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Mese: agosto 2019

Si tratta dei danni da fauna selvatica. La Commissione europea ha sciolto il nodo rappresentato dalla possibilità che tali aiuti di Stato, ai sensi delle norme comunitarie, potessero determinare distorsioni del mercato interno europeo. Si attendono la firma e la pubblicazione del decreto del ministro delle Politiche Agricole, Gianmarco Centinaio, di concerto con il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa (da Villaggio globale 25 marzo 2019)

di Fabio Modesti

 

Qualcosa si muove nel campo degli indennizzi per i danni provocati dalla fauna selvatica. È di fine gennaio scorso, infatti, la decisione della Commissione europea C(2019)772 final sulle modalità di concessione degli aiuti per indennizzi dei danni provocati da animali protetti proposte dal governo italiano. In particolare la Commissione ha sciolto il nodo rappresentato dalla possibilità che tali aiuti di Stato, ai sensi delle norme comunitarie, potessero determinare distorsioni del mercato interno europeo.A giugno 2018 l’Italia ha notificato alla Commissione lo schema di decreto del ministro delle Politiche Agricole di concerto con quello dell’Ambiente, contenente le norme per il regime di aiuti in questione da applicarsi per i danni arrecati da animali protetti dalla legislazione dell’Unione e nazionale sull’intero territorio italiano o provocati dalla fauna selvatica sul territorio di aree protette nonché per sostenere gli investimenti per misure preventive. Lo stanziamento previsto dal governo italiano fino al 2020 è di 60 milioni di Euro.

Il regime di indennizzo

Saranno così indennizzati i danni provocati su tutto il territorio nazionale dalle specie tutelate dalla normativa comunitaria e nazionale (direttive 2009/147/CE sulla conservazione degli uccelli selvatici e 92/43/CEE relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche nonché le specie indicate all’articolo 2, comma 1, della legge n. 157/1992). Inoltre, saranno indennizzati i danni provocati da uccelli e mammiferi viventi nei Parchi nazionali e Regionali, Riserve naturali di cui alla legge n. 394/1991 e nelle oasi di protezione di cui all’articolo 10, comma 8. lettera a), della legge n. 157/1992.Per essere concreti, i danni provocati da cinghiali fuori dai territori di aree protette non potranno essere indennizzati perché il cinghiale non è specie protetta nell’intero territorio nazionale ma lo è solo all’interno delle stesse aree protette dove vige il divieto generale di caccia. I danni provocati da lupi, invece, potranno essere sempre indennizzati, sia se arrecati al di fuori sia all’interno di aree protette, perché il lupo è specie protetta indistintamente su tutto il territorio nazionale.I beneficiari degli indennizzi (cioè piccole e medie imprese attive nella produzione primaria di prodotti agricoli), però, potranno accedere al regime di aiuto solo se dimostreranno di aver messo in atto e mantenuto misure preventive ragionevoli (ad esempio, cani da guardiania, collari repellenti, dissuasori acustici), proporzionate al rischio di danni causati da animali protetti nella zona interessata. Qualora l’adozione di sistemi di protezione ragionevoli e proporzionati non sia possibile a causa dell’imprevedibilità dell’evento, della conformazione del territorio, dell’estensione dell’appezzamento, della tipologia dell’allevamento o di vincoli normativi, detta impossibilità sarà verificata dai tecnici incaricati del sopralluogo. È utile notare che i costi 

ammissibili sono quelli dei danni subiti

come conseguenza diretta dell’evento che ha determinato il danno, valutati da un’autorità pubblica, da un esperto indipendente riconosciuto dall’autorità che concede l’aiuto o da un’impresa di assicurazione.Sono ammissibili, in particolare, i seguenti costi alle condizioni sotto riportate:a. danni per animali uccisi o piante distrutte. L’indennizzo è calcolato tenendo conto del valore di mercato dell’animale ucciso o delle piante distrutte, basato sui prezzi di mercato alla produzione rilevati dall’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare (Ism

ea). Sono esclusi gli indennizzi per i danni subiti da cani da guardiania o da pastore;b. i costi veterinari relativi al trattamento di animali feriti e i costi del lavoro connessi alla ricerca di animali scomparsi;c. i danni materiali causati ai seguenti attivi: attrezzature agricole, macchinari, fabbricati aziendali e scorte. Il calcolo dei danni materiali deve essere basato sui costi di ripa

razione o sul valore economico che gli attivi colpiti avevano prima dell’evento che ha determinato il danno. Tale calcolo non deve superare i costi di riparazione o la diminuzione del valore equo di mercato a seguito dell’evento che ha determinato il danno, ossia la differenza tra il valore degli attivi immediatamente prima e immediatamente dopo l’evento. Il danno è calcolato sulla base di prezziari regionali o costi standard.I costi ammissibili sono indennizzati fino al 100% ma tra essi non risulta ammissibile il costo di smaltimento di carcasse di animali predati che pure da solo assorbe una notevole percentuale dell’indennizzo dovuto per la perdita di un capo ovino, caprino, bovino ed equino a seguito di attacco di lupi.Le Regioni, le province autonome di Trento e Bolzano e gli enti gestori delle aree nazionali protette possono prevedere criteri più restrittivi rispetto a quelli del regime di aiuti concordato con la Commissione Ue, ad esempio per tenere conto di situazioni locali specifiche.

Le misure di prevenzione

L’aiuto economico pubblico per misure di prevenzione dei danni causati dal fauna selvatica protetta sono l’altro caposaldo della decisione comunitaria in merito alla proposta del governo italiano. La stessa misura è prevista in alcuni programmi di sviluppo rurale (Psr) regionali per il 2014-2020.Per questi casi le autorità italiane hanno spiegato di preferire il finanziamento della misura con fondi nazionali, in quanto l’aiuto fornito nell’ambito dei Psr non sarebbe sufficiente e nella maggior parte dei casi è destinato a misure di sviluppo e rilancio economico.Per i casi in cui la misura è concepita come misura analoga a una misura di sviluppo rurale, le autorità italiane hanno spiegato che l’aiuto oggetto della Decisione della Commissione Ue è coerente con la relativa misura del Psr.Il regime di aiuto è un regime quadro a livello nazionale, da attuare a livello regionale. La base giuridica non definisce quindi una lista esaustiva di costi ammissibili all’aiuto, in quanto gli investimenti relativi alle misure di prevenzione possono variare da una Regione all’altra in funzione di diversi fattori (ad esempio territorio, 

clima, habitat).Il governo italiano ritiene che il regime potrebbe coprire i seguenti costi di investimento: acquisto di cani, recinzioni e reti protettive, protezioni meccaniche individuali, dissuasori acustici o luminosi, corsi educativi rivolti ai cani, collari repellenti, foraggiamento artificiale e altre misure analoghe.I costi relativi alle azioni di prevenzione possono essere coperti al 100% dall’aiuto pubblico.A questo punto non resta che aspettare la firma e la pubblicazione del decreto del ministro delle Politiche Agricole, Gianmarco Centinaio, di concerto con il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, e verificare che alcune disposizioni legislative in materia adottate negli ultimi tempi da alcune Regioni (Puglia compresa) sia conforme al regime di aiuti predisposto dal governo italiano.

Dall’inizio dell’anno rinvenute 10 carcasse, sono i cosiddetti elementi in «dispersione», cioè quegli esemplari che si distaccano dal branco per competizione sociale. Manca una rete ecologica. Necessario imparare a convivere con i lupi (da Villaggio globale 12 marzo 2019)

di Fabio Modesti

 

Sono ormai 10 le carcasse di lupo rinvenute in Puglia dall’inizio dell’anno ad oggi. Quasi nessuna parte della regione sembra essere esclusa: dalla Capitanata (Gargano, zone umide sipontine e periferia di Foggia) all’Alta Murgia, alla Murgia di Sud Est. A questo si aggiunga la presenza quasi certa del lupo nel Salento e scientificamente provata sui Monti Dauni.

Inesauribile fonte d’informazioni

Vien da pensare che l’alto numero di esemplari rinvenuti morti stiano ad indicare una altrettanto numerosa popolazione regionale del principe dei predatori. Secondo Gaudiano «la popolazione italiana di lupo mostra una tendenza demografica positiva, anche se, in assenza di un monitoraggio coordinato a scala nazionale, non è possibile produrre una stima quantitativa accurata. Il territorio pugliese non si è sottratto al trend nazionale. In un lasso di tempo relativamente breve, nuclei riproduttivi si sono insediati dapprima nelle aree del Sub-Appennino dauno, poi sul Gargano e in Alta Murgia e, più di recente, nelle Murge di Sud-Est. Le ultime stime prodotte, derivate dall’applicazione di differenti metodologie di indagine, sinergiche tra loro, riportano un numero minimo di unità riproduttive pari a 12 (da tale stima sono esclusi i Monti Dauni dove, ad oggi, non sono in corso studi mirati). Assumendo un numero medio di 4-5 individui per branco, la stima invernale conservativa della popolazione pugliese è di 48-60 lupi, a cui è opportuno aggiungere un 20% di individui solitari e in dispersione. È doveroso, tuttavia, precisare che il numero di branchi, in una popolazione, non cresce in modo esponenziale. A larga scala, per disponibilità di prede e questioni densità-dipendenti, regolate in ultimo da un aumento di mortalità dovuta ad attacchi intraspecifici, la dimensione della popolazione è limitata anche per un super predatore al vertice della catena trofica».

 

Manca una rete ecologica

Il ruolo e la funzione delle aree protette dovrebbero far sì che la tutela della specie lupo sia assicurata così come dovrebbe essere assicurata la possibilità di spostamento in tranquillità attraverso la cosiddetta rete ecologica. Una rete presente più sulla carta che nella realtà, stante la pervasiva occupazione di suolo da parte delle attività antropiche. Al riguardo Gaudiano pensa che «la densità di strade, la presenza di insediamenti umani e gli elevati livelli di sfruttamento del territorio (ad esempio la perdita di superfici forestali) determinano la perdita di habitat naturale e influenzano la distribuzione del lupo, riducendo le aree disponibili per la formazione di branchi stabili e imponendo una forte sovrapposizione tra uomo e lupo nell’utilizzo del territorio. Esempi in Puglia del forte impatto negativo delle infrastrutture sulla sopravvivenza del predatore sono rappresentati dalle strade statali 96 Bari-Altamura, e 100, nel tratto da Gioia del Colle a Massafra. Entrambe le arterie si sviluppano in aree particolarmente vocate, incluse all’interno dei territori di branchi stabili, ma che, come dimostrato dai numerosi impatti degli ultimi anni, rappresentano dei veri e propri corridoi della morte. In tal senso, diventa fortemente auspicabile dotarsi di numerosi green bridges, sovrappassi e sottopassi, studiati per l’attraversamento dei grandi carnivori, ma utilizzati anche da altra fauna». In questo senso v’è da dire che i lavori di ammodernamento della statale 96, con le prescrizioni rigorose del Parco nazionale dell’Alta Murgia negli anni scorsi, sono stati preziosi e, per ora, unici in Puglia, con la realizzazione di sottopassi adeguati.

Ph.: Lorenzo Gaudiano

Convivere con il lupo

Il lupo resta comunque oggetto del pensiero umano che lo esalta e lo condanna con pari assiduità. Esso può rappresentare un po’ lo spirito di questi tempi: una specie che si riteneva praticamente estinta ma che è tornata, per noi felicemente, ad occupare la sua nicchia ecologica in concomitanza con uno strano fenomeno di riassetto ambientale per cui l’abbandono di molte attività che richiedevano la presenza umana costante nei territori aperti lontani dai centri urbani, ne ha costituito un nuovo trampolino di lancio.

Una specie molto duttile, che ben si adatta a situazioni mutevoli ma che, allo stesso tempo, è sempre a rischio di impatto violento da parte dell’Uomo. Per questo le aree protette devono affinare strategie di tutela del lupo e di sua convivenza con gli esseri umani. Non che manchino attività e buone pratiche in tal senso, come dimostrato dal Parco nazionale dell’Alta Murgia fin dal 2013 quale capofila di un progetto, intitolato, appunto, «Convivere con il lupo», che ha coinvolto anche i Parchi Nazionali del Pollino, dell’Aspromonte, dell’Appennino Lucano-Val d’Agri-Lagonegrese, del Gargano e del Cilento-Vallo Diano.

Tutto questo è tanto ma non basta, conferma Gaudiano che aggiunge «”Convivere con il lupo” rappresenta un virtuoso esempio di Progetto di Sistema, ben pianificato e programmatico, che coinvolge i due Parchi nazionali pugliesi, Alta Murgia e Gargano, e che assolve mirabilmente agli obiettivi previsti nel vecchio Piano d’Azione Nazionale sul Lupo ed in quello di Conservazione e Gestione, attualmente in discussione in conferenza Stato-Regioni. Tuttavia, esso rappresenta solo il punto di partenza di un percorso che necessita, ora, di uno sforzo sempre maggiore nell’attenuazione del conflitto con l’uomo e con le attività zootecniche, soprattutto in quei territori dove si è persa la tradizione di coesistenza con i grandi predatori e, di conseguenza, la conoscenza delle misure di prevenzione. Il territorio pugliese vanta eccellenze rare nell’ambito della pastorizia, che affondano radici antichissime nell’allevamento transumante. La loro tutela, oltre che necessaria per preservare la sfera economica, è un obbligo morale e di forte identità culturale. Pertanto, la nuova sfida è trovare un sistema di convivenza stabile, mediato da Enti locali, nazionali, associazioni di categorie e ricercatori, anche attraverso la sperimentazione di diverse combinazioni di misure di prevenzione dei danni e lo sviluppo di strategie studiate ad hoc per ogni tipologia di pascolamento e di razza allevata».