fruizione, anche scontentando le lobby che si celano dietro ormai lucrose attività condotte, molte volte, senza professionalità e senza sensibilità ambientale, per puro profitto. Non è questo certo il caso dei GOUM, che anzi, fanno onore alla finalità di promozione di attività di fruizione compatibile di un Parco Nazionale, comunicando sistematicamente la loro presenza ed il relativo itinerario.

Per i secondi, i fruitori, è doveroso, prima di intraprendere qualsiasi attività escursionistica o sportiva, informarsi accuratamente presso gli Enti di gestione delle aree protette in quanto titolari di competenze sovracomunali. Gli Enti di gestione hanno conoscenze più ampie e sistemiche del territorio protetto. Sanno dire, insomma, che se a valle c’è il sole è possibile che a monte si stia scaricando l’ira di Dio e che non è il caso di avventurarsi in gole alte centinaia di metri con larghezza di qualche metro. Non è una competenza comunale se vi è un Ente di gestione di area protetta. Altrimenti la presenza di quest’ultimo sarebbe del tutto irrilevante.